Hydrangea. Gron. virg. 50.

E poi capita la fortuna che un’amica mi porti da una sua amica che è appassionata di ortensie, così che io scopro, altra fortuna, che le ortensie non solo solo un modello con quattro colori ma infinite varianti che, a volte, è addirittura difficile riconoscere come appartententi alla stessa famiglia.

I colori, poi, dipendono da mille fattori, dalla qualità della terra, dalla composizione, persino dai vicini, ovvero dalle piante accanto. Accompagnarsi bene è fondamentale in ogni contesto.

Addirittura un’ortensia bianca fatta a favo, sembra davvero quello delle api. Per poi passare a quelle ancor più strane, con un colore e una forma all’interno e una del tutto diversa all’esterno. Ogni anno, mi dicono, come per le rose ne vengono proposte nuove varianti, frutto di incroci continui. Alcune durano, altre no.

Ne sono davvero uscito ebbro, di tanto colore e bellezza. Grazie.

ancora Bologna, ancora il quattro agosto

1974, alle ore 1.30 del 4 agosto, una bomba esplose nel secondo scompartimento della quinta carrozza del treno Italicus, Roma-Monaco di Baviera, mentre transitava all’interno della galleria della Direttissima a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna.
Morirono dodici persone: Nunzio Russo di Merano, tornitore delle ferrovie, la moglie Maria Santina Carraro e Marco, il figlio quattordicenne. Nicola Buffi, 51 anni, segretario della Dc di San Gervaso (Fi) ed Elena Donatini rappresentante Cisl dell’Istituto Biochimico di Firenze. E poi Herbert Kontriner, 35 anni, Fukada Tsugufumi 31 anni, e Jacobus Wilhelmus Haneman, 19 anni. La bomba uccise anche Elena Celli, 67 anni e Raffaella Garosi, di Grosseto, 22 anni. Silver Sirotti, invece, non era stato coinvolto nell’esplosione. Aveva 24 anni ed era stato assunto dalle Ferrovie da dieci mesi, stava svolgendo servizio sul treno quella notte e, quando vide le fiamme in galleria, impugnò un estintore e incominciò a estrarre i feriti. Rimase anche lui bloccato tra le fiamme. Fu decorato con la medaglia d’oro al valor civile. L’incendio rese irriconoscibili molti corpi, tra cui quello di Antidio Medaglia, 70 anni, che venne riconosciuto dalla fede al dito.

L’attentato fu subito rivendicato. Fu fatto ritrovare un volantino di Ordine nero che proclamava: “Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti“.
Poi qualcuno fece il nome di Tuti, qualche pista portò poi a Gelli (Arezzo è vicina), al SISMI e così via. Facile indovinarne la conclusione: nessun colpevole individuato.

Questo è un post di dieci undici dodici tredici anni fa. E la cosa tragica è che non fa nessuna differenza.

ancora Bologna, ancora il due agosto (e son quaranta)

Ora, con la condanna a gennaio di Cavallini per aver aiutato gli esecutori materiali Fioravanti, Mambro e Ciavardini, sappiamo molto della strage.
Sappiamo molto anche di coloro che depistarono, Gelli e Musumeci, Belmonte e Pazienza, lasciando perdere chi, ogni anno, non si faceva mai mancare il piacere di dire qualche volgare stupidaggine interessata sulla strage, schifosi.

Dei mandanti non molto, diciamo che mancano i nomi ma gli ambienti e i moventi sono chiarissimi, in realtà si potrebbero anche fare dei nomi senza andare troppo lontano: Gelli, Ortolani, D’Amato, Tedeschi, Bellini. Un processo è ancora aperto, perché gli imputati sono vivi: l’ex carabiniere Segatel, l’ex generale dei servizi segreti Spella e Catracchia, che salta fuori di nuovo in via Gradoli a Roma, tutti accusati di aver intralciato le indagini.

