minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 70

Eh beh, prima i due metri diventano uno, nei ristoranti, il che assomiglia grossomodo a quello che è sempre stato, poi non passano nemmeno ventiquattro ore che tre esperti di virologia, epidemiologia e igiene delle università di Milano e Pisa dicono paro paro: «Un metro non è sufficiente al chiuso e nelle regioni con più contagi». Ma bene, grazie, a posto così, ci porta il conto per favore? L’immagine più azzeccata finora è quella della mia amica T. che ci paragona a «biglie in un sacchetto gettate qua e là», all’incirca. Perché tu il ristorante lo puoi anche aprire, alle condizioni che preferisci, poi bisogna però vedere se le persone ci vanno, perché alla fine tutto sta lì. Metro più o metro meno, il fatto è che ci sentiamo parte di un salto, nel vuoto o no lo sapremo tra non troppo tempo, e di conseguenza alcuni di noi si sentono spavaldi altri meno, alcuni aprirebbero tutto, forse senza pensarci, altri no, forse pensandoci troppo. Alcuni sentono che i dati non sono sufficienti, non sono confortanti in alcune regioni d’Italia – le solite: Lombardia, Piemonte, forse Liguria – e molti, giustamente, ripongono poca fiducia nelle decisioni alla luce dell’esperienza recente. Chiaro, poi, e qui mi ci metto anch’io, che se qualcuno, come è stato, dice: «bisogna contare sul senso di responsabilità degli italiani» le mani finiscono subito nei capelli e la strizza fa da padrona. È una bella scommessa, forse un azzardo, un certame tra le parti basandosi sulle sensazioni, sicuramente un passaggio pieno di incognite. Domani, comunque, si riapre. Se non ricordo male, perché lo confesso: non leggo i decreti, leggo le sintesi perché alla fine mi interessano solo due o tre cose, da domani si può circolare all’interno della regione di appartenenza senza autocertificazioni e senza motivazioni particolari; inoltre, riaprono ristoranti, estetisti e un sacco di altri esercizi, e infine si possono vedere gli amici. L’importante è rispettare le distanze di sicurezza, non essere in duecento in una stanzona, e portare le mascherine qualora non ci siano le distanze. Bene. Ma un metro? Due? Vabbè, il divario tra decreti legge e prescrizioni sanitarie ormai è piuttosto incolmabile, perché adesso bisogna ripartire, rimettere in moto, fatturare, la situazione è oggettivamente difficile per molti. Come scrivevo qualche giorno fa, se stiamo facendo una grossa cazzata ce ne accorgeremo presto. Se è media, forse possiamo reggere. Si può andare in moschea e in sinagoga. In Germania è ripartita la Bundesliga, il campionato di calcio. Curioso vedere alcune immagini inedite, per esempio i giocatori che esultano senza abbracciarsi o toccarsi (qui sotto), le panchine delle squadre disseminate lungo le gradinate, ovviamente gli spalti vuoti, eccetera. Con meno di 7 nuovi casi nelle ultime due settimane, la Slovenia si dichiara fuori dalla pandemia e in Cina non ci sono morti da Covid-19 da un mese. Speròmm che noi non si faccia sempre quelli diversi.

(Photo Martin Meissner/Pool via Getty Images)

Quei senza ritegno di FCA, ovvero Fiat per capirci, hanno chiesto un prestito alle banche di 6,3 miliardi di euro, dato che le condizioni sono parecchio favorevoli (ah, consiglio, se avete un’attività chiedeteli subito), e li riceveranno se ho ben capito da Intesa Sanpaolo. Va bene. Il problema è che per questo prestito farà da garante lo Stato, il che va un pochino meno bene se FCA poi i soldi non li restituisce. Orlando, dal PD, chiede di conoscere le condizioni del prestito e della garanzia, legittimo, suggerisce che le garanzie pubbliche debbano essere fornite solo per le aziende italiane e asserisce, infine, che le aziende che chiedono prestiti in Italia devono avere sede fiscale in Italia, cosa che FCA non ha, stando in Olanda per ovvissime ragioni, appunto, fiscali ma che starebbe aggirando con la propria controllata italiana FCA-Italy. Apriti cielo. Resta qualche dubbiolo sull’extra-dividendo da 5,5 miliardi per i soci FCA per effetto della fusione con Psa, tra cui la Exor di famiglia Agnelli. Scoccia dargliene 6 e mezzo perché 5 e mezzo siano distribuiti in dividendi, sottraendoli quindi dalle casse del gruppo e pagandoseli con il denaro pubblico, no?

Cosa tocca vedere, compagni.

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laccanzone del giorno: Brian Eno, ‘By this river’

Non sono mai stato un fan di Eno, tantomeno della musica ambient o sperimentale, ho sempre considerato i suoi trascorsi tra Roxy Music, Talking heads, U2 e musiche per l’aeroporto come attività poco interessanti per me, l’ho solo incontrato tangenzialmente in certe fasi del prog e, più che altro, con la trilogia berlinese di Bowie, che non apprezzo tutta. Non che non ne riconosca la competenza, una certa indiscutibile ecletticità e versatilità, ma non fa per me, non rientra nei miei canoni. Tranne qualche cosa, qua e là, e una in particolare: una canzone del 1977, By this river, contenuta nell’album Before and After Science che, non a caso, è il suo disco più rock. Diciamo.

