forse la mia prima volta

Forse stavolta non andrò a votare.
Mi riferisco ovviamente ai referendum del prossimo 12 giugno. Dico forse perché sarebbe la prima volta e, per quanto profondamente infastidito, magari non ce la faccio a non andare, troppi anni di cultura del voto civile. Però è dura. Perché, vivaddio, ricapitolando alla brutta: separazione delle carriere (tra giudici e pm), custodia cautelare durante le indagini, legge Severino – incandidabilità dopo la condanna, pagelle ai magistrati, riforma del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Ovvero, in gergo tecnico così:

Novantadue righe incomprensibili, ed è quello più significativo, sappiamo pure come andrà a finire. Le pagelle? PAGELLE? Ma son questi argomenti da sottoporre a referendum? Oh, attenzione, abbiamo votato sulle piattaforme di perforazione come su argomenti di grande inutilità a largo spettro, non è che siamo di primo pelo, ma santoddio, possibile? Non solo nessuno ha la minima coscienza delle domande e delle implicazioni connesse a una scelta, ma son cose che spettano al parlamento e a chi ne ha competenza. E che la proposta Cartabia tolga qualche referendum da qui a metà giugno non ha alcuna importanza, la sostanza resta: i referendum sono una cosa importante e non andrebbero usati per questioni di lana caprina o tecnicismi di categorie che non riescono altrimenti a gestirsi. Eddai, porcocane.

il 23 maggio trent’anni fa

Uno dei giorni più neri dei miei vent’anni.

Ricordo come fosse ora come mi sentii. Eravamo sull’onda dell’entusiasmo per mani pulite, forse non saremmo morti democristiani, tutto stava cambiando, forse l’immutabile sarebbe mutato, avevamo vent’anni e a differenza di altri avevamo l’età giusta per cambiare. E invece no, saltò l’autostrada, crollò tutto, la fiducia, la giustizia, la speranza per questo cazzo di paese, e pensai, come tanti altri, che no, non ce l’avremmo fatta.

fight the real enemy

Nel 1992 Sinéad O’Connor in diretta al Saturday Night Live stracciò una fotografia di Giovanni Paolo II per protestare contro la chiesa cattolica, rea a suo dire di coprire i reati di molestie sessuali da decenni.

Fu massacrata, fu un coro quasi unanime di condanna, la sua carriera rovinata, lei insultata per strada – fortuna non c’era la rete – e nei suoi affetti, un vero disastro. Mi alzai in piedi quando la vidi, non ci potevo credere, e l’ammirai molto per il coraggio.
E allora, stronzi? Chi aveva ragione?

detto «Bongbong»

Eh, amici filippini, con tutta la simpatia per voi e il vostro bel popolo, ma trenta milioni di voi sono senz’altro parecchio stronzi, se hanno votato entusiasticamente Ferdinand Marcos Junior, detto «Bongbong», proprio figlio di quel Marcos che sciolse il parlamento e fu cacciato da una rivoluzione popolare. Non contenti, come vicepresidente hanno scelto Sara Duterte-Carpio, figlia di Rodrigo Duterte, presidente uscente e noto fascista, in linea con la repressione degli ultimi anni. Bella coppia.
Certo, è capitato anche da noi, una bella fetta che vota senza discernimento. Sostegno all’opposizione.
Siamo tornati alle scarpe di Imelda, maledizione.

padanian stail: restauro conservativo

In puro stile padano – cosa trasversale, non c’è né destra né sinistra, sia chiaro – il recupero di questo bel palazzotto quattro-cinquecentesco con facciata parzialmente affrescata: elegante sopraelevazione di un paio di piani con intelligente recupero dello spazio protrudendo la facciata verso l’esterno, magnifico richiamo all’architettura fortificata medievale, e apertura di due neoportoni per zona commerciale al piano terra. La scelta saggia di evitare qualunque forma di simmetria è un colto richiamo alla tradizione pittorica prequattrocentesca, direi quasi giottesca.

Sopravvolando peraltro sulle finestre del primo piano, in fresco pieno e con gran rispetto del portone originale. Un classico padano, avrebbe detto saggiamente qualcuno, nel frattempo la Sovrintendenza agisce bendata mirando però con precisione al chiodo che non posso appendere a casa mia, pena la scomparsa del passato.

oggi santo domani ostacolo

Trenta milioni di italiani di più di cinquant’anni e uno solo che, diciamo, non lo voleva fare. Com’è andata a finire?
Ovvio, Mattarella, ancora. Non che fosse difficile, l’avevo scritto due mesi fa sulla porta della cucina, non era complicato da prevedere. Ma perché era prevedibile la sconfitta della politica, di questa classe dirigente, uno stato perdurante di cose: rieleggere per la seconda volta consecutiva il presidente della repubblica è sintomo di grande debolezza e incapacità, fare poi leva sull’umana disponibilità di una persona che ti levi le castagne dal fuoco è ancora peggio. Peraltro eleggendolo ora come salvatore della patria per farlo diventare, tra due anni, un ingombro da levare, trasformando così la carica più alta in un mandato a scadenza contro una durata legale. Certo, se poi il ruolo di regista lo si lascia a Salvini, arrivederci. Ma non è che altrove abbiano brillato, l’immagine di Casellati che, ormai perduta l’occasione, gioca col telefono durante lo scrutinio che sta presiedendo dice moltissimo su di lei e la compagnia bella. Poteva andare molto molto meglio.

quella stupidità ributtante al di là del comprensibile

L’11 gennaio si è aperto in Egitto, a Sharm el Sheikh, il World youth forum: una manifestazione in stile nordcoreano organizzata per celebrare il regime egiziano – il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi era in prima fila, raggiante – facendo finta di parlare di sviluppo, progresso, diritti umani, libertà, democrazia, cultura, climate change. Tutte cose impossibili nell’Egitto del dittatore criminale al Sisi e che suonano come irreali in questo frangente.
Alla kermesse del regime è stata invitata anche l’attrice spagnola Itziar Ituño, una delle protagoniste de la Casa di carta, la cui consapevolezza è evidentemente scarsa, oppure se ne frega nonostante l’età e il ruolo che ha nella serie tv. Tra le cose paradossali, oltre al fatto che la serie è percepita come la rappresentazione di un’efficace ribellione al sistema, e non lo è affatto, è che nella sua colonna sonora ha Bella ciao, a dir poco impropriamente. E la canzone stessa, in un accostamento pop tra serie, canzone e festa dei giovani, è stata suonata e cantata di fronte allo stato maggiore egiziano, al Sisi compreso, i quali beati applaudivano a una bella canzone tradizionale dalla bella melodia. Il cui significato sarebbe, però, come molti sanno ma non certo gli sceneggiatori della Casa di carta o i papaveri egiziani, la rivolta proprio contro i tiranni come loro.
La stampa di regime celebra, per esempio Youm al Sabaa scrive: «la cultura [ha] un grande ruolo nel curare le nostre ferite. Grazie a lei possiamo superare le sfide importanti di oggi con più determinazione», il che suona ancor più scellerato in un paese in cui le persone che si occupano di cultura sono tutte in carcere quando non eliminate fisicamente. Giulio Regeni è uno dei tanti.
Partecipare alla celebrazione del tiranno rende senz’altro complici, contribuire a dare una patina di modernità e progressismo a un regime anacronistico e spietato è senz’altro una responsabilità di cui bisognerebbe essere chiamati a rispondere. Perché al Sisi sa benissimo quello che fa, e lo fa. Altri, che per soldi vanno ovunque senza porsi domande, invece? Citando Gramsci, odio anch’io gli indifferenti, sono il peso della storia: «Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime».