In corso Regina Margherita c’è un vero genio situazionista, moderno e ironico.
È sempre così, è il colpo d’occhio che fa la differenza. Per completezza, ecco il record etico e giudiziario completo del Tramp di cui si diceva poc’anzi:
Ma già sappiamo, per esperienza diretta, che non è ciò che fa la differenza.
Sì, ho già messo la loro ‘Struck dumb’ nelleccanzoni ma siccome penso che loro, i Futureheads, lascino parecchio indietro molti loro brit-colleghi di genere che pure apprezzo, Kaiser chiefs, Maxïmo Park, Wombats, e se solo avessero avuto costanza e diligenza, invece che incidere a malapena sei dischi in vent’anni di cui uno a cappella, figurarsi, sarebbero i più grandi di tutti.
E allora ci metto la loro ‘Good night out’, bellissima. E un video in pieno stile Martin Parr, irresistibile. Forse mi piacciono ancor più e proprio per questa loro insensatezza e condotta sciagurata così inglese, so british, che mi aggradano così molto, coretti compresi. L’otto maggio sarebbero pure a Sunderland, ovvero a casa loro, talmente indolenti da nemmeno muoversi. Va’ a finire che compro e poi non ci posso andare, lo so fin da ora. Via con l’atto insensato, allora.
La comoda pleilista de leccanzoni del giorno esiste ancora, è a cinquantasette canzoni e adesso è su Tidal, che son passato di là per le note vicende, Trostfar ne era stato l’ispiratore oltre che autore della magnifica copertina, grazie, ora l’aggiorno e sta qui, per chi desideri.
Milleottantanove, in realtà, eccomi qua: mi sono ascoltato tutti e milleuno i dischi-da-ascoltare-prima-di-morire, dall’inizio alla fine senza mai saltare un brano, tutti o quasi i giorni lavorativi dal 13 dicembre 2021 a oggi, 12 marzo 2026, e poi mi sono sentito anche gli ottantotto album usciti dalle edizioni precedenti e sono, ora, finalmente, urrà, era ora, sopravvissuto a tre dischi tre di Cane West, un uomo libero:
Potrò finalmente andare in giro, vedere il mondo, parlare con le persone, dormire la mattina. O forse no.
In realtà il progetto prosegue, ad averne voglia. Chi sia riuscito nell’impresa, a oggi 677 persone sul globo terracqueo, può suggerire un album a sua volta, così che chi prosegue lo riceverà in lista. Il punto è che man mano che passa il tempo le persone finiscono, suggeriscono e, quindi, come la tartaruga di Achille, la soglia del traguardo si sposterà sempre più in là. E non si finirà mai. Perché io sto per aggiungere il mio, per esempio, proprio ora. Un millimetro in più all’arrivo.
Milano, Giambellino, ero andato per vedere dove stava il Cerutti, Cerutti Gino, e sono incappato in una scritta sul muro che è un atto sublime: scrivere sul muro è per sua natura un modo per attrarre attenzione e invitare a non farne, di attenzione, è gesto surreale. Il ‘me’ è poi così splendidamente impersonale da far pensare alla scritta in sé, ma non propendo, o all’autore, il che è ancor meglio: come badare a un ignoto e pure assente?
E io sto qui a scriverne, disgraziato, invece di non badare a lui. Però, scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono e lui, lo sfuggente, lo sa eccome, visto che ha reso esplicito un controsenso dell’attenzione. Da adesso non baderemo più a te, promesso. Anche se ho il sospetto che non è ciò che vuoi, caro il mio muralista.
Dovessi un domani darmi alla carriera di spia o di scrittore in cerca di un nom de plume o diventare il protagonista di uno sketch dei Monty Python, allora di certo il mio nome sarebbe: Vladzio Jaworowski d’Attainville. Imbattibile.
Per notare sorpreso ancora una volta come la realtà batta la fantasia, esistette per davvero un Vladzio Jaworowski d’Attainville, cappellista e modista franco-polacco molto noto, compagno storico di Cristóbal Balenciaga. Il suo volto corrisponde peraltro alle mie fantasie, scatenatesi non appena sentito il magnifico nome e cognome.
