«il palazzo di famiglia a Roma, scrigno di tesori d’arte e affacciato con riservato contegno sul traffico caotico di piazza dei Santi Apostoli»

Un genere umano e letterario, e anche comportamentale, direi, che mi diverte molto è quello dei nobiloni, intendo esponenti di quelle poche decine di famiglie che da secoli possiedono il paese e che di solito organizzano o sostengono colpi di stato di colonnelli fascisti, che si raccontano nelle interviste o nelle biografie familiari come modesti custodi di un bene comune da preservare per le future generazioni.
Che sobrietà, che umiltà, si dipingono anche in maniera apparentemente scherzosa, aprono le dimore per condivisione, come Maria Pace Odescalchi: «Apriamo le nostre dimore al pubblico e cerchiamo di coinvolgere i più giovani», che gentilezza d’animo. Ne parla anche col vicino: «È un pensiero che condivido spesso con Prospero Colonna (vicino di casa della principessa e proprietario del sontuoso palazzo di famiglia, ndr): siamo custodi, non proprietari», tutto pare generoso e aperto, mi piacciono molto quando parlano di «educazione al bello», che ovviamente loro hanno e noi, quasi tutti, no.

Poi, leggendo tra le righe, emerge sempre il punto nodale: la roba. Il possesso della roba, siano le lettere di Bernini al trisnonno o il palazzotto in via della Conciliazione o quelle statue romane in cantina. La roba che va preservata al possesso della famiglia, altroché, la roba su cui si costituisce l’esistenza stessa della famiglia. Per fare un esempio, vado a memoria, quando si trattò di costruire l’alta velocità da Milano a Roma, un terzo dei terreni espropriati appartenevano ai Torlonia. Un terzo. Oggi. Mantenere la roba costa, loro lo sanno, e solo aprendo e mettendo biglietti possono reggere l’impatto economico. Non è, non sempre, generosità e apertura mentale, è cassetto. Si capisce. Mi diverte però come venga raccontato, come magnificenza nei confronti del popolo bue.

Un altro di questi è il qui sopra erede Barberini, Urbano, che si ritrae in pose spiritose, scrive testi teatrali e libri biografici. Senza mai però mancare di inserire gli elementi che ricordino a tutti la posizione, sia una corona per quanto buffa, un ermellino, un Caravaggio buttato lì. La stessa intestazione della storia della propria famiglia è però estesa ed esplicitata, Urbano Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra, un buon settanta per cento del jet set nobiliare romano degli ultimi sette secoli e altrettanto del patrimonio immobiliare del centro di Roma: ‘La bellezza nel destino. Le api, il principe, l’eredità della famiglia Barberini’ è il titolo del libro, non sfuggano di nuovo i termini ‘bellezza’ e, soprattutto, ‘destino’. Partono sempre simpaticoni poi si capisce dopo poco che vogliono e possiedono tutto, che l’ego lì dentro è smisurato come inevitabile che sia. Calca anche i palchi, l’Umby, con ‘Barbari, Barberini e Barbiturici’, recente successo all’Off Off Theatre di Roma. Buffoncello anche non so più quale principe Massimo (principe?) che alla domanda se la sua famiglia fosse quella di Quinto Fabio Massimo, il Cunctator, rispondeva che non lo sapeva ma che di certo nella sua famiglia ce lo si chiedeva da duemila anni. Capito dove sta il baricentro? Dentro, sempre dentro.

Solo Fantozzi ne ha fatto brandelli dei Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra Viendalmare, di tutto il vecchiume patrimoniale e ideologico che sta dietro questi personaggi, dediti solo e sempre alla cura e al guadagno per sé, fatti alla radice dell’esistenza stessa delle loro famiglie e patrimoni. Di titoli nobiliari non più esistenti che contraddistinguono ancora gerarchie vivissime e vissute con grande importanza. Il figlio, di sei anni, si chiama Maffeo Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra, come quel Maffeo Papa Urbano VIII che generò «la rivoluzione culturale chiamata in seguito Barocco, restituendo a Roma la centralità perduta». Come verrà su il fanciullo?

