Aumenta la temperatura e qualcosa mi dice che stia arrivando l’estate. I molti ghiaccioli che sto mangiando, più che altro. Il che vuol dire, per contrario, che è finita la primavera e con essa la mia pleilista della stagione. Eccola qua, nella sua interezza, extended, deluxe, mono e stereo tutto insieme.
Quattro ore e rotti per settanta pezzi e rotti, buoni per andare a nuoto da Gatteo a Mare a San Mauro a Mare. Sono ben conscio di come funzioni con le pleiliste, capita anche a me: ne si piglia una di un altro, ci si mette la preferenza, si annota tra le proprie, poi si ascolta e sì, non male, alcuni pezzi buoni senz’altro che si spostano nelle proprie compile e poi, nzomma, occhei. E bon. Capisco. Cioè no, non è che capisca proprio proprio davvero davvero, me la spiego e me la ragiono ma secondo me le mie sono proprio buone come compile, i pezzi son proprio buoni, come li avessi scritti proprio io, non capisco come mai non siano in cima agli ascolti di spozzifai. Proprio non mi spiego. Incompetenti là fuori? Può essere. Se no non si spiega come mai non ci siano miei busti in tutte le accademie musicali e nelle piazze dell’intrattenimento. Mistero insoluto per me.
Sarà, alla fine, perché io le mie compile le ascolto volentieri. Ma proprio. Eheh, certo, sono le mie, anticipo l’obiezione, ma essendo io nel giust… D’accordo, la pianto. Spero qualcuno possa divertire, là fuori. Avanti con quella nuova.
Alle 16:58 sarà estate. Solita faccenda di processioni, equizi e solsterzi, raggi azimutali e convergenze galattiche che sarebbe inutile spiegare qui, pubblico impreparato. Ciò nonostante, le funzioni di servizio di trivigante.it portano a segnalare che da oggi pomeriggio sarà estate.
C’è da dire che sta andando di gran lusso rispetto all’anno scorso, il caldo sta cominciando ora, ha piovuto parecchio tra aprile e maggio, forse affronteremo i prossimi due mesi meglio di quanto fatto nel duemilaventidue. Peraltro, un anno fa qui ci si accingeva a far doppietta, Capossela-teatro olimpico a Vicenza e Pearl Jam/Pixies-autodromo di Monza, quindi forse meglio allora in questo. Comunque, buona estate a chi non rompe i maroni, a chi li rompe niente di niente, anzi notti insonni. O forse no, che poi rompete di più.
Al quarto album, Suzanne Vega impresse una svolta alla propria produzione musicale in direzione sperimentale e, in particolare in questo brano, industriale per quanto riguarda la parte ritmica e il suono metallico delle chitarre. L’idea era riprodurre un certo suono del sangue che si percepisce nelle orecchie quando si è spaventati e con un buon paio di cuffie e volume adeguato la cosa risulta piuttosto riuscita. Tutto il disco, 99.9F°, 1992, è davvero riuscito ed è decisamente apprezzabile la volontà di Vega di percorrere vie nuove specie dopo il successo planetario di Solitude Standing, di Luka e della versione di DNA di Tom’s Diner, strade che avrebbe potuto continuare a seguire tranquillamente. Sufficientemente giovane per voler sperimentare, 99.9F° fu apprezzato oltre che da me anche dalla critica, passaggio non del tutto facile. Gran disco.
Il video di Blood makes noise non è invece memorabile, lo metto per consuetudine e facilità d’ascolto.
Amsterdam a parte, che quindi ci si può aggiungere il tempo che si vuole e poi la sanno tutti, tre città mediopiccole da vedere ciascuna a venti minuti l’una dall’altra. Complessivamente, un’ora e un quarto di viaggio via treno, poco di più in macchina. Ecco la mia proposta, ovvero un’altra guida delle mie, si fa in tre giorni, due se si è spostati come me. Son talmente vicine che in trenta ore si fa tutto a piedi. O, non scherzo, in bici.
