minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 80

Cominciamo con l’amenità del giorno che ben aiuta a intuire i prossimi sviluppi politici della gestione della pandemia in Lombardia: Italia viva, che è Renzi per chi non è avvezzo, in Giunta per le immunità del Senato non ha votato alla richiesta dei magistrati siciliani di rinviare a giudizio Salvini per la faccenda Open Arms, dando il proprio contributo a respingere la mozione. La motivazione ha un che di opinabile, «Salvini non era il solo responsabile», ma tant’è, non è nemmeno l’aspetto peggiore. Prontamente, Lega e Forza Italia ringraziano votando come presidente della Commissione di inchiesta che dovrà far luce (ahah) su eventuali responsabilità politiche nella gestione dell’emergenza coronavirus in Lombardia tal Patrizia Baffi. Ora l’indovinello: di che partito sarà mai la Baffi? Esatto. Nota già al pubblico per essersi astenuta al voto di sfiducia contro l’assessore Gallera, si è espressa pubblicamente in favore di Fontana più volte, ne riporto una. Ex-PD, ora renziana, ha lavorato pure in una RSA come amministrativa – ma la cosa non avrà alcun esito – e considerando l’affetto e la fiducia manifestate per Fontana e Gallera, sommando il fatto che è eletta dalla Regione in una commissione con i voti della maggioranza, Lega e FI, posso pronosticare senza grandi incertezze un sereno avvenire per i due dementi criminali alla guida della Regione e per il partito. Nel solco della tradizione come piace ai lombardi, già affezionati protettori di Formigoni, compromesso solo alla fine, quando non c’erano più né santi né protettori. Sciocco io a pensare che quindicimila morti sarebbero stati un motivo sufficiente per cercare giustizia.

(Niels Christian Vilmann/Ritzau Scanpix via AP)

Quanto dovrà durare, mi chiedevo, questo minidiario? Ovvero, quali fatti decreteranno la fine della situazione che mi ha spinto a iniziare a scriverlo (dando ovviamente per scontato che l’attuale trend di miglioramento prosegua)? Perché siamo all’ottantesimo giorno e, tolti i primi cinque in cui non ho scritto, siamo a settantacinque giorni filati, o quasi. Non credo di aver mai fatto una cosa per settantacinque giorni, a parte esistere, sono più di tre Tour de France consecutivi, per dire la costanza. La spinta iniziale è stata il pensiero di dover documentare una situazione inedita e inimmaginabile da chiunque di noi, i cui sviluppi erano davvero difficili da ipotizzare ai primi di marzo, e di ricordarne le diverse fasi, perché non era difficile comprendere che ce ne saremmo rapidamente dimenticati. Se mi dovessi attenere al fatto scatenante, e di conseguenza al titolo di questo minidiario, teoricamente dovrei smettere al termine dei «giorni di reclusione» in senso ampio, direi a libertà di circolazione ristabilite. La stessa numerazione dei giorni è a partire all’istituzione della zona rossa in Lombardia, quando i confini furono chiusi e noi dentro, insieme. Potrebbe essere il 3 giugno, quindi, o più probabilmente come da più parti si suggerisce, due settimane dopo. Perché, mi faccio due conti, se la costante del minidiario fosse la pandemia, starei fresco: sei mesi? un anno? due? Chi lo sa quando smetteremo la mascherina definitivamente. Tutti, intendo, perché alcuni già l’hanno fatto, direi. Sì, il fatto potrebbe essere la fine della reclusione, a possibilità riacquisita di andare, che so?, in Norvegia, per dire una possibilità del tutto teorica. In fin dei conti, i dottori e gli infermieri cubani sono tornati ieri a casa, i russi e gli albanesi sono già andati, possiamo dire che la fase acuta è, per ora, alle spalle. Questo naturalmente non significa che non ne parlerò anche dopo, significa solo che – ripeto: se le cose vanno come dovrebbero andare – passerò a una narrazione diversa. E non escluderei che del minidiario ve ne sia un’edizione autunnale, magari ampliata e approfondita, stiamo a vedere. Spero di no, chiaramente, spero di fare il minidiario del fanculolalombardia, io vado in Norvegia. Per dire, che poi magari è Chioggia.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 79