Tra le tante iniziative, quasi tutti sono iscritti o hanno partecipato a fondare l’Associazione Dimore Storiche Italiane (A.D.S.I.) che raggruppa castelli, palazzi, isole, tutti ancora in possesso degli ultimi pargoli delle dinastie. Basta leggere i primi punti degli obbiettivi dell’associazione per capire che è tutto rivolto all’interno, ‘verso i Soci proprietari dei beni, a cui fornisce consulenza e assistenza giuridica, amministrativa, tributaria e tecnica, per la gestione delle dimore’, al mantenimento non solo delle dimore ma anche della proprietà di esse, quindi all’ottenimento dei fondi per farlo. Cedere allo Stato? Giammai, lo Stato sono loro, lo sono stati i loro trisnonni, figuriamoci. Già tocca aprire le porte agli zotici, eddai.
Bisogna tenerli d’occhio, questi. Sia perché, appunto, son proprio simpatici, col ghigno ferale trattenuto a malapena e l’invidia per gli avi che mozzavano teste e loro non possono, sia perché dicono molto, moltissimo del nostro paese. Molto di più di quel che vediamo avviene nei loro salottoni, il bello, mentre voi, noi, siamo «il traffico caotico» sotto le loro finestre.

sì, sono nemico dell’Italia (e sono Giovanni Urganti, come tutti voi)

Per fortuna questo paese non mi delude mai.
Come molti altri, ci sediamo a vedere la cerimonia di apertura delle olimpiadi invernali. Le mie aspettative sono alte, desidero vedere una piena espressione dell’italia – minuscola – che produce il ministero del made in italy, che mette la bandierina su ogni maledetto prodotto alimentare, con sfondo rigorosamente nero, che scrive su ogni prodotto ‘prodotto italiano’, non ‘in italia’, italiano, che bolla chiunque dissenta come ‘nemico del paese’.
Sono trepidante, vediamo come interpreteranno in chiave di cerimonia l’idea di paese di fratelli d’italia, dei nazionalistini che temono la concorrenza, di coloro che sono desiderosi di rivincita culturale dopo decenni nelle fogne. Son proprio curioso. E il paese non delude, grandissimo come sempre.

Una successione ubriacante: prima un balletto in tema Amore e Psiche o Piramo e Tisbe o VEmanuele e Rosina, non ho capito, tra teche illuminate al neon di busti canoviani alla rinfusa, perché ovviamente siamo i legittimi eredi e discendenti del classicismo romano che comandava il mondo – grazie, Cazzullo -, poi entrano in scena le due attività principali che ogni italiano compie quotidianamente da che nasce: la musica e la pittura.

Il trio di compositori prescelto, Verdi, Puccini, Rossini – irraggiungibile Paolo Petrecca, direttore di RaiSport, che commenta sulla RAI: «Se Puccini si fosse chiamato Bianchini avremmo avuto il tricolore: Rossini, Verdini, cioè Verdi, Bianchini» – figurati da tre ballerini che vestono enormi testone di cartapesta che ballano al ritmo delle proprie opere arrangiate in chiave contemporanea, e questo è colpa di Sorrentino, cui seguono i tre tubettoni di colori primari che animano una tavolozza con tutte le eccellenze italiane.

E io qui mi immagino sempre le riunioni prima, quelle in cui i creativi si siedono e progettano l’evento. Mettiamo le eccellente italiane, sì, quelle che il mondo ci invidia, sì, l’eleganza italiana. La moda, dice uno, bravo, bravo, e il cibo? Certo, perdio, il cibo. E il design? Epperforza, il design, siamo maestri in quello. E l’antichità? Roma? Ma sì, ma sì. E la musica? La pittura? Tutto, tutto, siamo il paese migliore del mondo. Applausi tra di loro, uno con l’altro. Bravissimi. Ed è così che sotto i tre tubettoni, diretti da una direttrice d’orchestra – ah, se lasciassero lavorare Venezi -, entrano ballerini colorati vestiti da note musicali, colosseo, duomo di milano, centurioni (mapporc) e, lo giuro, da moka. Da caffettiera.

Non so se farmela addosso dal ridere o chiedere il visto per la Buriazia. Riporto il commento di Gente, la mia rivista di riferimento: «Un mix eclettico che ha raccontato l’Italia in tutte le sue sfaccettature, dal quotidiano al sublime». ‘Eclettico’ è l’equivalente di ‘pittoresco’ nel settore immobiliare. È chiaro che sono io, travolto da quella che considero la banalità e il luogocomunismo più sfrenati accoppiati all’onestamente brutto.
Non manca l’omaggio a un’altra eccellenza italiana, Raffaella Carrà, poi Maraiah Cherei vestita da fatona tettona delle nevi (straniera, lo sapete?) canta Modugno, che eccitante novità, e sul gobbo per non farla sbagliare le mettono il testo nella sua fonetica – «Ai een-comb-een-chah-voh, voh-lah-reh, nell chay-lo een-fee-nee-toe» – e poi arriva Mattarella in tram guidato da VRossi, copiata dalle olimpiadi inglesi quando la regina e DCraig arrivarono col double decker.

