minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 44

Oggi piove. Lo dico perché sarà un due mesi che non lo fa. Bene, quindi. Aggiornamento semiglobale sulla situazione: superati i centosessantamila morti nel mondo a fronte di duemilionitrecentomila e passa contagiati. In Francia una comunicazione un po’ inquietante: il Comune di Parigi dichiara di avere trovato tracce di coronavirus dell’acqua non potabile, e questa è la prima volta che la sento. Ha senso? A New York la curva dei contagi pare aver preso la direzione giusta ma i numeri sono ancora notevoli, quasi quindicimila morti solo lì. Texas e Vermont, invece, riaprono oggi allentando le restrizioni mentre in Florida è successa una cosa stranissima: le autorità hanno riaperto tre spiagge e chissà come mai si sono riempite all’inverosimile di gente che se ne è sbattuta tanto delle distanze quanto delle mascherine. Com’è possibile? Incredibile dictu. In Ecuador i morti hanno superato i mille a fronte di oltre novemila contagi. Va detto che le cifre non è che siano così sicure ma paiono riferirsi principalmente a una sola regione. Le altre, più o meno, paiono non contagiate. In Libia dati che si contano su una mano: quarantanove contagiati e un morto. Rivedere. La Tunisia ha dichiarato solo due nuovi casi nelle ultime ventiquattro ore, il che è buona notizia, e il volume complessivo è di ottocento e più contagiati. In Zimbabwe la situazione è drammatica per una grave crisi economica che si somma agli effetti del contagio, per questo il lockdown è stato prorogato ma non per i minatori. Troppo importanti per l’economia del paese e, quindi, che muoiano pure. «È stata una decisione molto difficile che il mio governo ha dovuto prendere con riluttanza», ha detto il presidente Mnangagwa. L’Iran ha esteso ancora il permesso di libertà temporanea per i detenuti perché la situazione continua a essere pesantissima, i morti sono più di cinquemila e i contagi oltre ottantamila. La Turchia ha appena superato l’Iran con oltre ottantaduemila contagiati diventando il paese più colpito del medio oriente. Putin, invece, bello tranquillo in un videomessaggio al paese ha fatto gli auguri per la pasqua ortodossa e ha assicurato che il virus è «sotto controllo» senza riferire alcun dato. Bravo, sempre. Nelle Filippine prosegue il lockdown perché i contagi sono più di seimila e i morti oltre trecento. In Spagna superati i duecentomila malati e i ventimila morti, la situazione è molto difficile. L’Italia resta il paese con il maggior numero di morti al mondo.

E in Lombardia? Salvini ieri sera in una diretta televisiva di oltre mezz’ora senza contraddittorio (epporc…) ha affermato: «Sulle case di riposo [lombarde]… ahimè chi è in casa di riposo… io avevo le mie nonne, ai tempi… è chiaro che se hai 85 anni sei più a rischio che se non ne hai 47…». Pieno così di quarantenni nelle residenze per anziani. Se poi fai entrare i malati di covid-19 la tombolona è assicurata. Infatti, se fosse stato presente un giornalista o, anche, chicchessia, magari una domanda l’avrebbe fatta. Ma c’era Giletti, «l’amico Massimo». Complimenti a La7. In Lombardia è pur vero che gli ospedali sono un po’ sollevati perché per le prime volte i pronto soccorsi non sono assediati e qualche posto in terapia intensiva adesso c’è ma è altrettanto vero che la situazione di Milano è ancora in espansione, la situazione complessiva non può quindi dirsi normalizzata.
Ho già detto che una cosa che mi scoccia parecchio è saltare il 25 aprile, di regola in corteo a Milano, come è d’uopo. Qualcuno propone di cantare «Bella ciao» dai balconi, qualcun altro non è d’accordo – e te pareva… – e opta per «Fischia il vento», perché se non si va divisi non ci si diverte. Non so come andrà, so che non sarò in piazza e non vedrò le persone come me, cosa che mi dà sempre una bella iniezione di fiducia. Poi, ieri sera, ho sentito parlare Caterina Avanza, una che si definisce «euroguerrigliera» e non eletta col PD alle elezioni europee, di «Partigiani 4.0» e mi è venuta ancor più voglia di piazza e di bandiere. Di Partigiani 1.0, che poi mi sono perso il due e il tre.

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laccanzone del giorno: Nic Cester, ‘I know the monster’

Due anni fa, Nic Cester ha scritto una canzone per la colonna sonora de «La profezia dell’armadillo», il film tratto dal fumetto di Zerocalcare. Alla fine, quando il film finisce, parte la canzone di Cester ed è un’ottima chiusa.
Qui sotto il video che è fatto, in sostanza, da alcune sequenze del film intervallate da immagini di Cester in studio, niente di che in realtà, anche perché la canzone viene interrotta due o tre volte dal parlato e, insomma, non è che aggiunga molto.