Ci sono qua e là alcuni episodi di assembramento, riportati dai media con grandi enfasi perché in questo paese ci piace moltissimo puntare il dito sugli errori degli altri, tralasciando con incuranza i propri, dei quali episodi non sono nemmeno sicuro della consistenza: millecinquecento a Brescia, qualche migliaio a Milano e altrove, tutti incriminati per movida e assembramento. A Torino invece ci sono le frecce tricolori e le persone si assembrano eccome ma lì la cosa, evidentemente, non conta. Faccio presente, per fare qualche calcolo del salumiere, che l’uno per cento della popolazione lombarda sono centomila persone e qui siamo molto ma molto al di sotto di quel numero, siamo a poche migliaia distribuiti sul territorio. Quindi, da un lato c’è un novantanove virgola rotti che prende le misure in modo sostanzialmente serio e rigoroso e uno zero virgola che ogni tanto a certe ore e in certi luoghi un po’ si assembra. E allora? Se partissimo ora in cento per raggiungere la Russia a tappe forzate allo scopo di invasione (è un esempio inventato, eh), uno che si distrae e si perde per la strada lo devo mettere in conto, sarei un pazzo a non farlo. Altro che uno, a dire la verità, imporrebbe il realismo. Ecco, qui siamo ai mezzi che tanto piacciono a Gallera, nemmeno, a ben meno di una unità percentuale. Ma è una cosa sulla quale piace a tutti fare casino: ai sindaci, che si riscoprono sceriffetti e chiudono, impongono orari, si lanciano in sermoni; alle persone a casa davanti alla televisione o ai giornali che si lanciano in strali contro i presunti colpevoli, sia perché loro stessi non hanno occasione di assembrarsi, brutta bestia l’invidia, sia perché si tratta in prevalenza di giovani e allora il paese, che è anziano di natura, si lamenta e conciona; agli amministratori, che non vedono l’ora di regalarsi visibilità prendendo qualche misura strampalata, come quella dei sessantamila «assistenti civici» incaricati di andare a rompere le palle agli assembrati, tipica iniziativa grillina come i «navigators» senza che il Ministero dell’Interno ne sia al corrente. Che, poi, dico: abbiamo appena svuotato le terapie intensive, perché voler riempire le ortopedie?
Una tra le cose che mi stanno più sulle palle, pardon la volgarità, è il paternalismo insito in questo paese: riapriamo ma vi dovete comportare bene; lasciamo le cose alla responsabilità dei cittadini; un vecchissimo spot che diceva: «divertirsi sì ma con la testa». E poi subito pronti a salire in cattedra non appena uno, anzi meno di uno, non dico sgarra ma non mantiene la distanza. Che poi, se lo si fa durante le conferenze stampa di Regione Lombardia è legittimo e senza rischi, se durante il volo degli aerei dello Stato va bene, al bar no. Sia chiaro: o si può fare o non si può fare, punto. Non: si può fare ma io ti guardo e ti dico se lo fai bene. Eh no. Il messaggio è schizofrenico, da un lato bisogna tornare nei bar e nei ristoranti altrimenti la nostra economia schianta e dall’altra parte no, bisogna farlo a determinate condizioni. Ci si perde nelle golene di un fiume, perché in un nulla diventa: se lo faccio io va bene perché io lo faccio bene e se lo fai tu no, perché tu non usi la testa, giochino tipico della mentalità anziana di questo paese (e con «anziano» non intendo mai in senso anagrafico ma di testa, le due cose non viaggiano di pari passo, vedere per esempio Salvini): lamentarsi, ripetere le cose, contrastare i cambiamenti, puntare il dito contro gli altri, meglio se giovani o persone libere. Se i bar sono aperti, se si possono vedere gli amici, se i metri di distanza da due diventano uno, se servono due persone insieme per contagiarne una, se si comunica in modo confuso e contradditorio, se le regole non sono chiare, allora bisognerebbe pensarci due volte prima di mettersi la stella sul gilet e andare al saloon a farsi vedere. Come altre volte, mi chiamate prima, io vi dico che i Murazzi a Torino, i navigli a Milano, piazzale Arnaldo a Brescia e così via sono i posti che daranno problemi dal punto di vista degli assembramenti, così ci pensiamo prima, prendiamo qualche precauzione e non facciamo un casino a posteriori. Perché i pulpiti e le concioni sono insopportabili, le lagne pure.

Io ormai il mio meccanismo personale di distanziamento fisico l’ho messo a punto, so destreggiarmi circa in otto direzioni per scendere raramente sotto il metro, metro e mezzo da una qualsiasi altra persona. Mi fa ridere, e vorrei essere lì per assistere alle scene, il fatto che abbiano riaperto il Duomo di Firenze dotando i visitatori di uno «speciale distanziatore sociale» (sperimentale), cioè una collanotta con uno sbrillocco in fondo che si illumina e vibra quando ci si avvicina troppo. Un flipper bellissimo, chissà che spettacolo nella penombra di una cattedrale gotica, buzz buzz, fossi lì continuerei ad avvicinarmi volontariamente per far suonare gli altri. Buzz buzz.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 78

Beh, tanto colpisce solo i vecchi. Ed è così che, tra i vecchi, se n’è andata per covid-19 anche Piera Pattani, staffetta partigiana legnanese della 182ma brigata Garibaldi, novantatreenne scampata ai nazisti ma vittima della scellerata gestione degli ospizi di questa giunta regionale. «Ai giovani dico di essere fermi e solidali e di portare avanti le idee con fedeltà ed onestà», aveva detto una volta, e un’altra aveva baciato un uomo per salvarlo dai fascisti. E come Piera, altri sei partigiani milanesi, quasi tutti rinchiusi nelle residenze per anziani ed esposti al virus: tutti morti negli ultimi due mesi. Chi colpisce, dunque? Gli anziani, certo, ma anche me, perdio. Noi, perché invece di dire minchionate di circostanza alle commemorazioni o alle inaugurazioni – perché gli anziani sono la nostra memoria – le persone bisognerebbe ascoltarle per davvero, non liquidarle per categorie. Dunque, dei pochi che ce n’erano rimasti, sette partigiani se ne sono andati solo a Milano. Sia chiaro, l’ecatombe riguarda tutte le persone morte, in maggioranza anziani, senza distinzione. Ma le persone che da qualsiasi parte hanno lottato, sofferto, spinto, sopportato per rendere migliori le condizioni di vita di tutti noi a me mancano di più, mi spiace di più quando se ne vanno. I rompicoglioni e gli indifferenti, meno.
Dei primi fanti, il ventiquattro maggio, per restare alla storia: quasi giugno e stiamo tutti aspettando di vedere se i contagi ci scoppiano di nuovo in mano oppure no. Mercoledì sera, no, giovedì nel primo pomeriggio saranno passati quattordici giorni dalle riaperture e allora sì, vedremo. Balle, questa storia l’ho già vista a fine marzo e aprile con il picco dei contagi, per vederlo ci abbiamo messo molto di più di due settimane e non è certo avvenuto quando pronosticato, anzi: non ce ne siamo nemmeno accorti. L’abbiamo capito solo quando i dati hanno preso una piega discendente convinta e per vederlo abbiamo dovuto far passare parecchio tempo. Tanto che non siamo nemmeno sicuri di cosa stiamo vedendo ora. Quindi, per favore piantarla. Le cose stanno andano abbastanza bene in quasi tutta Italia, in Lombardia perché ebbri del turbinio dei dati ieri non li hanno nemmeno comunicati, per cui non si è capito se i morti ieri siano stati zero (cioè: quelli per covid-19, s’intende) o se non siano proprio arrivati i numeri. Andiamo bene. Gallera insiste nella sua spiegazione per cui ci vogliono due persone insieme per contagiarne una, e io continuo a immaginarmi questi dui dietro gli angoli delle strade pronti ad assalire degli inconsapevoli sani, e Al Bano, che il partigiano non l’ha fatto ma lo intervistano di continuo, dice che se l’uomo ha distrutto i dinosauri ce la potrà ben fare anche contro un piccolo virus. Ha ragione, ma se conoscesse meglio la storia saprebbe che i dinosauri li abbiamo sterminati perché li avevamo messi nelle RSA. Almeno Al Bano fa il cantante e non l’assessore della sanità. Frottole.