Poi così, debbotto, accazzodecane, entra Favino – che è veramente il trasferello di questi anni che si può incollare ovunque da Craxi a Montecristo – vestito da signorotto che va’ a sapere quale sia il legame si produce nella declamazione dell”Infinito’ del povero Leopardi, massacrato ancora una volta di più senza aver alcuna voglia di capirlo, vedo sempre la riunione di creativi sullo sfondo, che ricordano le belle feste di natale in cui la nipotina sale sulla sedia e declama la poesia. Ecco, inserendo nell’equazione i soldi pubblici salta fuori Favino e tutta la poderosa baracconata. Poi cose varie, migliaia e migliaia di modelle anoressiche vestite di rosso, bianco e verde, ovvio, con Armani che osserva dal paradiso, bandiere consegnate a corrazzieri e carabinieri – e anche qui una bella strizzata d’occhio come ogni volta alle forze dell’ordine ancora traumatizzate dai fatti incresciosi di Torino all’Askatasuna -, l’inno in playback, un bambino protagonista di chissà quale vicenda struggente che sta all’alzabandiera a Cortina a fianco delle carabiniere più fotomodelle mai viste e buona notte, a questo punto sono morto.

Cinque anni fa, un gruppo di gioviali russi dediti alla burla confezionarono uno show di un’ora tutto recitato in italiano che riproduceva una trasmissione canora italiana, a metà tra ‘Domenica in’ e ‘Sanremo’ di capodanno, in cui c’erano tutti i luoghi comuni del nostro paese: la conduttrice tettona svampita, il conduttore piacione, l’ospite pleiboi, gli ospiti musicali, tutto sopra le righe, tutto eccessivo, le acconciature sfrenate, gli abiti sfarzosi, l’estetica fatta di oro e velluti tra il sublime, come dice Gente, e lo straccione. Si intitolava ‘Ciao 2020’, poi replicata in ‘Ciao 2021’ l’anno dopo. Una presa per il culo sontuosa ma, soprattutto, una lettura di noi, di quel che siamo, visti da fuori. Soprattutto da un paese che ama la nostra musica più deteriore e che per estetica generale si sente a ragione molto vicino a noi. In via Montenapoleone sono loro e gli arabi che si divertono. Il governo si incazzò, pretese scuse e fece rimuovere i video da youtube ma, per fortuna, alcuni di noi continuano a rimetterli.

Ma noi no, non capimmo. Come con ‘Boris’, ridiamo come se parlassero d’altri. Perché noi siamo i figli di Leonardo, di Michelangelo, di Augusto accoppiato con Giulio Cesare, di Pininfarina, di Bialetti, di Valentino, di Mennea e avanti tutta. Il classico armamentario degli anziani in un paese anziano che rimpiangono i (supposti) bei tempi andati, in cui tutto era bello, luminoso, e vivaci erezioni mattutine rendevano la vita degna di essere vissuta in mezzo all’eleganza. Nella cerimonia di apertura nulla, NULLA, di quanto rappresentato aveva meno di settant’anni, probabilmente la cosa più recente era la Carrà, con l’articolo, in un’illusione del passato che, devo dirvelo, vecchiacci maledetti, non è solo passato ma non è mai nemmeno esistito per davvero. In Veneto mangiavano i topi e i gatti, Tambroni sparava sugli operai, il paese ammazzava il proprio miglior poeta mentre produceva la miglior criminalità organizzata del mondo che faceva saltare in aria le autostrade, ci piaceva mettere bombe sui treni, depistare indagini e annullare processi, mentre certamente due o tre industriali e designer a Milano e alcuni intellettuali a Torino si divertivano e facevano cose favolose, certo. Decenni fa, tutto distrutto.

Noi, il paese degli eleganti e dei raffinati, produciamo bar arredati di finto oro e compensato vicini all’estetica polacca, tute da ginnastica col cavallo basso pigliamerda, tatuaggi da far schifo per soggetti e fattura, centri commerciali che nulla hanno da invidiare alla Bielorussia di Lukašėnka, palazzoni da periferia di Minsk, manifestazioni che sono un misto tra la sagra texana del maiale arricchito e la festa balcanica dello sposalizio festoso con le pistole, analfabeti funzionali che non reggono un medio articolo. Ma no, noi abbiamo le eccellenze che tutto il mondo ci invidia (e qui elencare brevemente: la Ferrari, ehm, la moda… uh, il cibo…), un altro classico degli anziani – l’anzianità è una categoria dello spirito, non un fatto anagrafico, mi ripeto -: avere una visione del tutto distorta di sé. Belli, sveglia: ci vedono così perché siamo così. Punto. Altro che Leonardo, altro che Fermi. Semmai siamo fermi, con la minuscola e costruiamo cose qualsiasi già vecchie alla nascita. Fermi ad almeno settant’anni fa, se non secoli.