Scritta con Moebius e Roedelius dei Kluster, By this river fa parte del secondo lato del disco, quello più sperimentale e ambientale, ed è una canzone notevole per quanto sia costituita da elementi basilari, una melodia non banale, due parti per tastiera, un testo semplice ed evocativo e null’altro. Frutto senz’altro della cura che Eno dedicò alla produzione di questo disco, a differenza dei precedenti che venivano liquidati abbastanza frettolosamente. A togliere, il brano è divenuto perfetto, senza sbavature, iperproduzioni o aggiunte di troppo. Ricorda certi brani di grandi band, a parer mio, ritenuti di secondo piano e piazzati, come in questo caso, a metà del secondo lato e non troppo in evidenza. Penso, per fare un nome solo e un solo album, a Seamus dei Pink Floyd, o alla precedente San Tropez. Quest’ultima, anticipo, proprio per i motivi di By this river sarà la prossima laccanzone del giorno. Spoiler.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 69

E i due metri divennero uno. L’accordo tra governo e regioni ha dimezzato la distanza di sicurezza tra le persone, il che concretamente significa doppia capienza per ristoranti e luoghi analoghi, anche se per esempio la Campania interpreterà la norma nei termini della distanza tra i tavoli e non tra le persone, fa una bella differenza. È chiaramente un compromesso, il metro, trovo curioso immaginare il tavolo della trattativa – un metro e cinquanta! No, settantacinque centimetri – per cui la discussione a un certo punto, come spesso accade, ha il sopravvento sulle esigenze reali. Capito, virus? Un metro basta. Che si sappia, OMS! Non credo valga anche per gli uffici, oggi siamo stati alle prese con una videoconferenza per spiegare a tutti le nuove regole in tempo di covid-19: la capienza dell’ufficio passa da 15 a 6, quindi qualcuno deve per forza stare a casa; la porta dell’ufficio resta chiusa ed è permesso un solo cliente alla volta; una porta è solo per l’entrata e una per l’uscita, secondo percorso prestabilito; gli spazi comuni sono contingentati e lo spostamento tra le diverse stanze interdetto; ciascuno deve sottoscrivere un modulo all’entrata in cui dichiara di essere a conoscenza delle norme in atto e dev’essersi provato la temperatura; guanti e mascherina sono necessari all’entrata, all’uscita e ogni volta che ci si alza dal tavolo; l’ufficio dev’essere sanificato costantemente, ciascuno deve provvedere alla pulizia della propria postazione, un incaricato ogni giorno deve pulire tutte le maniglie e tutte le parti «promiscue» (da protocollo) come stampanti, touch screen e così via. La faccio breve perché potrei andare avanti per un bel po’. Ovvio che convenga prolungare il più possibile lo smart working e, se dovessi incontrare un cliente, lo farò in un campo o a metà di un ponte. A Wuhan le autorità cinesi lanciano la più massiccia campagna di test a tappeto mai vista: 11 milioni di persone sottoposte a tampone, per verificare lo stato del contagio. Ma se ci si mette troppo tempo la cosa non ha senso, perché i primi potrebbero ben aver cambiato stato di salute, e quindi ecco il piano: in dieci giorni. Più di un milione di tamponi al giorno. E fino a oggi la media è stata di circa settanta/ottantamila al giorno, quindi si tratta di decuplicare lo sforzo, almeno. Davvero niente male, immagino sarà tutto fatto nello stile cinese visto finora nella costruzione di ponti e autostrade: se non finisci entro domani, muori.
Amenità trascurabili: il segretario della Lega lancia una manifestazione di piazza – sì, per davvero – il 2 giugno a Roma, per una roba di orgoglio, e lui spera ovviamente che non gliela lascino fare; Brescia e Bergamo si candidano a capitali italiane della cultura 2023 e non si capisce (io non capisco) la relazione tra il macello degli ultimi tre mesi e la cultura; da oggi i cittadini di Lituania, Estonia e Lettonia, le repubbliche baltiche, possono circolare liberamente tra i tre paesi; se Lourdes oggi riapre parzialmente, Lettera43 purtroppo chiude. E io preferivo la seconda, di gran lunga. Sai che scoop.

Pare che dal 3 giugno, oltre alla libera circolazione tra regioni, si aprano le frontiere italiane, per favorire il turismo. Ammesso che, non farei troppo conto sui pullman di tedeschi e svedesi a Riccione. Aperte vuol dire in entrata, non è chiaro come sarà in uscita: se, infatti, l’UE sta invitando i singoli paesi a riaprire i propri confini è altrettanto vero che verranno regolamentati i flussi dalle zone più colpite dal contagio (e indovina chi? noi, qui) per cui non è affatto scontato che con un documento lombardo si possa, poi, andare più di tanto in giro. Vedremo che decide l’Ecdc, l’Agenzia Ue per le malattie. I confini esterni dell’Europa, invece, resteranno chiusi almeno fino al 15, poi si vedrà. Qui lo dico: se dal 3 c’è uno spiraglio, io levo le tende e me ne vado in giro finché non mi chiudono in una struttura di sanificazione forzata. Un epocale, per me, viaggio in Europa al tempo del virus, immagino sarà complicato anche mangiare, vedremo. Poi non vorranno lombardi tra i piedi e a me prenderà fuoco la testa, lo so, e mi verrà voglia di parlare con Fontana. Altro: stanotte un accenno di grandine ma grossa, poi si è spostata su Milano, presumo, perché lì ci sono stati veri nubifragi ed esondazioni. Con le solite polemiche, poi, sulle vasche non realizzate. Infine, come mi auguravo qualche giorno fa (giorno 65), sono state aumentate di parecchio le corse degli autobus, ora la faccenda sarà più funzionale.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 68

