minidiario scritto un po’ così di un breve giro per vedere la fine estate al nord: quattro, il polittico nella miniera, il re criminale, carlov e i ritrattisti di corte, ultima tappa

Altri venti minuti di treno e sono a Gand. Parlavo di un felice concatenamento ed è così: un quarto d’ora da Ostenda a Bruges, venti minuti a Gand, una quarantina per tornare ad Anversa, tutto facile. Sarebbero da fare in bici, ovvio, ci son più ciclabili che strade. Sui muri delle case, che son di solito piccole e senza cantine vista l’acqua onnipresente, attaccano degli anelli di cui non avevo capito la funzione finché non li ho visti in uso. Come i cavalli.

Quindi le fregano pure qui. Oppure si possono usare i parcheggi per biciclette.

Chiaro, il paese è piccolo, immagino anche qui si mormori, e tra mezzi pubblici efficienti e diffusi, tram ovunque, i comodissimi Intercity maledetto chi li ha tolti da noi, bici, monopattini, battelli, muoversi è facile e non serve affatto possedere un’auto. Che è un pessimo affare economico, se noi italiani avessimo gli occhi per vederlo.

Gand è una città piuttosto grande, piacevole e ben tenuta, con un centro storico di notevole interesse. I canali la attraversano e sono navigabili da qui al mare del Nord, per cui non è raro vedere barche anche piuttosto grosse. Il porto è importante, essendo la terza città del paese, e come Bruges e Anversa ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo locale, come sempre fondato sul commercio. Pur non avendo toccato le vette delle altre città vicine, è ed è stata una città ricca, nel Rinascimento era più grande di Londra, nota per lo più per aver visto la nascita di Carlo V, l’imperatore che riunì in sé il regno di Spagna e il Sacro Romano impero. Con le americhe, non tramontava mai il sole. E le Fiandre, allora, erano possedimento spagnolo, controintuitivamente. Non avendo mai dormito due notti nello stesso letto, lo racconta lui stesso, per dover essere sempre presente in qualche zona dell’impero, la nascita a Gand fu relativamente casuale, facendo comunque anche i suoi genitori una vita errabonda simile, come accadde anche a Federico II a Jesi per esempio. Relativamente perché sua zia Margherita d’Asburgo, la sua tutrice, donna intelligente, stava a Mechelen, insomma in zona. Ne ho raccontato qualcosa un paio d’anni fa, quando ci sono passato. Per finirla con le amenità biografiche, Carlo V è quello con la mandibola super sporgente, lo si riconosce sempre, oltre che per gli onori. Persino i Filippi di Spagna di due secoli dopo ce l’hanno, anche le infante. Figura però complessa e intelligente, altro che mandibola, se fece il sacco di Roma gestì però con saggezza le questioni religiose della Riforma, per quanto possibile, a differenza dei suoi discendenti. Ma, mi chiedo io e non solo per lui, se era brutto nei quadri ufficiali, cioè quelli in cui il pittore abbelliva per non finire squartato, figuriamoci dal vivo.

Intendiamoci, questi son posti dove da vedere ci sono un paio di chiese, un municipio, non sempre dentro, la torre cittadina, il Belfort, a volte un castelletto come quello dei conti di Fiandra qui, bello, magari un museo mediopiccolo e poi mica molto altro. Prima di mezzogiorno io ho fatto. Il senso, però, è girovagare e respirarne l’atmosfera, camminare lungo i canali, guardare le case e le piazze, spesso bellissime, godersi il sole e l’aria fresca, sedersi in piazza, leggere – o scrivere – da qualche parte. D’altronde è pieno di parchi, panchine, brasserie mica per caso, e sempre non per caso, hanno centonovanta tipi di birre diverse. Io arrivo al massimo alla semplice pils bionda da muratore, lo so che li deludo. Tra le cose da vedere a Gand, però, c’è il polittico dell’adorazione dell’agnello mistico dei fratelli Jan e Hubert van Eyck, uno dei vertici della pittura fiamminga, complessa e monumentale rappresentazione in dieci pannelli apribili. Dürer, che non era esattamente l’ultimo dei critici, parlò dell’opera come «immensamente preziosa e stupendamente bella». Lo è, tant’è che un Rubens di quattro metri è finito in un disbrigo della cattedrale, con rispetto. È interessante la sua storia recente. Nel 1940 il Belgio raggiunse un accordo per inviare il polittico in Vaticano, posto ritenuto più sicuro, ma la sottoscrizione del patto tra Italia e Germania lo impedì mentre l’opera era in viaggio. Rimase sui Pirenei per quasi due anni, quando Hitler lo fece requisire per il proprio futuro museo a Linz e la Francia di Vichy non fece una piega. Poi se ne persero le tracce fino al 1945, quando fu ritrovato in una miniera di sale in Austria dai cosiddetti monuments men. Il film di George Clooney è proprio sulla vicenda del polittico dei van Eyck, e tra i protagonisti ha anche la Madonna di Michelangelo di ieri a Bruges. Alla cerimonia di restituzione, inutile dirlo, non furono invitati i franzosi, collaborazionisti.