Per carità, la cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi è per sua natura su un registro di pacchianeria girato al massimo, lo sappiamo, ci devono essere dentro tutti i luoghi comuni e i cliché del paese, questo lo so. Le olimpiadi stesse sono una recita anacronistica, a ben guardare. Ma si possono rendere con grazia, evitando la sagrona di paese e la pizzata serale ricca di barzellette, si potrebbe esercitare anche un po’ di un’arte dimenticata, l’ironia, o peggio ancora l’autoironia, bandita da ogni tavola di questo paese. La vicinanza tra me e Leon Battista Alberti, lo dico con rammarico, è la stessa medesima che passa tra un siberiano e Puškin, siderale, nessuna contiguità. Che ci dobbiamo dire, io e te, LBA?
Ora, però, bando alle tristezze, beviamoci un buon caffè all’ombra dei mille campanili, dipingiamo e componiamo musica prima di cena, una bella pizza e tante risate in compagnia, guardando magari la splendida festa delle olimpiadi, senza pensieri negativi. Perché «chi manifesta contro i Giochi è nemico dell’Italia», come dice Meloni.

Bravi, bravi tutti. Tranne me, sciocco nemico del popolo.
(La cerimonia era già pronta, bastavano i primi minuti di Ciao 2021, erano già lì belli girati).

restauri con molte virgolette e politica d’accatto

San Lorenzo in Lucina è una basilica importante di Roma.

Per quanto ecclesialmente minore, è un luogo fondamentale della Roma cristiana e non. Ne dico una: sotto i suoi pavimenti policromi c’è la meridiana dell’obelisco di Augusto, lo gnomone, ora lì vicino in piazza Montecitorio, che puntava dritto all’entrata dell’Ara pacis il giorno della nascita dell’imperatore. Non meno importante, è la chiesa in cui PFCasini si è sposato in seconde nozze con la pargola dei Caltagirone, bella cricchetta con cui far su famiglia. Sì, lui cattolicissimo era al secondo matrimonio, ma dopo slavazzata presso la Sacra rota, quindi il primo non era mai esistito. Capito il genere? Che ilsignore non lo faccia mai presidente della repubblica, chiedo con cortesia.

Ora: in una basilica di tal fatta e in tal posizione, al centro del centro della città su una vetusta domus patrizia romana, un certo Bruno Valentinetti, un restauratore autodidatta di 83 anni che vive nella sagrestia e apre la basilica tutte le mattine, ha – dice lui – “restaurato” un affresco di una cappella della chiesa, ridipingendo com’è noto una vittoria alata con il volto di Giorgia Meloni.

Considerazioni estetiche a parte – orrenda – e di opportunità anche – ma che leccaculismo imperante, altro che il documentario su Melania Trump – io mi chiedo una cosa sola: ma possibile che a un tizio ottantatreenne per carità certamente bravissimo con i pastelli sia consentito di mettere mano liberamente agli affreschi di una basilica così? Per quanto in una cappella dedicata ai savoia – minusc. – e di impronta ottocentesca, per fortuna, ma le cose non cambiano. Possibile, dico? Avesse anche dipinto Gesù e tutti i santi in coro, voglio dire.
Esiste una sovrintendenza, delle regole, qualche costumanza di tutela e rispetto del patrimonio artistico, una commissione ecclesiale preposta, un parroco insegnante di storia dell’arte o ciascun abbia il ghiribizzo può procedere come crede, assoldando un tizio caio che dorme in sagrestia a reimbiancare le pareti della chiesa?