Piove, piove forte e poi c’è il sole, limpido, fresco la sera, la mattina e all’ombra, caldo al sole, roba da metterci la firma per sempre. Sono quei giorni perfetti che durano un amen, poi sfocia nel caldo non appena ci si distrae. Lo scrivo per ricordarmi che le mezze stagioni ci sono, eccome. Cena con gli amici sì o cena con gli amici no? I più prudenti attendono di vedere come vanno i dati, i più baldanzosi arrischiano, perché se ce lo fanno fare evidentemente non è rischioso. Io credo che la fiducia nel governo, in un qualsiasi governo, intendo l’istituzione che consiglia il meglio e cui – su alcune cose, chiaro – ci si affida, sia maggiore di quanto si creda, in questi casi. A parer mio, ritengo che fare le cene non sia un’eccessiva imprudenza, se fatte come si deve, come credo che non farle non sia una felloneria, un eccesso di prudenza, siamo in mezzo a quei guadi in cui ognuno è bene che faccia ciò che si sente, possibilmente senza additare chi sceglie diversamente. Io non le faccio per il semplice motivo che mi piacerebbe farle fatte bene, cioè rilassati, senza doversi troppo preoccupare delle distanze, delle mascherine, di non toccare oggetti, posate e bicchieri altrui, com’era una volta. Capitolerò a breve, lo so, ma al momento mi piace pensare alle cene di una volta e non a quelle attuali. Che poi, se ci penso bene, non è mica vero, alcune cose mi piacciono di più come sono ora. Ne dico due. La prima è che quando telefoni a chiunque non è mai occupato, cioè non ha da fare ma ha tutto il tempo per stare, volentieri, al telefono a chiacchierare. Irripetibile, non sarà mai più così, non lo è già quasi più. La seconda sono le messe. A Chalons de Champagne hanno celebrato la prima messa in modalità drive-in, ovvero con tutte le auto allineate davanti a un palco-altare. Siccome poi il prete non si sente, la radio locale ha trasmesso la funzione in diretta e così i partecipanti hanno ascoltato dalla radio dell’auto tutta la messa. Che, volendo, uno poteva anche ascoltare «Roma 3131» e fare ogni tanto sì con la testa. Per la comunione, quattro frecce e arriva la particola al momento giusto. Amen.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 77

Oggi gita. Dal 18, perché l’ultimo decreto lo permette, è possibile girare per la regione. Ho ripreso il mio elencone mentale di destinazioni desiderate e l’ho scorso rapidamente, cinque o sei cose da vedere a portata di mano. Poi ho fatto mente locale, ho considerato che i musei sono aperti, è vero, ma richiedono prenotazione, hanno le entrate contingentate e poi non mi fa impazzire l’idea di restare al chiuso per alcune ore, al momento; i ristoranti un po’ come andar di notte, serve trovarne uno con i tavoli all’aperto per ristabilire un certo grado di soddisfazione; i bar sì, con cautela, il tutto con mascherina, attenzione alle distanze e tutto quanto sappiamo. Le chiese al di fuori delle funzioni? Boh. I castelli, palazzi, biblioteche? Boh. Non entusiasmante come prospettiva di divertimento. Più senso avrebbe andare a svagarsi sui sentieri in montagna, questo sì. Prendo in considerazione. Però si possono rivedere gli amici e, questo, basta. Sento il mio amico L., che ovviamente non vedo da prima del lockdown, e ci organizziamo per un incontro a metà strada tra casa sua e la mia, in un paesotto quasi al centro della Lombardia. Sono quasi emozionato, devo fare circa cinquanta chilometri, varcare un confine provinciale e innumerevoli, dico innumerevoli confini comunali. Quasi un viaggio intercontinentale, al momento. La macchina? Sì, ho una macchina. Dove sarà? Partirà? È a posto? Sì, dovrebbe. Oh, prendo l’autostrada, sono al limite dell’esodo estivo, della partenza intelligente, della Milano-Santamariadileuca con partenza in notturna. Mascherina, due perché se una si rompe, guanti, otto paia perché non si sa mai, caldo, freddo, cose, altre cose. Sono pronto, vado. Il bello è che solo quando rifai una cosa ti ricordi che la sapevi fare, prima no: so guidare, so prendere l’autostrada, so trovare la strada, so raggiungere il paesone. Sono contento di me, venticinque minuti di traversata transoceanica e tutto è andato per il meglio. Purtroppo è una sciocca autostrada senza autogrill, li avrei fatti tutti, un camogli dopo tre mesi è un piacere che non mi sarei negato. È una menata mettere i guanti, almeno uno, per il casello e il pagamento, per il parchimetro, per ogni interazione con oggetti pubblici – con umani non c’è rischio, non ce ne sono – e poi toglierli e rimetterli. I guanti usa e getta, di lattice o altro che siano, se infarinati dentro o meno, permettono al massimo due giri di messa e tolta, poi diventa difficilissimo, si strappano pezzi di dita, diventano di una nuance nera e si rivoltano irrimediabilmente. Ci vediamo, non ci abbracciamo. Camminiamo, parliamo, superiamo il test della temperatura, prendiamo un caffè al bar del paese, ci guardiamo attorno, il tutto ruotando sempre attorno al perno centrale che sta equidistante tra noi e che regola la distanza. Quasi un balletto, a volte: avanti-indietro, avanti-indietro, di lato tu-di lato io, indietro-avanti. Come stai? Com’è andata? Cose che sappiamo, ci siamo parlati, ma di persona si dicono in modo diverso. Pensiamo al pranzo, lui fa la coda in forneria, io dal salumiere: due panini, due confezioni di fette di salame, due confezioni di fetta di formaggio locale, così ognuno ha il proprio senza interferire. Tutti i tempi raddoppiati. Ci laviamo le mani a una fontanella pubblica miracolosamente funzionante – grandi sedi di contagio – e mangiamo ai margini di una piazza, ognuno sulla propria panchina con il proprio cartoccetto. Il caffè successivo non va così bene, lui non passa il test della temperatura, prima 37,1, poi 37,3, sempre peggio, decidiamo di non andare oltre, ne prendo io due da asporto e arrivederci. Ci salutiamo, una mezza giornata fatta di molto e di niente, parole tra amici, mi sono mancate.