Su Spotify c’è la versione integrale, finalmente. La canzone è buona, secondo me, e ha tutte le carte in regola per finire tra leccanzoni ed è per questo che ci finisce. Di Nic Cester ho già detto parecchio nei post passati per cui non mi ripeto, di sicuro fa parte del suo nuovo corso musicale post-Jet. Chi vuole.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 43

Prima non avevo capito. Vedevo parecchia gente al supermercato – l’unico posto che frequento, dato che in questo periodo non ho voglia di andare al cinema – con la mascherina solo sulla bocca, col naso fuori. Alla Bertolaso, per capirci. Con tutti quelli che mi riusciva, ho fatto lo sguardo di disapprovazione, pensando a quanto si possa essere stupidi per propria pigrizia e vantaggio. Qualcuno l’ho anche apostrofato, ottenendo solo un mugugno da fatticazzituoi. Pensavo, infatti, che lo facessero per una ragione pratica, senza ovviamente pensare alle conseguenze: fa più caldo e con la mascherina si respira meno piacevolmente. Poi, grazie alla rete che purtroppo frequento solo in pochi anfratti e mi perdo il mainstream, ho capito: «ATTENZIONE!! Occhio alle mascherine!!», avverte Carmen (al posto dei primi punti esclamativi ci sarebbero dei simboletti di pericolo radioattivo, per capire il problema), e spiega: «Chi copre naso e bocca, respira una quantità maggiore di anidride carbonica, rischiando di andare in alcalosi e quindi rischiando lo svenimento. Perché, in questo modo, si respira una miscela di CO2 superiore a quella presente nell’aria». Il concetto generale è parecchio sbilenco, poiché attribuisce alla mascherina fatta di telina capacità superiori a una camera iperbarica e non sono sicuro che l’alcalosi c’entri. Carmen ribadisce: «Con la mascherina si respira un’aria malata, parte di quell’aria emessa dai polmoni, ricca di CO2. Servirebbe, invece, aria fresca, ricca di ossigeno». E qui ho capito: questi girano consapevolmente con la mascherina abbassata per non andare in alcalosi. Certo. Il fatto che non abbia alcun fondamento non importa. Il fatto che così si vanifichi il senso stesso della mascherina evidentemente non è per loro rilevante. Mi prendo la briga di controllare e fare un minimo di ricerca e ci metto poco a rilevare che le parole di Carmen sono prese paro paro dall’intervista di un certo Alberto Macis, medico coordinatore regionale antidoping della Federazione medici sportivi sarda. A parte che lui ne parla a «chi si sottopone a sforzo» ma resta una sonora puttanata ed è, ovviamente, l’unico a dirla sul globo terracqueo. Il problema è che un medico pistola batte le ali in un punto qualsiasi della Sardegna e le Carmen di tutto il paese, vualà, girano col naso fuori dalla mascherina. Il che, per venire al punto, mi dà un certo fastidio perché espongono me a un certo grado di rischio superiore. Se vogliono evitare l’alcalosi a casa loro, lo facciano. Per fortuna, per ogni Carmen c’è uno Jacopo che le risponde: «Ma che cazzo dici… mica ti sei infilata in uno scafandro da palombaro (…). La maschera è traspirante, un filtro tra l’aria esterna e quella che respiri». La discussione poi prosegue perché Carmen non è convinta – lo so, ma mi diverte – e stanca a un certo punto chiede: «E allora cosa respiri?» (il punto interrogativo è un mio omaggio) e Jacopo, altrettanto stremato, butta lì un: «Cotognata e scaloppine al limone. (…) Ma Cristo (…) aria cazzo» (il tutto in maiuscolo perché sta gridando). Grazie, Jacopo. Direi anche: #andràtuttobene.

