informazioni utili prima di noleggiare un’auto

A destra o a sinistra? Statista ha pubblicato la mappetta con i paesi che guidano a destra e quelli che, pazzi, guidano a sinistra.

Si sa, la maggior parte sono ex colonie inglesi e, di conseguenza, guidano strano. Alcuni, come per esempio la Svezia, hanno nel tempo cambiato lato, uniformandosi alla maggioranza, senza poi tanti problemi.
Perché il lato giusto è la destra, no? Voglio dire, sia perché la sinistra è il lato del demonio ma anche storicamente, no?

E invece no. Tutte le antiche civiltà, egizi, greci, romani, assirobambini guidavano a sinistra. Per alcune semplici ragioni: al centro della strada era più asciutto e pulito, era più comodo impugnare la spada in caso di problemi con chi sopraggiungesse, salire a cavallo da sinistra è più comodo per un destro con spada a sinistra e così via. Quindi: sinistra. Pare sia poi con la rivoluzione francese che si sia adottato il lato destro, visto che nel tempo il lato sinistro era rimasto privilegio dei cavalieri e dei carrozzati, mentre i poverelli dovevano arrabattarsi sull’altro lato, sul wild side. Quando uno non se l’aspetta, proprio.

fibra di vetro e schiuma interna di polietilene, però grande

Il mio vicino di banco in ufficio sta sempre al telefono. E mi disturba.
Mi deconcentra, mi confonde, mi stanca. Avrei bisogno di isolarmi, di restare tranquillo, di avere un posto mio in cui io possa lavorare in silenzio.

Cambiare ufficio? Fare mobbing al mio collega finché non se ne va? Tappi per le orecchie? Creare il vuoto in ufficio? Niente di tutto questo.
La risposta è solo una: Helmfon. Il casco per isolarsi.




Signore, ti prego, fa’ che diventi realta: io voglio avere Lord Casco in ufficio, per sempre. Già così non riesco a smettere di ridere.

il 4 luglio

Il giorno dell’Indipendenza è una festa ad alto grado di patriottismo negli Stati Uniti e una cosa piuttosto seria. Si festeggia, eccome, ed è concesso un pochetto di spirito ma non troppo. O, almeno, non internamente ma solo verso gli altri paesi.
Ed è allora che il genio di qualcuno prende il largo, per fortuna.

Alcuni altri modi meno brillanti e molto americani per celebrare la ricorrenza, alcuni davvero ghei, diciamolo, e altri che condurranno a morte certa.

laccanzone del giorno: Nicki Bluhm and The Gramblers, ‘Little Too Late’

Nicki Bluhm, insieme ai Gramblers, è una musicista americana in giro da una decina d’anni a un certo livello: con una band di ottimi musicisti fa tour all’incirca da duecentocinquanta serate all’anno e se le merita tutte. Tutta sostanza, niente vaccate, tuning o campionamenti, solo tanta voglia di suonare e ottimo rock, in giro con gli amici, su e giù da un palco. Per intenderci, basta ascoltare Little Too Late, dal disco omonimo del 2013: qui nella versione pubblicata.
Ma non è su disco che danno il meglio, come dicevo: è dal vivo. Quindi, bisogna ascoltare dal vivo. Vualà, dal vivo nello studio.

Ma ancora non è abbastanza. Perché sì, suonano benone e Nicki guida il tutto ottimamente, ma ancora non sono al massimo. Perché il massimo lo danno tra una data e l’altra: viaggiando. Già, ma come si fa? Si piazza un telefono sul cruscotto e, guidando, si suona e si canta (in questo caso Hall and Oates), tanto la strada è dritta e non c’è un cacchio di nessuno.

Sì, sono le Van Sessions, e io l’ho amata fin dal primo secondo di assolo di kazoo. E via così, divertendosi per il gusto di farlo, quindi vanno benissimo Whitney Houston e George Michael, o le più serie (ahah) Stuck in the middle e Days like this. Quasi tutte le Van Sessions stanno qui e, finora, sono circa venticinque.

Da questa Van Sessions, poi, ne sono state tratte alcune performans più strutturate, all’interno di un grosso furgone, fermo, e la cosa è diventata una specie di marchio ricorrente per parecchie band in giro, le Jam in the van. Una cosa così.