15.298 morti, la regione nella più completa confusione e Fontana fa conferenze stampa in cui afferma di aver gestito tutto nella maniera migliore. È purtroppo il gioco delle parti, in questo caso scandaloso perché sul tavolo ci sono moltissimi morti, ma è ciò che sta facendo la destra in tutto il mondo, guidare le proteste contro le norme sul distanziamento e l’isolamento, mescolando legittime preoccupazioni economiche, individualismo ostinato, teorie complottiste, e un rifiuto infantile delle imposizioni dello Stato. Oltre a far finta di non vedere ciò che i dati, maledetti, dicono sulla situazione reale. Tutto questo non importa a una bella fetta della popolazione, che vuole riprendere le proprie consuetudini, come giustamente dice il mio amico F., «spadroneggiare» nei due o tre ambiti piccoli e irrilevanti in cui riesce a farlo, e basta, del resto non vuole sapere nulla. E voterà Lega e a destra comunque. Se riaprire fosse la soluzione certa, si potrebbe anche decidere di assumersi il rischio ma siccome non lo è, e non è nemmeno certo (euf.) che i costi della riapertura (posti in meno, sanificazioni, dispositivi etc.) vengano pagati dai ricavi, ridotti e, neppure, che una nuova eventuale richiusura costi meno del riaprire ora. Cerco di essere conciliante. Silvia Romano ha scritto un messaggio privato ai suoi amici nel quale ha chiesto loro: «Vi chiedo di non arrabbiarvi per difendermi», mi pare un’indicazione bella e ricca di grazia. Si allargano le possibilità di movimento, ora per ragioni di urgenza, necessità, lavoro e visita ai congiunti è possibile muoversi all’interno della Regione, se non sbaglio. Sì, riflettevo, anche ammesso che io mi inventi un congiunto in un posto interessante, poi una volta lì che potrei fare? Una colazione al bar o un pranzo in una buona trattoria? No. Una mostra, un museo, una zona archeologica? No. Una cena a casa di amici? No. Biblioteca? No. Finisce che potrei andare al supermercato, il che rende decisamente meno attrattiva l’idea di muoversi. Una camminata in montagna o in collina o sul lago no, in teoria quella potrebbe essere, e forse bisognerà orientarsi in quella direzione per uscire dal piccolo cerchio in cui siamo rinchiusi.

Qualcosa in questo senso però si può fare e oggi l’abbiamo fatto. Contravvenendo in maniera minima alle norme ma non alle prescrizioni sanitarie, ci siamo trovati in cinque, amici/familiari, in giardino, per poter passare del tempo insieme e parlarci, per la prima volta in due mesi, senza mascherine e senza porte in mezzo. Distanziati, chiaro, con guanti quando serve e precauzione ma, insomma, siamo stati insieme. È stato importante per me, ho bisogno di relazioni che non siano telefoniche, anche se, facile prevederlo, poi siamo finiti a parlare per buona parte del tempo del contagio, delle misure prese o non, di cosa si è fatto e di cosa si dovrebbe fare. Bello sarebbe stato parlare d’altro ma troppo larga parte hanno avuto in questi quasi settanta giorni tamponi, test, morti, ambulanze e sirene, timori, il tempo e il poco spazio, per non parlare di quello. Bene così, mi ha fatto un enorme piacere e sento che anche il mio morale ne risente in modo positivo. Grazie, dunque, amici/familiari. Scopro poi di non essere stato il solo, la mia dirimpettaia T. ha fatto lo stesso, in modalità familiare, e posso ben dire di comprendere. Possiamo decidere di farlo in maniera prudente, avvisata, ma non possiamo rinunciare a vedere le persone cui teniamo. Non c’è telefono o videoconferenza che tenga. A sera sono tornato a casa alle nove, imbruniva, e mi sono reso conto che erano più di due mesi che non lo facevo, sempre tornato ampiamente entro le sette. Inebriante? Un po’, anche se penso che se avessi voluto tirare più tardi non avrei saputo come, per il discorso di prima.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 67

