sempre troppo tardi

Ruini è finalmente andato a quel paese.

Disinvolto nell’intervenire al di fuori delle sue prerogative nella politica italiana, sempre in una direzione costante, la destra, intervenne su qualsiasi provvedimento dei governi Prodi e ogni avanzamento progressista negli ultimi trent’anni, soprattutto sui temi etici e sulle riforme per i diritti civili. Ostacolò le campagne e il referendum sulla fecondazione assistita, fece numerosi interventi contro il progetto di legge dei cosiddetti DICO, le coppie di fatto, la cosa più schifosa la fece come cardinale vicario di Roma, quando negò i funerali religiosi a Piergiorgio Welby. Riuscì perfettamente, non da solo, a tenere fermo questo cavolo di paese, quando a non farlo tornare indietro. Va’, maledetto, va’ all’inferno.

quelli che la sanno sempre tutta

E poi pontificano. Massimo Recalcati su Repubblica di oggi, ‘Il complesso di superiorità della sinistra’, dimostra ancora una volta di non prendersi nemmeno la briga di capire cosa sia davvero successo per cedere, invece, alla tentazione di dare una bella lezioncina a tutti, di concionare su cosa sia giusto o meno e di ergersi ad arbitro morale al di sopra di una frotta di deficienti.
Basta l’inizio: “Esiste una tentazione ricorrente di una parte della sinistra italiana: quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera” per capire dove voglia andare a parare, al “fascismo di sinistra”, per strumentalizzare quanto accaduto: “Quello che è accaduto a Milano ha contraddetto sintomaticamente questa ritualità simbolica: l’umiliazione, la contestazione della Brigata Ebraica dal corteo del 25 aprile, la confusione delle gravissime responsabilità del governo Netanyahu con l’identità storica e morale del popolo israeliano”. Vergogna, Recalcati.

Un piccolo gruppetto della Brigata ebraica, brandendo bandiere di Israele e immagini di Netanyahu, uniti a una decina di sciroccati iraniani sostenitori dello Scià e a sette, dico sette, giovanissimi presumibilmente assunti da Forza Italia con le bandiere del partito, sono entrati nel corteo all’altezza dell’incrocio tra corso Venezia e via Palestro, mettendosi alla testa del corteo. E già questo era inopportuno. Corteo che, lo ricordo, è perfettamente in grado di distinguere ebraismo da Israele, tant’è che un collettivo ebraico c’era in corteo e ha sfilato tranquillissimamente, come è giusto che sia. Le bandiere dello stato di Israele e le immagini del suo primo ministro non potevano non essere rilevate come una provocazione, e questo era chiaro fin da prima del corteo, tant’è che l’accordo con la prefettura – lo dice il presidente dell’ANPI – era che non ci fossero le bandiere. Nessuno ha contestato la Brigata né, tantomeno, l’ha umiliata, ovviamente la provocazione è stata avvertita dal corteo – preso, lo ripeto, tra l’altro impropriamente dalla testa – e dalla folta rappresentanza palestinese. Sono semplicemente volati alcuni insulti e cori, come è inevitabile avvenga dopo due anni e mezzo di sterminio a Gaza, in Cisgiordania e ora nel Libano del sud e ben più di settantamila morti. La polizia ha fatto cordone, pochi anche loro a dire il vero con alcuni City angels difensori di chissà che, e la combriccola Brigata-iraniani per lo scià-Forza Italia ha ben pensato di fermarsi alla strozzatura della strada, all’incrocio, per quasi due ore. Fermando quindi tutto il resto del corteo dietro, più di centomila persone, al caldo e compresse. Quando sono cominciati i malori, dietro, sono partite le richieste di avanzare o di far uscire l’ostacolo dal corteo, il drappello protetto dalla polizia. Tutto qua. Colpevole anche la polizia che, anche solo per buon senso, avrebbe dovuto far uscire il tappo dal corteo, fossero anche i marziani sostenitori del cibo biologico, per questioni di ordine pubblico e incolumità dei partecipanti. Una volta usciti, dopo ben due ore e non avendo ottenuto gli incidenti che stavano evidentemente cercando, il corteo è proseguito pacificamente. Come era cominciata ed è stata tutta la giornata, con una manifestazione bellissima, colorata, aperta, limpida. Se qualcuno, Fiano o altri, abbia sentito un’idiozia pronunciata da qualcuno sulle ‘saponette mancate’, mi spiace sinceramente e ovviamente nessuno condivide ma non è la realtà di ciò che è accaduto ma un singolo episodio, ammesso sia accaduto. L’intenzione provocatoria del gruppuscolo era evidentissima per chi, come me e i miei amici, era proprio lì.