Finita la parte di servizio di pubblica utilità (ora potete con maggiore consapevolezza mandare affanculo quelli con la mascherina calata), che resta da dire sul giorno? Il novanta per cento dei nuovi contagiati italiani sono in Lombardia, il che dovrebbe indurre ancor più alla cautela, e la situazione al centrosud pare congelata, in effetti, ma credo ci metterebbe ben poco a scongelarsi in caso di riapertura sciagurata, con le conseguenze che possiamo solo immaginare. Però i dati complessivi sono sempre più in calo e qua e là si festeggia la chiusura di qualche improvvisato reparto covid-19. Se la Lega fa casino, il movimento 5 stelle non è da meno e, in assenza di Di Maio, che forse non è stato avvertito, ci pensa Di Battista, ricomparso, a creare confusione sul cammino del governo Conte, votando a casaccio con quella che a tutti gli effetti è ormai la sua corrente. Il fatto che venga definito «sciacallo» da alcuni dei suoi compagni di movimento la dice lunghissima. Saviano scrive un articolo dei suoi sugli errori della gestione lombarda, CL risponde e muove schiere di giovani infermiere di belle speranze che ribattono allo scrittore con i buoni sentimenti, Salvini perde un’altra ottima occasione per tacere, Saviano controbatte e la cosa prosegue. A sinistra, come sempre, si irritano per Saviano (che simpatico non è) e perdono di vista la questione. Come con Renzi che, però, è qualche ora che tace.
Tra sciacalli, cani sfruttati per uscire di casa, gatti infettati dal virus, anatre a passeggio avvistate a Parigi, Roma, Faenza, Padova e Sirmione, a Firenze addirittura entrano in farmacia, i cervi in Abruzzo girano per le strade tranquilli, volpi politiche e non che appaiono in ogni città, tutti animali che c’erano anche prima ma loro erano meno sfacciati e noi più indifferenti, spicca in positivo il delfino che pare si avvisti in ogni parte d’Italia nelle acque sempre più caraibiche del paese, il quale nuota giocondo e felice per le nuove condizioni dell’habitat e indifferente alle nostre disgrazie. Sarà perché è un animale intelligentissimo e, come dice Luttazzi, non gli è mai venuta voglia di presentare «Porta a porta».

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 42

D. Perché la Lombardia riaprirà con le quattro «d»: distanziamento, dispositivi (di protezione), digitalizzazione (del lavoro), diagnosi. Persino ovvio ripensare alle tre «i» di tempo fa. Ma potrebbe essere qualsiasi lettera, la «m» per esempio: mascherine, monitoraggio, mani (da lavare), baciare lettera testamento, basta pensarci un po’. Ma questa è, chiaramente, una bagatella. Per tornare alle «d», prima della riapertura ci sarebbero anche quelle di dolore e disperazione, delle vittime in ospedale e sole a casa, dei parenti, dei medici e infermieri, di chi si è sentito abbandonato, e sono molti.
Nessuno ha le idee chiare su come affrontare il prossimo periodo: l’indice di contagio pare si sia assestato su 0,8, ovvero una persona malata ne contagia un po’ meno di un’altra, ma non è chiaro questa cifra a che zone si riferisca, se al paese tutto o a cosa, di sicuro in certi luoghi della Lombardia è ancora ben più alto. In Regione pensano a una riapertura graduale ma rapida, come anche in Veneto, ma non è loro competenza e, poi, occhieggiano all’elettorato, fatto da devoti della religione del fatturato e del lavoro: culto che, come si è visto, ha prodotto disastri nel momento della diffusione della pandemia. Perché viene posta l’eterna contrapposizione tra salute e lavoro che chi non vive qui fatica a capire: se vuoi lavorare, a qualcosa devi rinunciare. Sia perché la fabbrica inquina e, quindi, ci rimetterai in salute, sia perché lavorare con l’imbragatura e il caschetto sull’impalcatura è scomodo e ci si mette molto più tempo. Se non ti va bene, via. E anche stavolta, di fronte all’ipotesi della riapertura, l’approccio è sempre lo stesso: per ora si riapra, poi vedremo. Che, poi, è una delle cause determinanti dell’inizio del contagio: non possiamo mica chiudere le fabbriche e le imprese, non scherziamo. Infatti. Poi c’è il governo che cerca di frenare, ricordando che i piani di gestione sono prerogativa centrale e che, in ogni caso, si cercherà di procedere in modo omogeneo per non disperdere lo sforzo e i risultati ottenuti finora. Oltre a quello, la pletora di individui o enti o chissà dio cosa che intervengono a casaccio nel dibattito pubblico e menano il can per l’aia: chi sostiene che la seconda ondata di contagio sia inevitabile, chi dice subito chi dice in autunno, e ovviamente non ci sono dati per dirlo ma l’acqua al mulino della riapertura rapida è portata (trad.: se ci sarà comunque, tanto vale lavorare finché si può); chi dice che il Signore proteggerà i suoi anche senza le mascherine; chi (Libero) dà magistrali lezioni di giornalismo, ancora, e spiega che la ragione per cui la Germania si oppone agli aiuti al nostro paese è che ci invidia, perché siamo più ricchi, ineccepibile; chi minaccia di morte il direttore di Repubblica, perché quello non deve mancare mai; chi mette in giro finti decreti con tanto di intestazione dello Stato e chi sostiene che, ovvio, ci stanno nascondendo la cura. Ma chi? Beh, chiaramente loro. Anzi, ancora una volta «Loro» (gesto delle due mani a far virgolette in aria). E poi c’è la Lega, ancora, che fa casino sui social per MES e Eurobond (o Coronabond che si voglia), per dire nel primo caso no e nel secondo sì, lagnarsi che l’Europa non ci aiuta e poi, quando si deve votare un emendamento in favore degli Eurobond che fa? Vota contro. Con scandalo addirittura di qualche leghista un pochino più avvisato. Fratelli d’Italia, che voglio dire…, capisce e vota a favore, per capirsi sul livello. Ma è comprensibile, tocca fare una parte in Italia e a Bruxelles, invece, fare ciò per cui si sono presi i soldi da Mosca: indebolire l’UE. Perché quello fa la Lega, non scordiamocelo. Nessuno, dicevo, sa come andrà, io tanto meno. Ma stavolta, in caso di una seconda ondata e un altro giro di lockdown, non mi farò trovare impreparato.