Il governo vara il decreto «Rilancio» da 55 miliardi per famiglie e imprese, la sanatoria per la regolarizzazione dei lavoratori stranieri impiegati nel settore agroalimentare, oltre che come colf e badanti, frutto di un compromesso che dire al ribasso è dire poco, per cui si segnalano le lacrime del ministro Lamorgese, sono notizie di oggi che riporto qui per memoria, i dettagli si possono trovare ovunque, meglio di quanto non farei io. Tra le notizie che, invece, vale la pena considerare in questo minidiario c’è l’entrata della Lega nella giunta regionale siciliana. Oh poffarbacco! E con che compiti? Economia? Sanità visti gli ottimi risultati al nord? No, ovviamente no: delega ai Beni culturali. Ottima scelta. Tra i settori compresi nella delega c’è anche la diffusione nelle scuole della «cultura e del dialetto siciliani», terna, quaterna, cinquina e tombola in un colpo solo. Complimenti. Non dico che sia mettere Goebbels alla cultura, sarebbe troppo, ma un bonobo strafatto di vicks vaporub sì, direi che ci siamo. È anche una questione di età, chi ha vissuto i venticinque anni in cui la Lega ha detto il peggio del peggio di ciò che in Italia è meridione non può non avere un moto di stupore per notizie del genere. Non per la Lega, sia chiaro, ma per il masochismo – ancora! – dei siciliani. Chissà che impennata la cultura siciliana nei prossimi mesi. Federico II si rivolta, eccome, e non è il solo. Il Molise, oggi, è l’unica regione che manifesta un incremento dei contagiati, c’è un focolaio a Campobasso, ovviamente i numeri assoluti sono un’altra cosa. Tra le informazioni che sto monitorando, ci sono quelle inerenti le frontiere, ovvero la possibilità di riprendere a viaggiare in Europa. Lo so, mi ripeto ma a me piace quello. Notizia di oggi è che la Germania ha annunciato la riapertura completa dei confini con il Lussemburgo e progressivamente di quelli con Francia, Austria e Svizzera da sabato in poi, con l’obiettivo di ritornare a una piena riapertura dal 15 giugno. Urrah, dico io, è un inizio, anche se so che frontiere e libertà di spostamento sono due cose diverse. E infatti no, non è così: potrebbe esserci un’eccezione tra le libertà di spostamento verso la Germania e potrebbe riguardare italiani e spagnoli, che non sarebbero non solo graditi ma non potrebbero entrare nel paese. È ora di sfoderare il mio passaporto equadoregno. Mentre io mi lambicco, il direttore della rianimazione del Policlinico di Milano ha annunciato che chiuderanno il famigerato ospedale COVID della Fiera di Milano, quello lanciato in tromba da Fontana e Bertolaso, costato ventun milioni di euro e che ha ospitato complessivamente venticinque pazienti. Un buon rapporto costi/benefici, quasi un milione a paziente, alla faccia. E Bertolaso? Bertolaso non è, come direbbero i maligni in un centro massaggi, anche se la cosa sarebbe meglio per tutti, ma è a Civitanova Marche per realizzare un altro ospedale COVID. Evviva.

Per quanto riguarda me, niente di particolarmente nuovo. Osservo i nuovi prodotti in vendita, principalmente relativi alla sanificazione di cose e ambienti: durante il cambio gomme dell’auto, l’addetto dà prima una spruzzata agli interni da una grossa vaporella di una cosa che dal colore sembra alcool – immagino il senso ma secondo me non serve a una fava – e poi mi propone il cambio del filtro dell’aria scontato, con un nuovo filtro super che cattura ogni cosa proveniente dall’esterno. Chiaro che se giro col finestrino aperto sono un pirla. Se mi fermo ed esco dall’auto, idem. Declino, grazie, continuo a correre l’insensato rischio. Mi chiedo ancora dove trovino l’alcool, che io non trovo da nessuna parte. Qualche mascherina qua e là, invece, e qualche guanto usa e getta si cominciano a trovare, anche se immagino fuori certificazione e prodotti in sottoscala da manodopera dedita alla duplicazione dei dvd fino a ieri.

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Il clima complessivo è un po’ schizofrenico: da un lato si ventila che da lunedì sarà possibile vedere gli amici, in concomitanza con la riapertura dei ristoranti, basta fare due più due, e dall’altro la Lombardia non solo ha lo stesso numero di contagiati di tutto il resto del paese messo insieme ma oggi ha pure triplicato il numero dei nuovi ammalati, arrivando a mille. Quindi? Amici e tutti fuori o contagi in aumento? O tutt’e due? L’atteggiamento schizofrenico deriva, secondo me, dal fatto che in Italia ci sono situazioni molto diverse tra loro, Piemonte e Lombardia da una parte, il resto dall’altra, sommariamente, e dal fatto che politicamente ci sono due posizioni prevalenti, una riflessiva che sostiene una linea prudente sulle riaperture e una smaniosa di riaprire tutto. All’interno di questi schieramenti, le motivazioni sono davvero molto varie: chi ha a cuore per davvero la salute dei cittadini, chi ha a cuore la salute delle imprese – mai come in questi mesi le due cose sono apparse in contrasto – chi ha a cuore sé stesso, chi ha a cuore la propria salvezza politica (e giudiziaria) perché ha commesso una serie di cappellate criminali negli ultimi tre mesi, chi ha a cuore semplicemente la confusione. Domani sapremo se le riaperture saranno differenziate oppure no, così finirà il travaglio interiore. Seoul ha appena richiuso locali, ristoranti e bar, per dare qualche elemento utile al dibattito. E Seoul, intesa come Corea del sud, ha sicuramente alcune cose che noi non abbiamo, per esempio tecnologie di tracciamento attive e funzionanti (a proposito: me lo sono sognato io o c’era un’app che si chiamava «Immuni»? Sogno?) e un certo qual controllo sulla popolazione che noi figuriamoci. Nel piccolo ufficio che frequentavo fino ai primi di marzo, sedici persone e diciotto postazioni, si ragiona sulla messa a norma, più che sulla riapertura in sé, anche perché senza una non ci può essere l’altra. Si parla, dunque, di sanificazione pressoché quotidiana, di percorsi di entrata e di uscita che non si devono intersecare, di dispositivi di protezione individuale, di utilizzo delle maniglie, dei bagni, di diciotto, dicasi diciotto, uno per postazione, cartelli con indicazioni mirate sparsi per l’ufficio (non è vezzo, sono obblighi di legge), da quello che spiega che non è cattiva educazione non stringersi la mano nella zona ricreazione a quelli sugli ingressi riservati, le distanze di sicurezza, il divieto d’accesso, l’obbligo della mascherina e così via. Ma la menata è infinita, perché anche l’aria condizionata sarà un problema. L’ufficio va messo a norma, chiaro, ma il riaprire nel senso di tornare lì a lavorare è oggettivamente un’altra faccenda, sia per i costi materiali sia per i costi nei termini dei dipendenti che si agitano. La cosa si fa perché la legge lo impone, poi vedremo. Il lavoro da casa, per chi lo può fare, e noi possiamo, pare ancora essere la soluzione preferibile, al momento. E poi, ma questo lo dico per me, perché mai dovrei riaprire se non ho lavoro da fare?