Io vorrei anche proseguire col personale, ma la Regione Lombardia non me lo permette. Il settario assessore alla sanità Gallera spiega quanto ho accennato ieri in chiusura sull’indice di contagio R₀: «L’indice di trasmissibilità a 0,51 cosa vuol dire? Che per infettare me bisogna trovare due persone allo stesso momento infette e non è così semplice trovare due persone allo stesso momento infette per infettare me». Ora, se in tutto il territorio regionale le persone cominciano ad accoppiarsi furiosamente tra estranei perché tanto è solo un’altra persona e non due, so di chi è la colpa. Il messaggio è talmente confusionario da essere imbarazzante. Ma la Regione non mi lascia in pace: Bertolaso ha «diffidato Regione Lombardia e Fondazione Milano dal chiudere la struttura» e si parla del famigerato Ospedale in Fiera (21 milioni, 20 pazienti, nessun Mercante), un bel dilemma per Fontana che se chiude perde la faccia, se dà retta a Bertolaso i costi continuano a salire. L’INPS mi accredita i seicento euro, seconda tornata, e gliene sono grato, le entrate del periodo sono praticamente a zero e non c’è un accenno all’orizzonte di ripresa. Non bastano ma è qualcosa.

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editoria e musica ai tempi del covid-19: nel mezzo pt. 2

Dopo la prima superficiale disamina di dieci giorni fa, continuo a tenere d’occhio il mondo dell’editoria – libraria e musicale – per vedere che fa in tempi di covid-19. Catalogo questo, l’altro post e quelli futuri in ‘giocherelli’ perché ovviamente non ho letto nemmeno un libro e non lo farò, giudico tutto dalle copertine e dai sottotitoli, nella mia miglior tradizione critica. Via. Tra le case più attive, si segnalano ancora Piemme e Bollati Boringhieri: la prima è lanciatissima e spara fuori librelli piccoletti (le «molecole») su qualsiasi cosa e il coronavirus, immagino un po’ ricicciando quello che già ha. Se l’altra volta suggerivo anche «Utopia e pandemia», stavolta butto lì un «De monarchia e coronavirus» e, se l’autore è d’accordo, un «Prose della volgar lingua al tempo del coronavirus», in cui si affronta il problema della lingua della scrittura in tempo di pandemia. Più diretta Bollati Boringhieri che punta direttamente al cuore del problema tralasciando le incertezze, con un titolo dedicato al covid-19 senza rimestare il già rimestato, in apparenza. Bravi (sopravvolando decisamente sull’incipit del sottotitolo, «chi è questo coronavirus?» che nemmeno Quelo in trance agonistica).

A proposito di rimestamenti nel catalogo e uscite sull’onda del tema contagioso, Ponte alle Grazie merita un posto d’onore con l’ennesimo testo di Chomsky, nel quale – indovino – sarà stato fatto un cerca/sostituisci tra «governo», «potere», magari più probabilmente «guerra», e «pandemia». Non ne sono certo, dovrei leggerlo. Castelvecchi, invece, si affaccia con quello che pare essere un testo originale, uno sguardo d’insieme. Bravi?

Ma è un’illusione, perché invece si sono lanciati di testa dentro il tema caldo, altroché, un titolo per settore spaziando in tutto l’umano scibile. Mancano i canti popolari napoletani in tempo di coronavirus, l’arte della tessitura degli arazzi in tempo di coronavirus, la storia della pasta brisé in tempo di coronavirus e il tema della pandemia nelle opere degli espressionisti viennesi. Ma è solo questione di tempo, nutro fiducia.

Spazio poi al primo libro in autopubblicazione che ho incrociato – figuriamoci, saranno mille – «Omicidio al tempo del lockdown», romanzo giallo in cui, azzardo, il tema del delitto della camera chiusa potrebbe assumere nuovissime evoluzioni. Oddio, forse ho avuto un’idea brillantissima, potrei… Ma no, meglio cazzeggiare. Segnalo la ristampa di «Abisso» di Koontz con sottotitolo d’attualità (segnalo ai marziani che il romanzo è del 1981 e parla dell’arrivo nel 2020 del virus-arma letale Wuhan 400, anvedi), la prima edizione riportava invece la citazione: «Una lettura a vostro rischio e pericolo», spassosoni, attribuita allo stesso Koontz.

Non mancano le riviste: Vanity Fair ingaggia Sorrentino per un numero speciale, gli affida anche la copertina che lui riempie con una fotografia di Roma deserta, a dirla bene Trinità de’ Monti deserta di umani e ricolma di fenicotteri rosa. Lascio a esegeti che conoscano la materia l’interpretazione, a me oscura, la cosa più divertente di tutto è la nota in calce: «Questo numero non contiene interviste a virologi», che basterebbe per comprarla.

Ma la palma del riciclo del periodo, mi spiace dirlo, tocca di nuovo a Piemme che, sull’onda di Bonaccini che batte prima la destra, poi il virus e poi chissà che altro, magari i Meganoidi, ricicla titolo, copertina, foto del Bonaccini stesso e non oso aprire i due volumi, chissà che meraviglie.

