59 secondi di… giochi di luce notturni a Graz

Il Kunsthaus Graz, il blobbone di Cook e Fournier, ovvero il museo di arte contemporanea di Graz che di notte e durante gli avvenimenti si illumina variamente. Chiamato anche friendly alien, amichevolmente.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più cachinnica dell’isolato, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Tutti gli altri 59 secondi

minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: nove, le città ideali, padova non Padova, sulla via del ritorno, ben concludere

Novanta chilometri a sudest di Lublino, raggiungo Zamość con un regionale che ferma continuamente nel nulla. Finalmente, la mia destinazione era un segnalino verde sulla mappa delle cose da vedere ormai da parecchio, in effetti per raggiungere questo angolino di Polonia bisogna proprio averlo deciso. La storia è che Zamość è una di quelle città ideali fondate puntando il dito e tirando le vie con il righello. Palmanova, per esempio.

Jan Zamoyski, figura centrale nella Polonia della seconda metà del Cinquecento, divenuto tra le mille cariche anche ciò che oggi chiameremmo segretario di Stato del re di Polacchia, già possessore di svariate terre e città, decise di fondare una propria città secondo i canoni architettonici militari e di armonia del Rinascimento. Poiché aveva studiato a Padova, peraltro convertendosi al cattolicesimo e diventando rettore di una delle facoltà di giurisprudenza, apprezzava lo stile espresso dalla città e decise di portarlo al nord. Assunse un architetto padovano, per l’appunto, Bernardo Morando, cui commissionò il progetto della città e alcuni edifici rilevanti di essa. Zamość è una classica città rinascimentale con cinta di mura circolare, fossati e bastioni possenti, all’interno una piazza rettangolare circondata da palazzi di uguali proporzioni e grande bellezza e dominata dall’odierno municipio, strade a reticolo tutte della stessa larghezza e percorse da portici, alcuni edifici funzionali come la cattedrale, la caserma, l’arsenale e così via.

Qui la chiamano ‘la Padova del nord’ per ovvie ragioni. Ho dimostrato in un altro mio viaggio polacchico come sia invece Cracovia la Padova del nord, scritto qui, mentre Zamość è senz’altro avvicinabile a Sabbioneta, davvero simile anche per dimensioni. E come a Sabbioneta, una giornata intera è persino troppo, fatto il giro delle mura, percorsa ogni via del reticolo, osservata la cattedrale con attenzione, non resta che sedersi e mangiare. Anche perché come non è agevole arrivarvi, non lo è nemmeno andarsene. Comunque, sono contento di averla vista, essendo peraltro del tutto conservata e lo sviluppo contemporaneo avvenuto fuori dalle mura. Ed è qui, in questo angolino di Polonia a pochi chilometri dal confine ucraino che il mio viaggio ha la sua ultima destinazione, ora è tutto ritorno, a Lublino e poi di conseguenza. Per carità, ora un paio di giorni a Varsavia sono in programma ma è soggiorno finale, non più viaggio. Tutto facile, tutto comodo. E poi ci sono già stato, ne ho un buon ricordo nonostante, povera città, sia stata rasa al suolo prima, sovieticizzata poi e oggi si ritenti di darle una fisionomia decente. Ho anche un ricordo personale, ricevetti una bella notizia che poi, purtroppo, rimase notizia e non divenne fatto. Di Varsavia sicuramente è da ricordare, e celebrare, la sollevazione del ghetto contro i nazisti, una rivolta coraggiosa soffocata dall’aeronautica, troppa la sproporzione e per questo ancora più memorabile. La ricostruzione avvenne anche grazie ai quadri di Bellotto, precisi casa per casa, il centro storico oggi è così, rispettoso anche dei colori dei quadri. Ma, insomma, di Varsavia ho poco da dire, questa non è una guida e le informazioni si trovano facili. Oh, comunque: è una bella città, vivace. Non vorrei trasmettere un giudizio dimesso.