Giorno di bucato, ancora, e la mia quarantena da questo punto di vista riparte da zero: tutto pulito. Fuori dalla lavanderia automatica – ci vado perché non ho la lavatrice – vive un signore con il suo cane, cioè vive in macchina. Da parecchio tempo, ogni volta che vado a fare il bucato cerco di aiutarlo e oggi lo stesso, ma mi rendo conto di come tutta questa situazione lo metta ai margini ancor di più: procurarsi del cibo, ricevere qualche soldo dalle persone di passaggio, approfittare della vicinanza di un supermercato, trovare eventualmente strutture per un pasto e una doccia, tutto ciò è diventato enormemente più difficile. E le persone si mantengono ancor più a distanza. Gli dò tutto quello che ho, in tempi normali sarebbe quasi uno sproposito ma questi non sono tempi normali, io non so quando potrò aiutarlo di nuovo e lui ha il vizio di mangiare tutti i giorni.
Oggi è il quarantaduesimo giorno di isolamento (quarantena non si può più usare, dopo i quaranta giorni, penso). Qualcuno, tempo fa, sosteneva che «42» fosse la risposta a ogni interrogativo dell’universo. Ma era una persona di spirito e, oggi, quello spirito è più raro e, di conseguenza, anche la risposta non pare applicabile alle nostre situazioni attuali. Purtroppo.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 41

Arriva l’app per monitorare i contatti. Per farla brevissima, funziona così: con il bluetooth registra la vicinanza con altri dispositivi per un tempo sufficiente al contagio e se uno dei dispositivi incontrati, poi, risulta positivo, allora avvisa e segnala tutti coloro che sono entrati in contatto, tracciando una mappa ipotetica della trasmissione. Ora: l’installazione è ovviamente su base volontaria e ancor più volontaria è la decisione di dichiararsi positivi al contagio, qualora avvenga, e così far partire l’avviso a tutti i contatti precedenti e la segnalazione. Non me ne intendo di app sulle pandemie e tantomeno di comportamenti umani, ma ho il dubbio che venga un po’ da non dichiararsi apertamente in caso di positività. Lo facesse una persona terza, un medico, lo capirei di più. Inoltre, questo sistema nulla dice della fase di asintomaticità, ovvero la peggiore perché si diffonde il contagio in modo inconsapevole. Infine, un’app del genere non ha funzionato in Corea e lì, come dire?, era il posto migliore: ipertecnologici e iperconnessi. A questo punto della narrazione, direbbe un discente fresco fresco di scuola di scrittura creativa contemporanea, il frame successivo inquadra l’azienda incaricata di fornire l’app: sede in corso Como a Milano, giovani e smart, carini, di successo, cosa si vorrebbe di più? Nulla, a me drammaticamente vengono solo in mente Belèn e le olgettine e ho l’impressione che l’operazione app sia una di quelle cose che si fanno perché è meglio farle, non importa se poi serva a qualcosa o meno. Ma se vengo smentito son contento.
Nel frattempo, a proposito di monitoraggi, il CNR – ente un filino più serio – ha pubblicato online un questionario da compilare, nel tentativo anche qui di fare una panoramica sulla situazione. Mezzo balengo rispetto a un tampone, ovvio, ma in mancanza di altro almeno questo è uno strumento di analisi dai contenuti certificati, riconosciuti e condivisi a livello sanitario. Buffo che sia anonimo e poi, va detto: se vuoi, ti chiedono l’indirizzo mail per fasi successive di ricerca.
Riapertura. Bene. L’OMS, quei pignoli che stanno chissà dove, dicono che per pensare di riaprire anche timidamente un paese dal lockdown serve rispettare almeno sei condizioni. Vediamole rapidamente: uno, trasmissione del contagio controllata. Mmm. Due, il sistema sanitario dev’essere in grado di isolare ogni caso e rilevare ogni contatto. Vedi app qui sopra, domanda: questo vale anche per gli ospizi? Se sì, abbiamo un (altro) noioso problema. Il terzo punto – «i rischi di epidemia devono essere “ridotti al minimo in contesti speciali quali le strutture sanitarie e le case di cura”» – faremo sìsì con la testa e faremo finta di non averlo letto. Poi, quarto, misure preventive nei luoghi di lavoro, scuole etc. Eh, quello vedremo ora. Quinto, i rischi di importazione del contagio devono essere gestiti, immagino al momento sia il più praticabile. E, infine, sesto, lo cito: «le comunità devono essere pienamente istruite, impegnate e autorizzate ad adeguarsi alla ‘nuova norma’». Ecco, ehm, ma che brutto avverbio, ‘pienamente’. Abbastanzamente. Uhm, secondo me siamo a due su sei, a esser buoni. E a esser buoni buoni buoni nemmeno la sufficienza di un tre su sei.