Via. Prima tappa: Haarlem. Questa, non quella, non troverete qui i fratelli neri con i soundblaster. Bella cittadona sui canali, ovvio, con cattedralona, municipio cinquecentesco eclettico, qualche mulino, grande piazza – questo vale per quasi tutte le città nederlandesi, senza nulla togliere alla gradevolezza -, vale la visita, tra l’altro, per la stazione art nouveau e per il museo Frans Hals, che ha sede in una magnifica casa signorile del Cinquecento, poi orfanotrofio (qui una buffa iniziativa del museo al tempo del covid). Hals è uno dei grandi, non minore rispetto a Rembrandt, e qui sono visibili le sue sei ‘guardie’. Anche se secondo me sono cinque, la sesta è di un altro. Tutto piacevole e gradevole, per me mezza giornata è stata sufficiente.
Seconda tappa: Leida. Stessi elementi di Haarlem, città un po’ più grande e con storica e importante università e il giardino botanico in cui furono per la prima volta coltivati i tulipani in Europa. Per poi scoppiare nella prima, enorme, bolla speculativa della storia economica europea. La vita culturale della città è parecchio vivace, data l’università, e la cosa che si ricorda è che sui muri di molte case sono dipinte frasi notevoli di personaggi della cultura di ogni parte ed epoca, grazie a un progetto iniziato negli anni Novanta. Tutte in lingua originale, senza traduzioni, tra quelli a noi vicini Orazio, Montale e Marinetti. Ah, per dire: Rembrandt era di Leida, come circa altri centomila pittori tra cui il più noto Luca. Di Leida. Notevole in città la succursale del Rijksmuseum, che poi è solo il museo di Stato, il van Oudheden, cioè quello di antichità. Leida come buona parte delle città nederlandesi a sud del vecchio corso del Reno è di fondazione romana, ha quindi le proprie cose e poi offre raccolte straordinarie dalla preistoria al medioevo con pezzi strepitosi e abbondanti del mondo egizio, greco e romano. Il tutto nella vecchia sede ampliata con intelligenza architettonica. Poiché sono estrosi e meno paludati di noi nei musei, ho visto una mostra strepitosa su Kemet e l’influenza esercitata sulla musica nera tra hiphop, jazz, soul e funk. Bellissima, ho almeno cinquanta dischi da ascoltare (e siccome sono davvero più furbi di noi e vivono meglio, hanno fatto anche una pleilista notevole che oggi non esiste più).
Via di nuovo e terza fermata: Delft. In dettaglio ne avevo raccontato qui. È, per distanza, quasi un sobborgo di Den Haag, L’Aja, ma è città a sé da sempre e ben più importante delle altre finché non ne scoppiò metà. È la città delle maioliche, il famoso azzurro di Delft, della Calvè e, ovviamente, di Vermeer. Cito la sua veduta, che m’appassiona. Rispetto alla dotazione ormai consueta – cittadona sui canali, cattedralona, municipio cinquecentesco eclettico, qualche mulino, grande piazza – le kerk sono due, una vecchia (oude) e una nuova (nieuwe), rispettivamente tombe di Vermeer e Guglielmo d’Orange, padre della patria, e di tutta la dinastia. L’equilibrio tra canali e case e parte conservata è notevole e ne fa la più bella tra le tre, secondo me. Comunque senz’altro più bella della più grande L’Aja, vicinissima, che comunque vale un giro almeno per il Mauritshuis e mah la corte dei diritti dell’uomo, se si volesse aggiungere una tappa.
Certo, lo so che Rotterdam è dietro l’angolo e la visita al porto – il più grande d’Europa – vale il viaggio. Ma l’idea è di condividere il progetto di viaggio da una fine settimana, tre giorni, ovvio che in nederlandia a voler ben vedere sta tutto appiccicato. Questa è la mia proposta, ampliabile volendo o percorribile così, dal venerdì alla domenica. Io l’ho fatto da poco e ho girato con calma, con esaurienza e senza ansia. A Delft sono tornato nel mio posto preferito del cibo olandese – lo raccontavo qui, si chiama Thuis che, come dice il proprietario Derek, offre: “Dutch food, dutch price, dutch weather“, consiglio -, a Leida ho mangiato a bordo acqua due volte, complessivamente ho visto due musei, ho camminato sui canali e letto sotto qualche pianta lungo i canali, ho bevuto birrette e caffè in santa pace, insomma: viaggio breve ma con tutte le sue cosine a posto, ad alto grado di soddisfazione.