È stata, questa mia, ancora una volta un’esplorazione di una zona d’Europa che conoscevo poco, il filo conduttore l’essere a est e, per buona parte del viaggio, afferire culturalmente e storicamente all’impero austroungarico. In questo senso, l’ascolto di 1914 di Luciano Canfora è stato più che opportuno. A un certo punto, ho realizzato che stavo ripercorrendo le tratte dei prigionieri dall’Italia allo Spielberg, poi ho proseguito per quelle zone centrali d’Europa che sono molto più centrali, da sempre, di quel che riteniamo noi, periferici del sud. Tra le città viste, spicca senz’altro Graz per bellezza e completezza, poi notevoli Brno, Lublino, Ljubljana, dò per scontate Vienna e Varsavia, Zamość un piccolo gioiello, Maribor bella per contesto e posizione, Ostrava stupefacente per le dimensioni colossali dell’industria metallurgica di stampo sovietico.

Viaggiare in questo modo, di dettaglio se in Europa, e in queste zone, le meno comprensibili per quel che sappiamo noi in Italia, è un modo per sapere di più del mondo in cui vivo. Ed è una cosa che, è ovvio, mi piace. Non pretendo di essere capito in questo, ovviamente c’è chi capisce e condivide ma la maggior parte delle persone non dice nulla per gentilezza e si vede che non comprende. O non gli importa, è giusto. Telefonata, oggi: mi scusi ma sono in vacanza. Ah, mi faccia invidiare: dove? In Polonia. Silenzio. Ma per lavoro? Ahah. Anche al ritorno, qualcuno chiede come si fa dopo le vacanze e alla mia risposta poi tace. Se dicessi Bali chiederebbero. Anche per questi miei raccontini, me ne rendo conto, serve interesse per l’argomento, altrimenti devono essere ben noiosetti. La cosa buffa sarà quando tra alcuni giorni, a una pizza con amici, qualcuno racconterà di essere andato a Budapest e verrà ascoltato come l’esploratore eroe avventuroso, certi meccanismi mi restano davvero oscuri. Sarà che son curioso di tutto, sarà quello. Oppure che ne so, mica le devo capire io tutte le cose.

Ora è davvero il momento di andare a fare il tramontista sulla Vistola con i miei nuovi amici e celebrare la golden hour in compagnia. Perché ben concludere un viaggio è importante quanto ben iniziarlo.

Alla prossima, quindi, quando ci sarà occasione.


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minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: otto, una bella città galiziana, ciò che non si poteva non vedere, un ragazzino e una cosa sensata che si può fare ancora oggi

Lublino. Con la elle. Ci arrivo attraversando un pezzo di Polonia orientale, ancora punteggiata qua e là di bei boschi di conifere e di pianura coltivata. Più su si possono visitare parti ancora intatte della foresta primordiale europea, abitata dal bufalo europeo, e qui, figliolo, nulla di quello che vedi sarà mai tuo: per restare agli ultimi duecento anni, fu Austria dal 1795, poi Napoleone ricostituì il granducato di Varsavia ma fu operazione breve, nel 1815 divenne Russia per un secolo, tornò Polonia nel 1918 per poi venire occupata dai nazisti nel 1939. E fu così che uno dei centri più importanti della presenza ebraica in Europe, sede di una scuola chassidica di studio del Talmud di grande tradizione, dodici sinagoghe in città, fu spazzata via in pochi anni. Dei quarantamila ebrei di Lublino, più di un terzo della popolazione cittadina, ne restarono decine, essendo diventata la Polonia meridionale e orientale il centro dell’operazione Reinhard. Il ghetto di Lublino non fu inizialmente chiuso ma le condizioni in cui quarantamila persone vivevano furono terribili perché strette in uno spazio estremamente ristretto. Poi, come a Varsavia e Lodz, le cose peggiorarono.