Vado in una forneria/gastronomia a procacciarmi del cibo minimo, entro che siamo in due oltre ai fornai e in breve entrano altre tre persone, così siamo in cinque in uno spazio ristretto. È permesso, data la metratura come riporta il cartello in vetrina, ma mi accorgo che mi dà fastidio. Troppi e troppo vicini. Devo però confessare che anche prima, in quella che era la vita normale fino al sette marzo, un po’ mi dava fastidio lo stesso. Adesso, comunque, lo noto e divento insofferente. Esattamente come al supermercato quando qualcuno non si scosta simmetricamente, per strada quando qualcuno non ha la mascherina – cosa del tutto irrilevante per distanza e situazione, eppure – o magari in coda si avvicina un po’ troppo. Credo capiti a tutti, non ho dubbi, la domanda che mi faccio è quanto tempo e in che condizioni questo atteggiamento sparirà? Temo che nel mio caso, essendo già sensibile come ho detto all’interazione ravvicinata con gli altri esseri umani, non passerà, non del tutto almeno. A meno che non sia una moltitudine da concerto, indistinta e sudata: ecco, quello mi piace. Controsensi.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 40

Quaranta giorni, quaranta notti. Se è quarantena, allora è finita. Se è quaresima, allora è finita. Se è diluvio universale, allora è finito. Se è la seconda volta che Golia si presenta al popolo eletto non lo so, questo potrebbe esulare dalle mie competenze, comunque restare più di quaranta giorni è da maleducati. Se sono i quaranta giorni di digiuno (mmm) nel deserto (questo già di più), sono finiti.
Quello che è finito oggi – tizi dell’«andrà tutto bene» sarebbe ora la piantaste davvero! – è Luis Sepúlveda che era stato ricoverato a febbraio per infezione da covid al ritorno da un convegno e non ce l’ha fatta. Non va bene un accidenti. Lo apprezzavo, non tanto come scrittore – ho letto con piacere solo «Patagonia express», molto bello – ma come individuo, per la sua storia, per ciò che ha penato, per la delicatezza con cui parlava ed esponeva il proprio pensiero e per le posizioni politiche, egualitarie e libertarie che riusciva a esprimere con grande chiarezza. Ha scritto anche ottimi articoli, quella era la veste in cui riuscivo meglio a cogliere le sue doti. Mi spiace, come mi spiace per le oltre centotrentamila vittime nel mondo, alla faccia di chi pensa sia un ottimo periodo per inventarsi cose e prendere il tutto con allegria.
A proposito, qualche giorno fa, fuori da casa di amici cui ho consegnato, l’ho detto, frutta e verdura in cambio di vino, ho visto un foglio appeso del circolo operaio che invita i cittadini che ne avessero bisogno a contattarli per spese o assistenza varia. Bene, mi son detto. Bene. Primo perché esiste ancora un circolo operaio e questo mi dà conforto. Secondo, ovviamente, perché hanno a cuore la collettività, mai dare nulla per scontato. Abbiamo notato il passaggio non banale: «per coloro che non potessero uscire o ne avessero timore». Bravi.