Ammetto che comunque la cosa mi diverta, non fosse per l’ego di Meloni, già ipertrofico, e trattandosi di una cappella dedicata ai savoia, ai lati di un busto di umberto due di savoia, tutto minuscolo, io ci avrei ben disegnato degli enormi peni vestiti d’acanto, altro che ritratti deferenti, però l’affezione personale che ho per quel luogo e per tutti i luoghi che manco conosco ma che fanno parte del patrimonio comune mi spinge a dire che gli ottantatreenni andrebbero tenuti senza pennello, se non si tratti di Michelangelo, e tutt’al più messi con pennello in luogo sicuro, alla lontana da muri da tramandare ai posteri.
(Tornerò a breve sui restauri improvvidi, ricordo altri esempi luminosissimi).

c’è un sacco di gente che scivola nella propria bava (un documentario da non vedere)

Non so perché me ne occupi, sarà che non sopporto la deferenza leccacula o che, anche, in questi disgraziati periodi ho la creatività di un sottopentola. Così è.
Dunque. Nel 2024, sull’onda più o meno della rielezione del marito a presidente, Melania Trump ha pubblicato un suo memoir, un’autobiografia, di quelli che per il formato si chiamano coffee table book nel mondo anglosassone, con una copertina che più che elegante e raffinata è funerea e lugubre. Vorrei Chanel ma ciccia.

Strano manchi l’oro, lei marca la distanza da quel cafone del marito, si vede. Immagino l’immane sforzo creativo nella scrittura, lei definisce tutto il processo come ‘enormemente gratificante’ e bon, il titolone e le centottanta pagine se le aggiudicano Skyhorse Publishing. E non va nemmeno male nelle vendite, sarà che i tavolini da caffè da riempire sono parecchi negli Stati Uniti, la critica è un filo impietosa e, comunque, manca tutto quanto relativo al marito e alla sua politica. Prevedibile. È lei che pensava di essere interessante di suo.

Poi, a elezione avvenuta, sempre del marito e non sua, lei fa trapelare il suo desiderio di produrre un documentario su di lei medesima e sulla sua mirabolante parabola da Novo Mesto alla Florida tratto appunto dal bel memoir: a questo punto, si scatena l’asta tra le maggiori case produttrici, Amazon, Disney, Netflix e Paramount, per accaparrarsi il privilegio e per ben quaranta milioni di dollari vince la prima, dell’amico Bezos che ricordiamo in prima fila accanto a Trump in quella deprimente cerimonietta dei tycoons e siliconvalleiani alla casa bianca. Sul piatto, Amazon mette anche una promozione poderosa, del valore di altri trentacinque milioni di dollari, e lascia all’autrice il controllo di tutto il processo di scrittura, sui contenuti, sul colore, sulla musica, sui trailers, disegna persino il logo. La regia no, Amazon ingaggia un regista, Brett Ratner, che ricorderemo per qualche X-Men, il documentario del 2017 The Man You Don’t Know su Trump ma più che altro per una quantità innumerevole di accuse di molestie sessuali. Che vogliamo che sia? Lei incassa ventotto milioni di dollari da Amazon, la cifra più alta mai vista per un documentario, e si diletta in alcune fasi della promozione, come questa sobria cerimonia alla casa bianca pochi giorni fa.

Un documentario ben promosso, per esempio RBG su Ruth Bader Ginsburg del 2018, pure bello e su una figura immensa al paragone, ha avuto un budget promozionale di tre milioni e mezzo di dollari. Detto fatto, il documentario è pronto ed esce il 30 gennaio, in una quantità incalcolabile di sale e spinto da circa 461 milioni di passaggi televisivi degli spot. Oltre a una bella cerimonietta privata di proiezione della premiere costellata dalla presenza di tutti i maggiorenti in quota, tra cui oltre ai capi delle maggiori tech industries anche Ragna di Giordagna, Tim Cook delle belle anime di Apple, il presidente della Borsa di New York eccetera. Megojoni, direbbe un poeta locale. Il tutto nei giorni dell’assassinio di Alex Pretti. Bastardi, direbbe l’altro poeta.

Ora: non è che ad Amazon siano deficienti, lo sanno benissimo che costandone ottanta di milioni il documentario Melania ne guadagnerà probabilmente il cinque per cento, che sarà un flop nelle sale e che la critica lo valuterà, come è già successo, privo di alcun interesse e senza alcun rigore giornalistico, essendo quasi tutto il controllo in mano all’autrice. Non a caso Letterboxd, un social dedicato alla cinematografia, è stato bombardato di falsi commenti positivi, per anticipare i tempi. Ad Amazon continuano a non essere deficienti e fanno i propri conti, ingraziandosi il monarca compiacendo i suoi congiunti, tutti abbastanza impresentabili, ritardati e privi di contenuti ma comunque il vento ora tira di là. Il problema, se ce ne possa essere uno, è che Amazon tutto questo lo fa con i soldi degli abbonamenti, diretti all’azienda, o indiretti tipo Netflix che usa le piattaforme server di Amazon. Cioè i soldi tuoi, suoi, loro, miei, olè. Ma fa tutta ’sta differenza non tanto possedere un grattatesta quanto riceverlo in un giorno solo? Novità? Nessuna, ciascuno faccia come crede, magari dismettendo tutte le relazioni con Amazon possibili. Un secondo problema sarebbe certamente la rettitudine di certe schiene contemporanee e anche qui il panorama è desolante, Mammona regna sovrana, il tornacontismo anche e la paura idem. C’è un sacco di gente che scivola nella propria bava.