La mia rete di scambi procede inarrestabile, per come si è oliata in questi sessanta giorni: il martedì è il giorno della frutta e della verdura, io faccio la spesa – mediamente pago circa ottocento euro, che sono un bel volume di frutta e verdura, visto che non compro manghi andini e non faccio la spesa da Cartiè – e poi la distribuisco alle persone o nuclei familiari con cui sono in contatto. La cosa più difficile è fare la spesa, nel senso di comprare le cose giuste e metterle nei sacchetti correttamente, poi la consegna è il meno. Anche se, essendo in motoscurreggia, devo fare diversi carichi e giostrarmi tra una borsa grossa tra le gambe, il bauletto pieno e uno zaino in spalla. Gli altri giorni sono, di solito, giorni di spesa al supermercato, in farmacia o commissioni particolari, per esempio bancomat, bollette, giornali e poco altro. Nei diversi giri, accade che ci sia uno scambio permanente con le persone che vado a rifornire ed è una cosa a dir poco meravigliosa. Oltre che divertente. Per esempio, solo per attenermi a questa settimana, le splendide persone che vado a trovare mi hanno dato una clamorosa cheesecake ai lamponi fatta in casa (giuro!), una preziosissima e rara mascherina ffp2, la visione di un’immagine del colombario di villa Doria Pamphilij, delle caramelle e dei fiori, una raccolta di formaggi vera e propria con annessa bottiglia di vino, due tavolette di finissimo cioccolato, due panetti di burro artigianale. Fantastico, eh? Non vorrei esagerare con il paragone ma potrei chiamarla un’economia di tempi di guerra, nella quale ci si scambia ciò che si riesce ad acquisire o produrre: poiché lo si fa in una certa quantità, il baratto è il sistema più utile per il funzionamento del circolo. Ovviamente non è un dare-avere in senso stretto, io sono contento di fare le spese per loro e loro manifestano il proprio ringraziamento con doni, molto apprezzati. L’impegno che mi prendo fin da ora è fare in modo che questa cosa prosegua anche una volta finita questa situazione orrenda, mantenere questo modo gentile di prendersi cura gli uni degli altri. E un po’ viziarsi.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 65

Oggi è stata una giornata frenetica. Che dico? Alla luce delle attività degli ultimi due mesi, freneticissima. Ed è pure lunedì. Oggi: cambio delle gomme (e batteria, per non farsi mancare nulla) dell’auto e revisione della motoscurreggia. Sì, pare poco ma come cumulo di attività è di gran lunga superiore alla somma delle attività svolte dal sette marzo a oggi. E ho pure pagato il bollo della motorella. Ma non è quello che voglio raccontare qui. Quello che voglio raccontare è che il cambio delle gomme dell’auto ha implicato tornare a casa dal gommaiolo e poi tornare di nuovo da lui a riprenderla e ciò l’ho fatto, esperienza del periodo, con l’autobus. Autobus in tempo di covid-19, quindi per vedere come funziona. Va premesso che in termini di rischio di contagio l’autobus è quarto solo dopo una gang bang in una tualétt pubblica di una stazione ferroviaria, ventiquattr’ore di reclusione in una funivia piena di persone sospesa sopra il baratro e una conferenza stampa della Regione Lombardia. Ecco, poi c’è l’autobus. Bene, mi accingo a prenderlo e scopro che, in effetti, le corse sono diminuite di parecchio: da una frequenza di circa quindici minuti, linea centrale e frequentata, siamo passati a una corsa ogni ora. Ovviamente a me mancano cinquanta minuti, aspetto. Nel nulla e sotto la pioggia. Beh, che esperienza piena sia, a questo punto. Non proprio sotto, devo essere onesto, per fortuna c’è la pensilina, la quale ha, però, tre sedili coperti e due di quelli sono interdetti, perché troppo vicini, quindi c’è solo un posto. E noi, osservo ora e la cosa diventa più rilevante di prima, siamo in due. Va bene, cedo il posto alla signora ma la distanza regolamentare mi imporrebbe di stare fuori, sotto la pioggia. Ecco, preferirei di no, non ho nemmeno l’ombrello e, quindi, trasgredisco ma mi giro di spalle. Poi, arriva l’autobus, e siccome siamo vicino a un capolinea è praticamente vuoto. Prima, le porte: quella davanti è off limits, è dell’autista e non si apre più; quella al centro è per la discesa e quella dietro per la salita. I posti a sedere utilizzabili sono otto, tutti gli altri hanno un bell’adesivone rosso che avverte tassativo. I posti in piedi sono sette e anche in questo caso c’è un adesivo blu che dice dove si deve stare. Ergo, la portata dell’autobus è quindici persone più l’autista. Dice la regola: se l’autobus è pieno, non si deve salire. Prima obiezione, naturale: da giù, dalla fermata, l’autobus non sembra pieno, sembra un autobus con quindici persone che, rispetto alla capienza normale di settantacinque sono, realmente, pochine. Quindi, a uno gli viene di salire. Seconda obiezione: piove. Terza obiezione: è un’ora che si aspetta. E se non si piglia questo, tocca aspettarne un’altra. Risultato delle tre obiezioni? La gente sale lo stesso. E, onestamente, capisco. L’autista quindi che può fare? Se ha contato bene e siamo pieni e nessuno, dico nessuno, deve scendere, può saltare la fermata e far finta di non sentire i bestemmioni. Ma se qualcuno lo costringe a fermarsi per scendere, allora la gente sale, non c’è niente da fare. Ed è proprio quello che avviene: in poche fermate siamo più di quelli che dovremmo essere, sale addirittura un gruppo di otto amici che ci portano immediatamente nell’iperuranio della trasgressione. Così non funziona.