Il giochino di parole preferito in città è Gent-lemen, ma immagino suoni come Ghentlemen, vabbè. Non sono tutti Brassens. Ora, tre cose rimaste in sospeso. Una, le mascherine. Niente, niente di niente. Spesso ero l’unico a indossarla e fa una certa impressione, come se fossi appestato o ipertimoroso io. La questione covid, a parte qualche testcentrum qua e là, non si percepisce per nulla. Oddio, un po’ cone da noi, in realtà, ma qui nemmeno sui mezzi pubblici o sui treni o nei negozi, nulla. Direi che fa parte di quegli atteggiamenti tipici dei paesi del nord, senza troppe mezze misure: o è vietato (o prescritto) o non lo è. Punto. Adesso le mascherine non sono obbligatorie, quindi niente, quando lo sono (saranno?) tutti si comportano in modo molto ligio. Seconda, la pittura nei Paesi Bassi. Niente paura, è solo un’informazione, non un compendio inesperto di storia dell’arte. Nel Cinquecento la gilda di San Luca, cioè la corporazione dei pittori nei Paesi Bassi, aveva centomila iscritti. Cento-mila proprio, non un numero per dire tanto. Nemmeno nella Roma della prima metà del Cinquecento o in Italia vi fu mai un numero del genere, né in valori assoluti tanto meno in proporzione, in nessun altro paese europeo, compresa la Francia degli impressionisti. Certo, dei centomila la maggior parte dipingeva quaglie e fagiani morti sui tavoli ma se il principio è primum vivere deinde philosophari, la ricchezza diffusa in quel periodo nei Paesi Bassi era tale da generare un’offerta, ma soprattutto una domanda pittorica mostruosa. E dal gran numero, tra i mille e mille paesaggini ameni, emersero – ne dico alcuni a memoria seduto qui sul binario – giganti come Rembrandt, Bosch, van Eyck, Gherardo delle notti e i caravaggisti di Utrecht, Rubens, Jordaens, Hals, Bruegel uno e due, Vermeer, Luca da Leida eccetera. Ecco, per rendere l’idea del fervore del periodo. Terza cosa, Leopoldo II del Belgio, l’avevo promesso. Ennesimo Coburgo-Gotha sui troni d’Europa, fu ossessionato dalla questione di dotare il Belgio di una colonia e dopo aver provato invano ad acquistare le Filippine dalla Spagna, assunse l’esploratore Stanley che con scopi fintamente scientifici occupò una zona in Africa grande settantasei volte il Belgio e fu così fondato, potere delle parole menzognere, lo Stato libero del Congo nel 1885. In vent’anni lo sfruttamento del paese da parte di Leopoldo II fu tale da assumere le caratteristiche del genocidio, si stima morirono tra i tre e i dieci milioni di persone, oltre a ogni tipo di sopraffazione. Ora, oltre a tutto, la cosa raccapricciante è che lo Stato libero del Congo fu per vent’anni giuridicamente proprietà privata del re belga, sua personale e non sottoposta alle decisioni del governo. Fu il parlamento belga nel 1908, dopo anni di pressioni, a costringere il re a cedere allo Stato la proprietà e il governo di quello che diventò il Congo belga. Solo nel 2020 il re del Belgio si è scusato ufficialmente e ha riconosciuto i crimini nel territorio africano e solo ora si parla della restituzione di oltre trentamila manufatti artistici al paese d’origine, non è raro che le statue di Leopoldo II, ancora numerose, vengano imbrattate o che, specie dopo la morte di George Floyd, abbattute dal furore popolare, come a Mons, Ekeren, Bruxelles, Auderghem, Ixelles e Arlon. Il kaiser Guglielmo definì Leopoldo come un “uomo completamente cattivo”, il che ripropone in pieno il dibattito sia sul colonialismo sia sulla sua rappresentazione nelle nostre odierne piazze e sull’opportunità di mantenere o meno simboli di questo genere. La questione, sbrigativamente liquidata come “cancel culture“, è invece ben più complessa e il dibattito nei paesi anglosassoni, più che altro Stati Uniti, procede in modo piuttosto approfondito. A differenza che da noi, in Belgio e sostanzialmente in tutta Europa. Ovvero i maggiori responsabili del colonialismo. Già.

Ora me ne sto tornando nei Paesi Bassi, a Eindhoven, come avevo detto. Perché a parte il PSV, l’unica altra squadra di calcio olandese oltre all’Ajax, la vera gloria locale di Eindhoven è la Philips. E io voglio vedere il loro museo. Perché si sono inventati, in un secolo, un sacco di cose, dal cd alla musicassetta alla DCC per chi se la ricorda, ai raggi X e addirittura alle macchine portatili per le radiografie, oltre ovviamente alle lampadine. Io avevo una fantastica radiosveglia con la cassetta della Philips, che mi permetteva di svegliarmi sentendo ciò che più mi aggradava, per parecchio tempo della mia adolescenza il doppio assolo di chitarra di Walsh e Felder in Hotel California di Eagles live. E nessun altro la produceva con la cassetta. E comunque anche il PSV nacque da un’iniziativa dei lavoratori della Philips, tutto torna lì. A questo punto io chiudo, saluto e ringrazio chi abbia voluto seguirmi e, visto cosa succede il 25, ci rivediamo in giro molto molto presto. Per la normale amministrazione, sono sempre qui.


