minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno tre, Rubinstein e il tessile, credere ai tedeschi, vedere il sole da prigionieri, la libertà di oggi

Lascio l’educata Cracovia e vado a Łódź. Il che equivale, in sostanza, a lasciare un luogo europeo di buon respiro per inoltrarsi nella Polonia più polacca. Ovvero, l’inglese si dirada piano piano, le case si fanno sgarrupate, le città meno coerenti, le zone spesso senza un progetto o figlie di idee e circostanze morte e sepolte.
Łódź è un’enorme città industriale. O, meglio, lo era: a fine Ottocento conobbe una crescita senza pari grazie all’esplosione dell’industria tessile, per la quale divenne uno dei centri più rilevanti d’Europa. La ricchezza era diffusa, lo si nota dalla qualità delle fabbriche, spesso dalla facciata liberty, dalle case rimaste qua e là, pochine, da un progetto di edilizia sociale dedicata agli operai che assomiglia a Villaggio Crespi a Trezzo, una città nella città, il periodo è lo stesso, il settore anche. È la città in cui, in quegli anni, nacque Arthur Rubinstein, ebbe un’ottima filarmonica e attrasse operai e industriali da tutta la Polonia e l’Europa dell’est. E, ovviamente, come in tutta la Galizia, aveva una numerosa comunità ebraica che, al tempo, costituiva un terzo della popolazione di Łódź.
La città di Łódź è però nota per la tremenda vicenda del ghetto, ed è il motivo per cui sono qui. La storia è facilmente reperibile, ne esistono cronache dettagliate scritte dai protagonisti, io voglio richiamarne solo qualche aspetto, se riesco. Durante l’occupazione nazista, la città fu rinominata «Litzmannstadt» e fu creato un enorme ghetto a nord del centro. Enorme perché vi furono rinchiusi oltre duecentoventitremila ebrei, piccolo perché la superficie era di soli quattro chilometri quadri, di cui la metà abitabile. Se volete avere una misura congrua, pensate al luogo in cui vivete e fate una debita proporzione. Puff, andati tutti e nemmeno basta. Solo Varsavia conobbe un’esperienza peggiore. Il ghetto era talmente strutturato che all’interno circolava una moneta propria, un marco valido solo nel recinto, fuori non aveva alcun valore. Circostanza altrettanto peculiare, a capo del ghetto fu messo Chaim Mordechai Rumkowski, un industriale ebreo, il quale aveva diritto di vita e di morte sui propri concittadini. Un ottimo modo per i tedeschi di non sporcarsi le mani: un’enorme forza lavoro rinchiusa cui bastava far arrivare gli ordini di produzione e disinteressarsi del resto. Fu così che nei primi due anni morirono circa quarantacinquemila ebrei di stenti, fatica e trucidati indebitamente. La vita si fece, ovviamente, man mano più dura dal 1942 in poi, quando cominciarono le prime deportazioni. Alla comunità ebraica del ghetto, fu richiesto a un certo punto, di consegnare quindicimila persone inadatte alla produzione, che poi sono i bambini fino ai dieci anni e le persone oltre i sessanta. Era noto a tutti quale sarebbe stato il loro destino ma con una scelta controversa, forse per mantenere il livello produttivo del ghetto, forse nella speranza di salvare altre vite, forse per interesse, forse per ingenuità, Rumkowski fece il famoso «discorso dei padri e dei figli» e consegnò ai tedeschi le persone che volevano. A Varsavia, invece, il ghetto si ribellò e resistette giorni finché da Berlino non decisero di bombardarlo con l’aeronautica, che è la ragione per cui oggi non ne rimane nemmeno un sassolino. Anche nel ghetto di Roma vi fu una vicenda simile: i tedeschi richiesero un cospicuo quantitativo d’oro per evitare il rastrellamento e la comunità lo consegnò nella speranza che i tedeschi rispettassero la parola. Così non fu, come non fu a Łódź: degli oltre duecentomila abitanti del ghetto, a fine della guerra ne restarono ottocentosettantasette. Si stima che ne sopravvissero altri diecimila, probabilmente scampati ai campi di concentramento o fuggiti, comunque briciole, briciole umane.
Il ghetto fu completamente liquidato, pure Rumkowski e famiglia, i tedeschi portarono gli ultimi settantaduemila abitanti ad Auschwitz in pochissimi giorni, con uno sforzo impressionante, tipico della peggiore pervicacia nazista. Al cimitero ebraico del ghetto, che esiste ancora ed è visitabile, non ci sono le tombe dei morti tra il 1942 e il 1945. Perché non sono morti qui. Ci sono i memoriali, i fratelli, i figli scampati che da ogni parte del mondo ricordano le proprie famiglie sterminate. Tra i nati qui nel ghetto e sopravvissuti alla deportazione, ricordo Jurek Becker, autore di un commovente romanzo dedicato alla vita nei campi di concentramento, «Jakob il bugiardo». Lo consiglio davvero, è un librino, costa poco. C’è anche il film ma non so.