Nel 2005, le scuole della città si organizzarono e chiesero a tutti gli alunni di scrivere una lettera a Henio Zytomirski, un ragazzino ebreo deportato e ucciso nel campo di concentramento di Majdanek, simbolo del milione e mezzo di bambini assassinati nell’Olocausto. L’iniziativa ebbe grandissimo successo e ancora oggi, ogni 19 aprile, data della memoria, l’invito è a scrivere a Henio al suo ultimo indirizzo conosciuto, in via Kowalska, 11. L’idea di fondo del progetto è spiegata da Tomasz Pietrasiewicz: “Non si può chiedere alle persone di ricordare i volti e i nomi di 40.000 persone. Si può però chiedere loro di ricordarne uno: il suo timido sorriso, la camicia bianca con il colletto, i pantaloncini colorati, il taglio di capelli laterale, le calze con le righe… Henio”. L’aspetto particolare del progetto è che ogni lettera, ogni disegno, ogni pensiero viene rispedito al mittente con il timbro ‘Destinatario sconosciuto’, così che ci si confronti materialmente con l’assenza di Henio e di tutte le vittime della Shoah. Henio non c’è più, non leggerà le lettere, Henio è stato spazzato via dalla terra con la sua gente, inutile far finta non sia così. L’idea del ritorno al mittente la trovo davvero sorprendente, priva della facile emotività che spesso le operazioni di memoria hanno e che è facile riversare sui ragazzini. La storia di Henio oggi rientra nei programmi scolastici e il progetto, grazie anche alla rilevanza mediatica, è stato studiato sia dalla storiografia che dalla memorialistica internazionale. Fatelo e fatelo fare, ovviamente senza dire come andrà a finire, che si spiegherà poi.

Un altro aspetto cui non avevo pensato e cui contribuiscono numerosi progetti in tutto il paese è la riconciliazione tra il popolo ebraico e quello polacco. In effetti, sebbene con evidenza siano entrambi vittime dell’occupazione nazista, dal punto di vista dello sterminio le vicende furono molto diverse e non senza responsabilità individuali e collettive del secondo. Come insegna Barbero nelle sue conferenze, a eliminare persone, peste o fucile, si liberano risorse, case, lavoro, soldi, cibo, anche solo spazio. Spazio è quello che c’è oggi attorno al castello di Lublino, un curioso neogotico che mi fa venire in mente il palazzo ducale di Stettino. Spazio vuoto, un giardino, uno svincolone, un parcheggio per gli autobus, un mercato, ed è dov’era il ghetto, l’ultimo. Ai margini, è rimasto un antico cimitero ebraico non più utilizzato dal 1829 se non dai nazisti, con il loro macabro senso dell’umorismo, per le esecuzioni degli ebrei non deportati. Oggi si registra in città un certo turismo di discendenti dei sopravvissuti o delle vittime ebree, allo scopo di ricostruire le vicende e i luoghi dei padri e dei nonni. La comunità ebraica oggi in città è davvero minima, appena possibile andarono via tutti.

Il campo di concentramento di Majdanek è in città, ci si arriva a piedi, è uno dei campi grossi e di recente annoverato dalla critica storiografica tra i campi di sterminio e non di concentramento. Il campo è importante per svariati motivi. Il primo, come detto, è che era in città, nessun camuffamento formale come Buchenwald o Auschwitz, il campo era ed è perfettamente visibile, impossibile quindi non sapere. Secondo, il campo fu liberato dell’armata rossa nel luglio del 1944, ben sei mesi prima di Auschwitz. Quindi, il campo si mantenne ed è oggi perfettamente visibile in tutti i tragici dettagli perché i nazisti dovettero arretrare in fretta e furia e non riuscirono a far saltare nulla. Più importante, però, è considerare che nel luglio del 1944 l’Olocausto era in pieno svolgimento, il ghetto di Lodz non ancora liquidato, Auschwitz a pieno regime. Chiedersi, quindi, perché non si sia intervenuti prima, magari bombardando Auschwitz, è una legittima domanda alla quale, allo stato delle cose, io e non solo io non ho risposta convincente.

