minidiario scritto un po’ così di un breve giro per vedere la fine estate al nord: tre, dire ovvietà, la Lega che mi piace, inventare cose che già esistevano, nel medioevo erano tutte bestie, mica come noi

Ora non è che arrivo io che faccio Marconi che dice che Bruges è bella. Altro che acqua calda, la sfera è quella dell’ovvio, altrimenti i nove miliardi di turisti presenti e passati non si spiegherebbero. È che è proprio bella, non c’è che dire (e oggi, contrariamente alle mie abitudini, metterò solo foto cartolina per testimoniare). La città medievale all’interno delle mura, o farei meglio a dire all’interno del canale maggiore, il Ringvaart, è intatta, mai distrutta, mai bombardata. Certo, magari un settecento, un novecento qua e là ci sono ma timidi, rispettando il contesto che è davvero incantevole. I canali, costruiti per esigenze commerciali, attraversano tutta la città e mi ricordano altre città, Colmar, Strasburgo, Delft, Utrecht, Gand, per dirne alcune. Le case, di mattoni a punta, mi ricordano invece quelle che ho visto a Danzica, a Lubecca, a Riga e Tallinn, a Toruń. Perché dico questo? Perché ho imparato nel tempo, con fatica, a viaggiare liberandomi del vincolo scolastico di considerare le città e le regioni appartenenti agli stati moderni, ah le tipiche città olandesi!, e a inserirle nel contesto storico e geografico più ampio. Per esempio, le case di Bruges e quelle di Tallinn, che sta a duemilacinquecento chilometri da qui, sono identiche perché erano l’espressione delle gilde commerciali della Lega Anseatica, una proto-Europa unita che arrivava fino a Napoli e oltre che andrebbe insegnata molto molto meglio a scuola. Le somiglianze tra qui e Danzica, in Polonia, sono per esempio molto maggiori rispetto a quelle con, che so?, Reims, che è a duecento chilometri. Ed è un esercizio viaggiante che mi appassiona riconoscere somiglianze e congruità in luoghi che ci hanno insegnato a considerare distinti perché in nazioni diverse. Non era così, non è stato così per secoli. Un esempio lampante? La pianura padana. Andrebbe considerata unitariamente, almeno da Mantova a Ferrara fino a Rimini e invece no, tra Mantova e Modena c’è un confine che ci frena, ci fa distinguere tra Emilia e Lombardia e non ci fa cogliere la relazione secolare tra, per dire, Gonzaga ed Este sugli stessi fiumi.

Niente, mi son dilungato. Come accennavo, Bruges ebbe il proprio periodo d’oro tra Due e Quattrocento, quando divenne il centro commerciale di raccordo tra nord e sud. Le prime navi genovesi e veneziane arrivarono qui nel 1277 e la città crebbe ricca e prosperosa. I tessuti fiamminghi per le lane inglesi, il grano della Normandia, i vini della Guascogna, le spezie dal Levante, era la libera circolazione delle merci, la globalizzazione molto prima della globalizzazione che contestiamo oggi. Il Markt è l’enorme piazza cittadina sulla quale sorgeva un edificio gigantesco che ospitava la gilda dei pescatori, una delle più potenti, il porto in continua espansione, strutture finanziarie e commerciali che diventavano sempre più sofisticate. A Bruges nacque la prima borsa valori della storia, sì, come quella che adesso decide il prezzo del gas ad Amsterdam. C’è un quadro che rappresenta molto bene alcuni elementi importanti dell’epoca, ed è il “Ritratto dei coniugi Arnolfini” di van Eyck (ne ho parlato qui). Van Eyck è un pittore fiammingo che si trasferì a Bruges per l’ovvio richiamo di una città florida e ricca di committenti e ricevette l’incarico dagli Arnolfini di ritrarli in modo familiare nella loro casa; lui, Giovanni Arnolfini, era un intermediario finanziario che gestiva in città gli interessi dei Medici, sì, Firenze, che avevano una banca e prestavano soldi in tutta Europa ed erano interessati, comunque, al commercio dei cuoi toscani fin qui. L’intreccio di interessi e culture era folgorante e, per inciso, van Eyck, ritraendoli, inventò il ritratto familiare e privato, di piccole dimensioni, sconosciuto a noi italiani affogati di pitture religiose gigantesche. Non solo i Medici ma i Fugger e tutti i più importanti banchieri avevano filiali in città e in tutte le città che ho citato prima, in una fantastica rete europea di scambio. Nella Onze-Lieve-Vrouwekerk, chiesa di Nostra Signora, in città c’è una madonna di Michelangelo che i Mouscron, famiglia fiamminga che commerciava in tessuti, acquistarono proprio dall’artista grazie all’intermediazione del banchiere Jacopo Galli, amico di Michelangelo. Capito i giri? In questo senso mi ricollego a quanto cercavo di dire malamente prima: per un Arnolfini o un Mouscron il continente era una cosa unica e rivolgersi a van Eyck o Michelangelo, a Firenze come a Bruges, una cosa del tutto naturale. Memling, altro valente pittore, tedesco ma trasferito a Bruges, dipinse trittici, ritratti e pale d’altare per privati e città in tutta Europa, un vero uomo di mondo come molti di quell’epoca. E noi li chiamiamo secoli bui.

