minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 21

L’angolo di visuale è sempre più ridotto, senza il confronto con le altre persone: si dice di possibili tumulti, avvertono i servizi segreti non deviati, si racconta di qualche furto della spesa fuori dai supermercati, chissà se uno o decine?, di sicuro più aumentano le persone, le piccole imprese e le aziende in difficoltà – dato che le entrate sono ferme per molti, me compreso – e più c’è spazio per approfittarne per gente senza coscienza e più c’è spazio per casini, fomentati e non. E poi: newsletter false di richiesta di sostegno economico a nome delle maggiori ONG, finte lettere intestate al Viminale, appese in alcuni condomini, che invitano a lasciare il proprio appartamento, sono episodi o fenomeni più ampi? Difficilissimo dirlo stando davanti a un computer senza poter uscire, la certezza è che ci sono persone talmente miserabili d’animo che manco riesco a immaginare. Lo so, niente di nuovo ma constatarlo di persona mi colpisce e mi fa soffrire ogni volta.
Nel frattempo, nel resto del mondo il virus si sparge senza risparmio, in particolare in USA e Spagna, particolarmente impreparati. In Europa, l’Olanda prende una posizione particolarmente irritante sostenendo il ciascun per sé (è da tempo che lo vado dicendo: la loro non è libertà, le droghe leggere, la prostituzione, è completo disinteresse per gli altri) e Prodi, un ottantenne di classe infinitamente superiore alla quasi totalità dei più giovani datisi alla politica, risponde per le rime, unico o quasi. Bastano alcune timide righe sui giornali che ipotizzano una timida recessione del numero di contagiati (che vuol dire: diminuzione dell’aumento) e la lettura collettiva è ovviamente a proprio favore: «qual è la prima cosa che farai quando potrai uscire?», chiede Repubblica da ieri. Eh no, così non aiutate. I microbi della politica, Renzi, Meloni, dicono bestialità fregandosene delle conseguenze e bisognerebbe ricordarselo, poi. Salvini no, lui va dalla D’Urso e insieme recitano in televisione l’Eterno riposo, vivaddio senza più nemmeno il pudore della preghiera. Schifosi. Nel frattempo, arrivano trenta medici albanesi in aiuto e il presidente albanese Edi Rama fa un discorso encomiabile, per contenuto e modo, perché sa che casa è dappertutto. Ovviamente poi prende il plauso peloso anche di chi, qui, pensa che casa sia solo in una villetta in periferia in pianura padana e poi al bar dice castronerie sugli albanesi.
A proposito di bar: io è dal 7 marzo che non bevo un cappuccino. Più o meno come tutti, ne sono a conoscenza. Mi manca il bar, quel momento in cui tutto deve ancora iniziare e io mi concedo il bancone e, appunto, il cappuccino. È una cosa che apprezzo sinceramente quando la faccio, non ho bisogno di rendermene conto ora: ecco perché mi manca. Come i concerti, le partite di basket, le cene fuori, le zingarate e soprattutto i viaggi. Madonna, meglio che non ci pensi. Perché tra tutte le cose che ripartiranno gradualmente, quelle saranno di certo le ultime. Un treno? Un aereo? Un pullman? Ciao. Mi trovo a guardare le mappe, a segnarmi i posti da vedere, costruire itinerari immaginari: sì, Eisenach, poi Gotha, Erfurt e Jena, perché Weimar la conosco. Comunque, un giretto, impossibile saltarla. Sì, treno regionale perché sono tutte a un tiro di schioppo, diciamo un giorno per una. Beh, poi di sicuro tornare a Lipsia, a vedere la chiesa di Bach, o a Chemnitz, per salutare il testone di Marx. Aaaaargh.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 20