È una bellissima giornata, le nuvole si muovono veloci e il contrasto è molto forte. Si visitassero i campi a febbraio, con il gelo e la pioggia, il cuore si accorderebbe con l’esterno. Ricordo la visita a Buchenwald durante una delle più belle giornate di primavera io abbia mai visto, la foresta attorno era di una bellezza straziante al confronto e non riuscivo a immaginare la pena dei prigionieri a fronte di ciò che era irraggiungibile. Oppure, chi lo sa, era di loro conforto sapere che la vita andava comunque avanti e che ci sarebbero state altre primavere? difficile dirlo. Dentro le baracche fa un caldo asfissiante, è tutto il giorno che il sole scalda i tetti di metallo e, soprattutto, non hanno finestre. Le baracche delle SS le si riconoscono perché, appunto, hanno le finestre e, sul tetto, anche i camini per il riscaldamento. Il campo è davvero intatto, si possono vedere i depositi di zyklon B, le latte, tutto è lì. Non sono previste visite guidate, il campo si gira da soli; l’apparato di spiegazioni è davvero molto ben fatto, dettagliato, preciso e dilungato al punto giusto. Mi chiedo però se sia giusto vedere posti del genere senza una guida o, meglio, senza un pensiero guidato. Per dare una relazione credibile con i numeri dei reclusi e delle vittime, vengono esposte le scarpe, come ad Auschwitz, quattrocentotrentamila paia. Prendi una persona, la infili in un paio di scarpe ed ecco una moltitudine inaccessibile alla mente. Manca l’aria, mi gira la testa, ho la nausea e sono solo un turista. Attorno, la città, ci sono migliaia di persone che quando vanno in bagno vedono il campo, come si fa? Come si può?

Torno a piedi in centro per riprendermi, sono quattro chilometri, un po’ barcollo. Lublino, il centro storico, è una città davvero bella. In un’ora si vede quasi tutto, con calma. Piccola, arroccata su una collinetta e ancora murata, ruota tutta attorno a tre piazze ma si è conservata, l’impianto è medioevale e gli edifici rinascimentali e barocchi. Tutte le case sono affrescate e dipinte, l’atmosfera è davvero piacevole. Il che che contrasta ancor di più con quello che tutte le città polacche e galiziane hanno subito durante le occupazioni, quella nazista in particolare. Non riesco a scindere le cose e non è giusto farlo anche se, in nome delle primavere che vengono e verranno, è giusto vivere questi posti con la bellezza e la fortuna che ci è concessa oggi. Ancor più perché cinquanta chilometri più in là non è così.

Ed ecco dove non abita più Henio.

Infine, un suggerimento che c’entra solo un po’ ma che non posso non ridare anche qui: Destinatario sconosciuto.


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minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: sette, Polacchia, le solite poche vocali, dritto verso il confine invalicabile

Sono in stazione a Ostrava chiaramente in preda a un robusto sequestro ematico. Una camminatina di un’ora sotto il sole a picco di Ostrava dopo il pranzo di carnazza è stata un’ottima idea. Mentre bevo acqua a più non posso, il mio vicino sta bevendo un tè caldo. Prendo il treno verso nord e scavallo in Polacchia, dalle corone agli zloty, che mi fa sempre pensare al mercato nero. E adottatelo ’sto euro, che tempo ne avete avuto. Il carbone, che non guarda in faccia nessuno, si trova anche di là, nella Slesia polacca, le miniere e le acciaierie pure. E le città industriali anche, Katowice è la prima grossa che si incontra e ha attorno alcune città satellite, per esempio Tychy, costruite negli anni Cinquanta per dare sistemazione ai lavoratori. I quartieri sono in ordine alfabetico, a reticolo, e sono stati pensati per centomila persone, oggi di più. Va da sé che qua attorno l’unica città di grande bellezza è Cracovia. Io svolto e intendo andare a Rzeszów, città con grandi trascorsi commerciali con la lega anseatica, aveva una connessione diretta con Danzica, poi annessa all’impero austroungarico durante la prima spartizione del paese e tornata alla Polonia solo dopo la prima guerra mondiale. Il voivodato odierno è quello dei precarpazi ma la regione storica è la Galizia, che si estende da qui a Leopoli. Data la poca distanza, centosettanta chilometri e ottanta al confine, oggi Rzeszów è il centro logistico da cui passano tutti i rifornimenti all’Ucraina in guerra, armi comprese, e da cui fuoriescono le persone.