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minidiario scritto un po’ così di un breve giro per vedere la fine estate al nord: tre, dire ovvietà, la Lega che mi piace, inventare cose che già esistevano, nel medioevo erano tutte bestie, mica come noi

Ora non è che arrivo io che faccio Marconi che dice che Bruges è bella. Altro che acqua calda, la sfera è quella dell’ovvio, altrimenti i nove miliardi di turisti presenti e passati non si spiegherebbero. È che è proprio bella, non c’è che dire (e oggi, contrariamente alle mie abitudini, metterò solo foto cartolina per testimoniare). La città medievale all’interno delle mura, o farei meglio a dire all’interno del canale maggiore, il Ringvaart, è intatta, mai distrutta, mai bombardata. Certo, magari un settecento, un novecento qua e là ci sono ma timidi, rispettando il contesto che è davvero incantevole. I canali, costruiti per esigenze commerciali, attraversano tutta la città e mi ricordano altre città, Colmar, Strasburgo, Delft, Utrecht, Gand, per dirne alcune. Le case, di mattoni a punta, mi ricordano invece quelle che ho visto a Danzica, a Lubecca, a Riga e Tallinn, a Toruń. Perché dico questo? Perché ho imparato nel tempo, con fatica, a viaggiare liberandomi del vincolo scolastico di considerare le città e le regioni appartenenti agli stati moderni, ah le tipiche città olandesi!, e a inserirle nel contesto storico e geografico più ampio. Per esempio, le case di Bruges e quelle di Tallinn, che sta a duemilacinquecento chilometri da qui, sono identiche perché erano l’espressione delle gilde commerciali della Lega Anseatica, una proto-Europa unita che arrivava fino a Napoli e oltre che andrebbe insegnata molto molto meglio a scuola. Le somiglianze tra qui e Danzica, in Polonia, sono per esempio molto maggiori rispetto a quelle con, che so?, Reims, che è a duecento chilometri. Ed è un esercizio viaggiante che mi appassiona riconoscere somiglianze e congruità in luoghi che ci hanno insegnato a considerare distinti perché in nazioni diverse. Non era così, non è stato così per secoli. Un esempio lampante? La pianura padana. Andrebbe considerata unitariamente, almeno da Mantova a Ferrara fino a Rimini e invece no, tra Mantova e Modena c’è un confine che ci frena, ci fa distinguere tra Emilia e Lombardia e non ci fa cogliere la relazione secolare tra, per dire, Gonzaga ed Este sugli stessi fiumi.

Niente, mi son dilungato. Come accennavo, Bruges ebbe il proprio periodo d’oro tra Due e Quattrocento, quando divenne il centro commerciale di raccordo tra nord e sud. Le prime navi genovesi e veneziane arrivarono qui nel 1277 e la città crebbe ricca e prosperosa. I tessuti fiamminghi per le lane inglesi, il grano della Normandia, i vini della Guascogna, le spezie dal Levante, era la libera circolazione delle merci, la globalizzazione molto prima della globalizzazione che contestiamo oggi. Il Markt è l’enorme piazza cittadina sulla quale sorgeva un edificio gigantesco che ospitava la gilda dei pescatori, una delle più potenti, il porto in continua espansione, strutture finanziarie e commerciali che diventavano sempre più sofisticate. A Bruges nacque la prima borsa valori della storia, sì, come quella che adesso decide il prezzo del gas ad Amsterdam. C’è un quadro che rappresenta molto bene alcuni elementi importanti dell’epoca, ed è il “Ritratto dei coniugi Arnolfini” di van Eyck (ne ho parlato qui). Van Eyck è un pittore fiammingo che si trasferì a Bruges per l’ovvio richiamo di una città florida e ricca di committenti e ricevette l’incarico dagli Arnolfini di ritrarli in modo familiare nella loro casa; lui, Giovanni Arnolfini, era un intermediario finanziario che gestiva in città gli interessi dei Medici, sì, Firenze, che avevano una banca e prestavano soldi in tutta Europa ed erano interessati, comunque, al commercio dei cuoi toscani fin qui. L’intreccio di interessi e culture era folgorante e, per inciso, van Eyck, ritraendoli, inventò il ritratto familiare e privato, di piccole dimensioni, sconosciuto a noi italiani affogati di pitture religiose gigantesche. Non solo i Medici ma i Fugger e tutti i più importanti banchieri avevano filiali in città e in tutte le città che ho citato prima, in una fantastica rete europea di scambio. Nella Onze-Lieve-Vrouwekerk, chiesa di Nostra Signora, in città c’è una madonna di Michelangelo che i Mouscron, famiglia fiamminga che commerciava in tessuti, acquistarono proprio dall’artista grazie all’intermediazione del banchiere Jacopo Galli, amico di Michelangelo. Capito i giri? In questo senso mi ricollego a quanto cercavo di dire malamente prima: per un Arnolfini o un Mouscron il continente era una cosa unica e rivolgersi a van Eyck o Michelangelo, a Firenze come a Bruges, una cosa del tutto naturale. Memling, altro valente pittore, tedesco ma trasferito a Bruges, dipinse trittici, ritratti e pale d’altare per privati e città in tutta Europa, un vero uomo di mondo come molti di quell’epoca. E noi li chiamiamo secoli bui.

Come tutte le cose belle, prima o poi finiscono. No, non è vero, non finiscono: si trasformano. A fine Quattrocento il canale Zwin si insabbiò e iniziò rapidamente il declino di Bruges. Come abbiamo visto, attenti ragazzi, anche là giù in fondo, in favore di Anversa. Che si pigliò mercanti, banchieri, merci, pittori, rotte commerciali, diamanti e tutto quanto era possibile. Non che Bruges sia sparita, tutt’altro, ma passò dall’essere al centro del mondo dell’epoca a una posizione più marginale, provò a rilanciarsi con i merletti più tardi ma senza grandi esiti. Restava una città ricca, per carità, ma le novità passavano altrove. Fino ad allora, però, erano stati sulla cresta dell’onda, eccome, e ne erano perfettamente coscienti. E quando uno è grande a un certo punto, poi pensa a sé allo stesso modo, anche se le minestre hanno sostituito gli arrosti e se le legioni di servitù sono ora una vecchia fedele beghina traballante. Ancora oggi le iniziative comunali, una statua o un parchetto, sono sottoscritte come S.P.Q.B. che, come tutti sappiamo, significa che sono pazzi questi brugghiani. Anche perché, bisogna dirlo, alle merci si è sostituito egregiamente il turismo, anzi il turista, che spende in waffles, cioccolato, stupidi macarons e le cose vanno piuttosto bene, qui in città.