Cumuli di neve orlavano i marciapiedi: sotto c’erano sicuramente i cadaveri degli ubriachi, che sarebbero riaffiorati a primavera. In Russia li chiamano “i bucaneve”: annunciano il ritorno della buona stagione con la stessa infallibilità degli uccelli migratori.
Da ‘Beresina. In sidecar con Napoleone’ di Sylvain Tesson. Che popolazione, questi russi, che sensibilità, che lirismo. Non vedo l’ora di andare da loro.
Strepitoso questo manifesto sovietico del 1987 che invita, semplicemente, a spegnere la luce quando si esce dalla stanza.
Braccio spegni esci gamba. Irraggiungibile per sintesi, chiarezza e bellezza. «Уходя, гаси свет!», «Quando esci, spegni la luce!», СССР, 1987, autore ignoto. Evidentemente non tutti spegnettero la luce e poco dopo l’URSS collassò.
Ricordo questa ripresa di Umberto Eco che, cercando un libro specifico, camminava nel labirinto della sua biblioteca – non so quanti appartamenti uniti in Foro Bonaparte a Milano – per andare esattamente a prenderlo in un punto in fondo in fondo. Trentaduemilacinquecento volumi, e doveva essersene letti la gran parte, alcune collezioni complete immagino, si intravedevano numerosi scaffali solo di Adelphi; la struttura era labirintica, con angoli retti, e ovviamente viene in mente Borges.
Eco chiese che per dieci anni dalla sua morte non si organizzassero convegni su di lui, immagino per raffreddare il pensiero critico, e così incredibilmente è stato. Ma il 19 febbraio scorso è scoccata l’ora ed è il momento di ripensare l’intellettuale, il critico, il semiologo, il romanziere, di capirne a fondo e celebrarne la grandezza: a Bologna aprirà a maggio la ‘Biblioteca Moderna Umberto Eco’ che ne riproduce quella di casa, una parte più antica dei volumi è invece andata alla Braidense, com’è giusto, e poi avanti con i convegni: ‘Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo’ a Bologna, in occasione dell’apertura della biblioteca, per citarne uno.
Ricordo mio padre, che con Eco ci aveva lavorato un po’ ai tempi di Urbino, che snob qual era – mio padre, dico – alzava il sopracciglio quando lo si citava. Sbagliando, era però sintomatico di un atteggiamento molto italiano, citando Stanis La Rochelle, per cui la stazza critica e intellettuale di Eco viene percepita complessivamente e pienamente più all’estero che da noi, se non nel ristretto ambito accademico. Il successo dei romanzi, la rosa e Foucault sopra tutti, all’estero è una cosa che non si percepisce in Italia, la fortuna critica, le quaranta lauree ad honorem in tutto il mondo, la versatilità del suo pensiero, la leggerezza anche – le bustine di Minerva erano le mie preferite, mi sembrava di ricevere molto in poco -, un amico ucraino costretto a lasciare casa a Kharkiv mi diceva che la cosa che gli manca di più sono i romanzi di Eco, rimasti là. Da noi la parte dei romanzi viene quasi percepita come un’incursione commerciale alla ricerca del facile, tutti sul pulpito perché capaci di scrivere romanzi di enorme successo, ovviamente.
Io ho spesso pensato che eravamo molto fortunati, quando c’era, ad avere Eco. Non ad averlo avuto, certo anche quello, ma ad averlo nei tempi correnti, in cui ci siamo anche noi. Una propaggine luminosa di un mondo che va scomparendo che si è spinta fino al 2016, una fortuna. A me poi piaceva la sua critica più sottile, come quando definiva l’imperatore Costantino «un grande figlio di puttana», sintesi peraltro abbastanza calzante, oppure le sue indicazioni leggere su ‘Come dire parolacce in società’ o ‘Come riconoscere un film porno’, che poi a guardar bene tanto leggere non erano. Adesso potremo capirlo meglio ma a posteriori è sempre un gran peccato anche se, purtroppo, è così che spesso va, anche con gli affetti personali.
Comunque, la passeggiata di Eco nei meandri della sua casa-biblioteca che ricordavo all’inizio è nei primi minuti di La biblioteca del mondo di Davide Ferrario, bel documentario su di lui. E il libro che andava a prendere, in fondo in fondo, era intonso. Quindi aveva anche la biblioteca del possibile, ovvero sapeva di avere molti testi senza averli letti, da utilizzare alla bisogna. È questa la grandezza della preparazione, avere gli strumenti per poi richiamare quel che ti serve, non il dettaglio spicciolo.