Una nota minima: il racconto di Berlusconi al telefono che ricorda con riconoscenza Bersani che, subito dopo il tentativo di un tizio di far ingoiare il duomo di Milano a Berlusconi stesso, lo andò a trovare in ospedale e gli tenne la mano per mezz’ora è al di là del cuorismo politico, è talmente candido da sembrare genuino in ogni parte. E vedi l’effetto del tempo? Sento questo racconto e poi penso che sì, certo che a differenza dei Salvini attuali loro sì che erano gentiluomini della politica e avevano buon garbo e riconoscenza. Eh sì che allora era meglio. E invece no, mi fermo e mi riprendo (nel senso che sgrido me stesso) e mi faccio tornare la memoria: sicuramente Bersani era ed è persona gentile, seppur con una condannabile tendenza a perdersi nei corridoi tirando salami invece che far politica dura, ma Berlusconi no, perdio, no. Tutto ma no. Ma la gentilezza e la riconoscenza con cui ha raccontato questo aneddoto, esponendosi anche ai lazzi altrui, devo dire che mi hanno colpito. Invecchiare è proprio un passaggio strano, meglio comprare sgabelli su amazon.
Siccome la situazione si fa decisamente più confusa, la lega cavalca la riapertura per spostare l’attenzione dal disastro lombardo, dai diecimila morti e dalla guardia di finanza in Regione (ah, sì, ieri) e il governo cerca di mettere un freno, negli interstizi si infilano tutti i furboni che sanno sempre che quel che vale per loro non vale per gli altri, nel frattempo girano in rete e via wapp una quantità di finti decreti, finte disposizioni, finte notizie davvero impressionante. Gli ultimi, proprio perché nessuno è in grado di fare previsioni precise, propongono calendari molto dettagliati: il 27 luglio riaprono i mercatini rionali di Bolzano, il 28 quelli di Trento, il primo agosto le erboristerie ai numeri civici pari e il giorno dopo quelle con il telefono fisso. Cose così, anche ridicole, ma siccome incontrano l’esigenza più diffusa attualmente, che è quella di capire come andranno le cose nel periodo breve-medio, funzionano. Chissà chi si prende la briga di confezionare falsi documenti, a volte anche discretamente messi insieme, e chissà se l’unica soddisfazione è vedere quanti poi abbocchino. Mah.

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In cinque giorni passiamo dalle librerie richiuse, perché qui in Lombardia c’è una situazione che a Roma non se ne rendono conto, all’annuncio della riapertura totale della regione il 4 maggio. Bene, direi avanti con una direzione precisa. Naturalmente questo crea confusione e chi desidera la prende come gli pare, ovvero lavorando fin da ora. Perché, se non erro, ci sono state oltre sessantamila richieste di riapertura in deroga e, siccome la guardia di finanza non riesce certo a rispondere a tutti, si piglia la comoda regola del silenzio-assenso e avanti, si apre. Trentottomila imprese, se non sbaglio. In effetti, oggi portando un po’ di spese posso dire che di traffico (e di gente in giro) ce n’è parecchia di più, non proprio tutti lavoranti.
La notizia buona è che mi hanno accreditato i seicento euro, con tanto di sms d’avviso. Beh, cosa gradita, visto che l’ultimo reddito percepito è di inizio febbraio e che, invece, al supermercato vogliono la pecunia fresca. Un aiuto dallo Stato che apprezzo, come qualsiasi ritorno delle tasse in servizi o, per andare più indietro, le vaccinazioni da piccoletto e, a proposito di cosa il mio paese fa per me, alcuni giorni fa ho ricevuto una mascherina dono del Comune. Peccato fosse una di quelle del Brico che servono per l’uso brutale del trapano, non sanitaria. Da piangere.
Questa la devo segnalare qui: Kellyanne Conway ha diretto la campagna elettorale di Trump nel 2016 e, a vittoria ottenuta, è stata eletta «Counselor to the President». Come tale, consiglia e ieri ha detto una cosa interessante sul virus: «Stiamo parlando del COVID-19, non del COVID-1, quindi chi lavora all’OMS dovrebbe ormai esserne venuto a capo». Testuale. Giusto, perdio, alla diciannovesima versione si dovrebbe aver capito, no? All’OMS sono duri di comprendonio e probabilmente sarà per quello che l’amministrazione Trump, qualche giorno fa, ha sospeso i finanziamenti. La cosa è molto molto seria, trattasi di ritorsione per le critiche ricevute.