Tra l’altro, per chiudere il capitolo autobus, pare che a Milano dai primi test sia risultato positivo il 60% degli autisti. Più che nelle residenze per gli anziani. Non scherzavo, all’inizio, sul grado di pericolosità, almeno fino a due mesi fa.
Silvia Romano è tornata, spero non faccia troppo caso ai commenti di molti dei suoi scellerati connazionali, di sicuro adesso c’è bisogno che qualcuno le dica che Conte non è il Conte di prima, ora è diventato buono, ha fascino e non è più amico di Salvini. E chissà se si sarà chiesta che ci faceva Di Maio a Ciampino ad accoglierla. Perché intervistano il ministro dello sviluppo economico sulla mia liberazione? Mah. Nel frattempo, i governatori di tredici regioni di centrodestra hanno intimato al governo di emettere le linee guida per le riaperture entro mercoledì, oppure faranno da soli. Ovviamente è una mossa furbastra, perché intende far ricadere sulle lungaggini e le incertezze del governo la responsabilità della situazione attuale quando, invece, le magagne sono locali e certe Regioni non dovrebbero aprire proprio. Lombardia, Piemonte e magari Liguria, per fare i nomi. Il governo, che non sta a guardare, reagisce dicendo sì alle riaperture il 18 ma differenziate, a seconda della regione, e cala un asso in più, relativo alla comunicazione: da giovedì prossimo i dati sull’epidemia verranno diffusi al grande pubblico regione per regione, così ben si capisce chi sta messo meglio e può riaprire e chi no. Chi saranno i cattivoni? Si prevedono, ed è facile, ricorsi e diffide. Perché il messaggio è davvero chiaro: cari governatori, non si può fare ciò che volete fare. E la colpa è vostra.
I contagi pare non interessino più granché.

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editoria e musica ai tempi del covid-19: nel mezzo

È di ieri la notizia che il prossimo salone del libro di Torino sarà via streaming, quindi avremmo detto qualche anno fa «virtuale». Insomma, non ci si va, ci si collega e si segue da casa, come ultimamente ci stiamo abituando a fare.
L’editoria, dunque, ragiona e si adegua alla nuova situazione, potendolo fare più di altri settori tipo, per dire, l’industria produttrice di cannoni. Anche dal punto di vista delle pubblicazioni il tema è caldo e, di conseguenza, bisogna cominciare ad avere qualche titolo in catalogo. Le case editrici più piccole, più agili e versatili, ne approfittano e, come Piemme per esempio, pubblicano al volo dei librelli, instant books, di non più di cento pagine e, quindi, di sforzo e costo modesto, in formato elettronico prima che cartaceo. Alcuni sono semplicemente cronaca – a saperlo, mettendo insieme il mio minidiario ne avrei fatti almeno due! – e altri propongono anche qualche minima riflessione, nonostante la contemporaneità spinta del fenomeno. Poi c’è qualche riciclo, secondo me, cui è stata aggiunta la parte sul covid-19, vedi «Mafie e pandemia» qui sotto. Suggerisco, presto!, anche «La divina Commedia e la pandemia», «Cinquanta sfumature di grigio e pandemia» e il supremo, meraviglioso «Utopia e pandemia» di Thomas More. Eccellente.

Ciò che è eccezione per le case editrici piccole, è la norma per quelle più grandi: essendo più lente e, solitamente, offrendo prodotti più accurati, per agire in tempo devono sfrucugliare quello che già hanno, magari qualche saggetto non troppo dissimile per argomento o qualche tipo di trattazione cui può essere incollato il titolo d’attualità. Immagino, ma sto andando per supposizioni e cazzeggiando perché mica ne ho letto nemmeno uno di questi, che la Di Cesare, filosofa stimata, stesse scrivendo un saggio sul capitalismo e abbia virato in corsa trovando l’aggancio con il virus sull’«asfissia», come sintomo e metafora, se no sfugge il senso tra titolo e sottotitolo. Stessa cosa per la raccolta di saggi di Teseo, probabilmente il filo conduttore è davvero flebile. Suggerisco anche per loro: «Comincia il libro chiamato Decameron, cognominato prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle in diece dì dette da sette donne e da tre giovani uomini al tempo del coronavirus».