Sebbene il sapido documentario ancora non sia uscito, si registrano già i primi apprezzamenti del pubblico che non manca di salutare con favore le affissioni del manifesto del film, le uniche al momento raggiungibili per esprimere critica cinematografica diretta.

Resta, infine, un mistero alla fine di tutta questa sbrodolata – che nemmeno io riesco a capire perché mi ci sia imbarcato, mah, ho pure visto il trailer – che tale resterà: quale sia il significato del sottotitolo, ‘Twenty days to history‘. Inutile indagare, sarebbe anche in questo caso deludente. Con questi non c’è mai una sorpresa stupefacente o positiva o profonda nel significato. Nisba.

Che dire, dunque? Aggiungerei un’esortazione finale, a me prima di chiunque altro, a tenere la schiena ben dritta e lo sguardo in avanti, non cedendo a quei moti di rassegnazione cinica e orribile che contraddistinguono molti dei miei coetanei e conoscenti, che allargando le braccia continuano a ordinare e guardare minchiate online e, più che altro, a sentirsi sollevati da ogni pensiero al riguardo. E per una nota finale, oltre all’invito a guardare il documentario su Ruth Bader Ginsburg, a leggere se possibile la biografia che la riguarda, scritta da Shana Knizhnik and Irin Carmon, o, almeno come minimo, ad apprezzarne il titolo, il più bello di sempre: Notorious R.B.G.: The Life and Times of Ruth Bader Ginsburg.

Perché i nostri tempi, questi, sono anche quelli di Notorious R.B.G., mica solo di Melania e del bestia e dell’ICE e dello sterminio di Gaza: non è necessario farli vincere ovunque, siamo qui. Muoviamoci, senza alzare braccia e spallucce, ciascuno è responsabile del proprio.

finalmente il bimbominchia ha avuto ciò che bramava?

Ancora sul nobel per la pace al presidente americano Trump. Non avendolo vinto, ha ben pensato di invadere il paese della vincitrice di quest’anno, cioè del suo premio, così da averlo. Non è stato per il controllo dei pozzi, stolti commentatori, o per quello politico, matti, è stato per il nobel.
A questo punto, a paese invaso e capo di Stato, che piaccia o no Maduro, rimosso illegittimamente e portato a processo negli Stati Uniti, la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado, vincitrice appunto del nobel, ha pensato di regalarlo al presidente invasore. Non è difficile capirne lo scopo, ha ben pensato di soddisfare il desiderio esplicito di un bimbominchia e di ottenere così il potere nel proprio paese, ora che è politicamente vacante.

E così ha fatto: nel corso di un incontro ha portato la medaglia del nobel bella incorniciata nell’oro, come a lui piace, con il suo-nome-di-lui bello grande in cima a tutto, e gliene ha fatto pubblicamente dono, rendendolo l’infante più contento del giorno. Ma ma ma, anzi due ma: il primo, il presidente americano ha ben incassato il dono tutto contento, il povero pirla, ma non ha minimamente considerato l’ipotesi di mettere al comando la furbetta; secondo ‘ma’, il comitato norvegese di assegnazione del nobel ha chiarito pubblicamente che: «non può essere revocato, condiviso né trasferito ad altri. La decisione è definitiva e vale per sempre» e ciao, niente albo d’oro. Vabbè, ma fa salotto.

Tra i precedenti gustosi di tentativi di trasferimento di nobel mi piace ricordare quello di Knut Hamsun, che il premio lo vinse nel 1920 per la letteratura. Poi, un paio di decenni dopo, conobbe una persona che gli piacque davvero molto e che si occupava anch’essa di cultura e di cui condivideva a fondo le idee e i progetti. E così, in segno di ammirazione e approvazione, le regalò la propria medaglia del nobel. Purtroppo anche in quel caso il premio non si trasferì, solo la medaglia cambiò di cassetto. Ed è per questo che il destinatario, il pur ben meritevole Joseph Goebbels, non figura tra i vincitori di nobel. Peccato.
Ora, lungi da me fare parallelismi tra Goebbels-Trump e Machado-Hamsun, figuriamoci, rilevo solo come sia necessario che, perché accadano certe magie come queste, sia necessario che almeno il settantanove per cento delle persone coinvolte siano dei benemeriti coglioni predatori, che almeno il cinquantotto di esse siano dei criminali e che il trentanove per cento di queste siano degli scrittori con qualche alto e con dei rovinosi bassi, oltre a simpatie, ehm, discutibili.

il passato è tra noi: canaglie livornesi

E – non a volte, sempre – ritorna. Vedo una scuola e la fotografo.