Come tutte le cose belle, prima o poi finiscono. No, non è vero, non finiscono: si trasformano. A fine Quattrocento il canale Zwin si insabbiò e iniziò rapidamente il declino di Bruges. Come abbiamo visto, attenti ragazzi, anche là giù in fondo, in favore di Anversa. Che si pigliò mercanti, banchieri, merci, pittori, rotte commerciali, diamanti e tutto quanto era possibile. Non che Bruges sia sparita, tutt’altro, ma passò dall’essere al centro del mondo dell’epoca a una posizione più marginale, provò a rilanciarsi con i merletti più tardi ma senza grandi esiti. Restava una città ricca, per carità, ma le novità passavano altrove. Fino ad allora, però, erano stati sulla cresta dell’onda, eccome, e ne erano perfettamente coscienti. E quando uno è grande a un certo punto, poi pensa a sé allo stesso modo, anche se le minestre hanno sostituito gli arrosti e se le legioni di servitù sono ora una vecchia fedele beghina traballante. Ancora oggi le iniziative comunali, una statua o un parchetto, sono sottoscritte come S.P.Q.B. che, come tutti sappiamo, significa che sono pazzi questi brugghiani. Anche perché, bisogna dirlo, alle merci si è sostituito egregiamente il turismo, anzi il turista, che spende in waffles, cioccolato, stupidi macarons e le cose vanno piuttosto bene, qui in città.

Cose che faccio io, alcune. Compro due cartine delle Fiandre, una orientale e una occidentale, è una manna perché ce ne sono per i percorsi in bici, a piedi, per interesse, in treno, una meraviglia. Visito un paio di musei e in uno incappo per caso nel reliquiario dipinto da Hans Memling con l’arrivo di Sant’Orsola a Colonia, che mi era servito per raccontare la storia della costruzione del duomo di Colonia (per chi non ne avesse abbastanza di storielle, eccola) e ne sono proprio piacevolmente sorpreso. Poi ho occasione di prendere un caffè lungo con una cioccolataia, nel senso che fa il cioccolato per davvero, e tento di spiegarle la questione del fare la figura del cioccolataio, ma mi rendo conto di non saperla bene nemmeno io. Però apprendo cose sul cioccolato e lei non fa figure barbine. Verso sera, al parco faccio due partite a scacchi su uno di quei tavolini di pietra con la scacchiera con uno sconosciuto. Vinco facile, con manovre asfissianti usando tecniche da grande maestro. Cosa vuol dire che lui ha sette anni? Ma figuriamoci, queste sono le sconfitte che aiutano a crescere. Mi ricordo poi che l’estate scorsa quando raccontavo di essere stato a Bourges in parecchi capivano Bruges, adesso leggo che Bruges è gemellata con Burgos, la confusione regna sovrana. Domani quasi ultima tappa, se c’è tempo racconto di Leopoldo II criminale, della miriade di pittori fiamminghi e delle mascherine. Ma non so, perché sarà un altro posto bello.

A ogni sussulto sovranista, a ogni rigurgito nazionalista, a ogni slogan in favore dell’italianità, io continuerò a spingermi sempre più in Europa, perché quella è la nostra storia. A ogni spinta localista risponderò con tensione comunitaria, perché sono europeo molto più che italiano, concetto bislacco e poco rispondente alla realtà. La mia casa è l’Europa, tutta, le mie radici stanno nella Grecia del quinto secolo avanti Cristo, nella Roma di Augusto e del Rinascimento, nella Parigi del Novecento e nella Londra dell’Ottocento, ad Aquisgrana nel nono secolo, a Wittenberg nel Cinquecento, sui barconi che affondano nel Mediterraneo, in Germania e in Boemia nella guerra dei Trent’anni, ad Austerlitz e a Waterloo, ad Auschwitz, a Milano negli anni Sessanta, a Venezia con la libertà di stampa del Cinquecento, a Siracusa con Archimede e sulla nave sbarcata a Venezia col primo appestato, nelle Fiandre del Trecento e sulle navi della compagnia delle Indie, nella Palermo di Federico II, nella Spagna occupata dagli Arabi, alla stazione di Bologna, a Palos con Colombo, a Bruxelles e Strasburgo nei parlamenti, sulle navi della Lega Anseatica. Non sempre belle, non sempre nobili, ma di certo le mie radici e il mio presente non stanno nelle piccole pretese nazionaliste di donne e uomini piccoli piccoli che nulla sanno di ciò che siamo stati, siamo ora e, soprattutto, vorremmo essere in futuro.


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minidiario scritto un po’ così di un breve giro per vedere la fine estate al nord: due, il mare del nord, le onde del nord, il cielo del nord, la villeggiatura del nord, camminare sulle acque, che nave!

Antwerpen-Zuid, Beveren, Sint-Niklaas, Lokeren, Gent-Danpoort, Gent-Sint-Pieters, Brugge ed eccomi in meno di due ore al mare, a Ostenda. È mare del Nord ma guardando lontano a sinistra si dice già Manica. Un tempo Ostenda provò a rivaleggiare con Calais in tema di traghetti ma non ci fu storia, come non ce n’è oggi, e optò per il turismo balneare definitivamente. Seguendo la costa per un po’, qualche chilometro, si arriva a Dunkerque, Dunkirk se la si guarda di là, dove l’esercito inglese intrappolato rischiò di essere annientato dai nazisti nel 1940 e la guerra, eccome, avrebbe preso un’altra piega. Il recupero di tutta la fanteria inglese, in pratica l’esercito intero (quattrocentomila soldati!), avvenne con un’operazione spericolata condotta anche con i barchini dei pescatori, la vicenda fu incredibile. È narrata in un film di Nolan di cinque anni fa, un po’ noioso ma con scene davvero spettacolari, senza effetti, da tre prospettive diverse, aria, acqua, terra.
Anche prima, Ostenda è sempre stata schiacciata dalla pressione marittima inglese e olandese per cui ebbe brevi periodi floridi e molte distruzioni, finché appunto non si ritirò sul versante dell’ospitalità. Ovvio che io son qui per il mare del Nord e il cielo, voglio vedere se oggi è come quello sul Baltico, perché la città, insomma, è graziosa ma senza grandi prerogative.