Come già visto nei giorni scorsi con Andrew Taylor e la sua «The lockdown session» e DaBaby con «Blame It On Baby», anche il settore musicale di adegua e prende atto della realtà. In questo caso è facile farlo, se si pigliano delle raccolte, si inventa una collana, in questo caso «Work from home with…» e poi un nome a piacimento, si fanno un po’ di copertine e via, è fatta. Evans, Gilberto, Jobim, Getz e così via per stare alla Verve, che ha un ricco catalogo, ma con altra casa anche Zimmer, autore di milioni di colonne sonore di film di successo. In questo caso, il richiamo allo smart working è evidente fin dalla copertina: computer, caffè, penne per lavorare e lo svago della musica (che sarebbero i popcorn). Tutta roba già pronta. Ma ce ne sono ancora e ne usciranno a breve, per esempio gli Orleans con il loro soft rock seguono la scia, non ne riporto la copertina perché non è rilevante in questo senso.

Più serio Einaudi che pare avere composto qualcosa davvero da casa, approfittando della reclusione. Certo, ovvio che la tranquillità dello stare in casa in modo forzato favorisca più alcune professioni, diciamo creative, rispetto ad altre, i piloti di elicotteri per esempio. O i posatori di ponti.

Pian piano, perché serve giustamente tempo, le produzioni più serie, libri o dischi, prenderanno il posto di quelle più istantanee, sull’onda del momento. A quel punto sarà più difficile per me prenderli per i fondelli e, dunque, leggerò e ascolterò.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 64

When I’m sixty-four. Oggi. Sessantaquattro giorni, bel numero per la matematica, bel numero per noi anche se, tutto sommato, se la situazione non precipita, abbiamo parecchi sprazzi di vita quasi normale. Per esempio, oggi il primo caffè al bar. Oddio, detta così non è che corrisponda molto alla realtà dei fatti: si è trattato di mettermi in coda, nella formazione ormai consueta del persona-duemetri-persona-duemetri, aspettare il mio turno, interloquire con il barista sulla porta sbarrata del bar, fare l’ordinazione, aspettare, ricevere un bicchierino di plastica con dentro il caffè, una bustina di zucchero e una palettina. Non solo: da consumare rigorosamente non lì, magari in macchina o, magari, visto che io non ero in macchina, nascosto dietro qualche angolo furtivo. Oserei dire che il gusto si è un pochino perso. Perché il bello, parlo per me, è appoggiarmi al banco, magari fare due chiacchiere, sentire sfiatare la macchinona del caffè, guardarmi in giro e magari sparare una minchiata. Da bar, appunto. Così no, si perde tutto il bello, infatti non saprei dire come fosse il caffè: bevuto in fretta camminando e bon, fine. Nemmeno loro, intendo i baristi, hanno ancora preso la mano sulla cosa, tendono a essere un po’ legnosetti nella gestione degli ordini e della fila. Per carità, con il tempo, è pur vero che abito in una città che dell’aver la testa dura, nel senso di dura ma anche di lenta, ne ha fatto manifesto, ma mi permetto di dare due suggerimenti al volo, da profano consumatore: a) prendere gli ordini in una volta sola di due/tre persone in coda velocizza di molto la faccenda, peraltro come di solito già facevano al bancone; b) preparare bustine e palette alla porta del bar, dove si prendono gli ordini, armonizza le operazioni. Ecco, giusto per rendermi utile. O no, in realtà lo faccio per me. Perché lo ammetto: odio fare la coda. O-d-i-o. Non da oggi, da sempre. Piuttosto vado alle quattro del mattino ma stare in coda è una cosa che mi riesce difficile. Non è l’attesa, nel senso che posso aspettare un autobus per un’ora senza grandi problemi, credo sia proprio la coda: delle persone, davanti, che fanno domande o si perdono via, facendo aspettare me. Sì, è l’elemento umano che mi disturba, finisce che sto lì ad ascoltare e invariabilmente se uno davanti a me fa una battuta non rido (e penso andiamocene fuori), se fa una domanda viene da rispondere a me (no, ha finito?), se è indeciso sceglierei io al posto suo (quello, finito!). Lo so, poco simpatico. E sarà bene che me ne faccia una ragione perché, come dicevo, la coda sarà il fattore caratteristico dei prossimi tempi. Lo è già e lo sarà ancor di più. Nel frattempo, oggi quasi ottocento nuovi contagiati, ed è un numero basso, considerando che è una quantità che non si vedeva dal 6 marzo, pre lockdown. In questi giorni i dati sui contagi e i decessi sono sempre preceduti dall’avverbio «solo», nel senso che sono in costante diminuzione, anche se riferito ai decessi suona sempre sgradevole. La locuzione esatta è: «Oggi solo».