Massimo risultato, minimo sforzo. O quasi, dai, le apparenze ingannano? Bonaccini contro Gozzilla, Bonaccini batte il cambiamento climatico, Bonaccini batte Chuck Norris. La povertà no, che l’ha già battuta Di Maio. Olè.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 76

Mi tocca tornare su Regione Lombardia, la Lega, Fontana, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Provo a essere breve, non garantisco. Come accennato ieri, a un parlamentare del m5s, Ricciardi, che critica la gestione della Lega in Lombardia, il partito di Salvini reagisce fisicamente e quasi lo circonda, minacciandolo in modo tangibile. La reazione a distanza della Lega in Regione non è da meno, si muovono le truppe cammellate e, apriti cielo!, chi osa criticare l’inappuntabile governo leghista lombardo punta di diamante non solo nazionale ma mondiale del governatorismo? Tutto normale, niente di nuovo. Quel che è nuovo, per me, e inaspettato, è che a sostegno delle critiche, legittime e direi non prive di fondamento, mosse da Ricciardi non si è mosso quasi nessuno. Non il PD, che palesemente preferisce non dire nulla se non sul PD stesso, come al solito, non il Corriere della Sera che ha anzi riportato la vicenda con un certo fastidio nei confronti dei grillini, titolando polemicamente «Il M5s attacca la Lombardia» (attenzione: non la Lega, la Lombardia!), non Repubblica, che è impelagata in ben altre vicende e si sta rapidamente svuotando di contenuti, per citare i due maggiori quotidiani milanesi, non la Sinistra lombarda, oserei dire che quasi nessuno ha sostenuto quanto detto dal deputato grillino a parte le solite, piccole, voci critiche. Eppure ce ne sarebbe ben donde. Un po’, credo, è perché non si gradisca essere accomunati alle proteste del m5s, e questo si può anche capire, ma più che altro, mi pare, perché la questione sia più ampia e vada trattata considerando il modello lombardo in sé. La «locomotiva d’Italia», il «miglior sistema sanitario del mondo», la Lombardia che da sola fa il trenta per cento del PIL italiano (la percentuale è a piacere, basta che sia alta), l’eccellenza tecnologica coniugata all’industria, l’artigianato, la moda, i laghi alpini e la Franciacorta, i Longobardi meglio dei Franchi, un popolo che non abbassa la testa e non molla mai con tutta la retorica dei guerrieri che tanto fa presa, tutto quanto fa parte di un’immaginario vero e presunto sulla Lombardia che non appartiene alla Lega ma è trasversale e va da destra a sinistra da Brescia a Varese. Chi attacca Fontana, o Formigoni, attacca i lombardi, gli industriali, le imprese della sanità, i commercianti, chi vuol mettere in crisi la regione vuole mettere in crisi l’Italia, chi attacca Salvini attacca gli agricoltori lombardi. Il modello non va discusso, non va criticato, semmai si può fare dall’interno, cioè lo possono fare i lombardi stessi, ma non chi viene da fuori, chi non è dei «nostri». La retorica del «noi contro tutti» è fortissima nel territorio e non si commetta l’errore di liquidarla come sciocca retorica ultrà dei derby orobici, il modello lombardo è esibito con orgoglio dalla destra moderata che votava Berlusconi e a cui piace meno Salvini, dal centro degli ex democristiani che non cambierebbero residenza con nessun altro luogo al mondo, anche a sinistra vivono nel tronfio ricordo dell’industria milanese, di quando la plastica la inventavamo noi e gli operai scendevano in piazza, mentre le Brigate Rosse erano cosa milanese e tutte le maggiori case editrici a parte una pure. Perché poi di un territorio così che va dalla pianura alle cime più alte, in cui si va a caccia, si scia, si spreme il territorio a piacimento, il sottosuolo non ha nulla da invidiare alla terra dei fuochi e l’aria alle conurbazioni indiane, si nuota nei grandi laghi italiani, si organizzano le prossime olimpiadi invernali, perché Cortina è luogo di villeggiatura milanese, tàac, si produce e si esporta, di tutto ciò non si può che essere fieri, altrimenti si è traditori Giuda. È questa la retorica. E le critiche non sono ammesse, da nessuno o quasi, qui. Lo posso ben testimoniare anch’io che vado dicendo tutto il peggio dei miei conterranei da sempre e che non trovo appoggio da nessuna parte, se non in qualche amico isolato come me. Anche a sinistra, non è ritenuto accettabile criticare il modello, perché qui non ci si ferma mai, si abbassa la testa e si lavora, la religione è quella, si produce e si tira la carretta. Questo si chiama contarsela su, dalle mie parti, ma anche questo non si può dire. Non importa se poi si evadono le tasse, anzi meglio, non importa se si baratta la salute per il fatturato, anzi, non importa se un virus cinese ci rompe le balle e ci complica la vita, chi deve morire morirà e noi si andrà avanti. È la Lombardia che produce la Lega, non il contrario. Un eventuale commissariamento della sanità lombarda, peraltro auspicabile secondo me, non sarebbe accettato da queste parti, sarebbe un sopruso, un’indebita intromissione anche per larga parte della sinistra nella regione, Fontana resterà al suo posto, il disastro non sarà ammesso né riconosciuto, la sanità continuerà a essere smembrata e la Lega vincerà anche le prossime elezioni amministrative, in assenza di alternative credibili.

Non sono stato breve, mi scuso. Avrei anche potuto essere molto più lungo, a dire il vero, quindi passiamo oltre ma è colpa loro che mi costringono a parlarne. Vabbuò, un’ultima nota: il ministro Speranza annuncia di voler bloccare i trasferimenti tra regioni con diversi gradi di rischio, non sbagliato, e in due ore l’indice di contagio R₀ della regione Lombardia crolla a 0,5 e il rischio si abbassa da medio a basso. Vualà, se non è magia questa non so davvero cosa sia. Un bel po’ di notizie sono rimaste in arretrato ma ne parlerò domani, magari in rapida successione, ora devo notare che oggi ho preso il mio primo cappuccino dal 7 di marzo. Seduto da solo ai tavolini all’aperto di un bar, ho superato il test della temperatura, ho ordinato e aspettato diligentemente con la mascherina fino a un attimo prima di infilarmi la tazza in bocca, ho osservato con calma la donna al tavolo davanti a me, incinta con sigaretta e senza mascherina, game-set-match, ho cercato di godermi il momento, poi ho pagato due euro, toh, il nuovo contributo silente covid-19, e me ne sono andato soddisfatto della mia nuova vita normale. Il cappuccino? Una schifezza, chissà se è stato un caso o mi sono disintossicato e ho scoperto una nuova verità?