Ma il meglio lo danno viaggiando per conto loro, tra uno stop e una serata, ed è così che è divertente ascoltarli, per me. In attesa di vederli il 6 ottobre a Venezia. Posto strano per la loro musica ma a me va benissimo, in attesa di andare a San Francisco, prima o poi. Easy.

l’orrore per «romanzi che si tramutano in favole menzognere, perché l’autore mette le sue balzane idee in bocca a personaggi storici»

Quando – ehm, finalmente – la sua mamma morì, von Humboldt si sentì libero di lasciare il posto di sovrintendente al Comune di Garbagnate e dare libero sfogo alla sua natura di esploratore, geografo e scienziato, comprandosi l’attrezzatura da scienziato sul campo e partendo per il sud America. Allo stesso tempo, Gauss, che possedeva una mente matematica la cui intensità era inversamente proporzionale alla sua capacità di frequentare piacevolmente gli altri esseri umani, era alle prese con una fastidiosa mancanza di mezzi e con un ancor più fastidiosa arretratezza dell’epoca in cui era nato: da questo la possibilità, puntualmente verificatasi, che un barbiere facente funzioni di dentista sbagliasse il dente da estrarre. Quasi una certezza, per l’epoca, più che una possibilità.

Perché la vita non era facile per uno come Gauss, tra persone di gran lentezza e mezzi scarsissimi, e perché aver scritto il proprio capolavoro a vent’anni, le Disquisitiones Arithmeticae, poi non aiuta il seguito: «non si ricordava di nessuna ispirazione, di nessuna illuminazione. Solo del lavoro». Ma prima o poi dovrà incontrare l’altra grande testa del secolo, von Humboldt, non appena sarà tornato dalle Americhe e avrà finito di studiare qualsiasi cosa incontrata, dai cadaveri alle blatte alle confluenze dei fiumi fino ai crateri: sarà a Berlino nel 1828 ma, si poteva immaginare, non sarà un granché.

Un libro bellissimo, molto divertente e mai noioso, con alcune vette esilaranti come il pellegrinaggio per ricevere la benedizione di Kant, imbacuccato nell’oscurità e un filino, ehm, rincoglionito, un racconto lungo ricco di spunti tra humour, avventura, scienza e filosofia, che fa di Kehlmann un eccellente narratore e uno dei migliori nel campo della storia romanzata. Ma romanzata il giusto, senza inventare inutilmente e dando il giusto risalto alla realtà, che di per sé è più che abbastanza (si noti l’autoironia della frase di Kehlmann che fa da titolo a questo post, pronunciata da von Humboldt nel testo). Uno dei libri più belli che io abbia letto quest’anno e in assoluto, consiglio più che caldamente.

und tuzzun fuzzun kunz!

Impossibile per me non provare nostalgia, ora. Ma uno dei ruoli in cui apprezzo di più Villaggio è l’infido Thorz in Brancaleone alle crociate, che cerca di sopprimere il neonato figlio di re Boemondo.

[Brancaleone] Alemanno! Ma codesto fantino così ravvolto in ricchi panni, a chi è figlio? Eh? E tu? Non a chi tu sei figlio che ben potemo immaginare chi pote essere tua madre, ma di chi tu si ‘l scherano?
[Thorz] Sone mein name ist Thorz. E keinde Mondo. Und tuzzun fuzzun kunz!

Che poi Boemondo era Adolfo Celi, un improbabilissimo normanno che dialogava in un buffo siculo semi-incomprensibile: Nì tempesta, nì cicluni, ponnu stare a paraguni col tremuoto dellu cori di un regali genitori, che ritrova il suo picciottu che pensava fosse mottu! Bei tempi.

il laboratorio di idee e visioni per il futuro della Regione Abruzzo in Europa

Stando a quello che si vede qui, altro che futuro…

Trovato l’errore? Un passato davvero retrivo e schifosello, ecco come è andata Fonderia Abruzzo, il laboratorio di idee e visioni per il futuro della Regione in Europa, con il ministro alla Coesione territoriale Claudio De Vincenti e il governatore della Regione, Luciano D’Alfonso. Complimenti  vivissimi, retrogradi ritardati. C’è ancora tantissimo da fare. Ma tantotanto.