Cose che faccio io, alcune. Compro due cartine delle Fiandre, una orientale e una occidentale, è una manna perché ce ne sono per i percorsi in bici, a piedi, per interesse, in treno, una meraviglia. Visito un paio di musei e in uno incappo per caso nel reliquiario dipinto da Hans Memling con l’arrivo di Sant’Orsola a Colonia, che mi era servito per raccontare la storia della costruzione del duomo di Colonia (per chi non ne avesse abbastanza di storielle, eccola) e ne sono proprio piacevolmente sorpreso. Poi ho occasione di prendere un caffè lungo con una cioccolataia, nel senso che fa il cioccolato per davvero, e tento di spiegarle la questione del fare la figura del cioccolataio, ma mi rendo conto di non saperla bene nemmeno io. Però apprendo cose sul cioccolato e lei non fa figure barbine. Verso sera, al parco faccio due partite a scacchi su uno di quei tavolini di pietra con la scacchiera con uno sconosciuto. Vinco facile, con manovre asfissianti usando tecniche da grande maestro. Cosa vuol dire che lui ha sette anni? Ma figuriamoci, queste sono le sconfitte che aiutano a crescere. Mi ricordo poi che l’estate scorsa quando raccontavo di essere stato a Bourges in parecchi capivano Bruges, adesso leggo che Bruges è gemellata con Burgos, la confusione regna sovrana. Domani quasi ultima tappa, se c’è tempo racconto di Leopoldo II criminale, della miriade di pittori fiamminghi e delle mascherine. Ma non so, perché sarà un altro posto bello.

A ogni sussulto sovranista, a ogni rigurgito nazionalista, a ogni slogan in favore dell’italianità, io continuerò a spingermi sempre più in Europa, perché quella è la nostra storia. A ogni spinta localista risponderò con tensione comunitaria, perché sono europeo molto più che italiano, concetto bislacco e poco rispondente alla realtà. La mia casa è l’Europa, tutta, le mie radici stanno nella Grecia del quinto secolo avanti Cristo, nella Roma di Augusto e del Rinascimento, nella Parigi del Novecento e nella Londra dell’Ottocento, ad Aquisgrana nel nono secolo, a Wittenberg nel Cinquecento, sui barconi che affondano nel Mediterraneo, in Germania e in Boemia nella guerra dei Trent’anni, ad Austerlitz e a Waterloo, ad Auschwitz, a Milano negli anni Sessanta, a Venezia con la libertà di stampa del Cinquecento, a Siracusa con Archimede e sulla nave sbarcata a Venezia col primo appestato, nelle Fiandre del Trecento e sulle navi della compagnia delle Indie, nella Palermo di Federico II, nella Spagna occupata dagli Arabi, alla stazione di Bologna, a Palos con Colombo, a Bruxelles e Strasburgo nei parlamenti, sulle navi della Lega Anseatica. Non sempre belle, non sempre nobili, ma di certo le mie radici e il mio presente non stanno nelle piccole pretese nazionaliste di donne e uomini piccoli piccoli che nulla sanno di ciò che siamo stati, siamo ora e, soprattutto, vorremmo essere in futuro.


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minidiario scritto un po’ così di un breve giro per vedere la fine estate al nord: due, il mare del nord, le onde del nord, il cielo del nord, la villeggiatura del nord, camminare sulle acque, che nave!

Antwerpen-Zuid, Beveren, Sint-Niklaas, Lokeren, Gent-Danpoort, Gent-Sint-Pieters, Brugge ed eccomi in meno di due ore al mare, a Ostenda. È mare del Nord ma guardando lontano a sinistra si dice già Manica. Un tempo Ostenda provò a rivaleggiare con Calais in tema di traghetti ma non ci fu storia, come non ce n’è oggi, e optò per il turismo balneare definitivamente. Seguendo la costa per un po’, qualche chilometro, si arriva a Dunkerque, Dunkirk se la si guarda di là, dove l’esercito inglese intrappolato rischiò di essere annientato dai nazisti nel 1940 e la guerra, eccome, avrebbe preso un’altra piega. Il recupero di tutta la fanteria inglese, in pratica l’esercito intero (quattrocentomila soldati!), avvenne con un’operazione spericolata condotta anche con i barchini dei pescatori, la vicenda fu incredibile. È narrata in un film di Nolan di cinque anni fa, un po’ noioso ma con scene davvero spettacolari, senza effetti, da tre prospettive diverse, aria, acqua, terra.
Anche prima, Ostenda è sempre stata schiacciata dalla pressione marittima inglese e olandese per cui ebbe brevi periodi floridi e molte distruzioni, finché appunto non si ritirò sul versante dell’ospitalità. Ovvio che io son qui per il mare del Nord e il cielo, voglio vedere se oggi è come quello sul Baltico, perché la città, insomma, è graziosa ma senza grandi prerogative.

Per arrivarci bisogna attraversare una pianura piallata senza esitazioni, molto più verde e coltivata della Pomerania tedesca o polacca, tutta sabbia, mi ricorda più certe località costiere inglesi, tipo Sidmouth o Weston-super-mare. Le mucche pascolano fino a pochi metri dal mare, son quelle mucche bianche a chiazze marroni chiaro, non sono quelle blu famose del Belgio. Il cielo va e viene ed è una meraviglia, per quello è pieno di pale eoliche e, qua e là per integrare, qualche centrale nucleare. Ma con le mucche fa meno effetto, cosa può esserci di offensivo se ci sono le mucche? Fortuna che il Belgio ha qualche collina a sud altrimenti se lo sognavano Merckx.