Una delle cose che mi fa piuttosto ridere è digitare qualcosa in gugol e leggere i suggerimenti di ricerca automatici che propone, basati con evidenza sulle ricerche di tutto l’altrui. In questo caso ho cercato ‘leida’ e lui, il motore, è partito piuttosto bene e con inerenza.
La seconda, ‘Come Dove si trova’ mi fa molto ridere. Ancora. E inutile cercare risposte a questa e domande come ‘Come chiamano l’Italia?’ perché sarebbe davvero sforzo vano. Loro non vogliono si sappia.
L’Emilia Romagna è alluvionata, il gran premio di Imola viene annullato, questioni di rispetto, logistica e soldi insieme, immagino, e Springsteen ha invece suonato regolarmente a Ferrara al Parco Urbano Bassani questa sera. Claudio Trotta di Barley Arts, l’organizzatore, e il sindaco hanno spiegato che non essendo in zona rossa e non essendovi problemi particolari e, come sempre, volendo tutelare i lavoratori coinvolti, il concerto non si sospende. C’è del vero in questo, come è vero che è cominciato con cinque ore di ritardo per permettere alla Commissione di vigilanza di svolgere i controlli del caso e come è vero che i cinquantamila partecipanti in qualche maniera Ferrara l’hanno pur dovuta raggiungere, sovraccaricando un sistema in difficoltà. E come è un mio pensiero che, forse, i novecento addetti per la sicurezza, fra cui duecento delle forze dell’ordine tra Polizia, Guardia di Finanza e vigili urbani, centocinquanta volontari della protezione civile e sessantadue operatori sanitari del 118, Ausl di Ferrara e Croce Rossa, avrebbero potuto essere destinati ad altre mansioni legate all’emergenza.
Sicuro, invece, che Springsteen sul palco non ha dedicato una parola, un pensiero, una canzone alla situazione di emergenza circostante. Colpisce, nel senso che da un cantautore che dell’attenzione alle difficoltà della vita ne ha fatto una misura del proprio lavoro è lecito aspettarsi qualcosa. Da un trapper attento alle proprie sopracciglia no, da lui sì. Dopo di che non è avvenuto, non era tenuto a farlo, non era obbligatorio, non l’ha fatto. Ciascuno scelga per sé se essere deluso o no.
In questo senso, l’immagine che mi viene in mente è quella di John Lennon e Yoko Ono durante il loro Bed-In del 1969, protesta non-violenta contro la guerra in Vietnam. Lodevole, grande eco, rimasero nel letto per due settimane, una ad Amsterdam e una a Montreal, per protestare contro la guerra e di promuovere la pace mondiale. Le lenzuola, però, ogni tanto andavano cambiate ed ecco la fotografia:
Esatto, la cameriera. È pur vero che erano in albergo, le lenzuola bisognava chiederle, che insomma eccetera, d’accordo. Però, anche in questo caso, qualcosa stona e colpisce. Ciò toglie qualcosa al senso e al messaggio della protesta? No, direi di no. Avrebbero dovuto cambiarsi le lenzuola da soli? No, non erano tenuti, non l’hanno fatto. Sarebbe stato meglio? Forse sì, chissà, di certo oltre a tutte le immagini del Bed-In, di grande impatto, resta anche questa, quella della cameriera. Una working class hero. Anche in questo caso, ciascuno scelga per sé se essere deluso o no e in che misura. Io un po’ sì, qui e là.