Il trucco è trovare persone bisognose di spesa vicino ai posti dove mi interessa andare. Mi spiego. L’ho detto, cerco di rendermi utile facendo la spesa per il maggior numero di persone possibile: questo ha senso poiché una persona, io, a fronte di molte, loro, in giro; e ancor di più perché permette a loro di non dover uscire e, di conseguenza, correre rischi inutili. E, lo dico, permette a me di stare fuori all’aperto invece che chiuso in casa. Quindi, spesa e missione di necessità all’interno del Comune. Tutto bene, tutto lecito finora. Anche se, ormai, si comincia a non capirlo più, all’ennesimo (quinto?) modello di autocertificazione da compilare e portare con sé: adesso è talmente complicato che richiede di autodichiarare di essere a conoscenza delle norme, statali e regionali, che regolano i movimenti in questo periodo. Ed è falso, almeno nel mio caso: non ho letto le norme, ho letto qualche articolo che le sintetizza e bon, esco. Con il modello di autocertificazione precedente. Perché essere a norma va bene ma dover uscire per la quinta volta, raggiungere l’ufficio perché non ho la stampante, ricompilare tutto, stampare e tornare a casa mi pare davvero irragionevole. Oltre a tutto, ho il sospetto che più il modulo si infittisce e meno i vigili fermino le persone. Un’idea così. Tra l’altro, come avevo immaginato addirittura io che so poco di tutto, le sanzioni sono slittate dal penale all’amministrativo: ovvio, fin dall’inizio mi chiedevo come avrebbero fatto poi a gestire un numero così alto di denunce.
Tornando all’inizio, devo pianificare gli spostamenti in modo sensato, sia per non compiere inutili giri (il vigile non lo capisce), sia perché c’è un posto che mi interessa visitare con una certa frequenza e dove non potrei andare secondo quelle che suppongo siano le norme attuali. Allora, ho cercato e trovato una signora bisognosa di spesa nei paraggi e vualà, il gioco è fatto e ho il lasciapassare. La signora si chiederà come mai ciclicamente io insista per andare ad acquistare qualcosa per lei.
Le persone recluse in casa percepiscono il non poter andare a fare la spesa come una riduzione della propria autonomia, prefigurazione del futuro, per cui tendono a innervosirsi (non tutti ma insomma, poi l’età non aiuta). Cerco di spiegare loro che le cose non hanno relazione, la pandemia e la loro mobilità, subiamo tutti una riduzione di autonomia ma, solitamente, non c’è verso. Alcuni provano vergogna e si scusano di continuo, e la cosa mi commuove mentre cerco di spiegare come la vergogna sia proprio un sentimento fuori luogo, in questo caso. E poi c’è il problema dei soldi: io anticipo la spesa, ovvio, e molti di loro vorrebbero rimborsarmi subito. Capisco ma non c’è modo, visto che non hanno la possibilità di reperire contanti e men che meno fare operazioni online. Tenete i conti, alla fine pagherete tutto, eheh.

Venendo al generale, la pandemia si sta diffondendo dappertutto, gli USA sono prontamente diventati il paese al mondo con il maggior numero di contagiati, Germania e Francia dopo gli sberleffi iniziali si sono adeguate al modello di contenimento italiano, la Gran Bretagna dopo un delirio iniziale dovuto a cultura e orgoglio (incredibile come le nazioni reagiscano come i singoli individui) ha chinato il capo e sta solo ora cercando di fare fronte, considerando che ha una sanità pietosa, a est Europa il contagio non pare progredire (il miracolo dell’informazione oltre cortina prosegue); l’unico paese controcorrente è la Svezia, che ha deciso che non è come l’Italia e, di conseguenza, non avrà problemi. Aspettiamo qualche giorno.
Qui da noi, oltre a contenere la malattia, ci si impegna a capire come mai la diffusione sia così ampia e come mai la percentuale di mortalità non sia in linea con gli altri paesi: per la prima domanda, essendo io in una delle zone più colpite, ho la convinzione – suffragata da una pur ridotta esperienza diretta – che sia dovuto al fatto che, attaccati alla lira e irresponsabili, molti non abbiano affatto smesso di lavorare né di frequentare parenti stretti; per la seconda questione alcuni avveduti stanno ipotizzando che stiamo facendo dei conti sbagliati, non tenendo conto della vera diffusione che sarebbe da cinque a dieci volte maggiore per volume.
Domani, qualche storia in tempo di pandemia.