Mutamenti d’umore, sia mio che delle persone con cui parlo, almeno alcune. Da un primo periodo di disponibilità e, direi, rassegnazione, dettate dall’emergenza, adesso lo stato d’animo prevalente è quello della stanchezza e della rabbia crescente a fronte di una politica che dire incerta è dire poco, a livello regionale lombardo poi non ne parliamo. Il timore che tutto si prolunghi e che non venga affrontato nel modo migliore si fa largo in molti, da quel poco che riesco a percepire al telefono con alcuni amici. Altri no, hanno staccato i canali di informazione e attendono diligenti. Bravi, lo dico seriamente. Io no, non riesco, sarà perché il mondo è sempre stato ed è il mio parco giochi pieno di meraviglie e mi manca così tanto che faccio davvero una fatica del diavolo a immaginare di non prendere un treno domani.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 38

Al trentottesimo giorno di diario dalla reclusione è difficile non ripetersi o non arenarsi. È anche un’attitudine di testa, per stare svegli. Ma come ha fatto Pellico nelle sue prigioni? Beh, l’ora d’aria, due parole col compagno di cella, un giorno ne prendi una fraccata da un secondino, un giorno tagliano la gamba a Maroncelli, tra l’altro in una prigione all’estero, quindi ricca di novità, hai almeno un argomento nuovo al giorno. Facile, lui, mica come me da solo sempre nello stesso posto.
Scherzo, dev’essere stato inimmaginabile. Gli è che mi stufa il discorso del «sì però in guerra era peggio, noi dobbiamo solo stare sul divano», eccerto che lo era, ma se qualcuno mi spara in una gamba non è che mi consolo dicendomi che però, sì, non mi hanno tagliato la testa: mi lamento perché mi fa male la gamba. Con tutto il rispetto per i decapitati e per i detenuti dello Spielberg. Forse dovrei fare come Pellico: «volsero alcuni giorni, ed io era nel medesimo stato; cioè in una mestizia dolce, piena di pace e di pensieri religiosi». D’accordo, ora mestizia dolce, per i pensieri religiosi vediamo più avanti. Dio, come vorrei andare in un bar a dire cazzate.

Sempre peggio la mia insofferenza nei confronti della gestione lombarda della crisi. Ma vivaddio, come posso sentirmi meglio se ogni giorno ce n’è una? Oggi gli spazi pubblicitari sui giornali acquistati da Regione Lombardia (soldi tuoi, soldi miei): «28.224 vite salvate. Sanità privata insieme alla sanità pubblica». Un morto su dieci al mondo, al mondo!, è in Lombardia e pure mi tocca guardare le pubblicità sui giornali pagate con il mio bollo del motorino. Sono sempre più basito e incazzato, va bene tutto ma essere prima bastonati e poi presi in giro no, no! Forse, per il benessere del periodo, dovrei virare su un diario di delicati sentimenti religiosi, forse dovrei proprio. Provo a chiudere meglio: sono sbocciate le peonie, enormi e profumatissime, la primavera non solo incalza, ora è dappertutto, le foglie hanno preso forma e sono grandicelle, anche le piante più ritardatarie, i tigli, gli aceri, sono partite verso la fioritura, i glicini sono uno spettacolo clamoroso, quando capita di vederne uno fiorito. A parte un vento davvero molto forte nel pomeriggio, vento che ha riportato le temperature in media, di giorno le finestre sono aperte e la maglietta ormai una costante delle ore più calde. Bello. Molto bello. Se non fosse che.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 37

Bergamo e Brescia giù ma non tanto quanto ci si aspettava, Milano su. Quando sento l’assessore Gallera dire di «aver sentito sui social che c’è ancora troppa gente in giro per Milano» mi prende un giramento di balle che mi passerà tra giorni. Perché no, questo non lo accetto, anzi non accetto nessuna delle cose implicite ed esplicite contenute in una dichiarazione così: non è una frase che puoi dire a gente che è rinchiusa in casa da quaranta giorni. Vivaddio no, non solo non lo sai e devo pure venire io a Milano a tenere la gente in casa? Mavaccagare. Il problema è che comincio a temere che non abbiano idea di come stiano andando le cose né di come gestirle, il che mi getta in un cupo sconforto, perché io sto anche in casa, per carità, ma non sopporto di doverci stare un minuto di più perché chi dovrebbe governare la situazione non è in grado. Nella migliore delle ipotesi, perché il solo pensiero di doverci stare di più perché questi sbagliano mi manda in tilt. Meglio non ci pensi.
Epperò è anche difficile non pensarci, orcozzio. Perché secondo uno studio di Intwig, i contagi reali in Lombardia sarebbero 972mila, 20 volte più del dato ufficiale. I morti sarebbero 15mila, ossia il doppio del dato ufficiale. E allora? Allora è davvero difficile per me affidarmi e non pensare male. Capisco che il tempo dei processi verrà ma il nostro tempo, mi si perdoni la banalità formale ma non di contenuto, è qui e ora e bisognerebbe tenerne in massimo conto. Anche perché se vi giocate la fetta di popolazione di cui io faccio parte, ovvero quelli ligi alle regole, che mettono avanti tutto il bene comune e sono pronti a sacrificare quasi tutto per la collettività, se dicevo vi giocate quelli come me siete fritti, cari miei i leghisti lombardi. Uff.