Per far memoria di questa strage bisogna – anche – pensare a sé, oggi: mentre si parte per le vacanze, o per una fine settimana, in un autogrill, un casello, un luogo qualsiasi, una stazione, appunto. Gli ottantacinque di Bologna sono io, oggi, ogni giorno e ogni anno ai primi di agosto. Ma bisogna provare a immaginarlo, mentre oggi si fa una cosa qualsiasi, comprare un giornale o fare la spesa al supermercato, all’improvviso scoppia tutto. Ed è finita.

il CML

Trovate eccitante un fronte caldo che sfiora un’isobara? Il meteo è la vostra passione e cliccate refresh ogni cinquanta secondi per sapere se pioverà tra le 14:23 e le 14:28 di oggi? Se avete la fortuna, stavolta sì, di essere lombardi, ho una cosa per voi: il Centro Meteo Lombardo.
Il CML è un’associazione culturale per la promozione dello studio della climatologia che si occupa, tra l’altro, delle previsioni del tempo sulla Lombardia. Utilissimo il loro radar delle precipitazioni, mi ha salvato molte volte da docce intense in motoscurreggia, utile il loro sito e i servizi offerti ma la cosa migliore per cui vale la pena seguirli è il loro canale telegram.
Stante la loro ottima condotta – non inviano nulla dopo le 23, scrivono solo in caso di avvisi urgenti etc. – i testi sono spassosi: «Good Morning, Val Cambogiana» è il saluto dell’altro ieri (in Lombardia fa particolarmente caldo in questi giorni), non male anche la dissuasione di ieri con «sia chiaro: mettetevi il cuore in pace perché tanto domattina sarà ancora più caldo e afoso di oggi» e la previsione cronologica come si trattasse dell’arrotino in bicicletta, «Orari? Teoricamente dalle 20 alle 23, ma molta attenzione perché in questi casi in cui la forzante è relativamente debole non è possibile stabilire orari precisi. Potrebbe anche tardare un po’».
Non sono concisi, questo no, anche perché a volte non li si sente per parecchio, per fortuna allegano sempre anche un’immagine spiegona:

Ma, come ho detto, i testi restano il meglio. Come la memorabile chiusa dell’altro ieri:

La cosa meravigliosa di questo ennesimo pippone è che il meteo ha sempre e comunque l’ultima parola, quindi stasera – per capriccio – potrebbe anche non combinare nulla. Tuttavia l’eccezionalità delle condizioni al contorno ci (vi) impongono la massima attenzione.

Che dire? Grazie, CML. Diffondo e sostengo, chinandomi deferente.

un luogo esperienziale

E poi ogni tanto tocca scendere negli abissi. Stavolta, nel profondo della mente del comunicatore che, per consulenza, ha immaginato la nuova linea comunicativa degli interni di Autogrill. Arrivato a un certo punto, si sarà chiesto che fare col cesso. Come renderlo attrattivo ed elegante? Come adeguarlo al resto? Come enfatizzare l’esperienza togliendo l’urina?

Vualà, fatto. Bastava così poco, in effetti.
O forse no, il lavoro non era finito. Serviva ancora dare al banco delle pizze un dettaglio grafico rassicurante, che trasmettesse confidenza e vicinanza, le pizze scelte dall’esperto sono davvero buone perché scelte con professionalità ed esperienza. E chi meglio del?

Un’ottima idea dopo l’altra. Considerando poi che l’autogrill resta quel posto dove mangi una rustichella e ti chiedi il resto del viaggio perché l’hai fatto.

vette altissime di politica italiana: il caso Bugliano

Andrea Bocelli, il cantante lirico non vedente chiamato a cantare in una piazza Duomo deserta a Milano durante il lockdown, ha dichiarato qualche giorno fa, al fianco di Salvini: «Io conosco un sacco di gente, ma non ho mai conosciuto nessuno che fosse andato in terapia intensiva, quindi perché questa gravità?».
In risposta all’improvvida dichiarazione del cantante, il sindaco di Bugliano, dott. Fabio Buggiani, ha comunicato che la cittadinanza onoraria conferita ad Andrea Bocelli è stata ritirata. Ecco la lettera:

Apriti cielo, i leghisti danno di matto. La Padania, per esempio:

Il caso monta e io, come molti altri, sono a dir poco estasiato. Perché quell’accenno del sindaco, dott. Fabio Buggiani, al «convegno di idioti» e la decisione, elegante, di cambiare la serratura piuttosto che chiedere indietro le chiavi della città a Bocelli, sono vette irraggiungibili di genio.
Ma niente a che vedere con il genio ancor più grande: Bugliano, serve dirlo?, non esiste. E ora chi lo dice a buona parte della stampa italiana e soprattutto ai leghisti? E poi: si deve dimettere il sindaco di Bugliano, dott. Fabio Buggiani?

minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo del contagio: giorno nove, ritorno

