il tremendo Harvey

Il ciclone Harvey (nome maschile, ciclone) sta devastando l’area di Houston da alcuni giorni, causando parecchi morti e notevoli disastri. Quelle qui sotto, per esempio, sarebbero un’autostrada (Interstate 45) e una strada urbana.

(REUTERS/Richard Carson)

(REUTERS/Adrees Latif)

(AP Photo/Charlie Riedel)

Per fortuna, c’è sempre chi la prende sportivamente.

(Scott Olson/Getty Images)

Il sito Vox ha realizzato un’infografica per rendere l’idea di quanta acqua sia piovuta su Houston negli ultimi giorni: una sfera di alcuni chilometri di diametro.

Tanto per aumentare il carico, un gallone americano equivale a 3,79 litri. E la sfera è già grande più del triplo di quella di Katrina, caduta su New Orleans.
Rende abbastanza l’idea, nonostante le moli difficili da immaginare.

una breve segnalazione musicale #5.004

A ottobre uscirà il nuovo disco dei Weezer, Pacific Daydream.
Per ora hanno rilasciato un singolo, Feels like summer, che se lo si ascolta al primo giro uno resta perplesso e dice: «ma Weezer?», al secondo ascolto diventa tormentone e va in loop come è successo a me, che sono al settimo ventesimo venticinquesimo ascolto consecutivo. (Che è un po’ quello che succede sempre con i Weezer, la canzone è dedicata a chi oggi aggiunge uno al Grande Conto).

laccanzone del giorno: The Duke Spirit, ‘You really wake up the love in me’

I The Duke Spirit sono una band inglese in giro dal 2003 e al quinto disco, senza contare qualche progetto parallelo qua e là (Roman Remains, per esempio). Il tiro, come si dice negli studi della bassa, non è affatto male e, anzi, una delle loro caratteristiche interessanti è che cercano di non confinarsi troppo in un solo genere ma, al contrario, di provare a spaziare un po’ qua e là. C’è chi ci sente i Sonic Youth, chi PJ Harvey e qualcuno Patti Smith. Io no.

Dipende dai dischi, quindici anni di attività offrono prove molto diverse tra loro. Per esempio, a me piacciono anche This ship was built to last e il merito è quasi tutto della voce della cantante, Liela Moss, e My sunken treasure, un po’ per la stessa ragione. Un bel successone l’hanno raccolto anche con il brano Send a little love token, che deve avere avuto a che fare anche con i vampiri ma non sono sicuro di volerlo sapere. A seguire, hanno aperto per R.E.M. e Supergrass, per citare un paio di nomi succulenti che qui si apprezzano.

questione di sguardi

«L’ironia è una dichiarazione di dignità. È l’affermazione della superiorità dell’essere umano su quello che gli capita».
Romain Gary

Molti anni fa avevo un fidanzato, il che non è esattamente una notizia. In realtà non era neanche esattamente un fidanzato, almeno non in senso tradizionale: erano già anni di precariato diffuso, quindi diciamo che era piuttosto un fidanzato interinale, ecco. Comunque era molto simpatico, ma aveva un difetto: ignorava la puntualità, o meglio ignorava proprio il concetto di tempo, almeno nel senso di orario. La frase «Passo a prenderti alle nove» voleva dire che si sarebbe palesato in un momento imprecisabile a partire dalle nove, e se dimenticavi di chiedergli «Di stasera o di domattina?» era un problema tuo. Mio, cioè.

Una sera dovevamo andare a cena da amici che abitavano fuori Milano e quindi l’accordo era che sarebbe passato da me intorno alle sette. Resa scaltra dall’esperienza (anche se su una parete della mia casa campeggiava la frase di Satie «L’esperienza è una forma di paralisi»), verso le otto ho fatto uno spuntino, dopodiché ho cominciato, con molta calma, a prepararmi. Alle nove e mezza ho dato un’occhiata fuori dalla finestra, metti che si fosse guastato il citofono (i cellulari non esistevano ancora, ma trovare un telefono pubblico funzionante era difficile esattamente come oggi). Alle dieci, lievemente alterata, ho chiamato una mia amica. Alle dieci e trentacinque ho cominciato a pensare che potesse avere avuto un incidente. Alle undici e venti ho optato per un incidente mortale: meglio per lui, tanto se fosse sopravvissuto l’avrei finito io a mani nude. Alle undici e quaranta è suonato il citofono. A quel punto non so cosa mi sia preso, fatto sta che con voce briosa e appena incrinata da un accenno di senso di colpa ho risposto: «Oddio, scusami, non sono ancora pronta, mi dai cinque minuti?».

Non so descrivere la sensazione che ho provato in quel momento, ma me la ricordo benissimo: una gioia pura, fisica, quasi infantile, e insieme un senso di interezza, perfino di orgoglio. E quando molti anni dopo ho incontrato la straordinaria definizione di Romain Gary, ho capito che l’ironia ha davvero a che fare con la dignità, con la consapevolezza di poter avere la meglio sulla vita, o almeno di poterla vedere da un altro punto di vista. E dunque, forse, prima o poi, perfino di cambiarla.

Da Lella Costa, Come una specie di sorriso.

laccanzone del giorno: Jet, ‘Cold hard bitch’

I Jet sono senz’altro la rock band più potente e interessante degli anni Duemila a parer mio. Get born, il loro disco di esordio, è fa-vo-lo-so e non scende mai dal mio coso che fa girare i dischi, e gli altri due loro dischi sono abbastanza all’altezza.
Cold hard bitch è uno dei loro singoli più interessanti da sentire, in particolare dal vivo: qui è decisamente meglio che su disco, il pezzo ha una intro live davvero notevole che rimanda, dritta dritta, agli Who. Parliamo del 2007 e vualà.

I Jet, poi, nel 2012 si sono sciolti. E io mi sono maledetto per non averli mai sentiti dal vivo. Poi, dai e dai, pare che da questo inizio 2017 qualcosa si muova e che, forse, riappaiano sulla scena. C’è un pezzo nuovo, uscito in collaborazione con i Bloody Beetroots, decisamente dalle influenze AC/DC / Airbourne almeno dalle prime battute, eccolo qui. Stavolta non mancherò, Jet: sapevatelo.