Per arrivarci bisogna attraversare una pianura piallata senza esitazioni, molto più verde e coltivata della Pomerania tedesca o polacca, tutta sabbia, mi ricorda più certe località costiere inglesi, tipo Sidmouth o Weston-super-mare. Le mucche pascolano fino a pochi metri dal mare, son quelle mucche bianche a chiazze marroni chiaro, non sono quelle blu famose del Belgio. Il cielo va e viene ed è una meraviglia, per quello è pieno di pale eoliche e, qua e là per integrare, qualche centrale nucleare. Ma con le mucche fa meno effetto, cosa può esserci di offensivo se ci sono le mucche? Fortuna che il Belgio ha qualche collina a sud altrimenti se lo sognavano Merckx.

Siccome non sono sicuro di volermi fermare per la notte, vado in cerca di un deposito bagagli per mollare le mie quattro cose e girare più comodamente per capire com’è la faccenda. Tra le perdite ferroviarie della modernità recente, oltre ai facchini, i vagoni ristorante, le sale d’attesa, lamento senz’altro i depositi bagagli, comodissimi. Ma come pretendono che si sposti al giorno d’oggi una dama col suo set di diciotto bauli da viaggio senza un deposito? Io non so. In Germania, Francia, Paesi Bassi e Belgio capita spesso che in stazione vi siano gli armadietti a moneta che funzionano egregiamente, ma non sono la norma. Stavolta ci sono, ottimo. Anche il fatto che la stazione sia sul mare ha un suo fascino e rimanda a un tempo, fine Otto e inizio Nove, in cui la villeggiatura e con essa Oostende, detto alla fiandrica, riscuoteva grande successo.

Per villeggiatura si intende quella cosa per cui si andava in un albergo molto lussuoso, o in una villa affittata, e si trascorreva il tempo più o meno come in città, intessendo relazioni, andando a teatro, il Kursaal Casino c’è ancora, facendo qualche terma, prendendo il tè e mangiando più del necessario. Però che buona l’aria. Il mare? Ignoto, se non da guardare. Lungo la spiaggia c’è un enorme edificio steso lungo la costa, tutto colonnato, che serviva sostanzialmente a questo, mangiare, conversare, stare al riparo quando tirava vento o pioggia, magari ma proprio magari fare un bagno caldo. E attorno delle belle case di villeggiatura, con ogni piacevolezza. La piazza con la voliera per l’orchestra al centro è ancora lì. Di sicuro all’epoca dei due Leopoldii qui c’era una bella vita non male. Poi, nei Cinquanta e Sessanta, uno sviluppo scellerato ha costruito case nei giardini delle ville e un’infilata di condominii lungo la spiaggia che mi ricorda Costanza sul Mar Nero, per fare un esempio meno scontato di Riccione. La stagione, quella cicciosa, è chiaramente finita ma le schiere di anziani che spadroneggiano sono molte, mangiano fritti e carni enormi, bevono botti di birra e vini bianchi e rossi, fumano gauloises come fossero liquerizie, seduti fuori al sole, ma non ce l’hanno un medico? O, forse, e qui mi cito, hanno quarant’anni e la villeggiatura li ha segnati. All’inizio del corso principale vedo un’armeria, con robe da assalto, e un negozio di bastoni da passeggio, e ho già compreso molto. Poi un cartolaio con alla radio gli Scorpions mi dice qualcosa sull’isolamento del luogo. Ma alcuni angoli sono gradevoli, di sicuro d’estate sarà più vivace.

Come a Stralsund, Rostock, Wismar, per citare alcune località di mare al nord di sapore thomasmanniano, tutte più belle di questa però, mezza giornata mi è più che sufficiente per girarla tutta e capirla, credo. C’è una bella cattedraletta in un gotico più inglese che flamboyant, con all’interno una Teresa in estasi del Bernini locale, un giardino giapponese frutto dell’amicizia giappobelgica, alcuni edifici primonovecenteschi interessanti e il mio giro è grossomodo finito. Ma io sono venuto qui per il cielo, per vedere quello del nord sul mare, mai fermo, mai uguale, che se fai un salto lo tocchi. Ecco, quello è grandioso e merita una lunga e attenta contemplazione, per potermelo portare indietro nella pianura. Così cammino sulla spiaggia, pulita come non mai, e mi godo la brezza, le nuvole, il sole e poi coperto e poi il sole e le onde.

Sì, padre, ho camminato sulle acque. Siccome il porto c’è e non è banale, attenzione altro momento umarell, noto una nave strana con quattro enormi piloni e una gru gigantesca, oltre a un buffo nome: la Vole au vent. Con i comodi strumenti di ricerca (vessel finder) ho scoperto che è una nave inglese per posare le pale eoliche in mare, come ce ne sono molte all’orizzonte, si vedono da qui nel mare nederlandico. Bene, la nave fa scorrere i piloni e si alza alcuni metri sopra il pelo dell’acqua e lavora da ferma. Beh, ganzissima, mai vista una nave così.

Ora son soddisfatto, piglio il treno e vado a un quarto d’ora da qui.


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elezioni 2022: la schedina elettorale™, comunicato numero uno

L’Ufficio Elettorale di trivigante (UEdt) mi ha appena comunicato che la lista ‘Referendum e Democrazia’ di Marco Cappato è attualmente sub judice per la partecipazione alla competizione, poiché ha presentato le firme online. Diciamo che lo escludano, che è la situazione che interessa a noi e che cambierebbe qualcosa, che succede? trivigante ha consultato il suo Ufficio Corte Suprema Decisioni (UCSDdt) al riguardo e i porporati ermellini santità hanno risposto con chiarezza: “Ze sqvadra non zi prezenta, perte tafolino”. Quindi, se accadesse, la partita numero 11 della schedina è da considerarsi un 2.

E quelli che hanno già giocato? Suvvia, non posso pensare che persone così informate e preparate non fossero avvisate della questione, neanche a dirlo. Infatti, la maggior parte ha giocato 2. Ma se se se fosse, gli altri possono scrivermi e cambiare la giocata, a proprio rischio. Augh.

Infine, avvisetto: per chi fosse interessato, le cose di trivigante proseguono sotto la schedina elettorale™ e i comunicati vari, che resteranno fissi in testa fino al 25 o a risultati acquisiti.

minidiario scritto un po’ così di un breve giro per vedere la fine estate al nord: uno, punto di partenza, le vicende del paese in dieci secondi, viva la ténnologia

Fuori è buio, ci sono quindici gradi, ho sognato parecchie volte queste temperature negli ultimi tre mesi. Sto ingoiando mezzo melone gelido di frigo perché andrebbe a male e sarebbe un peccato, chissà se me ne pentirò amaramente. Tanto lo saprò a breve. Prendo il me migliore, quello con gli occhi aperti, ricettivo, paziente e parto.
Scambiare i fine settimana con i giorni lavorativi si rivela sempre più una grande idea: ogni due settimane, a regime normale e ovviamente potendolo fare, ho a disposizione quattro giorni consecutivi, che sono una quantità più che sufficiente per fare dei giri sostanziosi. L’ultimo, per esempio, Ravenna, Cesena, Caprese bla bla bla Gubbio, San Leo, era da quattro. Quello prima, Orvieto, Viterbo, Caserta e Tivoli, idem. Con tre giorni già si fanno un sacco di cose, quattro non ne parliamo. Come stavolta, quindi sono ricco. E poi posso comunque lavorare un po’ anche in giro, è anzi meglio. Se devo essere creativo, i posti belli conciliano.

Arrivo a Eindhoven ma scappo subito, ci tornerò alla fine perché c’è una cosa che voglio vedere. E scappo anche dalla nederlandia per andare in Belgio. Per dirla più collocata, Fiandre orientali e occidentali con un tocco di Brabante. C’è un’infilata di gioielli che meritano il concatenamento, poco sforzo e grande resa, paiono tirati con la riga. Mi sto dilungando un po’ non tanto per raccontare quel che faccio o non faccio, il che insomma ha anche l’interesse che ha, pochino, quanto per condividere piccoli progetti di viaggio, facili da organizzare, da pochi giorni, densi però di posti che vale la pena vedere. Se qualcuno prima o poi mi dicesse che ne ha tratto ispirazione, mi farebbe piacere. Fin dal corso del Reno in cinque giorni o la Polonia in treno o il delta del Po in tre giorni negli anni scorsi, son suggerimenti, li si prenda così.
Il giro di stavolta parte da Anversa per poi puntare dritto al mare del Nord e poi tornare indietro per tappe. E così faccio, sono ad Anversa che è una grossa città portuale sullo Scheldt, un fiumone che sorge in Francia e si getta nel mare più a nord. E subito la domanda: sarà vero come dicono qui che si tratta del secondo porto europeo dopo, sempre primo, Rotterdam? Ad Amburgo non sarebbero d’accordo, difficile dirlo per me umarell di fronte alle sfilate di gru. I giri dei porti di Rotterdam, Amburgo e, adesso, Anversa li ho fatti, posso dire che son tutti belli grandi. Tra le tre città, però, Anversa è quella con la storia più lunga e importante, su quello non ci piove. Cioè sì, ci piove, ora. Abitata da sempre e con tracce romane, infinamai, a fine Quattrocento colse il declino di Bruges per raddoppiare la popolazione in vent’anni e diventare di gran lunga il centro di commercio più importante d’Europa, il nesso tra nord e mediterraneo e colonie: lane inglesi, zucchero di canna indiano, cuoi, spezie, legname svedese, allume italiano, vini francesi e spagnoli, ogni cosa si potesse scambiare, diamanti sopra tutto. Per dare una dimensione, l’imperatore Carlo V diceva che Anversa da sola fornisse redditi all’impero per sette volte rispetto a tutto quanto proveniente dalle Americhe, e sì che di roba ne rubavamo da là. Per questo, l’imperatore non toccò mai Anversa e ne rispettò l’autonomia, finanziaria, ideologica e religiosa, pur facendo parte dell’impero. Là dove c’è commercio c’è tolleranza, perché conviene. Cosa che non fece il figlio Filippo II, che la ereditò per la Spagna alla suddivisione tra impero e regno spagnolo nel 1555, prendendosela con i calvinisti che pian piano subivano il fascino della riforma; da una prima rivolta alla guerra dei Trent’anni, in cui lo Scheldt fu addirittura chiuso alla navigazione fino all’Ottocento, una parte dei mercanti e delle fortune della città si spostarono ad Amsterdam, nel mentre un avvicendarsi di complicazioni e rompicoglioni di prim’ordine, gli iconoclasti per esempio e Ignazio di Loyola e i suoi guerrieri gesuiti per farne un altro. Però serve saperlo: prima di tutto Anversa è in Belgio e non nei Paesi Bassi, come si direbbe, e qui son quasi tutti cattolici, a differenza dei vicini, anche se parlano un olandese imbastardito. I dissidi dei Trent’anni proseguirono fino al 1830, quando i Paesi Bassi meridionali si rivoltarono e fu inventato il Belgio. Con comodità degli inglesi. E non è che oggi le cose siano piane, viste le reciproche simpatie tra fiamminghi e valloni. Ma l’importanza e il ruolo di Anversa declinò sì ma mica poi troppo, basti pensare alle olimpiadi del 1920, svolte, appunto, qui.