Con ritardo, eccomi. Sono tornato, più di dieci giorni fa, il diciassette, ma non ho dato conclusione al minidiario. È ora di farlo. Persino troppo facile dirne male ma se la colpa è di Trenitalia perché nasconderlo? Forse per non essere tacciato di pregiudizio nei loro confronti? Ma io lo ammetto, ho il pre-, il durante e il post-giudizio nei confronti di Trenitalia: dopo otto giorni di treni di ogni nazione, compagnia e colore, tutti mediamente in orario e secondo promesse (quello che c’è scritto sul biglietto), il viaggio di ritorno è stato più complicato del previsto. Bene la minitratta Worms-Mannheim, ferrovie tedesche, e quando si è trattato di prendere il treno da Mannheim a Milano (tratta interessante, il Milano-Francoforte, peccato per la gestione Trenitalia) ci ho messo poco a capire che non era il treno atteso. Infatti, si trattava di un treno tedesco in sostituzione di quello italiano, rotto, con destinazione Basilea. A Basilea, treno locale fino a Lugano, da lì altro localone per Milano, senza farsi mancare una bella sosta di un’ora a Monza per «rottura del materiale rotabile». E non solo, la rottura. Comunque, quattordici ore di viaggio in cambio delle sette promesse, treni locali al posto di eurositi. Rimborsi? Manco a parlarne. Che la cosa è minimamente accettabile se uno parte per la vacanza ma se torna mica tanto.
Perché, dunque, racconto queste piccolezze di treni mancanti e sostituiti senza avviso? Perché è sempre un po’ la stessa storia che si ripete: là fuori, intendo in Europa centro-occidentale, per un sacco di motivi vivono meglio di noi. Poi possiamo discuterne, e parecchio, ma per quanto riguarda l’efficienza dei servizi di base, la cortesia, il rispetto e la correttezza delle aziende verso il cliente, la chiarezza della comunicazione, non c’è partita. Poi è chiaro che uno, vivendo in Italia, si adegua e nulla è insopportabile ma quando capita di fare il confronto è davvero un po’ umiliante. Vabbè, solita solfa. Anche le gommosità nei distributori automatici hanno, loro. Mmm.

Dice il proverbio lucchese:

Hai voglia di girare il mondo e rigirallo,
se parti ciuco non tornerai cavallo.

Com’è vero. Non sono tornato cavallo però, però sono tornato un pochino meno ciuco, perché qualche cosa ho visto, qualcosa ho imparato, ho ascoltato qualcuno e due domande me le sono fatte. Ciuco resto, chiaro, ma non quanto lo sarei rimasto stando a casa. Forse, almeno, ciuco più riposato e rilassato e con qualche chilometro in più nelle zampe. Nel vastissimo campo delle riflessioni sul viaggio, migliaia di anni di speculazione sul tema, per le quali è inutile andare lontano o, addirittura, è inutile andare proprio, perché alla fine uno porta in giro sé stesso, con la propria testa, cuore e gambe (detta meglio: «Perché ti meravigli che non ti giovino io viaggi? Tu porti in ogni luogo te stesso; ti incalza cioè sempre lo stesso male che ti ha spinto fuori», per citarne due dico Socrate e Orazio), devo dire che mi ci riconosco fino a un certo punto: il bello del mio andare in viaggio e che ci vado con la versione migliore di me. La versione curiosa, aperta, spensierata o quasi, la versione che si muove e non vorrebbe mai fermarsi, la versione disponibile al dialogo, paziente e gentile, nei limiti del possibile. Questo mi piace, mi piace anche che i muscoli vadano meglio di giorno in giorno, il fiato pure, più si cammina e meglio è, più peso si porta e… no, quello no. Il movimento riequilibra tutto, porta sonno buono, fame giusta, stanchezza corretta.
Non vedo l’ora di ripartire. E di tenerne memoria per chi ne avrà voglia. Per ora devo ringraziare tutti coloro che hanno dato una scorsa, una fugace vista, una lettura attenta, un commento, un riscontro, una parola di ritorno, mi hanno riferito di una risata: grazie. Io ho buttato giù di giorno in giorno, di panchina in panchina, spero di essere riuscito a trasmettere la necessaria leggerezza per raccontare un piccolo viaggio di esplorazione ai tempi della pandemia mondiale. È stato un rimedio ai mesi chiusi in casa, ai pomeriggi a guardare la mappa e fantasticare, mettere i segnalini e guardare le fotografie. Cosa succederà nei prossimi mesi? Saperlo… Di sicuro bisogna approfittarne finché si può, godendone sinceramente, senza quell’aria da schiaffoni che impera al momento fatta di foto in posti da sogno e commenti del tipo: «eeeh, quest’anno Italia…» con tono rassegnato. Maandéadaviàlcul.
Mi ripeto ma per sincerità: grazie a chi c’è stato in questi otto giorni. E grazie a chi vorrà condividere qualsiasi cosa in futuro in modo reciproco, ne sarei contento.
E ora, via con la vita normale: pagamento TARI, oplà. Le cose di trivigante continuano, i viaggi tra un po’.