Da qualche tempo ho deciso di interessarmi un po’ di più ai paesi che, secondo me e non solo me per fortuna, oggi racchiudono le energie del mondo: Iran, Turchia, medio oriente, alcuni stati centroasiatici, alcuni nordafricani. Tutti in condizioni pessime dal punto di vista democratico e di sopravvivenza o, per alcuni, addirittura non riconosciuti, il che probabilmente è alla base delle energie stesse che vengono liberate. Meno interessanti i paesi su cui mi sono concentrato finora, il cosiddetto Occidente, vecchio, ossessionato, ripetitivo, in calo verticale e in preda alla paura, allo zero demografico in cui anche i ventenni ragionano come anziani. Aggrappati a una vita dispendiosa che ci sentiamo sfuggire dalle mani.
«Non ho una patria per poter dire che vivo in esilio… vivo in postmortem… vita quotidiana, morte quotidiana», dice Elia Suleiman, regista e attore palestinese con cittadinanza israeliana di cui ho appena visto ‘Il paradiso probabilmente’, il mio primo suo film e di cui ho scoperto l’esistenza da due ore.
Apolide, Suleiman racconta uno sguardo sul mondo intero ironico e stralunato, alla Tati direi, spesso guarda in camera e non risponde alle domande, inespresso mentre il mondo attorno fa piccoli gesti insensati. Alcune inquadrature in una Parigi deserta sono meravigliose e le scene in cui attende in sale d’attesa sfolgoranti sono ridicole. Infatti, nel film il regista peregrina tra studi di produzione francesi e americani alla ricerca di finanziamenti per il suo nuovo film, nel film. Il tassista nero americano che scopre che è palestinese è un vero spasso e la scena con l’uccellino sul tavolo è Tati al cubo. Forse non un film di peso ma, dico, un film grazioso, assurdo e delicato. Fine del Mereghetti, vado a imparare arabo e russo.
Si racconta in Russia che nella parte più fitta del bosco vi sia un melo che produce frutti più neri del carbone.
Queste mele nere se mangiate permettono di ringiovanire, di ricominciare la vita. Bisogna pensarci bene, prima di mangiarla. Sembra facile, ringiovanire, vivere di nuovo, ricominciare ma non è così, a pensarci. Gli amici, gli affetti, le storie, tutto perduto. Perché la vita, quella nuova, non sarà uguale a quella prima, altrimenti come dice il Leopardi degli almanacchi: «avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro» perché «quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura».
E come sarebbe essere prigionieri in un posto? Non una cella, una grotta, un armadio ma, per esempio, in un albergo. Come sarebbe essere reclusi in un albergo? Se lo chiese Amor Towles – se ricordo bene – in una sala d’aspetto e ne trasse spunto per un romanzo, ‘A Gentleman in Moscow‘, del 2016. La felice intuizione fu di ambientare il meccanismo narrativo della reclusione nell’albergo, appunto, al tempo della rivoluzione bolscevica a Mosca: un aristocratico russo, il conte Alexander Rostov, privato delle sue ricchezze e proprietà, viene messo agli arresti domiciliari a vita in un elegante albergo di Mosca, il Metropol’. Con l’avanzare della rivoluzione e dello stalinismo, viene man mano privato dei comfort dell’albergo, vino e cibo peggiore, camere sempre più spoglie, niente più barbiere o bar, e nel frattempo l’autore racconta le vicende sovietiche dall’interno dell’edificio. Un po’ come l’aeroporto di ‘The Terminal‘, stesso principio narrativo. Lo spirito di Rostov non si piega e, come dice spesso, «governa le circostanze senza farsene governare» con gentilezza d’animo.
Dal romanzo è stata tratta una serie televisiva omonima, che consiglio. Qui sopra il Conte e Nina, irresistibile ragazzina con cui il protagonista – sua contità – scoprirà recessi inaspettati dell’albergo. A tratti, specie all’inizio, la serie è un filo lenta ma vale la pena darle credito a mio parere, fino alla fine poetica e sfumata che riporta, come all’inizio, alle mele nere e a una nuova vita. Russianamente parlando.
facciamo 'sta cosa
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