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effetto covid

Negli Stati uniti, dopo una sostanziale discesa negli ultimi dieci anni, grazie ai buoni risultati dell’economia, il numero di richieste di sussidio di disoccupazione ha avuto una brusca ripresa a causa del contagio e della conseguente perdita di posti di lavoro.

Una curva mai vista, +1.500% in due settimane.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 19

È stupefacente, già in tempi normali, constatare quanta disinformazione venga fatta sui canali social e, soprattutto, su whatsapp, figuriamoci ora col virus e la reclusione. C’è anche un discorso pratico: i boccaloni, quelli veri, e le persone prive degli strumenti per distinguere una bufala da una notizia plausibile usano tutti whatsapp. Non passa giorno in cui qualcuno non mi giri un video assurdo, complottista (ultimamente: Mazzucco, uno che ha portato tesi a favore della terra cava, voglio dire), per chiedermi se si possa fidare o meno. Io non ho strumenti particolari per giudicare, se non una grande dose di scetticismo dettata dall’esperienza e, di conseguenza, rispondo sempre di no, spiegando che se ci sarà mai una notizia importante non circolerà in quella maniera. Parrebbe chiusa qui e invece no: al prossimo video che nel titolo o nella descrizione presenta qualche elemento plausibile di verità desecretata, si replicherà.
Problemi: come ho già detto, nell’arco di due settimane il mio lavoro – consulenze in formato partita IVA ridotta – è bell’e che svanito, evaporato, puf. Perché, ovviamente, le aziende sono chiuse e quelle che non lo sono cercano di stare a galla tralasciando qualunque forma di investimento. Comprensibile. A questo, man mano che passa il tempo, si va progressivamente sovrapponendo il problema dei costi: se non ci sono entrate, diventa difficile sostenere i costi fissi. Ve ne sono alcuni irrinunciabili, almeno al momento, che sono i contributi e gli stipendi dei dipendenti, altri vengono posposti man mano dai decreti del governo. Ve ne sono poi altri, spesso legati ai privati ma non solo, che non sono attualmente normati e che stanno cominciando a creare problemi: sto pensando, per fare un esempio concreto, agli affitti. Gli inquilini, privati o aziende che siano, a fronte di mancate entrate stanno cominciando a discutere i termini di pagamento degli affitti; al momento si tratta di posporre i termini di pagamento verso ipotesi più in là (che so? riapertura dei negozi, ripresa della vita normale), immagino che più si andrà avanti e più si porranno problemi di mancati pagamenti punto. Quindi: chi non guadagna cerca di porre un freno alle spese e chi, dall’altra parte, non guadagna non riceve le entrate sulle quali poteva contare, il circolo è più che vizioso. Io il mio affitto l’ho pagato subito, senza pensarci, però non sto ricevendo quello che – in assenza di entrate lavorative – mi permette di pagare il primo. E diventa un qualche tipo di problema che aspetta solo di ingigantirsi nelle prossime settimane. La rivalsa a cascata non è cosa buona.