gli altri giorni: zero | uno | due | tre | quattro | cinque | sei | sette | otto

minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo del contagio: giorno otto, Germania

Ultimo giorno. Da Coblenza a Worms, «Dieta» e «Concordato», via Magonza, che vuol dire Gutenberg e la stampa a caratteri mobili. Il percorso è sempre lungo il Reno, stavolta in discesa – e qui lo devo dire, mi sono trattenuto finora a fatica: il Reno va da sud a nord; ma come fa? In salita? – e lungo quello che è solitamente chiamato il «Reno romantico», perché fatto di paesini sul fiume, dolci colline con vitigni e celebrato dalle opere dei poeti tedeschi e dei pittori inglesi. Io oggi lo vedo così:

Ahhh, romantische. Beh, meglio così, si accorda di più al mio umore di oggi. Mentre, ormai, non ho più molto da dire sulla gestione del covid-19 in Germania, perché quello che avevo da raccontare è detto, leggo qua e là altre notizie sull’Europa e mi interessa sempre il caso svedese. Come è noto, la Svezia ha fatto una scelta razionale all’inizio della pandemia decidendo di non optare per misure rigide di lockdown, sia per una questione culturale – nei paesi nordici e in Svezia in particolare è molto forte il concetto per cui lo Stato è al servizio dei cittadini e non può e non deve limitare in nessun caso le libertà individuali, tanto meno avere un atteggiamento paternalistico come spesso accade da noi – sia per una questione economica, ovvero per provare a non deprimere l’economia delle piccole aziende e negozi. Certo, poi la Svezia è un caso particolare, con circa dieci milioni di abitanti concentrati in una sola grande città e poi molto isolati tra loro nel resto del paese. Ho notato un certo piacere in tutta la stampa europea nel sottolineare come l’andamento dei contagi e dei morti in Svezia non andasse per niente bene e come la scelta fatta fosse, in sostanza, sbagliata. Ora, a parte che i conti andrebbero fatti alla fine, perché è abbastanza comprensibile come le cose da loro possano essere accelerate rispetto a noi che ci siamo chiusi in casa, ma in ogni caso la valutazione generale e diffusa è che si sia trattato di un approccio sbagliato, complice anche il fatto che il loro ministro della sanità ha ammesso a un certo punto che si aspettavano un numero inferiore di decessi. Dopo aver sottolineato che non ha detto di aver sbagliato ma, semplicemente, che si attendevano risultati diversi, ora la loro situazione è questa: quasi 75mila casi di contagio da coronavirus, con più di 5.500 morti. E questo è il disastro svedese, secondo quasi tutti i commentatori. Va bene. Sarò tendenzioso, e lo sono, ma a me un territorio di dieci milioni di persone fa venire in mente un’altra cosa. Sì, la Lombardia. E come sono i numeri della Lombardia? Quasi 95mila casi di contagio e quasi 17mila morti. Ah.
Beh, ma questi sono i conti della serva, sono certamente due situazioni chiaramente molto diverse.
Tornando a Worms, tra i numerosi accadimenti della Storia avvenuti qui uno memorabile è l’incontro tra Carlo V, imperatore che torna sempre bene o male nelle storie di queste zone, e Lutero. Convocato alla presenza dell’imperatore per meglio spiegare le cose che andava dicendo sulle indulgenze e i malcostumi della chiesa romana, il frate ribadì le proprie tesi e confermò, anzi, che sarebbe andato avanti con la propria traduzione della Bibbia e con la scrittura delle proprie argomentazioni. Certo, già sapeva di godere della protezione del principe elettore di Sassonia, il più potente tra tutti, ma non dev’essere stato comunque semplice dirlo all’imperatore, a corte spiegata. Se il pensiero corre a Galileo, bisognerebbe tenere conto che Lutero non era a Roma, nell’occhio del ciclone, dove l’avrebbero volentieri gratinato senza pensarci due volte. Ecco, l’incontro tra l’imperatore, la corte e Lutero avvenne nell’aula del palazzo che si vede nella foto qui sotto:

E grazie, prima i francesi nel 1689 distrussero parte della città e poi gli alleati completarono il lavoro nel 1945 radendo al suolo tutto il centro medievale, risparmiando solo la cattedrale. Sorte peraltro comune a quasi tutte le città tedesche, a parte pochi rari casi non toccati dai bombardamenti, come per esempio Tubinga.
Domani piglio il treno e torno a casa, dove mi dicono che hanno finalmente tolto l’obbligo di mascherina all’aperto, deo gratias, e ci sarà modo, fin da domani, per trarre qualche conclusione in merito a questo breve giro di esplorazione dell’Europa ai tempi della pandemia. Di sicuro, la sensazione di stare a bordo della locomotiva d’Europa – che sarebbe la Germania e non la Lombardia – è forte, perché non avverto grosse manifestazioni di crisi economica, anche se il PIL è in discesa, ed è ancor più forte quando faccio un bancomat e la macchinetta mi sputa un bigliettone da cento euro nuovo nuovo anti-falsificazione come da noi non ne avevo ancora visti. Ed è un bel po’ che sono sul mercato, da noi i bancomat offrono solo i venti euro o giù di lì. Qualcosa vorrà dire. E ho visto più di una volta pagare conti con banconote da duecento (davvero? esistono?) e due volte da cinquecento. Il fine economista che c’è in me dice che questo qualcosa vuole dire ma non è il caso di dirlo proprio ora.

Bene, ci sentiamo domani, magari, o a breve e grazie a tutti quelli che hanno seguito e non si sono manifestati. Ancor più grazie a chi, invece, ha deciso di farlo. Servono sempre riscontri, anche negativi, perché se no uno non prende le misure, ma se qualcuno mi dice che si è divertito, come è successo, a me fa immensamente piacere e dà senso a tutta la faccenda. Ora sono quasi le sei e io mi devo sbrigare ad andare a cena, altrimenti resto fuori e mi tocca mangiare gli orsetti gommosi che, iddio li benedica, in albergo mi hanno messo sul cuscino come benvenuto. Grazie, signori della civiltà gommosa e, dunque, superiore.

gli altri giorni: zero | uno | due | tre | quattro | cinque | sei | sette

minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo del contagio: giorno sette, Germania

Prendo la piega del ritorno, in senso ampio, e quindi compio un triplo salto ferroviario: da Lovanio a Liegi (che squadrone lo Standard Liegi quand’ero ragazzino, insieme all’Anderlecht… e vogliamo parlare della Liegi-Bastogne-Liegi?) a Colonia, altra frontiera, a Coblenza, più a sud mantenendo lo stesso lato del Reno e costeggiandolo di nuovo. Coblenza – in Italia fino agli anni Venti chiamata «Confluenza» – è nota per essere, appunto, alla confluenza tra la Mosella, bellissimo fiumone che nasce dai Vosgi in Francia, e il Reno. Il posto, va da sé, è incantevole: chiunque fonderebbe una città alla confluenza di due grandi fiumi. Figuriamoci, le abbiamo fondate su ogni fiume utile, quando ce ne sono due è irresistibile. Ci penso, mmm, città sulle confluenze… vediamo: Lione, vincitrice su tutte, facile. Poi? Beh, Belgrado, altra confluenza notevole. Altre? Non le so, ricordo si sia detto qualcosa su Wuhan, sempre quella, ma non ci metto la mano sul fuoco. Eccola, la confluenza di Coblenza, la conflublenza.

Bello è bello, infatti il luogo è abitato pressoché da sempre, età del bronzo, poi incastellato dai Romani, sempre ansiosi sul confine del Reno, poi dai nipoti di Carlo Magno che proprio qui decisero la spartizione dell’Impero e così via, fino alla Germania moderna. Che per celebrare la bellezza del luogo e l’amenità dei vitigni sui dolci pendii della valle del Reno hanno ben pensato di piazzare cinquemila sobrie tonnellate di bronzo e pietra per celebrare il Kaiser, proprio alla confluenza (è da dove ho fatto la prima foto).

Ben fatto, cari. Erano poi così convinti della bontà della scelta che nemmeno il fortunoso colpo di culo di un bombardamento alleato che ha distrutto la statuona li ha fatti desistere: ci hanno messo un po’, hanno fatto colletta, ma la statua l’hanno ricostruita. Identica. Peccato, non saper cogliere le occasioni.