La città, pur portuale, è affascinante, moderna e tradizionale, ricca, se la piazza principale ovviamente è il Grosso Mercato, Grote Markt, e una delle due torri della cattedrale è ancora oggi di proprietà del comune, perché una volta delle gilde dei commercianti, le zone degli ex magazzini del porto sono residenziali di alto livello, con le barche ormeggiate proprio sotto casa. Una grande e tradizionale accademia d’arte, vedi alla voce Rubens e van Gogh, un’università tecnica avanzata, un bel museo del commercio marittimo, un bel museone di arte moderna – noi di lettere chiamiamo così il periodo 1492-1815 – che era chiuso nel 2015 quando sono venuto qui la prima volta e lo è ancora, per ristrutturazione. E apre il 25, argh, non ce la faccio. Insomma, la città è vivace, grande e stimolante, un buon posto. Certo, è cara, un’insalata in un bar normale sono quindici euro, l’ingresso alla cattedrale dodici, un appartamento al sesto piano nella zona fighetta del porto nuovo due milioni. Però la birra, il cioccolato, i waffles, le ostriche e le patatine fritte costano niente niente, per cui dipende dalle proprie abitudini alimentari. Roba da sputare il fegato. E il clima è da mare del Nord, ovvio, ora diluvia e ci sono dieci gradi. Il che a me va benissimo, devo dire, tanto non dura mai più di mezz’ora e poi esce il sole.

A parte le già citate specialità belghe – ma sarà vera quella cosa dell’insalata belga? E figurati se ci sono i cavoletti, qui – il salmone è ovviamente molto diffuso e poco costoso ma è timidamente rosa, senza quella fissazione per l’arancione al limite della fosforescenza che abbiamo in Italia. Ne sto mangiando un quarto di quintale insieme a una verdura bianca a cubetti sconosciuta che non sa assolutamente di niente, delle palline che potrebbero essere invenzione del signor Kellogg e della misticanza che la globalizzazione ha portato qui, ma la cosa interessante – ecco, a me la laicizzazione dei riti che fanno al nord piace moltissimo – è che pur essendo un posto con tutte le sue cosine studiate e a posto, per un pranzo fichino, su una parete ha un’infilata di lavatrici per fare il bucato. Funzionanti. Cioè uno si porta il bucato, mangia la verdura che non sa di niente e un sacco di buon salmone, beve la birretta e intanto scrive, come sto facendo io, e poi ha pure fatto il bucato. Niente male. E sono quasi di fronte alla casa di Rubens, centro pieno. Ora però vado, devo vedere un paio di chiese strabocchevoli di dipinti di Rubens, anche se non è tra i miei prediletti, barocco e controriforma è una miscela soporifera, poi lavorare un po’ e a un certo punto, cosa che mi diverte abbastanza, partecipare all’assemblea condominiale. Visto che preferiscono farla in videoconferenza, eccovi serviti: io sarò da qualche parte ad Anversa seduto con una birretta ad ascoltare una parola sì e otto no, approvando qualsiasi cosa ed essendo d’accordo con chiunque.

Approvato, perdio. Approvato. Prot.


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elezioni 2022: la schedina elettorale™, ancora

Come ormai la maggior parte di noi sa, tra una settimana si vota, diciannovesima volta da che abbiamo il piacere di votare in modo libero e universale.
Come le altre volte, l’Ufficio Politico di trivigante (UPdt) ha faticosamente prodotto anche stavolta la schedina elettorale™, ovvero la risposta giocosa ai dubbi che attanagliano la politica e il dibattito nei bar del paese: come andrà? Sarà meglio? Peggio? Riuscirà Adinolfi a prendere tre voti? E L’Ape Di Maio che vola nelle pizzerie batterà i cattivoni Lupitotibrugnaro?

Giocare si gioca come le vecchie schedine del totocalcio, ci son le partite e bisogna dire chi vince, chi perde e chi pareggia, 1-2-X. Chi fa tredici e dodici vince e le percentuali di voto che fanno fede saranno quelle del proporzionale alla Camera. Se la differenza di percentuale è contenuta nello 0,2%, è considerato pareggio, esempio: 1,6% e 1,8% è pareggio.
E per sapere chi accidenti siano quelli del Partito Comunista Italiano che non sono il Partito Comunista dei Lavoratori? Si va sul sito del Ministero, dove ci sono i programmi, ahah, e si capisce chi diavolo siano: qui. Uno più di tutti, secondo me. E non preoccupatevi di chi non conoscete, tanto anche sulla schedina calcistica non sapevate nulla della Sambenedettese, no?

Ma materialmente? Materialmente si commenta questo post qui sotto, scrivendo la propria previsione e usando un nome in cui vi possiate poi riconoscere (lo farò io per primo, giocando per fare un esempio). Oppure scrivete la previsione in una mail e la inviate a posta@trivigante.it e pubblico io. Stavolta non ci sono soldi in ballo, non si paga e si può giocare tutte le volte che si vuole, abbiate solo considerazione del me del futuro che nella grotta elettorale domenica notte spoglierà le schedine giocate.