Oggi sono andato al supermercato per il rifornimento delle persone che contano su di me e il mio giro di rifocillazione e la novità, oltre alle entrate contingentate, le mascherine, i guanti, gli orari ridotti dei giorni scorsi, è che provano la temperatura all’entrata. Con un pistoletto che puntano alla fronte e che dà subito la rilevazione della temperatura. Ecco, a me oggi il signore all’entrata ha puntato il coso, poi ha guardato perplesso, me l’ha rifatto (e io, a quel punto, ovviamente penso che ci sia un problema), ha guardato ancora perplesso, e me l’ha ripuntato la terza volta. Ahia, mi dico, e mi prefiguro un futuro a breve di reclusione e di diagnosi fatali. Il signore comprende il mio sguardo interrogativo e gira verso di me il pistoletto: lei ha trentaquattro. 34. Perfetto, o sto defungendo o direi che lo strumento altamente tecnologico ci garantisce una vera sicurezza, dentro il supermercato. Essendo sotto la fatidica soglia dei 37,5°, quella del panico, mi fa entrare.
Ecco, questo fa parte di una serie di gesti e comportamenti, vedi le mascherine dei comuni mortali, che non sono in sé utili o importanti, sono semplicemente positivi perché rassicurano chi li fa, chi li riceve e le persone in generale. Ora, a questo punto nessuno si chiede se le mascherine servano sul serio ma chi non la indossa è additato e guardato in tralice. Lo stesso la precisione della rilevazione della temperatura: non importa, ma dà l’impressione che tutto sia monitorato e sotto controllo.
Quindi, va bene.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 18

Ennemilionesima autocertificazione, tocca andare alla stampante, perché oltre che compilata deve essere pure autocertificazione cartacea. Ma la stampante sta dove deve stare, in ufficio. Quindi, uscire di casa con modello antiquato di autocertificazione, recarsi in ufficio senza una comprovata necessità lavorativa – il paradosso si involve – scaricare l’apposito modulo, compilarlo nella parte anagrafica, stamparne diverse copie per ogni evenienza, mettere nel pacco di carta usata tutte le autocertificazioni precedenti. Lo faccio. Una volta fatta, sono in regola. Ma fino a quando? Forse domani, se va benissimo dopodomani, ma magari già ora potrei non esserlo, in una spirale kafkiana senza uscita in cui la burocrazia deforma la realtà.
Mi guardo intorno: l’ufficio è stato abbandonato abbastanza in fretta, chi prima e chi dopo ma tutto sommato abbastanza rapidamente. Ci sono parecchi computer accesi perché il telelavoro (lavoro agile, smart working ormai) organizzato al volo richiede di poter usare le risorse del pc principale con quello, secondario, di casa. Chissà gli alimentatori per quanto dovranno reggere, bella domanda. E poi? Poi il riscaldamento, perdio, per fortuna qualcuno me lo ricorda via messaggio: spegnere. Giusto, cambia la stagione e poi anche quello chissà per quanto sarebbe rimasto acceso. Le piante, oddio le piante. Le trovo boccheggianti, nessuno ci ha pensato e, comunque, non c’era modo. Se sull’autocertificazione scrivessi ‘innaffiare le piante in ufficio’ come motivazione di necessità come la prenderebbero? Eppure…

C’è un sacco di gente al lavoro nei negozi di fronte e negli uffici a fianco. Tutto questo non torna, nessuno è strategico e buona parte di essi, lavorando nel settore dei servizi informatici, potrebbero benissimo stare a casa a lavorare. Non parliamo del negozio di fronte, che vende, mmm, barbecue. Essenziale? Qualcuno ovviamente direbbe di sì ma c’è sempre qualcuno che direbbe qualcosa. Che poi… chi va a comprare un barbecue in questo periodo? Salve, signor poliziotto, guardi, sono in regola, è una necessità, sto andando a vedere i barbecue per quest’estate. Oh, beh, certo, vada pure.
Questo microscopico spaccato di vita esterna mi conferma due cose: la prima, che c’è un sacco di gente che non sta in casa; la seconda, che c’è un sacco di gente che, pur non potendo, continua a lavorare. Poiché siamo nella provincia più colpita dai contagi la cosa assume una certa rilevanza. Ma pur di guadagnare due lire e, ovviamente, fregandosene di tutto il contesto, molti non chiudono, rallentando quindi tutto il processo di contenimento del contagio. Cosa che, oltre a fare incazzare me, farà perdere anche più soldi a loro stessi ma, evidentemente, non è l’unica cosa che non capiscono. Subire direttamente le conseguenze dei comportamenti altrui è davvero difficile. Accade anche in tempi normali ma, adesso, è davvero evidente.

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