Siccome non sono sicuro di volermi fermare per la notte, vado in cerca di un deposito bagagli per mollare le mie quattro cose e girare più comodamente per capire com’è la faccenda. Tra le perdite ferroviarie della modernità recente, oltre ai facchini, i vagoni ristorante, le sale d’attesa, lamento senz’altro i depositi bagagli, comodissimi. Ma come pretendono che si sposti al giorno d’oggi una dama col suo set di diciotto bauli da viaggio senza un deposito? Io non so. In Germania, Francia, Paesi Bassi e Belgio capita spesso che in stazione vi siano gli armadietti a moneta che funzionano egregiamente, ma non sono la norma. Stavolta ci sono, ottimo. Anche il fatto che la stazione sia sul mare ha un suo fascino e rimanda a un tempo, fine Otto e inizio Nove, in cui la villeggiatura e con essa Oostende, detto alla fiandrica, riscuoteva grande successo.

Per villeggiatura si intende quella cosa per cui si andava in un albergo molto lussuoso, o in una villa affittata, e si trascorreva il tempo più o meno come in città, intessendo relazioni, andando a teatro, il Kursaal Casino c’è ancora, facendo qualche terma, prendendo il tè e mangiando più del necessario. Però che buona l’aria. Il mare? Ignoto, se non da guardare. Lungo la spiaggia c’è un enorme edificio steso lungo la costa, tutto colonnato, che serviva sostanzialmente a questo, mangiare, conversare, stare al riparo quando tirava vento o pioggia, magari ma proprio magari fare un bagno caldo. E attorno delle belle case di villeggiatura, con ogni piacevolezza. La piazza con la voliera per l’orchestra al centro è ancora lì. Di sicuro all’epoca dei due Leopoldii qui c’era una bella vita non male. Poi, nei Cinquanta e Sessanta, uno sviluppo scellerato ha costruito case nei giardini delle ville e un’infilata di condominii lungo la spiaggia che mi ricorda Costanza sul Mar Nero, per fare un esempio meno scontato di Riccione. La stagione, quella cicciosa, è chiaramente finita ma le schiere di anziani che spadroneggiano sono molte, mangiano fritti e carni enormi, bevono botti di birra e vini bianchi e rossi, fumano gauloises come fossero liquerizie, seduti fuori al sole, ma non ce l’hanno un medico? O, forse, e qui mi cito, hanno quarant’anni e la villeggiatura li ha segnati. All’inizio del corso principale vedo un’armeria, con robe da assalto, e un negozio di bastoni da passeggio, e ho già compreso molto. Poi un cartolaio con alla radio gli Scorpions mi dice qualcosa sull’isolamento del luogo. Ma alcuni angoli sono gradevoli, di sicuro d’estate sarà più vivace.

Come a Stralsund, Rostock, Wismar, per citare alcune località di mare al nord di sapore thomasmanniano, tutte più belle di questa però, mezza giornata mi è più che sufficiente per girarla tutta e capirla, credo. C’è una bella cattedraletta in un gotico più inglese che flamboyant, con all’interno una Teresa in estasi del Bernini locale, un giardino giapponese frutto dell’amicizia giappobelgica, alcuni edifici primonovecenteschi interessanti e il mio giro è grossomodo finito. Ma io sono venuto qui per il cielo, per vedere quello del nord sul mare, mai fermo, mai uguale, che se fai un salto lo tocchi. Ecco, quello è grandioso e merita una lunga e attenta contemplazione, per potermelo portare indietro nella pianura. Così cammino sulla spiaggia, pulita come non mai, e mi godo la brezza, le nuvole, il sole e poi coperto e poi il sole e le onde.

Sì, padre, ho camminato sulle acque. Siccome il porto c’è e non è banale, attenzione altro momento umarell, noto una nave strana con quattro enormi piloni e una gru gigantesca, oltre a un buffo nome: la Vole au vent. Con i comodi strumenti di ricerca (vessel finder) ho scoperto che è una nave inglese per posare le pale eoliche in mare, come ce ne sono molte all’orizzonte, si vedono da qui nel mare nederlandico. Bene, la nave fa scorrere i piloni e si alza alcuni metri sopra il pelo dell’acqua e lavora da ferma. Beh, ganzissima, mai vista una nave così.

Ora son soddisfatto, piglio il treno e vado a un quarto d’ora da qui.


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elezioni 2022: la schedina elettorale™, comunicato numero uno

L’Ufficio Elettorale di trivigante (UEdt) mi ha appena comunicato che la lista ‘Referendum e Democrazia’ di Marco Cappato è attualmente sub judice per la partecipazione alla competizione, poiché ha presentato le firme online. Diciamo che lo escludano, che è la situazione che interessa a noi e che cambierebbe qualcosa, che succede? trivigante ha consultato il suo Ufficio Corte Suprema Decisioni (UCSDdt) al riguardo e i porporati ermellini santità hanno risposto con chiarezza: “Ze sqvadra non zi prezenta, perte tafolino”. Quindi, se accadesse, la partita numero 11 della schedina è da considerarsi un 2.

E quelli che hanno già giocato? Suvvia, non posso pensare che persone così informate e preparate non fossero avvisate della questione, neanche a dirlo. Infatti, la maggior parte ha giocato 2. Ma se se se fosse, gli altri possono scrivermi e cambiare la giocata, a proprio rischio. Augh.

