la gioia di un palazzetto abbastanza pieno e la delusione per il governo che dimentica ancora i concerti

Con il decreto dell’11 ottobre, la capienza nei palazzetti dello sport è stata portata al sessanta per cento. Ed è stata una vera gioia rivedere finalmente le persone insieme ed esultare, quando c’era da farlo, come iddio comanda.

O insultare l’arbitro, nessuna differenza. Bello, ne sono uscito rincuorato, lo ammetto, era un anno e mezzo che mi mancavano le moltitudini. Anche al sessanta per cento.
Peraltro, in altri palazzetti dev’esserci un sessanta per cento diverso.

Questione di gioco, mi sa. Comunque, secondo il decreto nelle regioni in zona bianca nei cinema, nei teatri e nelle sale da concerto la capienza è tornata al cento per cento con posti seduti e numerati; negli stadi al settantacinque per cento; nelle discoteche al cinquanta al chiuso e al settantacinque all’aperto. Bene.
Non per la prima volta, però, il governo dimentica i concerti. Che, sarebbe bene lo sapessero, non si svolgono solo nei teatri e solo nelle sale da concerto, ma nei club, nelle sedi delle associazioni, nei posti piccoli. Non vi sono indicazioni per loro, si devono presumere: ovvero che i posti debbano essere seduti e, attenendosi alle discoteche, che la capienza debba essere non si sa bene di quanto. Ma così non funziona: «la capienza al cento per cento con posti assegnati in realtà è minore di quella del cinquanta per cento con i posti in piedi, quindi dal punto di vista economico forse conviene restare chiusi» dice Federico Rasetti, direttore di KeepOn Live, associazione di categoria dei live club e festival italiani.
Confermo che non funziona: sabato scorso a sentire Steve Wynn eravamo sì e no poco più di una sessantina, seduti e distanziati là dove, non essendo una sala da concerto, non esistono posti fissi e numerati e la cosa si è potuta tenere solo per il fatto che Wynn era solo sul palco in acustica e che, ne sono abbastanza certo, si accontenta di un tozzo di pane pur di suonare. Spese all’osso, dunque, manco l’elettricità per l’amplificazione, e buon cuore.

Di conseguenza, i nomi grossi italiani virano sui teatri perché i palazzetti al sessanta per cento bastano a mala pena a coprire le spese, quelli piccoli non sanno bene che fare e, cosa non da poco, «dobbiamo scordarci i tour dei più importanti artisti stranieri, ci sono troppe incognite per convincerli a venire nel nostro paese», dice ancora Federico Rasetti. E ha ragione, molti hanno già rinviato al 2022 e dove non arriva la pandemia arriva l’incertezza della situazione.

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