Una delle cose belle da far sul Reno è guardare le chiatte. Enormi, lunghissime, alcune sono addirittura doppie perché ne hanno agganciate due insieme e raggiungono tranquillamente i centocinquanta metri, trasportano carbone, petrolio, container, gas, e hanno sempre su una o due auto perché una volta a destinazione i piloti tornano indietro e prendono un’altra chiattona. Con gli opportuni giri, dal delta del Danubio verso ovest, si può fare dal mar Nero a Rotterdam tutto via fiume con questi bestioni, o quasi. Una volta a Norimberga, più di dieci anni fa, avevo conosciuto un simpatico rumeno che faceva questo lavoro e mi aveva pure invitato a fare il giro con lui. Io, allora, declinai l’invito e a volte ci penso, un po’ mi sarebbe piaciuto farlo. Forse, invece, ho fatto bene a non accettare, perché sarei magari finito a far da preda a una battuta di caccia in Serbia, chissà mai. Il Reno fa delle enormi e placide anse, però ne fa tante, e per far curvare le chiattone bisogna impostare la curva alcuni chilometri prima e prenderla in derapata, se così si può dire. Curvi a Cremona per girare a San Benedetto Po, per spiegare.

Un’amica molto cara mi ha fatto gentilmente notare che questo mio guardare le manovre delle chiatte sul Reno – cosa che sto facendo proprio ora mentre scrivo e cosa peraltro di famiglia perché piaceva molto anche al mio papà – è solo una variante più sofisticata del guardare il cantiere sotto casa. Ho colto l’allusione di genere e sull’età. Puntualizzo che però, a mio scagionamento, io non ho l’abitudine, ancora, di gridare ai piloti delle chiatte che no, secondo me non si fa così. O guardarli con sufficienza perché io lo saprei far meglio. Non mi pare, non ancora. Io li guardo con l’ammirazione che avevo a cinque anni per i piloti delle ruspe o dei treni, sì, preferisco mantenere la visione poetica dell’infanzia, scelgo quella. Gira, bello, gira, che devi girare ora, mica dopo.

Questo discorso mi porta dritto dritto a una cosa che non mi aspettavo di Coblenza: è un luogo turistico, questo lo immaginavo, il clima è piacevolissimo, mai troppo caldo, è ben servita, ben organizzata ed è, come dirlo?, la Villa Arzilla di Germania, la Florida tedesca, la Cocoon del centroeuropa, insomma l’età media è senza esagerare cinquemiladuecento anni. Anziani, anziani ovunque, ribaldi e prepotenti, con i cappelli a punta dell’esercito guglielmino o con enormi birre in entrambe le mani, spadroneggiano dappertutto. Ed è il loro luogo, è fatto su misura per loro, basti a testimonianza che non c’è il bike sharing ma il Comune mette piuttosto a disposizione i deambulatori gratis. I girelli, li prendi dove vuoi e li molli dove puoi. Come a Parigi e in tutte le capitali ci sono i monopattini, qui ci sono i girelli. Cadauno due foto se no, come me, non ci credete.

Ho un po’ paura, girano in gang e sembrano piuttosto aggressivi. In Germania, poi, non so a voi ma a me se capita di vedere persone davvero vecchissime con gli occhi azzurri penso invariabilmente ai nazisti scampati o nascosti, tipo quelli processati a novantanove anni perché responsabili del campo di Treblinka o cose così. Man mano che passa il tempo la cosa diventa sempre più improbabile, mi rendo conto, ma il pensiero resta. Tutta questa concentrazione di anziani, invece, mi pone un problema, quello della cena. Spiego: uno degli inconvenienti del viaggiare da soli è che nei luoghi turistici capita spesso che non diano il tavolo a una persona sola. Perché salta un coperto, chiaro. La prima volta mi capitò a Firenze, dove i ristoratori sono proprio arroganti, e poi in altre località, anche a Spira qualche giorno fa. Di solito, aggiro la cosa andando a mangiare prima. La cosa è però agevolmente fattibile in Spagna, a Napoli, a Palermo, ovunque si mangi tardi, ma in Germania non sono noti per le cene notturne. Bene, devo anticipare notevolmente. Ma se sono pure in un luogo pieno di anziani, dediti com’è noto alle cene diurne, devo anticipare sull’anticipo, il che vuol dire che – adesso sono le sei meno un quarto – io tra mezz’ora al massimo devo essere già con le gambe sotto il tavolo. Forse è già tardi. Mi guardo attorno. Dove sono tutti i vecchi? Cacchio, sono già tutti andati, maledizione. Niente, devo andare, troverò i parcheggi dei ristoranti tutti pieni di girelli, accidenti a loro. E poi mi tocca andare a letto alle otto. Bene, molto bene. Mi vendicherò, sappiatelo.

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