Nei cori, “fuori, fuori” e “fuori i fascisti dal corteo”, francamente non trovo nulla di ingiustificato. Ci sono i video a provarlo, il corteo ha anzi risposto in maniera molto matura, senza cedere alle tentazioni. Sarebbe bastato avanzare, un passo alla volta. Nessun “antisemitismo osceno e regressivo”, come conciona Recalcati permettendosi di esprimere giudizi, lui sì, davvero offensivi: “porsi come giudici fanatici della vera verità, condannare gli eretici, negare il diritto di parola, fustigare il pensiero divergente nel nome di un bestiario orwelliano che rivendica per se stesso il fatto di essere più democratico di ogni democratico”. Che schifo, lui sì, e prosegue dallo scranno: “In questo senso, i fatti di Milano sono ai miei occhi rivelatori di un deficit di cultura democratica. Solo un confronto serrato con la propria ombra potrebbe emancipare la sinistra autoritaria da questa ambivalenza rendendola profondamente democratica”. Deprimente, ma non da oggi.

Deprimente non perché Recalcati non si sia preso nemmeno la briga di appurare i fatti, bensì perché nemmeno gli importi. Facendo così esattamente quel che volevano Brigata-iraniani per lo scià-Forza Italia, visibilità e pubblico sdegno dei benpensanti da poltrona. La chiusa è memorabile, l’accusa: “È il complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta” è esattamente ciò che fa Recalcati stesso, confermando ciò che, di solito, sta a pagina uno del manuale di psicologia da supermarket, ovvero imputare agli altri le proprie colpe. A sinistra e non solo non abbiamo bisogno di maestrini del genere e, anzi, sono proprio loro che portano voti a valanga alle destre in attesa di riscatto, con il loro saperla sempre più lunga di tutti, custodi del giusto, ritenendo il fuori da sé composto da idioti mancanti dei valori di fondo.

ben fatto: Washington chiude Hormuz, Israele «urta» mezzi italiani in Libano e Orbán perde le elezioni

Nella campagna ungherese, nel bel mezzo della contea di Zala e non distante dal lago Balaton, c’è una comoda e bella rotonda.

Essa è percorribile nella sua interezza ma ogni strada porta alla rotonda, come è ovvio, e chi vi finisce è condannato a non uscirne più. Certo, finirci dentro non è facile ma può capitare con un po’ di impegno.

Tale incompiutezza, ben degna di certe meraviglie padane, è dovuta all’efficienza ungherese sviluppata negli ultimi sedici anni di progresso Orbánistico: il paese è diventato il più efficiente terminale di progetti finanziati dall’Unione Europea, circa cinquantaduemila nel periodo 2014-2020, proprio da quella UE poi ostacolata con ogni mezzo. Chiaro, fanno sempre così, da un lato denigrano con l’altra mano prendono, come i leghisti che ci stanno tra i piedi qui.

La rotonda, costata la bellezza di cinquecento milioni di fiorini, circa un milione e mezzo di euro, sarebbe dovuta essere un elemento di snodo in un imponente centro logistico legato alla ferrovia della quale, almeno se non mi sfugge qualcosa di grosso, non v’è traccia. Ciò non ha impedito al ministro degli esteri e del commercio di Orbán, Péter Szijjártó, di inaugurarlo – intendo il polo logistico – ponendo la prima e ultima pietra. Felicitazioni da tutti noi, qui, ben lieti di finanziare arditi progetti di sviluppo come questi.

E ora, considerata la rotonda l’‘elefante bianco’ della categoria, una top-four di altri bei progetti ungheresi finanziati dall’UE seguendo le indicazioni dell’incorrotto Orbán:

1) il punto di osservazione di Bodrogkeresztúr: centotremila euro per quaranta centimetri di cemento utili a osservare qualcosa oggi coperto dalle piante:

2) il parco avventura ciclistica di Hatvan: trecentosessantaduemila euro sempre UE per una passerella per biciclette utilizzata da cinquantacinque persone (media: seimilacinquecentottantuno euro a testa) perché la cinquantaseiesima cadde un quarto d’ora dopo l’apertura facendosi male e da allora il parco è chiuso:

3) l’osservatorio forestale di Nyírmártonfalva (è davvero la lingua del diavolo): in mezzo alla fitta foresta avrebbe dovuto permettere ai visitatori di apprezzare gli alberi da altezza ragguardevole, giusto dunque partire dalla passerella e non dagli alberi:

4) la Grande Casa delle Tartarughe di Rakamaz: un miliardo di fiorini, il doppio della rotonda, per un centro che oggi ospita tre pesci rossi in una vasca salmastra, nessun dipendente e nessun visitatore, un ascensore rotto e che non ha mai visto una tartaruga; già l’idea era bella, almeno per questo progetto ci ha lasciato qualche penna il sindaco di Rakamaz, condannato a un mite anno di reclusione:

Ora. Il sostegno del nostro governo a Orbán è sincero e appassionato non da oggi, anche quando Meloni e Salvini erano all’opposizione non hanno mai mancato di manifestare affetto e ammirazione, come nel video di auguri della feccia europea all’ormai ex-presidente ungherese per le elezioni, poi puntualmente trasformatosi in una maledizione piena di sfiga. L’empireo degli amici di Meloni, in cui i migliori sono senz’altro Trump, Netanyahu e, appunto, Orbán, comincia a mostrare qualche crepa: lo dice meglio di me Cundari nella sua newsletter de Linkiesta titolata: ‘Da Trump a Orbán. Com’era la storia del gran talento di Meloni per la politica estera?’:

Niente da eccepire. Non fosse che poi ne risentiamo interi come paese, fossero solo loro ci sarebbe da ridersela. Chi ne discute della perdita secca, economica, politica, relazionale, grazie a tali accostamenti e amicizie scellerate? Chi, in nome nostro – LA presidente rappresenta e deve rappresentare tutti i cittadini -, agisce così sconsideratamente? Ne terremo conto l’anno prossimo?

sono seduto proprio bello comodo

Lei-Meloni aspetta dodici ore per dire qualcosa sulle critiche di Trump al papa, offrendo una sponda strepitosa alle opposizioni e alle iene della propria coalizione, poi le definisce «inaccettabili» perché non può non farlo e da quel punto niente va dritto: «È lei che è inaccettabile» ribatte lui, l’ex-suo migliore amico e, non contento, prosegue:

Rincara:

Mi si porti la Peroni familiare, per favore.

dall’estremità della notte

Proprio la sera dell’attacco israelo-americano all’Iran, noi stavamo guardando un film su quel paese: ‘Kafka a Teheran’ di Ali Asgari e Alireza Khatami, del 2023.

Il titolo, da un verso della grande poetessa iraniana Forough Farrokhzad, allude ovviamente alle perversioni del potere del regime iraniano: in nove episodi, normali cittadini, che abbiano perso il cane o debbano rinnovare la patente, si ritrovano a subire colloqui assurdi in cui vengono messe in discussione la moralità, l’etica, i costumi e i comportamenti minimi, una raffica di scemenze.
Non posso dire sia un bel film, sono talmente assurdi i dialoghi, le domande e le richieste formulate dai funzionari dello stato, mai visibili nel film, che danno il capogiro, a volte la nausea, a volte rasentano e superano la credibilità, per quanto uno ne pratichi la sospensione. Non fosse che è così, questa è la realtà iraniana, per quanto assurda o, appunto, kafkiana. Già che ci sia un corpo di Guardiani dà il voltastomaco. Ne vale comunque la pena, non manca di ironia qua e là, l’episodio del regista in cui mutila il proprio film mette una gran malinconia e rabbia ma, proprio per questo, per me ha senso vederlo.

se il mio nemico uccide un altro mio nemico allora diventa mio amico? pt. due

No.
Pedro Sánchez, premier spagnolo, l’ha detto meglio di me: «si può essere contro un regime odioso, come quello iraniano, ed essere allo stesso tempo contro un intervento militare ingiustificato, pericoloso e al di fuori della legalità internazionale, contro una guerra avviata senza l’autorizzazione del congresso degli Stati Uniti e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e che viola il diritto internazionale».
Siamo in mano a uomini bianchi, anziani, sessuomani quando non pedofili, evidentemente disturbati, violenti e rancorosi. E siamo costretti a vivere nel mondo che creano per sé. O no?

se il mio nemico uccide un altro mio nemico allora diventa mio amico?

Intendiamoci, io per ogni Khamenei in meno sulla terra sono contento.

Ma se questo accade perché gli Stati Uniti e Israele si ergono a guardiani del mondo, il corrispettivo dei guardiani della rivoluzione iraniani, armati fino ai denti, questo non mi sta bene. Per nulla, per esperienza sappiamo che il dopo è solitamente peggio, Ali Larijiani potrebbe esserlo. L’operazione su Teheran gli americani l’hanno chiamata ‘epic fury‘, gli israeliani ‘il ruggito del leone’, questi sono del tutto dementi. E il Venezuela, la Groenlandia, Cuba per restare alle sole ultime settimane e alla politica aggressiva americana, niente di buono sotto il sole.