Domenica di sole e, visto che è possibile uscire, sono uscito. E sono uscite anche le persone in reclusione stretta, dopo la prima timida uscita del 4, questa settimana hanno preso confidenza. La cosa buffa cui assisto è che coloro che sono stati in clausura osservante non hanno appreso le modalità di distanziamento sociale che noi, che più o meno siamo usciti nei due mesi scorsi, invece ormai consideriamo quasi scontate. Per esempio, quindi, vedo persone uscite da poco che tendono, invariabilmente, ad avvicinarsi troppo mentre si parla o a non pensarci. Oppure, hanno l’impulso di un gesto di affetto, un abbraccio, una stretta di mano, o di amicizia, una pacca sulla spalla, un buffetto, che ancora non trattengono perché non si sono ancora educate ai gesti della distanza. Non è un bene, intendiamoci, essere assuefatti a non toccarsi e a non scambiarsi alcunché. Per esempio, la mia mamma, con gesto affettuoso, ha preso delle fragole e me ne ha porte alcune dalla sua mano gentile (e nuda). Posso biasimarla per questo? Ovviamente no. Sono i tempi, da biasimare, eccome, tutto il resto è solo da apprezzare.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 63

Alcune brutte notizie e una buona di questi giorni: sono deceduti, purtroppo e tra gli altri, Little Richard, che aveva pure la sua veneranda età ma avendo in sostanza inventato il rock ‘n’ roll io gli sono riconoscente in eterno, poi Piero Gelli, fine filologo gaddiano e direttore editoriale di Einaudi e Garzanti, tra le altre, e infine Franco Cordero, di cui parla meglio di me Federico qui sotto. La buona è che, dopo 536 giorni, è stata rilasciata Silvia Romano. «Che Italia troverà?», si chiedono alcuni pensando alla pandemia, «la solita Italia del cazzo», rispondo io pensando alla pletora di merdine sparpagliate in rete che si chiedono aggressive quanto sia stato pagato di riscatto «con i nostri soldi». Naturalmente, fossero stati rapiti loro pretenderebbero il pagamento eccome, ma non c’è pericolo: dato che nulla fanno per rendersi utili all’umanità, possono stare tranquilli sul divano a commentare. Bentornata Silvia, finalmente. Così al volo: il TAR della Calabria ha bocciato, surprais!, l’iniziativa della presidente Santelli di riaprire i ristoranti fin da subito, si sapeva e nel frattempo lei ha avuto le sue due paginette di notorietà. Altrimenti le toccava darla a Berlusconi, capisci bene che meglio spararne una grossa. Il Ministero ha comunicato che gli orali della maturità cominceranno il 17 giugno con cinque studenti interrogati al giorno, e qui si intende di persona, davanti alla commissione. Mi pare giusto, alla fine è una tappa importante e vale la pena che sia la più normale possibile. Meno normale, a proposito di esami, invece sono quelli che ho visto gestire alla mia amica T. stamane, in diretta in videoconferenza: a parte un senso della puntualità discutibile, alcuni di loro erano sì e no usciti dal letto da poco e il letto, sfatto, era ben visibile dietro di loro. Accomodati alla meno peggio, si sono presentati per sostenere l’esame. Ora, purtroppo il fatto è che ormai, in parecchie istituzioni scolastiche del paese – quelle equiparate, diciamola chiara – i figlioli non sono discenti e, quindi, cazziabili ma clienti e, in quanto tali, vanno incoraggiati e coccolati. La frustrazione di T. era visibile e palpabile, mi spiace. Anche per i pischelli, cui mancherà un pezzo davvero importante dell’istruzione superiore, quello che ti insegna a stare al mondo. Un caffè di Milano ha installato per primo, o tra i primi, delle divisorie di vetro o plexiglas in mezzo a ogni tavolo, per separare i due commensali altrimenti troppo vicini. Bene, proviamo. La cosa buffa è che il titolare sostiene, convinto, che «ai clienti piace» e qui la mia credulità un po’ vacilla, perché l’effetto Poste è francamente inevitabile e a chi piace prendere un’insalatina di avocado allo sportello delle Poste? Mah, a questo punto devo provare pure questa. Alle Poste, intendo, non al caffè di Milano.

La notizia seria è che, tra i vari parametri monitorati dalla Regione Lombardia, basati quasi tutti su dati inesistenti se le abitudini non sono mutate nelle ultime notti, uno abbastanza certo (il condizionale è sempre d’obbligo con questi) sono i ricoverati in terapia intensiva: ecco, con cinquecento nuovi casi, la Regione ha dichiarato che si richiude e si torna a panificare a casa. Sono un po’ deluso, lo ammetto, speravo in qualcosa di un filino più sofisticato: un complesso incrocio tra il valore di R0, cioè il numero di riproduzione di base, e la durata della contagiosità dopo l’infezione di una persona, la probabilità di infezione e soprattutto il tasso di contatto, il tutto riparametrato su base demografica, sociale e tassonometrica. Invece no, io ti lascio uscire ma se ti fai male poi le prendi. Ma se stiamo a 499 tutto a posto? Birretta sui navigli? E se quelli malati che puntano la terapia intensiva li abbattessimo? Via puliti, tutti fuori. O anche solo nasconderli, senza fargli del male, basta convincerli a ritirarsi in un qualche albergo nel bosco. Però valgono solo quelli che in terapia intensiva ci finiscono per covid-19, eh, non facciamo scherzi. Che qua siamo tesi.

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