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 75

Alcuni aspetti nuovi della situazione cominciano a delinearsi, almeno per me. Un primo elemento sul quale valga la pena fare alcune considerazioni è quello dei dati: la comunicazione generale è quella della curva in discesa, di ritorno a valori pre-lockdown, quindi attestanti il buon esito della chiusura. Andando al dettaglio, e per quello si intende a livello regionale, gli indicatori dicono che la discesa non è poi così accentuata in alcune regioni, la Lombardia su tutte che, anzi, ha un profilo attualmente di rischio medio. Gli ospedali si stanno decongestionando ma ciò non vuol dire che siano vuoti, i contagi calano ma ciò non vuol dire che non ve ne siano di nuovi, il numero dei morti diminuisce ma siamo pur sempre su percentuali di almeno il doppio della mortalità normale. Tutto ciò, è facile prevederlo, porterà a qualche limitazione localizzata, sicuramente sugli spostamenti, e se ne avrà prova in breve tempo visti i proclami sul 3 giugno, data di riapertura dei confini in senso ampio, regionali e nazionali. Ma non basta o, almeno, a me pare di cogliere qualche elemento in più, negli ultimi giorni. Credo di poter affermare senza troppo timore che i dati che vengono diffusi a livello regionale lombardo siano solo i dati che confortano la visione desiderata, ovvero di un contagio in diminuzione, controllato e sorvegliato, compatibile con la ripresa delle attività economiche. Gli altri dati, mi riferisco sempre alla Lombardia, o non vengono diffusi o non vengono proprio raccolti. Mi spiego. Sono numerosi (vuol dire: tantissimi) i casi di controllo dell’autorità sanitaria, tamponi, effettuati con settimane se non mesi di ritardo e, pure, in maniera non omogenea: viene testato il sospetto malato ma non i conviventi e, tantomeno, le persone entrate in contatto, oppure vengono sì controllati ma a grande distanza di tempo tra loro, rendendo inutile la successione degli anelli della catena. I test sierologici vengono invece lasciati all’iniziativa privata e i risultati, altrettanto, non sono pubblici ma riservati al paziente. Questo perché? Perché se fossero pubblici, a un risultato positivo il testato dovrebbe entrare in quarantena fino al primo tampone ma se tra i due test dovessero trascorrere quaranta giorni, per dire ma è la realtà delle cose, nessuno farebbe il controllo sierologico, con gran dispiacere delle strutture private. Il pubblico, quindi, non indaga in quella direzione. In che direzione indaga, quindi, l’autorità pubblica in Lombardia? I fatti parrebbero suggerire che si stia indagando in senso cronologico e non a ritroso, ovvero smaltendo il grande numero di segnalazioni effettuate dai primi di marzo, quando di tamponi non se ne facevano, e procedendo in avanti. Quindi, si stanno verificando le situazioni di due mesi fa, per quanto si facciano grandi numeri di test. Congiuntamente, nessuna notizia pervenuta riguardo alle modalità di tracciamento. Lo dicevo già qualche giorno fa, dopo due mesi di proclami sulla necessità del tracciamento, a conti fatti ora non ve n’è traccia (il bisticcio è ovviamente voluto). Che le app non funzionino l’hanno già dimostrato in Corea, in Giappone, in Australia, in Germania, paesi in cui le persone sono anche più ligie alle prescrizioni e dove hanno infrastrutture informatiche ben più avanzate delle nostre; non funzionano perché mediamente solo un quinto della popolazione ne fa uso. Allora si deve fare alla vecchia maniera, come hanno fatto in Germania: si assumono quindicimila persone che lo fanno a mano, segnando man mano le catene di contagio e indirizzando i controlli. Potremmo usare, qualcuno ha giustamente detto, i famosi navigators di Di Maio, per dire quanto siamo nel pieno della farsa. Ovvio che da noi il monitoraggio non è una priorità. Quindi, dati raccolti in maniera disomogenea, senza un criterio esposto, spesso addirittura in modo controproducente e assenza completa di monitoraggio. Non è inettitudine, non solo, è volontà politica di non indagare a fondo sul disastro lombardo, da un lato, e dall’altro di mantenere un equilibrio, magari anche indotto e forzato, per consentire l’apertura dei settori produttivi. Ma c’è, almeno, anche un altro elemento che suffraga quanto detto finora: esistono dei dati che non vengono diffusi e ai quali non viene data la rilevanza che meriterebbero, per esempio il numero delle segnalazioni dei medici di base di soggetti probabilmente contagiati a partire dal 4 maggio (prima apertura) e soprattutto dal 18 maggio (seconda apertura). Tali dati esistono, pare siano raccolti in un rapporto riservato della Regione, e qualcuno li ha visti: dal 18 maggio pare che le segnalazioni siano nell’ordine delle centinaia nelle province più estese, più di settecento in provincia di Brescia, altrettante se non ricordo male a Milano o giù di lì. Sono passati cinque giorni dal 18, significa una media di più di cento al giorno per provincia ma con ciò non voglio dire che siano tante o poche segnalazioni – io questo non lo so – ciò che colpisce è il dato correlato, ovvero il numero di tamponi eseguiti a seguito di questi avvisi: su Brescia, uno; su Milano e le altre province numeri compatibili con la quantità di dita di ciascuno. Unità, raramente decine. Ergo: non si sta indagando, per quanto riesco a intuire da solo nella mia stanzetta, sul presente e ciò lo si sta facendo in modo sostanzialmente deliberato, per le due ragioni che ho esposto prima (e per altre che non so, chiaramente). Si sta scrutando il passato e lo si sta facendo in modo da rafforzare la visione offerta al pubblico: un contagio controllato che richiede la responsabilità dei singoli e l’attenzione delle vigili autorità che hanno a cuore, prima di tutto, la salute corporea e finanziaria dei propri cittadini. Non sono infatti concesse critiche al modello lombardo-leghista, come l’aggressione al deputato Ricciardi ieri in parlamento dimostra, e il governo non ha interesse ad affondare il dito nella piaga, come ha più volte mostrato pubblicamente. Tutt’al più vi saranno, immagino, delle limitazioni alla circolazione lombarda, magari piemontese o umbra, rispetto al resto del paese dopo il 3 giugno, più avanti si vedrà.

Posso sbagliare? Chiaro. Ma i fatti sono lì da vedere, magari la chiave di lettura è un’altra, questo sì che può essere, ma che la situazione sia governata politicamente e non sulla base delle evidenze mediche e dei suggerimenti che la scienza offre mi pare un fatto incontrovertibile. Si è deciso, a Milano, di proteggere a tutti i costi la giunta e il partito, di favorire la linea preferita dall’elettorato, aperture al lavoro a costo di sacrificare qualche anziano sulla larga strada del PIL, secondo cliché, di comunicare i dati ma senza indagare a fondo e in tempo reale, si è deciso di procedere senza una strategia ma adeguandosi di volta in volta, di difendere pubblicamente il proprio operato senza mostrare alcun cedimento, di fare proclami di pubblica responsabilità ma, poi, di non perseguire i comportamenti non a norma (non esistono ispettori di sicurezza con il compito di controllare che le aziende siano in regola, il loro numero è talmente esiguo da garantire sonni tranquilli a chiunque) e tutto questo porta a un unico esito: un contagio progressivo e dilagante. Se sarà controllato, grazie al caso e a fattori imponderabili come il clima o la perdita di forza del virus, sarà merito della giunta leghista e del governo, se degenererà come a marzo sarà colpa dei cittadini che non rispettano le indicazioni e non sono in grado di gestire la propria libertà. Bingo.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 74

Sì ma ora che succede? Molti sono convinti che una seconda ondata in autunno sarà inevitabile e comunicano la cosa come assodata, probabilmente sull’esperienza degli altri coronavirus, come influenza e raffreddore. Secondo alcuni questa seconda ondata sarà meno intensa, perché i soggetti deboli che potevano sviluppare una risposta grave sono già stati interessati dalla prima ondata, detta tecnicamente ci sono meno polimorbidità, secondo altri invece sarà più intensa, perché i virus mutano e diventano, talvolta, più forti e il fattore climatico favorirà questo processo. Secondo qualcun altro, invece, la seconda ondata ci sarà ma in tempi brevi, ovvero dovuta alla ripresa delle attività economiche e sociali, e ci costringerà a un secondo lockdown e ciclicamente ad alternare aperture e chiusure per mantenere il livello del contagio a un punto sopportabile. Anche in questa ipotesi, gli scenari sono comunque variegati: c’è chi ritiene che di fatto gli stati di quarantena saranno prevalenti fino al 2025 intervallati da brevi periodi di maggiore libertà e chi, invece, ritiene che questa situazione sarà passeggera, almeno fino al vaccino, quindi un anno, un anno e mezzo. Ma c’è chi pensa che il vaccino potrebbe non esserci mai, perché i coronavirus mutano, e di conseguenza l’unica risposta possibile sia quella farmacologica, utilizzando combinazioni di medicinali già esistenti, e chi pensa che si arriverà a una forma di vaccinazione simile in sostanza a quella dell’influenza attuale, ovvero differenziata di anno in anno per ceppo. Ci sono, però, coloro che pensano che il virus stia già mutando e che stia diventando meno aggressivo, il che sarebbe testimoniato dalla diminuzione dei ricoveri in terapia intensiva, mentre altri spiegano che sia scorretto parlare di un solo virus perché, in realtà, le tipologie sarebbero già parecchie e sarebbero destinate a incidere in modo diverso nei paesi del mondo. Chi esprime questo tipo di posizioni, parla di «convivenza» con il virus, di adattamento del corpo umano, e lo fa non con rassegnazione ma con la tranquillità di chi vede oltre il contingente. Chi, poi, guarda al passato riporta l’esperienza dell’influenza spagnola – il virus dell’influenza A sottotipo H1N1 – che tra il 1918 e il ’19 fece tra i cinquanta e i cento milioni di morti per sparire poi abbastanza all’improvviso, forse perché nella vita civile tendono a sopravvivere i ceppi virali più leggeri, forse perché migliorarono le cure. Alcuni però obbiettano che proprio la spagnola ebbe diverse ondate per nulla legate al fattore stagionale, quindi climatico, e di conseguenza non possiamo pensare a una recessione del covid-19 nei prossimi mesi. A quello, però, sopperirebbe la fine della pandemia decretata socialmente, sostengono altri, nel senso che il desiderio di riprendere la vita quotidiana e la stanchezza per le misure di contenimento porterebbero le persone a comportarsi come se il virus sia stato debellato, anche se non è così. Tale ipotesi sarebbe credibile nel caso del covid-19 perché il timore ingenerato dalla malattia non sarebbe alto come in altri casi, dato che la mortalità, sia detto con il rispetto dovuto nei confronti di chi ci ha lasciato le penne, non è alta come in altri casi di epidemie e pandemie ben più fatali, come l’Asiatica del 1958, per citare la più recente, o la pandemia russa del 1889.
Che dire, dunque? Non vorrei banalizzare il concetto dicendo che è inutile girarci attorno perché nessuno ha idea di come andrà. Vorrei, come credo che sia, considerare che si stiano offrendo contributi al ragionamento, ciascuno stia mettendo sul tavolo le proprie ipotesi e, con il tempo, si stiano vagliando collettivamente le più credibili. Ovvio che al momento si stiano mescolando le idee più serie e strutturate, avvalorate da conoscenza scientifica, e le ipotesi più sbalestrate, spesso avanzate per scopi altri inserendo elementi di confusione, per esempio millantando fantomatici studi riportati da Science, che fa sempre gioco. Solo il tempo farà pulizia anche se in modo non definitivo, più avanti i racconti di questa pandemia saranno ancora differenti e variegati, le spiegazioni non univoche, i ragionamenti non concordi.