Infine, avvisetto: per chi fosse interessato, le cose di trivigante proseguono sotto la schedina elettorale™ e i comunicati vari, che resteranno fissi in testa fino al 25 o a risultati acquisiti.

minidiario scritto un po’ così di un breve giro per vedere la fine estate al nord: uno, punto di partenza, le vicende del paese in dieci secondi, viva la ténnologia

Fuori è buio, ci sono quindici gradi, ho sognato parecchie volte queste temperature negli ultimi tre mesi. Sto ingoiando mezzo melone gelido di frigo perché andrebbe a male e sarebbe un peccato, chissà se me ne pentirò amaramente. Tanto lo saprò a breve. Prendo il me migliore, quello con gli occhi aperti, ricettivo, paziente e parto.
Scambiare i fine settimana con i giorni lavorativi si rivela sempre più una grande idea: ogni due settimane, a regime normale e ovviamente potendolo fare, ho a disposizione quattro giorni consecutivi, che sono una quantità più che sufficiente per fare dei giri sostanziosi. L’ultimo, per esempio, Ravenna, Cesena, Caprese bla bla bla Gubbio, San Leo, era da quattro. Quello prima, Orvieto, Viterbo, Caserta e Tivoli, idem. Con tre giorni già si fanno un sacco di cose, quattro non ne parliamo. Come stavolta, quindi sono ricco. E poi posso comunque lavorare un po’ anche in giro, è anzi meglio. Se devo essere creativo, i posti belli conciliano.

Arrivo a Eindhoven ma scappo subito, ci tornerò alla fine perché c’è una cosa che voglio vedere. E scappo anche dalla nederlandia per andare in Belgio. Per dirla più collocata, Fiandre orientali e occidentali con un tocco di Brabante. C’è un’infilata di gioielli che meritano il concatenamento, poco sforzo e grande resa, paiono tirati con la riga. Mi sto dilungando un po’ non tanto per raccontare quel che faccio o non faccio, il che insomma ha anche l’interesse che ha, pochino, quanto per condividere piccoli progetti di viaggio, facili da organizzare, da pochi giorni, densi però di posti che vale la pena vedere. Se qualcuno prima o poi mi dicesse che ne ha tratto ispirazione, mi farebbe piacere. Fin dal corso del Reno in cinque giorni o la Polonia in treno o il delta del Po in tre giorni negli anni scorsi, son suggerimenti, li si prenda così.
Il giro di stavolta parte da Anversa per poi puntare dritto al mare del Nord e poi tornare indietro per tappe. E così faccio, sono ad Anversa che è una grossa città portuale sullo Scheldt, un fiumone che sorge in Francia e si getta nel mare più a nord. E subito la domanda: sarà vero come dicono qui che si tratta del secondo porto europeo dopo, sempre primo, Rotterdam? Ad Amburgo non sarebbero d’accordo, difficile dirlo per me umarell di fronte alle sfilate di gru. I giri dei porti di Rotterdam, Amburgo e, adesso, Anversa li ho fatti, posso dire che son tutti belli grandi. Tra le tre città, però, Anversa è quella con la storia più lunga e importante, su quello non ci piove. Cioè sì, ci piove, ora. Abitata da sempre e con tracce romane, infinamai, a fine Quattrocento colse il declino di Bruges per raddoppiare la popolazione in vent’anni e diventare di gran lunga il centro di commercio più importante d’Europa, il nesso tra nord e mediterraneo e colonie: lane inglesi, zucchero di canna indiano, cuoi, spezie, legname svedese, allume italiano, vini francesi e spagnoli, ogni cosa si potesse scambiare, diamanti sopra tutto. Per dare una dimensione, l’imperatore Carlo V diceva che Anversa da sola fornisse redditi all’impero per sette volte rispetto a tutto quanto proveniente dalle Americhe, e sì che di roba ne rubavamo da là. Per questo, l’imperatore non toccò mai Anversa e ne rispettò l’autonomia, finanziaria, ideologica e religiosa, pur facendo parte dell’impero. Là dove c’è commercio c’è tolleranza, perché conviene. Cosa che non fece il figlio Filippo II, che la ereditò per la Spagna alla suddivisione tra impero e regno spagnolo nel 1555, prendendosela con i calvinisti che pian piano subivano il fascino della riforma; da una prima rivolta alla guerra dei Trent’anni, in cui lo Scheldt fu addirittura chiuso alla navigazione fino all’Ottocento, una parte dei mercanti e delle fortune della città si spostarono ad Amsterdam, nel mentre un avvicendarsi di complicazioni e rompicoglioni di prim’ordine, gli iconoclasti per esempio e Ignazio di Loyola e i suoi guerrieri gesuiti per farne un altro. Però serve saperlo: prima di tutto Anversa è in Belgio e non nei Paesi Bassi, come si direbbe, e qui son quasi tutti cattolici, a differenza dei vicini, anche se parlano un olandese imbastardito. I dissidi dei Trent’anni proseguirono fino al 1830, quando i Paesi Bassi meridionali si rivoltarono e fu inventato il Belgio. Con comodità degli inglesi. E non è che oggi le cose siano piane, viste le reciproche simpatie tra fiamminghi e valloni. Ma l’importanza e il ruolo di Anversa declinò sì ma mica poi troppo, basti pensare alle olimpiadi del 1920, svolte, appunto, qui.