Librai aperti per Conte, librai chiusi per Fontana. Leggendo le petizioni sottoscritte in rete da lettori di sinistra, io chiedo: ma siamo sicuri che ai librai gli si fa un favore a farli aprire? Ma chi ci va in libreria di ’sti tempi? Già le persone non ci vanno normalmente, figuriamoci ora. Al libraio, invece, tocca rimettere in piedi tutti i costi fissi (magazzino, dipendenti, pulizie etc.) che, almeno, stando chiuso contiene. Peraltro, occhio che adesso vado di idee mie in libertà, per quale motivo un gelataio resta aperto per le consegne a domicilio e un libraio no? Chiaro, serve iniziativa, se no amazon vince sempre. Per dire: consiglio del libraio di un libro al giorno (ma consiglio vero, non copia-e-incolla della recensione della casa editrice) su un sito qualsiasi, dieci righe ben scritte e accattivanti, non annoiate, sconto ai primi dieci che lo acquistano, consegna entro il giorno dopo. E avanti così. Si può fare? Secondo me sì, agilmente. Così il valore aggiunto della libreria in città o nel quartiere vince sul cattivo amazon che consegna sia pannolini sia libri sia dildi con lo stesso atteggiamento. Ma serve buona volontà, lavoro, studio, impegno. Ce l’avete, librai?

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 36

I conti tornano sempre meno. In Lombardia, più che altro. La mortalità del virus nella regione è grossomodo il quadruplo che nel resto del mondo, Italia compresa e la cosa, si capisce, non torna. A meno di risposte imprevedibili (i lombardi hanno i polmoni più piccoli a causa dell’inquinamento), la risposta dovrebbe essere una sola: i contagiati in Lombardia sono grossomodo il quadruplo di quanto rilevato (o dichiarato). La gestione di Fontana anziché chiarire le cose crea secche nelle quali l’informazione e la normalità si arenano, esemplare il bailamme attorno all’ospedale da campo di Milano Fiera che, adesso, ospita ben tre pazienti, dai duecento (quattrocento, mille!) che avrebbe dovuto ospitare all’inizio. Le conferenze stampa non si contano più, gli autoelogi pure. Visto che non glieli fa più nessuno, par giusto che provveda da sé. Certo, non avere dei dati attendibili è un grosso problema, oltre che un interrogativo altrettanto grosso: progettare le prossime mosse e, soprattutto, la tempistica è molto più complicato e rischioso in assenza di un quadro se non chiaro almeno non nebuloso. Sarei poi curioso di capire, e intendiamoci: non mi auguro il contrario, come mai da Firenze in giù la situazione pare sia così diversa: meno contagi, meno morti, meno ricoveri in terapia intensiva, il rapporto è di quasi 8:1 per i contagi, addirittura di 18:1 per i morti, quella che sarebbe potuta diventare una situazione esplosiva, per fortuna, pare non si stia verificando. Ma perché? Immagino, come sempre nelle questioni complesse, che la soluzione stia in un mazzo di ragioni. Capisco, magari, la minore concentrazione abitativa – e Roma e Napoli non dovrebbero fare eccezione? – o il minor grado di inquinamento o la minore presenza di industrie e luoghi di lavoro densamente affollati, oppure semplicemente essere stati investiti dopo, avendo già preso alcune contromisure essenziali. Il resto, andrà pur spiegato in maniera convincente. E, comunque, ogni spiegazione non depone a favore della condotta lombarda.

Oggi è pasqua o, come io preferisco, il giorno del cosmonauta. Sole, caldo, cielo azzurro che in Lombardia non è affatto cosa scontata. In effetti, al di là dei delfini nei canali di Venezia, questo fermo generalizzato almeno ci sta regalando aria migliore, cieli tersi, giornate di sole con graziosa brezzolina, tutte cose abbastanza normali nel resto del mondo (Ruhr e Mumbai a parte) ma non qui, dove i cieli bianchicci e la polvere nera su facciate e statue sono la norma. Si vedono, addirittura, le stelle e qualche vagolante satellite, che abbiamo osservato in queste sere di calma.
Essendo pasqua, ci siamo organizzati per un calicino in compagnia in cortile, ben disposti in quadranti separati secondo la mappa qui sopra, portando ciascuno da casa propria il bicchiere. Bello che dopo il rigore iniziale ci si è avvicinati, pur mantenendo distanze di sicurezza: qualcuno per affetto, qualcuno per carenze d’udito, qualcuno per abitudine, per fortuna. Piacevole, molto. Poi, insieme alle stelle, abbiamo fatto caso alle auto, tutte ferme da settimane e coperte da una bella coltre di polvere. Oddio, il cambio gomme! Ahah.

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