Oggi il ghetto è una parte della città, a parte il cimitero non ci sono segni particolari di ciò che è stato. Oddio, certi casermoni bassi tutti scassati, certi strani vuoti tra le case, certe parti incomprensibili qualche indizio lo danno, ma serve attenzione e voglia di capire. Io quella ce l’ho e mi metto in cammino, sono circa una decina di chilometri per arrivare alla zona del ghetto. A piedi, perché certe cose bisogna un minimo guadagnarsele, non è che si arriva in taxi.
C’è un sole magnifico, un cielo azzurro da cartolina e tutto ciò mal si sposa con la necessità di immaginare ciò che è accaduto. Il contrasto è straziante, perché oggi pare tutto bello, anche le macerie. E invece no, dovrebbe essere gennaio, di quei gennai grigi, gelidi, maledetti, che piegano le persone. Io sto qui seduto a contemplare i platani di piazza Bazarowa e a considerare, tutto sommato, che i palazzoni non sarebbero nemmeno tanto male se li dipingessero e tagliassero l’erba, e potrei non sapere che qui si compivano le esecuzioni pubbliche del ghetto. I posti abitati dalle persone sono così, passa il tempo e diventano qualcos’altro. Per fortuna, bisogna dire, anche se fa male constatarlo per coloro che qui hanno così sofferto. Perché questo sole bellissimo di agosto, caldo ma con la brezzolina, l’hanno visto anche loro, dentro il recinto, sapendo che fuori c’era la vita, il cibo, la tranquillità e la pace. Diciamo. Certo, anche la vita del ghetto sarà stata meno dura di questa stagione, ma il pensiero del fuori dev’essere stato tremendo, inimmaginabile.

Certo, poi sopravvivi ai nazisti perché ti capiti il socialismo reale. Cadere dalla proverbiale padella nella brace o, se mi si consente l’espressione, dalla merda nella merda. Qualcuno se lo ricorda Jaruzelski? La Polonia che si vede oggi è in larga parte quella lì, quella che ho visto alla periferia di Varsavia, nella zona dei cantieri navali di Danzica, qui a Łódź. Ora la domanda, difficile: come si riconverte una città industriale, oggi? Eh, saperlo. Qualche ristorante, qualche albergo, qualche sala conferenze, ma non è che si possono fare conferenze a tutto spiano. E le amministrazioni non brillano per fantasia, ammesso che abbiano le risorse. Un centro commerciale, certo, come per esempio il «manufaktura», ben ventisette ettari di estasi commerciale. Che è dove sto scrivendo la seconda parte del minidiario di oggi, perché ha delle panchine all’aperto e all’ombra. È anche uno dei pochi posti aperti oggi, ovviamente. Perché la Polacchia è paese ipercattolico e con la domenica non si scherza, mica come quei chiacchieroni degli italiani.

La notte scorsa ho trovato un posto dove dormire dentro una fabbrica tessile dismessa di fine Ottocento, bellissima. Ci tenevo, non riuscirei a immaginare posto migliore a Łódź. La notte non è stata però tranquilla, costellata di operai, di lavoro forzato, di vita nel ghetto, di fantasmi, di vite passate e sparite, di vite buttate via. Me lo potevo immaginare, ha senso che sia così. Non ci si viene a divertire a Łódź.

Oggi serve questo: Arthur Rubinstein, Chopin Ballade No.1. Tutto in Polonia.

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2 commenti su “minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno tre, Rubinstein e il tessile, credere ai tedeschi, vedere il sole da prigionieri, la libertà di oggi

  1. Il piacere di leggerti ogni mattina, e di leggere, in particolare passaggi come questi:

    “Mentre sono davanti alla tomba mi guardo attorno e vedo molte signore che le assomigliano tutte, sembrano davvero lei: quel volto arguto, simpatico, velato appena di malinconia, con gli occhi furbi e vivaci, lo vedo dappertutto. Suggestione, forse, o ci sono tante Wisława Szymborska in minore, qui. Una consapevolezza diffusa, un sapere condiviso?”

    “I posti abitati dalle persone sono così, passa il tempo e diventano qualcos’altro. Per fortuna, bisogna dire, anche se fa male constatarlo per coloro che qui hanno così sofferto. Perché questo sole bellissimo di agosto, caldo ma con la brezzolina, l’hanno visto anche loro, dentro il recinto, sapendo che fuori c’era la vita, il cibo, la tranquillità e la pace. Diciamo. Certo, anche la vita del ghetto sarà stata meno dura di questa stagione, ma il pensiero del fuori dev’essere stato tremendo, inimmaginabile.”

    Puoi continuare a pensare che “scrittori” siano sempre gli altri, e coerentemente assicurare che leggi solo saggi, non romanzi (anche se qui deroghi, con quel Jacob il bugiardo): d’accordo, l’importante è che tu scriva cose del genere (e magari dia un’occhiata anche al romanzo-epopea di Lodz: I fratelli Ashkenazi di Israel J. Singer (è un librone, ma non costa molto…).

    C.

  2. Caro C., grazie della segnalazione degli ‘Ashkenazi’ di Singer, è fondamentale parlando di Lodz e della cultura ebraica nell’Europa dell’est. Anche Paolo l’aveva segnalato in un commento precedente, quindi è davvero d’obbligo.
    Grazie anche per l’apprezzamento, gradisco sempre in modo particolare da te, ormai saprai che ho anch’io le mie evidenti contraddizioni e che le motivazioni arrivano sempre dopo, ex post. O quasi. Grazie.

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