Io non so come andrà. Durante il lockdown non ho fatto la pizza in casa, non mi sono messo a correre, non sono diventato un epidemiologo o un virologo, quindi non lo so. Sulla base della mia formazione, mi piace pensare che possa accadere ciò che accade in certi racconti popolari brevi, quando verso la fine, dopo aver raccontato ciò che importa, di solito morti, amori andati male, genitori dispotici, burle ben riuscite, la narrazione taglia via brutalmente e nelle ultime due righe condensa tutto ciò che succede dopo: «E fu così che da un giorno con l’altro il virus sparì senza lasciare traccia e le persone tornarono alla vita normale», ovvero l’equivalente nelle fiabe del «E vissero felici e contenti», amen e via. Mi piace pensare che possa accadere perché mi piace pensare a me stesso su un treno per Hanoi tra pochi mesi, pronto a mangiare la prima cosa vista su una bancarella, magari non un pipistrello, e a dormire in una bettola vicina alla stazione, senza troppo pattume. Ognuno spera ciò che gli va, no?

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E vivere insieme è un po’ così: parecchie delle persone con cui ho modo di confrontarmi interpretano la riapertura in modo prudente e tendono a innervosirsi per quelli che considerano comportamenti irresponsabili da parte di molti, niente mascherine o messe male, vicinanza troppo vicina, assembramenti molesti, trascuratezza, disinteresse, maleducazione, assenza totale di senso civico. Perché fosse solo per loro, amen, ma qui la situazione ci tocca tutti e si ripercuote in modo omogeneo. Vero, c’è una certa quantità di gente che – come sempre, anche stavolta – non ha ben capito quali siano le precauzioni da seguire. Ma quanti sono? Difficile dirlo. Sono tanti da poter costituire un pericolo? Tali da far impennare i contagi? Viviamo circondati da idioti? Può essere, la tentazione di pensarlo a volte è forte, se non fosse che, di conseguenza, noi siamo gli idioti di qualcun altro. Stavolta, come non mai, è questione di percezione. Intendiamoci, gli idioti, o i banditi per restare alla felice catalogazione di Cipolla, ci sono eccome, e non sono pochi. Ma non sono nemmeno così tanti come la comunicazione attuale vorrebbe farci credere, hanno di certo una visibilità e un effetto ampiamente superiori alla consistenza reale. Alcuni meriterebbero senz’altro il calare della vindice spada della Giustizia, altri avrebbero solo bisogno di un lungo corso di educazione di base, tipo il mio vicino camionista, e di qualche vergata da qualche vecchia suora nera che gli insegni il senso del peccato. Ora molto più del solito è difficile valutare, sia perché l’angolo di visuale è davvero ridotto, sia perché si presuppone che ogni comportamento individuale abbia una ripercussione collettiva, sia perché si tende a notare il comportamento irragionevole tralasciando tutti gli altri, persino più rilevanti numericamente. Che poi, irragionevole, intendiamoci: il parametro generale di giudizio è ovviamente sé stessi e ciò che in generale si discosta dalle proprie norme di comportamento e prevenzione è valutato come irragionevole o, peggio, scorretto. Può essere ma solo se uno è Abele o Gandhi (ma solo nella seconda parte della sua vita) o Giobbe o Fontana, che nulla sbagliano e ben si comportano, per tutti gli altri non vale. Infatti, e per questo durante la quarantena è capitato a tutti di notare come i comportamenti individuali in situazioni limite siano diversi anche tra amici, tra persone affini e che, di solito, si comportano in modo analogo e riscontrano posizioni comuni. I miei amici, cioè le persone da cui mi separa una distanza molto breve, non sempre hanno interpretato la situazione come ho fatto io e non sempre si sono comportati come avrei fatto io nella loro situazione. E non posso dire di aver capito, anzi mi sono stupito e li ho biasimati ma l’errore è mio. Siamo un enorme flipper di palline che sbattono di qua e di là, qualcuna finisce nel buco, qualcun altra fa punti, qualcuna gira del tutto a vuoto, ma il senso di tutto sta nel sistema complessivo – la scatola, il vetro e il Caso che preme i pulsanti – e nelle posizioni reciproche, c’è sempre qualcuno, a turno, che sta dove non dovrebbe. Questo, poi, è un vizio particolarmente praticato a sinistra, in Italia, individuare e deprecare i comportamenti individuali o collettivi della gente: politicamente si ama il popolo, per cui si fa la rivoluzione, ma presi come vicini di casa stanno anche abbastanza sulle balle. Se poi loro escono a prendere l’aperitivo in questi giorni e a noi tocca stare a casa, la rabbia monta.

I dati. Sempre il solito casino, oggi salgono i nuovi positivi e i decessi ma adesso si è capito che il martedì è così, per questioni di trasmissione delle informazioni e soprattutto per il numero di tamponi effettuati, che oscilla in modo molto significativo. Ma non tempestivo: una persona a me vicina ha sentito il proprio medico ai primi di marzo per difficoltà respiratorie, è stata congedata con qualche medicinale, se l’è sfangata come bronchitona o giù di lì ma nel frattempo il medico ha fatto partire la segnalazione. Con il monitoraggio efficiente che ci viene venduto dalla Regione Lombardia, l’hanno convocato per il tampone oggi, dopo più di due mesi. Nel frattempo, qualche giorno fa si era fatto il test sierologico, per sfizio, ed è risultato positivo. Al di là della situazione particolare, riesce difficile leggere dati costituiti da situazioni pregresse raccolti un po’ come capita. La situazione della riapertura, dopo solo due giorni, è variegata: alcuni esercizi, parrucchieri, estetisti, bar, venditori di barbecue eccetera, hanno ripreso immediatamente e, ovviamente, non lamentano perdite di clientela. Altri, legati magari agli uffici o al turismo, oltre ai cinema, i ristoranti e così via, vedono invece prospettarsi una situazione di crisi duratura. Aumentano le preoccupazioni sulla capacità di alcuni ministri del governo, specialmente quelli del m5s, di fronteggiare i prossimi mesi e la crisi economica più grave da decenni. Per questo, oltre al fatto che ciò si ripercuoterà nelle urne alle prossime tornate elettorali, alcuni chiedono un rimpasto, vedi per esempio il sindaco di Milano. Che però, mi si conceda, non ha proprio la fedina candida per quanto accaduto negli ultimi mesi e dovrebbe fare anche un rimpastino dentro sé stesso.

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