«il palazzo di famiglia a Roma, scrigno di tesori d’arte e affacciato con riservato contegno sul traffico caotico di piazza dei Santi Apostoli»

Un genere umano e letterario, e anche comportamentale, direi, che mi diverte molto è quello dei nobiloni, intendo esponenti di quelle poche decine di famiglie che da secoli possiedono il paese e che di solito organizzano o sostengono colpi di stato di colonnelli fascisti, che si raccontano nelle interviste o nelle biografie familiari come modesti custodi di un bene comune da preservare per le future generazioni.
Che sobrietà, che umiltà, si dipingono anche in maniera apparentemente scherzosa, aprono le dimore per condivisione, come Maria Pace Odescalchi: «Apriamo le nostre dimore al pubblico e cerchiamo di coinvolgere i più giovani», che gentilezza d’animo. Ne parla anche col vicino: «È un pensiero che condivido spesso con Prospero Colonna (vicino di casa della principessa e proprietario del sontuoso palazzo di famiglia, ndr): siamo custodi, non proprietari», tutto pare generoso e aperto, mi piacciono molto quando parlano di «educazione al bello», che ovviamente loro hanno e noi, quasi tutti, no.

Poi, leggendo tra le righe, emerge sempre il punto nodale: la roba. Il possesso della roba, siano le lettere di Bernini al trisnonno o il palazzotto in via della Conciliazione o quelle statue romane in cantina. La roba che va preservata al possesso della famiglia, altroché, la roba su cui si costituisce l’esistenza stessa della famiglia. Per fare un esempio, vado a memoria, quando si trattò di costruire l’alta velocità da Milano a Roma, un terzo dei terreni espropriati appartenevano ai Torlonia. Un terzo. Oggi. Mantenere la roba costa, loro lo sanno, e solo aprendo e mettendo biglietti possono reggere l’impatto economico. Non è, non sempre, generosità e apertura mentale, è cassetto. Si capisce. Mi diverte però come venga raccontato, come magnificenza nei confronti del popolo bue.

Un altro di questi è il qui sopra erede Barberini, Urbano, che si ritrae in pose spiritose, scrive testi teatrali e libri biografici. Senza mai però mancare di inserire gli elementi che ricordino a tutti la posizione, sia una corona per quanto buffa, un ermellino, un Caravaggio buttato lì. La stessa intestazione della storia della propria famiglia è però estesa ed esplicitata, Urbano Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra, un buon settanta per cento del jet set nobiliare romano degli ultimi sette secoli e altrettanto del patrimonio immobiliare del centro di Roma: ‘La bellezza nel destino. Le api, il principe, l’eredità della famiglia Barberini’ è il titolo del libro, non sfuggano di nuovo i termini ‘bellezza’ e, soprattutto, ‘destino’. Partono sempre simpaticoni poi si capisce dopo poco che vogliono e possiedono tutto, che l’ego lì dentro è smisurato come inevitabile che sia. Calca anche i palchi, l’Umby, con ‘Barbari, Barberini e Barbiturici’, recente successo all’Off Off Theatre di Roma. Buffoncello anche non so più quale principe Massimo (principe?) che alla domanda se la sua famiglia fosse quella di Quinto Fabio Massimo, il Cunctator, rispondeva che non lo sapeva ma che di certo nella sua famiglia ce lo si chiedeva da duemila anni. Capito dove sta il baricentro? Dentro, sempre dentro.

Solo Fantozzi ne ha fatto brandelli dei Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra Viendalmare, di tutto il vecchiume patrimoniale e ideologico che sta dietro questi personaggi, dediti solo e sempre alla cura e al guadagno per sé, fatti alla radice dell’esistenza stessa delle loro famiglie e patrimoni. Di titoli nobiliari non più esistenti che contraddistinguono ancora gerarchie vivissime e vissute con grande importanza. Il figlio, di sei anni, si chiama Maffeo Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra, come quel Maffeo Papa Urbano VIII che generò «la rivoluzione culturale chiamata in seguito Barocco, restituendo a Roma la centralità perduta». Come verrà su il fanciullo?

Tra le tante iniziative, quasi tutti sono iscritti o hanno partecipato a fondare l’Associazione Dimore Storiche Italiane (A.D.S.I.) che raggruppa castelli, palazzi, isole, tutti ancora in possesso degli ultimi pargoli delle dinastie. Basta leggere i primi punti degli obbiettivi dell’associazione per capire che è tutto rivolto all’interno, ‘verso i Soci proprietari dei beni, a cui fornisce consulenza e assistenza giuridica, amministrativa, tributaria e tecnica, per la gestione delle dimore’, al mantenimento non solo delle dimore ma anche della proprietà di esse, quindi all’ottenimento dei fondi per farlo. Cedere allo Stato? Giammai, lo Stato sono loro, lo sono stati i loro trisnonni, figuriamoci. Già tocca aprire le porte agli zotici, eddai.
Bisogna tenerli d’occhio, questi. Sia perché, appunto, son proprio simpatici, col ghigno ferale trattenuto a malapena e l’invidia per gli avi che mozzavano teste e loro non possono, sia perché dicono molto, moltissimo del nostro paese. Molto di più di quel che vediamo avviene nei loro salottoni, il bello, mentre voi, noi, siamo «il traffico caotico» sotto le loro finestre.