Cosa si vince? Non si paga e si vincono ricchi premi: quarantanove milioni di euro (ma bisogna andare a pigliarseli in Russia); un week-end con Mario Draghi a cercar funghi senza però parlare di politica; una testata nucleare tattica da usare a proprio piacimento a seconda di come la si pensi; una bottiglietta da mezzo litro di gas – premio più ambito – per affrontare l’inverno; una cena a Windsor con la reg… ah no, una seduta di massaggio corporale effettuata dalle cicciose mani dell’iroso Carlo terzo. Insomma, mica male, no?

Le ultime cose: qui c’è la schedina in pdf, se volete stamparla, conservarla, studiarla con calma, inviarla, farne quel che vi va. Per qualsiasi controversia, l’Ufficio Politico di trivigante (UPdt) ha a disposizione una vasta schiera di assassini prezzolati. Se avete domande, chiedete, i commenti servono anche a cazzeggiare.

L’ultima volta, 2018, le schedine erano settantadue, sarebbe bello farne di più. Io attenderò i risultati elettorali seduto su una spiaggia di Ostenda, che non si sa mai e son già pronto. Che dire? Buon gioco a chi vorrà e speriamo non vada troppo male di là, nel reale. Nel mentre, tra le tante, vi invito a giocare con considerazione una tra le partite più appassionanti: Italexit per l’Italia contro +Europa, un dentro-fuori programmatico proprio niente male.

minidiario scritto un po’ così di un breve giro in una fine estate elettorale: cinque, dissuasori, acque al terzo piano, contemplazioni, un altro omaggio, conclusione

Gubbio ha una magnifica balconata sulla valle, la piazza principale, piazza Grande appunto, tra la cattedrale e il palazzo dei Consoli, si regge su archi enormi che reggono da secoli questo enorme terrazzone che tanto dà sulla valle quanto è visibile da essa. E fa signoria, comune, potenza e ricchezza, senza dubbio. Che fa, dico io, il viaggiatore errante dell’Europa quando arriva in piazza Grande? Contempla dalla balconata, ovvio. O, almeno, vorrebbe. Perché sul parapetto la lungimirante amministrazione ha piazzato un’ottupla fila di spuntoni mortali antipiccione che impediscono ogni contemplazione appoggiata e che darebbero del filo da torcere anche a truppe di lanzichenecchi all’assalto da fuori.

Come rovinare un contesto armonico ispirato alla bellezza. Nel palazzo sono conservate le tavole eugubine, le stele di Rosetta dell’umbro antico, che hanno permesso la decifrazione della lingua locale e come dimostrazione di grandezza al terzo piano, terzo!, hanno piazzato una fontanona di quelle da piazza nel bel mezzo di un salone, per far vedere ai foresti che loro l’acqua corrente la sapevan spingere fin su su, e dici niente.

Individuato un norcinaio di soddisfazione, mi faccio imbottire un panino di salume locale, formaggione e patè di tartufo che qui ci si lavano i denti e vado a sedermi nel teatro romano che, nella piana, offre la visione scenografica della piana e della gola del Bottaccione. Il cielo corre, si apre e chiude che è una meraviglia e io per oggi non potrei chiedere di meglio, davvero.

Avrei potuto essere qui per vedere Plauto duemiladuecento anni fa, non sarebbe stato molto diverso. Mi sarei trovato in mezzo a persone come me, impegnate a pensare al futuro, al passato, allo scopo di tutto, con la sola differenza delle bollette elettriche, poco altro. Non si colgono molte differenze dal posto in cui sono seduto.
Allora mi tocca fare un esercizio di astrazione e far conto con le esigenze della vita nella realtà, il tempo che ho per star via ancora, un impegno domani, lo scorrere consueto delle cose. E poi ha cominciato a piovere. Opto per un rientro dritto ma lento, piglio la statalina che passa dal Parco Regionale del Sasso Simone e Simoncello, parallela alla E45 che ho fatto per venire ma più su, in cresta, ed enormemente più curvosa, e salgo, in direzione San Leo, San Marino, Romagna insomma. A tratti son solo boschi, nemmeno una casa in vista, qualche cantoniera qua e là, zone da linea gotica e da partigiani nella neve.

Bellissime, anche qui vorrei andare a piedi per giorni e giorni. Ma vado dritto, voglio dare un’occhiata a San Leo, quella rupona impressionante col castello sopra che si vede passando verso la riviera romagnola, quel castello della prigione di Cagliostro, e poi voglio passare da Novafeltria. È per un altro omaggio, più recente, quegli occhialoni rossi che lo contraddistinguevano e che oggi, sulla tomba, fanno tanto facciona da pareidolia.

Signore, è stata una svista, abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista. Sì. Poi piglio su per davvero e vado verso casa, perché bene così. È stato un bel giro, quattro giorni pieni di cose e luoghi, Ravenna, Cesena, Caprese, Anghiari, Sansepolcro, Città di Castello, Umbertide, Frasassi, Gubbio, San Leo, un bel ritmo e una vera immersione tra l’appennino romagnolo, toscano, marchigiano e umbro, in una delle zone più belle del paese. Sarebbe servito più tempo, servirebbe più tempo per ogni cosa, per la vita stessa, va bene così. Ora vanno bene anche le commissioni di casa, ho ristabilito un po’ di equilibrio, per un po’. Non durerà molto, mi conosco, ma adesso sono in ordine e la testa è piena di idee e fantasie, mi sono abbeverato e nutrito, mi serviva. Via, anche a finire tardivamente questo minidiario, non è che sono tornato ora.

Ah, sono poi ripassato alla biblioteca malatestiana, non potevo lasciar la cosa sospesa, non ci avrei dormito. Sempre commovente, che posso dire più che: «andateci»? Niente, appunto, lei sta lì ed è indifferente se noi ci si vada o meno.