La città, pur portuale, è affascinante, moderna e tradizionale, ricca, se la piazza principale ovviamente è il Grosso Mercato, Grote Markt, e una delle due torri della cattedrale è ancora oggi di proprietà del comune, perché una volta delle gilde dei commercianti, le zone degli ex magazzini del porto sono residenziali di alto livello, con le barche ormeggiate proprio sotto casa. Una grande e tradizionale accademia d’arte, vedi alla voce Rubens e van Gogh, un’università tecnica avanzata, un bel museo del commercio marittimo, un bel museone di arte moderna – noi di lettere chiamiamo così il periodo 1492-1815 – che era chiuso nel 2015 quando sono venuto qui la prima volta e lo è ancora, per ristrutturazione. E apre il 25, argh, non ce la faccio. Insomma, la città è vivace, grande e stimolante, un buon posto. Certo, è cara, un’insalata in un bar normale sono quindici euro, l’ingresso alla cattedrale dodici, un appartamento al sesto piano nella zona fighetta del porto nuovo due milioni. Però la birra, il cioccolato, i waffles, le ostriche e le patatine fritte costano niente niente, per cui dipende dalle proprie abitudini alimentari. Roba da sputare il fegato. E il clima è da mare del Nord, ovvio, ora diluvia e ci sono dieci gradi. Il che a me va benissimo, devo dire, tanto non dura mai più di mezz’ora e poi esce il sole.

A parte le già citate specialità belghe – ma sarà vera quella cosa dell’insalata belga? E figurati se ci sono i cavoletti, qui – il salmone è ovviamente molto diffuso e poco costoso ma è timidamente rosa, senza quella fissazione per l’arancione al limite della fosforescenza che abbiamo in Italia. Ne sto mangiando un quarto di quintale insieme a una verdura bianca a cubetti sconosciuta che non sa assolutamente di niente, delle palline che potrebbero essere invenzione del signor Kellogg e della misticanza che la globalizzazione ha portato qui, ma la cosa interessante – ecco, a me la laicizzazione dei riti che fanno al nord piace moltissimo – è che pur essendo un posto con tutte le sue cosine studiate e a posto, per un pranzo fichino, su una parete ha un’infilata di lavatrici per fare il bucato. Funzionanti. Cioè uno si porta il bucato, mangia la verdura che non sa di niente e un sacco di buon salmone, beve la birretta e intanto scrive, come sto facendo io, e poi ha pure fatto il bucato. Niente male. E sono quasi di fronte alla casa di Rubens, centro pieno. Ora però vado, devo vedere un paio di chiese strabocchevoli di dipinti di Rubens, anche se non è tra i miei prediletti, barocco e controriforma è una miscela soporifera, poi lavorare un po’ e a un certo punto, cosa che mi diverte abbastanza, partecipare all’assemblea condominiale. Visto che preferiscono farla in videoconferenza, eccovi serviti: io sarò da qualche parte ad Anversa seduto con una birretta ad ascoltare una parola sì e otto no, approvando qualsiasi cosa ed essendo d’accordo con chiunque.

Approvato, perdio. Approvato. Prot.


L’indice di stavolta

elezioni 2022: la schedina elettorale™, ancora

Come ormai la maggior parte di noi sa, tra una settimana si vota, diciannovesima volta da che abbiamo il piacere di votare in modo libero e universale.
Come le altre volte, l’Ufficio Politico di trivigante (UPdt) ha faticosamente prodotto anche stavolta la schedina elettorale™, ovvero la risposta giocosa ai dubbi che attanagliano la politica e il dibattito nei bar del paese: come andrà? Sarà meglio? Peggio? Riuscirà Adinolfi a prendere tre voti? E L’Ape Di Maio che vola nelle pizzerie batterà i cattivoni Lupitotibrugnaro?

Giocare si gioca come le vecchie schedine del totocalcio, ci son le partite e bisogna dire chi vince, chi perde e chi pareggia, 1-2-X. Chi fa tredici e dodici vince e le percentuali di voto che fanno fede saranno quelle del proporzionale alla Camera. Se la differenza di percentuale è contenuta nello 0,2%, è considerato pareggio, esempio: 1,6% e 1,8% è pareggio.
E per sapere chi accidenti siano quelli del Partito Comunista Italiano che non sono il Partito Comunista dei Lavoratori? Si va sul sito del Ministero, dove ci sono i programmi, ahah, e si capisce chi diavolo siano: qui. Uno più di tutti, secondo me. E non preoccupatevi di chi non conoscete, tanto anche sulla schedina calcistica non sapevate nulla della Sambenedettese, no?

Ma materialmente? Materialmente si commenta questo post qui sotto, scrivendo la propria previsione e usando un nome in cui vi possiate poi riconoscere (lo farò io per primo, giocando per fare un esempio). Oppure scrivete la previsione in una mail e la inviate a posta@trivigante.it e pubblico io. Stavolta non ci sono soldi in ballo, non si paga e si può giocare tutte le volte che si vuole, abbiate solo considerazione del me del futuro che nella grotta elettorale domenica notte spoglierà le schedine giocate.

Cosa si vince? Non si paga e si vincono ricchi premi: quarantanove milioni di euro (ma bisogna andare a pigliarseli in Russia); un week-end con Mario Draghi a cercar funghi senza però parlare di politica; una testata nucleare tattica da usare a proprio piacimento a seconda di come la si pensi; una bottiglietta da mezzo litro di gas – premio più ambito – per affrontare l’inverno; una cena a Windsor con la reg… ah no, una seduta di massaggio corporale effettuata dalle cicciose mani dell’iroso Carlo terzo. Insomma, mica male, no?

Le ultime cose: qui c’è la schedina in pdf, se volete stamparla, conservarla, studiarla con calma, inviarla, farne quel che vi va. Per qualsiasi controversia, l’Ufficio Politico di trivigante (UPdt) ha a disposizione una vasta schiera di assassini prezzolati. Se avete domande, chiedete, i commenti servono anche a cazzeggiare.