Come ogni bella storia di passione, ha da fini’. Sarà il caso che torni a casa, piccole maree nere di liquami si stanno preannunciando al mio orizzonte temporale, pagherò caro pagherò tutto. Ne è valsa la pena? Sempre. Faccio un salto in stazione prima per capire come funziona, che treni devo prendere, fare un biglietto, capire gli orari, in questi posti serve più tempo. Arrivo che dev’essere tardi e tutto è chiuso. In Lituania non ci sono le macchinette automatiche per i biglietti, così comode anche per calcolare gli itinerari e vedere le partenze, quindi ciccia. Ci sono degli A4 appesi in bacheca con gli orari e le percorrenze ma è chiaramente un po’ più complesso. Poi, mi scappa l’occhio e in un ufficetto c’è una signora con una divisa blu, immagino abbia a che vedere con i treni. Non parla inglese, non è molto frequente qui. A Vilnius ancora ancora, specie se persone più giovani e che lavorano a contatto con i turisti, ma scordarselo nelle stazioni e negli uffici pubblici, fuori nella Lituania più sparsa, poco o nulla. Basta che io dica la parola train con aria interrogativa che lei risponde immediata: No elektrificatzija. Io quello lo capisco e lei fa il gesto col dito che gira in tondo verso l’alto che significa tutto. Non che significa qualsiasi cosa, significa tutto. No elektrificatzija tutto. Niente treni, riesco poi a capire, per una settimana. Penso di non aver capito e invece è così: niente treni. No elektrificatzija. Ma perché gli avete fatto chiudere la centrale nucleare, maledetti di Bruxelles, perché?
No treni per una settimana, è il solito problema del socialismo: l’elettrificazione. Io questo lo sapevo dai tempi dei CCCP. Mi prefiguro rapidamente una vita futura qui, dai c’è di peggio, starò qui per sempre e farò il pescatore, no elektrificatzija, imparerò il lituano, mangerò barbabietole e sarò felice. Ma no, basta poco. C’è il pullman. D’accordo, bus sia, meno elektrificatzija più noija. Per Vilnius, quattro ore, gazolina. Risolto.
Ciao, Baltico. Ci vediamo presto. A Vilnius ho un po’ di tempo da passare, dopo tanta natura opto per un po’ de curtura e vado al museo d’arte nazionale lituano ed ecco la recenszija specialistica in linguaggio tecnico: tremendino, ritratti dopo incidenti stradali e frutte morte a iosa. Pare un po’ dismesso, in effetti. Opto allora per il palazzo dei duchi di Lituania, un vero pezzo di Rinascimento italiano in Lituania grazie a Bona Sforza, figlia di Gian Galeazzo, che nel 1518 sposò in seconde nozze Sigismondo I, diventando così regina consorte di Polonia e granduchessa di Lituania. Ecco, i quadri belli, diciamo, sono lì. Oddio, vero Rinascimento mica tanto: quando arrivarono i russi il palazzo lo rasero al suolo. Non che siano più cattivi, si fa proprio così: quando invadi un paese o ne abbatti i simboli o li occupi trasformandoli. Ecco, in questo caso hanno abbattuto. E i lituani, ottenuta l’indipendenza nel 1990, ne hanno fatto un motivo di orgoglio e l’hanno ricostruito.
Una cosa che mi colpisce ancora, nei paesi dell’orbita ex sovietica, sono le persone di una certa età che vendono cose su banchetti piuttosto improvvisati. Fuori dal mercato centrale, per esempio, un capannone primo novecento come ce ne sono ancora a Roma e Milano, perlopiù donne immagino provenienti da zone di campagna vendono pochi ortaggi, qualche ciuffetto di verdure, un cestinello di fragole. Per strada, invece, nella migliore tradizione, e qui sono soprattutto uomini, qualche oggetto usato, qualche spilla militare, binocoli, raccoglitori di monete. Oppure, nelle zone di passaggio, vecchine che vendono mano a mano piccoli mazzetti di fiori colti da poco e raccolti con un gambo annodato. Mi colpiscono, perché evidentemente sono persone che vivono di niente, con quei quattro cespi di erba cipollina faranno quadrare la giornata? Avranno una pensione? Oppure tutto sommato stando nei dintorni della città riescono a campare di piccola agricoltura e qui arrotondano come possono? Il tutto stride con un tenore di vita, almeno nelle città, del tutto europeo, i costi qui sono leggermente inferiori che in Italia ma non così tanto. A Riga, fuori dal mercato, dai mercati generali in realtà, perché sono cinque enormi capannoni con banchi e prodotti davvero lussuosi, c’è un vero e proprio mercato parallelo, immagino con le sue regole, che vende gli stessi prodotti a molto meno. Qui la situazione è meno ampia e strutturata ma non diversa. Di certo, mi colpisce vedere qualcuno che su un piccolo cartone vende, per esempio, tre patate e una verza.