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chissà…

Chissà perché mi aspettavo un treno – come quello di Bob Kennedy che percorse l’America o quello che portò la salma del milite ignoto da Aquileia a Roma, ovvero viaggiare a due all’ora per permettere il saluto delle persone – e invece no, la salma della regina viaggia in auto per la Scozia, poi in qualche maniera arriverà a Londra.
È pieno di fotografie che ritraggono il corteo, come questa scattata a Banchory:

Photo by Peter Summers/Getty Images

Ma la migliore che ho visto finora, ed è il senso di questo post, è questa, su una panchina a Ballater, vicino ad Aberdeen:

Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images

Mi immagino non si tratti di un monarchico realista, visti i fiori e l’atteggiamento composto e in disparte mi pare più un omaggio personale nei confronti di Elisabetta. Forse un innamorato? Un giovane pretendente? Difficile stia su una panchina, oggi. Più che altro, mi piace immaginare, un mazzo di fiori in omaggio a un pezzo di gioventù che se ne va, a un pezzo di vita giovanile e non che scompare, a una figura emblematica di tutto questo ma, in fondo, a sé, un omaggio al proprio passato.

minidiario scritto un po’ così di un breve giro in una fine estate elettorale: quattro, carta ma soprattutto lavatrici, studioli portati via, tramutare inghippi in occasioni

Tra l’altro, a Sansepolcro qualche anno fa infuriava il dibattito sulle origini della città, con il dottor Benini che ipotizzava l’accampamento romano e il dottor Ribalta (nomen) che ne contestava le premesse, con pubbliche interminabili discussioni tra i maggiorenti. Ma c’era un vizio di sostanza, nel senso che i due erano cognati, si sospetta che parte dell’acrimonia fosse per quella ragione. Chissà le cene di natale.

Comunque, riprendo. Scendo dal tempietto di Valadier, proseguo per la gola di Frasassi e vado a Fabriano. Esattamente, quella di tutti i nostri album da disegno. In realtà, a dirla bene, la cartiera che fa gli album che conosciamo tutti si chiama Milani ma è ormai per antonomasia ‘Fabriano’, perché nel tempo si è comprata tutte le altre cartiere della zona, centinaia. Poi, che al mercato mio padre comprò, a sua volta è stata comprata dalla Fedrigoni di Verona, stesso settore, e poi tutto il gruppo dal fondone Bain Capital di Boston, e ciao carta italiana prestigio nel mondo.
Se lo stesso gruppo industriale della carta si è ridotto di parecchio, 550 operai oggi contro le migliaia di un tempo, il vero lavoro novecentesco a Fabriano veniva dal gruppo Merloni, un colosso degli elettrodomestici e primo produttore italiano, per citare un po’ di marchi Indesit, Scholtès, Philco Italia, Ariston Thermo Group, più interessi diversificati come la Benelli di Pesaro, motociclette, e via così. Parlo al passato perché nel 1975 il marchio ha cessato di esistere, i marchi scorporati in attività autonome quando non scomparsi, per poi entrare in crisi in anni recenti. Tanta era la ricchezza di questo piccolo borgo quanto lo è la crisi attuale, che si manifesta con la disoccupazione al venti per cento e poche opportunità in valle, se non il turismo più su. Ma il turismo degli stabilimenti abbandonati è ancora troppo di nicchia per contarci fino in fondo.

Venire qui, a Fabriano, e non imparare nulla sulla carta e sulla sua storia sarebbe proprio da stolti, allora mi ci metto e due cose le memorizzo. Tocca abbozzare ma anche questa cosa, la carta, l’hanno inventata i cinesi, e ben prima di Cristo, le ultime ipotesi parlano del secondo secolo prima. Mantennero il segreto a lungo, incredibilmente, perché mille anni dopo erano ancora gli unici a produrla, tutti gli altri a papiro e pergamena. Si ipotizza, poi, che la formula segreta sia passata a noi per via degli arabi, attorno al 750, ma gli studiosi non sono ancora concordi su come ciò sia avvenuto. Io non so niente, per carità, ma un paio di giorni fa sull’appennino tosco-emiliano sono passato da un paese che ha un nome significativo, Mercato Saraceno, secondo me qualche indizio qua e là c’è. Comunque, appreso il segreto, ovviamente poi il genio italico – ah, le narrazioni locali – ha perfezionato il prodotto, migliorato, inventata la filigrana, usato i magli verticali che sfibravano canapa e lino più velocemente e meglio e siamo diventati campioni del mondo nella carta. Va bene. Anche se ricordo in Cina certe carte che erano proprio difficili da battere. Ecco, ultima cosa: fino a metà dell’Ottocento, quando il monopolio della carta europea era in mano agli inglesi, la carta si faceva con gli stracci. Il passaggio alla polpa di legno si deve a loro.