Se in forma di farsa o meno, ai noi posteri la decisione. Secondo me no, in versione deteriore sicuro ma spesso con effetti peggiori perché su più vasta scala.
Il passato dell’intitolazione di questa scuola è Costanzo Ciano, pezzo di farabutto quasi quanto il figlio, affarista trafficone fascista, violento, militare interventista imbarcato con D’Annunzio fin da Buccari, si distinse fin dal 1922 per i fatti violenti di Livorno, che considerava suo feudo, l’assassinio di alcuni consiglieri comunali, la devastazione di negozi e uffici e l’ottenimento con la violenza delle dimissioni del sindaco della città. Poi tutta la trafila fascista, deputato, ministro, presidente della Camera, persino conte, e dedito come quasi tutti all’appropriazione a titolo personale, con certi affaracci immobiliari tra Livorno e Roma, in zona Appia all’Acquasanta e titoli edilizi intestati furbescamente al fattore, e il desiderio di intitolazione di piazze, strade e scuole, come questa, ancora in vita. Si veda per esempio la povera Terrazza Mascagni, tanto bella quanto sfortunata al tempo di Terrazza Ciano, che nulla c’entrava con essa. Alla morte nel 1939, a cena ovviamente, facendo parte della razza dei magnaccia, nel senso di magnare che tutto si mangiano, il figlio dispose la costruzione del celebre mausoleo in vista di Livorno, incompiuto per la guerra di cui resta uno smozzicone tuttora irrisolto e le sezioni della statuona di Dazzi nella cava sull’isola Santo Stefano alla Maddalena, in Sardegna.

Il passato è ancora tutto lì. Come in Sardegna, a Livorno non sanno che farci, persino quando due ragazzini, 1962, ci cascano fatalmente dentro. Occasionalmente i paracadutisti ci fanno qualche prova di discesa in doppia corda, sarà che lì si sentono a casa, e un fumettista del Vernacoliere propose di farci, data la forma, un deposito di Paperon de’ Paperoni. La cosa che mi dà più fastidio di Livorno è che non solo al Cimitero della Purificazione siano ben esposte le tombe dei Ciano – che con Edda, figlia del suocero maledetto, sarebbero dovute finire nel mausoleo di cui sopra – senza che nessuno ci versi su della sciacquatura di piatti ma che, anche, siano non troppo distanti dal grande Piero Ciampi. Accidenti al passato che non passa e resta tra i piedi.

La scuola da cui all’inizio ho avviato questo percorso nemmeno molto tortuoso si trova ad Alseno, paesello in provincia di Piacenza che deve il suo nome, probabilmente, a una qualche ansa o andamento sinuoso appunto presso quelle parti. Nulla di particolare da segnalare, se non da un lato le vie d’accesso alle magnifiche salite appenniniche di quelle parti e dall’altra l’Abbazia di Chiaravalle della Colomba, con evidenza figlioccia anch’essa dei cistercensi di Clairvaux e di San Bernardo. Vale ovviamente una visita nonostante sia stata esposta fino a tempi recenti a ogni forma di saccheggio e predazione, conserva le imponenti strutture e un restauro fin troppo leccatino.

l’azione più imperialista da un po’ di tempo a questa parte

Per carità, ricordiamo Gheddafi, Saddam, persino Allende, però l’attacco americano di questi giorni in Venezuela e, soprattutto, il rapimento, perché tale è, del capo di Stato Maduro e della moglie – portati al Metropolitan Detention Center di New York con l’incriminazione di aver diretto il traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti tramite un presunto cartello di narcotrafficanti, il Cártel de los Soles sulla cui esistenza ci sono molti dubbi, figuriamoci – sono un atto di imperialismo grave, come non se ne vedevano da un po’.