L’ultima volta, 2018, le schedine erano settantadue, sarebbe bello farne di più. Io attenderò i risultati elettorali seduto su una spiaggia di Ostenda, che non si sa mai e son già pronto. Che dire? Buon gioco a chi vorrà e speriamo non vada troppo male di là, nel reale. Nel mentre, tra le tante, vi invito a giocare con considerazione una tra le partite più appassionanti: Italexit per l’Italia contro +Europa, un dentro-fuori programmatico proprio niente male.

minidiario scritto un po’ così di un breve giro in una fine estate elettorale: cinque, dissuasori, acque al terzo piano, contemplazioni, un altro omaggio, conclusione

Gubbio ha una magnifica balconata sulla valle, la piazza principale, piazza Grande appunto, tra la cattedrale e il palazzo dei Consoli, si regge su archi enormi che reggono da secoli questo enorme terrazzone che tanto dà sulla valle quanto è visibile da essa. E fa signoria, comune, potenza e ricchezza, senza dubbio. Che fa, dico io, il viaggiatore errante dell’Europa quando arriva in piazza Grande? Contempla dalla balconata, ovvio. O, almeno, vorrebbe. Perché sul parapetto la lungimirante amministrazione ha piazzato un’ottupla fila di spuntoni mortali antipiccione che impediscono ogni contemplazione appoggiata e che darebbero del filo da torcere anche a truppe di lanzichenecchi all’assalto da fuori.

Come rovinare un contesto armonico ispirato alla bellezza. Nel palazzo sono conservate le tavole eugubine, le stele di Rosetta dell’umbro antico, che hanno permesso la decifrazione della lingua locale e come dimostrazione di grandezza al terzo piano, terzo!, hanno piazzato una fontanona di quelle da piazza nel bel mezzo di un salone, per far vedere ai foresti che loro l’acqua corrente la sapevan spingere fin su su, e dici niente.

Individuato un norcinaio di soddisfazione, mi faccio imbottire un panino di salume locale, formaggione e patè di tartufo che qui ci si lavano i denti e vado a sedermi nel teatro romano che, nella piana, offre la visione scenografica della piana e della gola del Bottaccione. Il cielo corre, si apre e chiude che è una meraviglia e io per oggi non potrei chiedere di meglio, davvero.

Avrei potuto essere qui per vedere Plauto duemiladuecento anni fa, non sarebbe stato molto diverso. Mi sarei trovato in mezzo a persone come me, impegnate a pensare al futuro, al passato, allo scopo di tutto, con la sola differenza delle bollette elettriche, poco altro. Non si colgono molte differenze dal posto in cui sono seduto.
Allora mi tocca fare un esercizio di astrazione e far conto con le esigenze della vita nella realtà, il tempo che ho per star via ancora, un impegno domani, lo scorrere consueto delle cose. E poi ha cominciato a piovere. Opto per un rientro dritto ma lento, piglio la statalina che passa dal Parco Regionale del Sasso Simone e Simoncello, parallela alla E45 che ho fatto per venire ma più su, in cresta, ed enormemente più curvosa, e salgo, in direzione San Leo, San Marino, Romagna insomma. A tratti son solo boschi, nemmeno una casa in vista, qualche cantoniera qua e là, zone da linea gotica e da partigiani nella neve.

Bellissime, anche qui vorrei andare a piedi per giorni e giorni. Ma vado dritto, voglio dare un’occhiata a San Leo, quella rupona impressionante col castello sopra che si vede passando verso la riviera romagnola, quel castello della prigione di Cagliostro, e poi voglio passare da Novafeltria. È per un altro omaggio, più recente, quegli occhialoni rossi che lo contraddistinguevano e che oggi, sulla tomba, fanno tanto facciona da pareidolia.

Signore, è stata una svista, abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista. Sì. Poi piglio su per davvero e vado verso casa, perché bene così. È stato un bel giro, quattro giorni pieni di cose e luoghi, Ravenna, Cesena, Caprese, Anghiari, Sansepolcro, Città di Castello, Umbertide, Frasassi, Gubbio, San Leo, un bel ritmo e una vera immersione tra l’appennino romagnolo, toscano, marchigiano e umbro, in una delle zone più belle del paese. Sarebbe servito più tempo, servirebbe più tempo per ogni cosa, per la vita stessa, va bene così. Ora vanno bene anche le commissioni di casa, ho ristabilito un po’ di equilibrio, per un po’. Non durerà molto, mi conosco, ma adesso sono in ordine e la testa è piena di idee e fantasie, mi sono abbeverato e nutrito, mi serviva. Via, anche a finire tardivamente questo minidiario, non è che sono tornato ora.

Ah, sono poi ripassato alla biblioteca malatestiana, non potevo lasciar la cosa sospesa, non ci avrei dormito. Sempre commovente, che posso dire più che: «andateci»? Niente, appunto, lei sta lì ed è indifferente se noi ci si vada o meno.


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fare la coda è decisamente il primo sport inglese

Questa è la coda per vedere il feretro della regina. Al momento, alcune miglia, trenta ore di coda, a ritroso da Westminster Hall. Tra le tante cose che fatico a capire, questa: come si fanno a fare trenta ore di coda? Cioè a un certo punto ci si addormenta e qualcuno resta sveglio per spostare le persone avanti? Si ha un cambio? Si affittano codisti?
Non farei tre ore di coda nemmeno per vedere Odino in persona o il Re dell’Universo.

Vivi.