Diluvia, ma come accade spesso d’agosto basta sedersi al riparo e aspettare. Con tutte le richieste d’acqua finora, sarebbe poi vergognoso lamentarsene. Quando spiove, saluto Fabriano e vado a Gubbio, pochi chilometri a est ma, di nuovo, passaggio di regione. La piana nella quale sorge è davvero strepitosa, coronata da colline e qualche monte un poco più alto, il monte Ingino, attraversata da due torrenti, Camignano e Cavarello che, essendo torrenti al momento non esistono, e cielo limpido. Una meraviglia.
A dire Gubbio di solito viene in mente il santo Francesco e il lupo, ovvero il fatto miracoloso: «Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona» e quello buono. Io sono qui non per quello, non sto facendo il cammino di Assisi, bensì per i Montefeltro, ancora. Federico di Montefeltro, associato perlopiù e giustamente a Urbino, ne scrivevo anch’io qualche mese fa, in realtà nacque qui, a Gubbio, figlio di Guidantonio conte e di madre ignota. Ahi. Si ritrovò così ad avere davanti un altro erede, tale Oddantonio e, di conseguenza, a essere mandato via da Urbino e ad essere addirittura scambiato come ostaggio dai veneziani. Dopo un po’ di vagolamenti fruttuosi, condottiero persino a Milano, ecco arrivare l’opportuna congiura che elimina Oddantonio, chi l’avrebbe detto?, ed ecco spalancarsi le porte del potere, Urbino e il Montefeltro. Fe.Dux. Talmente bravo, Federico, da non risultare mai coinvolto nella congiura, quando è evidente che era quello che ne aveva più da guadagnare. Gubbio, insieme a Urbania, divenne un luogo di soggiorno e di esercizio del potere, oltre naturalmente a Urbino, per cui venne dotata di opportuno palazzo ducale, con gli stessi crismi del principale. Ovvero, cortile rinascimentale, architravi delle porte marchiati, studiolo meraviglioso tutto in legno intarsiato, gemello di quello urbinate. Il principio che sottintendeva tutto quanto, lo studio e la pratica delle arti nell’esercizio di governo, è ben riassunto nei versi dell’Eneide nello studiolo: «Fisso a ciascuno il suo giorno, breve e irrevocabile il tempo / Della vita per tutti: gloria allargar con le azioni, / questo ottiene virtù».

A fine Ottocento, sto correndo ma le cose da dire sarebbero moltissime, il palazzo fu acquistato dai ricchi Nonmiricordochi, e spogliato di ogni cosa vendibile. Compreso, horribile dictu, lo studiolo, smontato, venduto a Nemmenoquestomiricordo che lo fece rimontare nella propria villa di Frascati per poi, sciagurato anche lui, rivenderlo al Metropolitan Museum di New York. Beh, almeno è visibile e non privato, infatti io l’ho visto là. Alcuni anni fa, finalmente, il comune di Gubbio ha ingaggiato due ebanisti falegnami bravi e ne ha fatto fare una copia che sta dove dovrebbe l’originale. Visitare il palazzo e vedere il vuoto con lo spiegone “Qui una volta c’era…” sarebbe stato parecchio frustrante.
A ogni modo, a voler vedere un lato positivo nella cosa, è stato grazie anche a episodi del genere che il nostro paese si è dotato, prima di tutti, di una legislazione appropriata che impedisce l’esportazione e la vendita di beni culturali senza l’approvazione dello Stato. Ma a volerlo, proprio, comunque bene anche la copia.

Il malfunzionamento, mi tocca dirlo: orario di apertura ufficiale del palazzo ducale, otto e trenta, sta scritto sugli enormi gonfaloni a fianco dell’entrata e, soprattutto, sul sito; a fianco della porta di entrata, come spesso accade, un A4 stampato e infilato in un ercole, cioè la busta di plastica, che dice le dieci. E sono le dieci, effettivamente, nonostante alle otto e mezza siamo in dieci davanti all’ingresso con aria interrogativa. Si fa, così? No. Almeno cambiarli sul sito, gli orari, vivaddio, che è la fonte primaria dei turisti. Eddai, che costa? Li avranno cambiati su facebook, gli scellerati.
Certo, poi il trucco del viaggiatore sta nel far diventare l’inghippo occasione più propizia, quando è possibile, e stavolta è possibile: poco più in basso c’è una terrazzona-giardino pensile con caffetteria a baracchino che pare mandata dal signore, cappuccione e attesa con vista panoramica da cartolina.
Ed è qui che, beandomi dell’occasione, concludo per oggi, avendone dette abbastanza.


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minidiario scritto un po’ così di un breve giro in una fine estate elettorale: tre bis, il servizio che ripaga di quasi tutti i disservizi

Questa è un’appendicina per una cosa davvero notevole.
In questo minidiario mi sono lamentato di alcuni disservizi e malfunzionamenti, Ravenna poi Cesena, ce ne saranno anche per Gubbio, e quelli restano. Però a Sansepolcro mi è capitato non un malfunzionamento ma un funzionamento talmente bello che mi ha entusiasmato. Il “più bel dipinto del mondo” di cui parlavo qui sotto è un affresco, si sa, e sta sul fondo di una sala cui hanno attorno costituito il museo. Sulla parete opposta c’è una portona che resta chiusa durante l’apertura del museo. Ma viene aperta quando il museo è chiuso.

Esatto, la Resurrezione di Piero della Francesca a vista, tutta la notte.
C’è un cristallo anti-esplosione nucleare in mezzo, chiaro, ma questo è tutto. Chiunque, al ritorno da una pizza o completamente sbronzo, dopo aver ucciso il marito e prima della questura, o prima di lasciare Sansepolcro per sempre, può fermarsi e guardarselo per tutto il tempo che vuole. Alle dieci di sera come alle sei del mattino.
Io questa cosa la trovo strepitosa, m-a-g-nn-i-f-ic-a-a, meravigliosa. La bellezza a disposizione, lì. E ci saranno anche turisti che si vedono la Resurrezione in questa maniera senza andare al museo il giorno dopo, e allora? Allora va bene così. È la realizzazione e resa concreta dell’idea del patrimonio comune, il bene è davvero a disposizione di chiunque ne voglia fruire, l’idea è talmente semplice e bella da essere avanzatissima, guardandosi attorno. Emozionante anche solo raccontarlo.


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