Giuste le parole di Lula, commentatore avvisato come presidente di uno stato sudamericano: «Questi atti rappresentano una gravissima violazione della sovranità della Venezuela e del diritto internazionale» e «attaccare Paesi in flagrante violazione del diritto internazionale è il primo passo verso un mondo di violenza, caos e instabilità, dove prevale la legge del più forte sul multilateralismo». Prevedibile la reazione russa e degli altri paesi sudamericani non allineati – l’entusiasmo argentino è oltre il servilismo -, l’UE come al solito condanna ma con ben poca convinzione, i singoli paesi muti tranne la Spagna. E i difensori delle libertà?
Per carità, nessuna difesa di Maduro, ci mancherebbe. Questo non giustifica comunque ingerenze di questo tipo nella sovranità, concetto così amato di questi tempi, degli stati, ancorché filibustieri. Resta ancora incompreso il motivo dell’attacco, così diretto: le spiegazioni ovvie andrebbero in direzione del petrolio venezuelano e della volontà americana di avere un governo amico, immagino, dato che il narcotraffico sia chiaramente un pretesto abbastanza ridicolo – cosa bisognerebbe altrimenti fare del Messico? Raderlo al suolo? Qualcuno dice distrazione dalla vicenda-Epstein, e può anche darsi sulle tempistiche ma dice comunque poco sulle ragioni.

Trovo tutta la faccenda preoccupante, per quel poco che intravedo.

Aggiornamento delle 18. Vorrei registrare qui il commento di Meloni al riguardo per mia memoria futura: se l’esordio è condivisibile, «coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari», si tratta chiaramente di un contenuto concessivo cui segue l’avversativa: «ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico» e qui l’equilibrismo è poderoso, dalla valutazione ‘difensiva’ agli ‘attacchi ibridi’ alimentando la tesi che Maduro sia coinvolto nel narcotraffico (l’aggettivo ‘statuale’ quello dice). Cioè niente, per contenuti e valutazioni, sarebbe un commento un po’ ridicolo se i fatti non fossero serissimi. Basterebbe sostituire il narcotraffico con, che so?, pirateria informatica, assassinii mirati, danneggiamenti di gasdotti, disinformazione, incursioni con droni su territorio estero eccetera per attaccare ‘difensivamente’ ma ‘legittimamente’ la Russia.

simpatizzanti che ammiccano

Bravi, molto bravi.

Tanto una strizzatina d’occhi di questi tempi vale sempre il rischio. E se poi, come mi pare di capire, sia un’amministrazione guidata da una lista civica non dichiaratamente di destra, allora siamo in terreni del tutto inesplorati. Poi ci si chiede perché perdiamo. Avanti con l’entusiasmo e il talento.

da “Para vivir mejor” al pinochettismo in quattro anni senza passare dal via

A fine dicembre del 2021, davvero incredulo, festeggiavo la vittoria di Gabriel Boric alle presidenziali cilene. Ma da non credere, giovane, progressista, sostenuto da partiti di sinistra ed estrema sinistra, con un programma di riforme poderoso, compresa la costituzione. In Cile? Da non credere, infatti.

Quattro anni dopo, ora, ha stravinto il suo avversario di allora, José Antonio Kast: candidato di estrema destra, “disgustoso fascista sostenitore di Pinochet, omofobo e contro ogni forma di immigrazione” dicevo allora e confermo. Che ha imparato la lezione di quattro anni fa, ha attenuato i toni pinochettisti, ha puntato come ogni destrorso su criminalità, sicurezza, immigrazione e, complice il deludente mandato di Boric, s’è preso il paese. Ecco, adesso sono meno incredulo.

Certo, il discorso è complesso e Boric non aveva certo vinto perché il paese fosse diventato socialista e progressista, figuriamoci, come probabilmente ora non è diventato (del tutto) fascista. Certo è che il mandato di Boric, che ha puntato tutto in una fase iniziale sulla riforma costituzionale, poi sonoramente bocciata dal popolo, è stato caratterizzato da un ridimensionamento generalizzato delle intenzioni politiche, il che ha portato poi a un risultato complessivamente deludente. Complice il riposizionamento di Kast, ecco il solito Cile. Quello che mantiene l’intitolazione della Carretera austral a Pinochet senza fare troppe pieghe e che senza troppi timori passa da sinistra a destra, estrema, in quattro anni.

Ultima nota: in Cile questa volta è stato sperimentato il voto obbligatorio. Ovvero, chi non vota paga multa. Ed è così che ha votato il doppio delle persone che avevano votato all’ultima tornata elettorale, presumibilmente quindi anche una certa sostanziosa quantità di persone poco interessate, sulle quali probabilmente la proposta di nuove prigioni, espulsioni di immigrati, maggiori diritti alla polizia deve aver fatto presa. Probabile che questa cosa del voto obbligatorio cominci a prendere piede, in qualche forma seppur non così esplicita. Comunque, per fortuna nel Cile progressista di Boric ci sono stato: che bella aria c’era… (seee).