l’invasione, giorno quindici: cosa possiamo fare da qui, compreso mettere gli accenti nei posti giusti

L’invasione prosegue. I colloqui, stavolta in Turchia, paiono non aver dato risultati apprezzabili, a tirar missili prima o poi si prendono centrali nucleari, settimana scorsa, od ospedali, l’altro ieri. Ma evitare i civili non pare affatto una preoccupazione russa, anzi. Se dagli Stati Uniti, Harris, fanno sapere di aver consegnato dei missili patriots alla Polonia, e la cosa non rassicura per nulla, da Mosca invece riportano che Putin ha avuto telefonate con Macron, l’unico a tenere un filo costante, e Scholz. Riesco a malapena a figurarmi quale possa essere il tenore di questo tipo di telefonate, ho anzi il sospetto che non mi piacerebbe sentirle. La Svezia, nel frattempo, che storicamente è uno dei paesi più intimoriti dalle recrudescenze russe, annunciano che investiranno il due per cento del PIL nazionale in riarmo, “as soon as practically possible”. Di contro, il governo russo fa sapere che non parteciperà più alle sedute del consiglio d’Europa. La seduta di oggi di Putin e del comitato centrale sarà dedicata alle strategie per ridurre l’impatto delle sanzioni, dicono, il che posso immaginare includa anche l’ipotesi di nazionalizzare le proprietà delle aziende straniere che hanno interrotto i rapporti commerciali con il paese. Vengono mandate in onda immagini di moscoviti all’assalto dei negozi che chiuderanno a breve, dalle mutande da Victoria’s secret ai panini da McDonald’s. Ovvii i paragoni infausti e gli articoli che parlano di ritorno all’URSS.

Notizie sparse, insomma, il clima non è buono e non tira aria di grandi aperture o distensioni. Qui ci si organizza per quel che si può, spedire beni in Ucraina, si continua, accogliere i profughi in arrivo. La pressione sui paesi limitrofi è ovviamente molto alta, oltre il milione nella sola Polonia, dove abito io le prefetture stanno raccogliendo le adesioni di hotel e residence, facendosì carico delle spese per una quota pro capite di circa ventisei euro al giorno. Tra le cose che possono, in qualche misura, contribuire, un amico mi propone di aiutarlo a ripubblicare un libro di pensieri poetici di donne ucraine. Volentieri, alla fine delle finite molti di noi, io di sicuro, hanno bisogno di agire, di fare qualcosa che sia utile. Per impostare il lavoro, oggi ho installato la lingua ucraina sul pc e, per un momento, tutto il computer era in cirillico. Sono dovuto andare a memoria delle posizioni del pulsanti per rimettere la solita lingua, perché ancora l’ucraino lo mastico poco. Però è stato buffo, è stato un attimo di partecipazione più profonda.

Tu cosa fai per l’Ucraina? Eh, io ho messo la lingua nel computer e da alcuni giorni lo uso così. Resistenza! Vabbè. Almeno ho imparato che sarebbe meglio dire Ucraìna e non Ucràina come io ho sempre detto, sebbene entrambe le pronunce siano tollerate. In particolare, perché la mia, Ucràina, è la pronuncia russa e, di conseguenza, anche in questo cerchiamo di essere corretti. Peraltro, nella stessa ricerca ho anche imparato che si pronuncia narvàlo e non nàrvalo, ho sempre sbagliato anche quella. Bene. Andiamo avanti così.

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