Mentre scrivo queste ultime cose sono già al non sole del belpaese, seee, e già sono travolto dal rumore di fondo: l’Eurovision, la Meloni a trecentosessanta gradi, il gran premio di Imola annullato per l’alluvione in Emilia-Romagna e il concerto di Springsteen a Ferrara no, il nuovo logo del MIM, stracchini con merito, i tweet, le sciocchezze, le buffonate, le volgarità, le cose che non voglio fare con persone con cui non ho voglia di discutere. Insomma, quella che chiamiamo vita normale, quotidiana. E io a questo punto un po’ di domande me le faccio sempre. Lavoro, auto, bucato, spesa, gomme, revisione, visita, movimento, banca, pulizie, cose così, per restare a questo primo giorno. Bene, tutto bene, è quella vita normale che implica fare cose perché ne funzionino altre, per esempio dormire sotto un tetto, cenare con amici, sostenere il viaggio alla valle della morte. Soffro la ripetizione ma ce la faccio. A sera della vita normale è normale, appunto, essere stanchi: quante cose fatte, quante sbrigate. Ripetere per un po’ e si manifesta l’illusione di una vita piena. Tant’è che il tempo fugge, volano le settimane in un ricordo di vita abbastanza indistinta per cui, poi, servono le vacanze, in senso letterale: la vacanza, l’assenza dalla vita quotidiana. È imperativo distrarsi, rilassarsi, intrattenersi e non pensare, un tormentone estivo, magari. Per poi ricominciare. Di cosa, dunque, è piena, una vita così? Di riempitivi, perlopiù, ecco perché parlo di illusione. Storditi dalle cose, cerchiamo riposo ma, subito dopo, ricerchiamo l’affannarsi e l’affastellarsi delle commissioni, del lavoro, degli impegni. Per riempire tutto.
Ecco, io viaggio per creare il vuoto. Il mio vuoto, nel quale ho il tempo per guardare, pensare, ascoltare e scoprire. E non deve essere intrattenimento, il viaggio, altrimenti è la stessa cosa della vita quotidiana, è turismo, è quel concetto tremendo di ‘esperienza’, l’evento fintamente esclusivo. In viaggio, magari quando cammino su qualche duna al confine della Russia, talvolta penso. Non tanto eh, e non molto bene ma capita. Nel mio vuoto, devo essere capace di affrontare la mia vita: chi sono, cosa sono diventato, come vorrei migliorarmi. E poi anche le parti più difficili, i rimpianti per ciò che non ho avuto e per le scelte sbagliate che ho fatto, chi non sono più, le persone che mi mancano, il tempo che passa, come mi comporto con le persone cui voglio bene e con quelle che non reggo. È questo il senso del mio viaggio. Devo ricalibrare e ricentrare la mia attenzione e concentrazione, trovare un equilibrio con quel magone che la vita quotidiana soffoca e nasconde e che, invece, va affrontato. I primi giorni di viaggio, solitamente, sono i più complicati, quelli che richiedono più correttivi, un posto molto bello, una buona cena, un’intensa attività fisica, birrette varie, risate. Poi vado avanti. E, di solito, trovo la quadratura. Ovviamente, non solo di viaggio e pensamenti si può e deve vivere, per cui torno, cambio le gomme invernali, lavoro, mi faccio vedere da un medico, pago le tasse e poi, dopo poco se ho fortuna, riparto. Ciascun faccia per sé, quindi, consiglio solo attenzione, che distrarsi per una vita è un attimo. Alla prossima.
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