di una loro particolare bellezza che a me piace

Filini e Fantozzi – si notino le iniziali sulle raffinatissime cravatte – all’inizio della serata al night club “L’ippopotamo”.

Zeppo di prostitute abilissime a dissanguare i clienti, il night era il “Capriccio” di via Liguria a Roma; la scena si concluderà con la memorabile chiamata di un numero impossibile di taxi, una media di due e tre quarti a testa, per riaccompagnare i due, il sordido Calboni e una prostituta pagata con gli ultimi soldi a casa Fantozzi. O, meglio, sullo zerbino.
Bellissimi, entrambi, di una loro propria poesia che, spesso, mi manca.

giudicare un libro dalla copertina #58.206

Con questi due ci sarebbe da andare sul sicuro, per la bellezza delle copertine.

Fatte di niente e per questo eccellenti (ma Bauman non lo leggo).
E, per gradire, una comparazione tra l’edizione italiana e quella americana della bibbia sulle balene: una balenottera, sapevamolo, ha il cervello piú grosso del mondo e un cuore che batte dieci volte in un minuto.

Ma, insomma, quest’ultima era facile. Bastava la balena.
Questa, invece, tanto per chiudere col botto, meno facile e meno elegante ma sicuramente azzeccatissima, è un colpo di genio di Matt Dorfman.

autogatto e topomini

Repubblica.it lancia una rubrica, di quelle a basso costo fatte in sostanza dai lettori, e svariona nel sottotitolo: ormai è come sparare su un panda che attraversa l’autostrada, ma non è questo il punto.

La rubrica vorrebbe raccogliere i toponimi (più correttamente: l’odonomastica) delle vie italiane più curiose. La sintesi viene affidata a Bartezzaghi, intelligenza affidabile, che aveva già fatto qualcosa di simile: se non ricordo male, anni fa raccolse le segnalazioni dei lettori riguardo ai nomi delle vie costituiti da una data (20 settembre, 4 novembre etc.) per provare a completare tutto il calendario solare. Ce la fecero, 365 nomi di vie (più una?).
Buffo, per cominciare, il caso del patriota Ruggero Settimo, popolarmente riportato come Ruggero VII, immaginario re normanno. O piazza Paolo VI, papa, che viene letto Paolovi, e così via.
Da quanto capisco, riferendosi a carneadi, Bartezzaghi vorrebbe raccogliere antroponimi (a proposito, ecco la proporzione: su cento, 96 nomi di via sono intitolati a uomini, 4 a donne), io ne ho pronti due che non rientrano nella casistica ma che a me piacciono:


Tanto non le mando. I vicoli sono i migliori.

laccanzone del giorno: Harry Nilsson, ‘Jump into the fire’

Harry Nilsson è senz’altro l’uomo dei singoli: famosissimo per due canzoni che conosciamo tutti ma-che-non-sappiamo-che-è-lui, ovvero Everybody’s Talkin’ e Without you, che – ahah! – non sono sue. Ma lui di canzoni ne ha fatte parecchissime e molte di queste sono davvero notevoli: anche Lennon e McCartney apprezzavano. Tra le molte, una a me piace parecchio, ovvero questa, da Nilsson Schmilsson:

Ma è nel 1971 che mette del laim nel Coconut e da allora tocca chiamare il dottore, dactaaar. Genio, purissimo, altro che i gorilla sanremesi e le pirlate di oggi. Viva Harry Nilsson, dunque, lui che è diventato uno spaceman troppo presto ma che, per fortuna nostra, ci ha lasciato tante cose di cui essere contenti. Grazie, mr. Nilsson, che il laim non le manchi mai. Dactaaar.

le cose che pensiamo di avere inventato noi

Esse sono milioni, ma se si va a ben vedere si scopre che sono pochine davvero.

Una domus romana nel nord Italia, non ne resta molto perché sopra ci hanno costruito, per quello che posso intuire io, un palazzo cinquecentesco di dimensioni ragguardevoli e poi un comodo inserto in cemento, espansione in età fascista per rendere il palazzo una scuola per la fascistissima gioventù.
Ciò nonostante, sono rimasti – sotto a tutto – i pavimenti a mosaico di due ambienti, presumibilmente circondati da colonne, uno antistante l’altro.


Non sono sontuosi, non sono policromi, non hanno rappresentazioni complesse, sono semplicemente bellissimi: e il motivo è che è bastato pensarci, visto che uno è il negativo dell’altro. Stesse tesserine ma invertite.


Il tutto è, a parer mio, molto moderno. Ma non lo è, ed è un’altra cosa che, accidenti!, non abbiamo inventato noi. Come i passaggi pedonali, per dirne una.

ancora su Car Seat Headrest

Insisto perché Car Seat Headrest, ovvero Will Toledo e la sua band, l’anno scorso ha pubblicato un disco eccezionale, Teens of Denial, del quale sono più che ebbro, da settimane.

Il progetto Car Seat Headrest nasce come costituito da una persona sola, Will Toledo appunto, che fino al 2015 ha pubblicato dischi (11) autoproducendoseli; poi ha firmato un contratto per la splendida Matador, che è una casa discografica indipendente che ha prodotto i dischi, per citarne un paio, di Cat Power e di Kurt Vile, e ha pubblicato due altri dischi: Teens Of Style, che è una raccolta di canzoni vecchie o mai finite riarrangiate e risuonate, e poi il citato Teens of Denial. Da quando è alla Matador, Car Seat Headrest è diventato una band, ben assortita e i risultati si vedono (sentono), eccome.
Il ragazzo è eccezionale, a parer mio, e va sostenuto: tutti i suoi dischi si possono acquistare qui e, a parte i due dischi più recenti della Matador, tutti gli altri sono acquistabili in modalità “you name the price“, che significa che sono a offerta libera.
Per me, alla pari di Courtney Barnett con Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit, Teens of Denial è decisamente il disco più bello che ho sentito da parecchio tempo a questa parte. E più che ripeterlo io non posso fare.