Ma le intenzioni sono una cosa e i fatti un’altra: al confine il treno si ferma quasi due ore ed essendo un intercity sigillato dentro fa un caldo significativo, fermi nel nulla. Nel mio scompartimento una famiglia di tre guarda al pc una serie tv coreana sottotitolata in polacco, lei comunque muore. Spoiler. Poi è Polonia, a tarda serata. Rzeszów, dicevo, oggi fa parte del network delle città europee emergenti, con Poznań nel paese, alti redditi e qualità della vita, come tutto l’est europeo ne ha passate di ogni dagli ottomani in poi e, in particolare, in Galizia l’olocausto è stato più terribile di dove già lo era. Grotowski era di qui, mio padre sapeva chi fosse, anzi io so chi sia per lui, mia madre più ferrata sulla Galizia, proprio questa, non la comunità autonoma spagnola.

La Polacchia è un bel paese, vario e grande, se non fosse così pieno di polacchi. A parte la battuta, di polacchi iperreligiosi e ultranazionalisti. Oddio, sul nazionalismo un minimo di ragione storica bisogna dargliela, contando le spartizioni che il paese ha subito, stretto tra rompicoglioni di prim’ordine, tedeschi, prussiani e russi. Per decenni il paese non è proprio esistito, a più riprese. Dodici ore che sono qui, però, e son già di nuovo stufo di Solidarność e Giovanni Paolo II. Voglio dire, persino nei parchi.

Rzeszów è graziosa e molto vivibile, si vede. Ne ha passate di tutti i colori e si vede, le glorie passate sono visibili sì e no. Un’enorme residenza settecentesca costruita sui bastioni di un castello difensivo rimanda, imparo, a una famiglia di rango principesco fondamentale per la storia polacca, i Lubomirski, che io sento per la prima volta e la cosa sembra grave. Poi si parla dei Tatari e bon, non mi ci raccapezzo proprio. In piazza questa sera c’è, credo, un evento elettorale: dopo quaranta minuti di Metallica dalle casse, ora una signora parla con toni abbastanza accesi di cose importanti, sembra, strappa qualche applauso e dietro di sé ha una sua grande immagine con lo spazio siderale come sfondo. Da quel che posso interpretare con le mie categorie politiche italiane, direi destra ma non è facile dirlo, specie se sono cose locali. Dietro c’è un tizio grosso grosso in giacca sportiva e cravatta che dev’essere il protagonista. Io bevo una birrona seduto, a volte applaudo a volte faccio buu. Tanto fisicamente sono come loro e dalla frequenza con cui mi chiedono informazioni, deduco che si ingannino spesso, quindi non vengo percepito come estraneo. No, lei, Karolina Pikuła, è qui a fare endorsement per lui, il candidato locale alle, boh, regionali della Moravia, voivodato, cose così. Sparano anche fiamme e la seconda cosa che leggo sul profilo Twitter, ehm, X, di lei è ‘Mama’, quindi capisco di non aver sbagliato. La città è piuttosto turistica, di turismo interno, e anche qui quando una pizzeria italiana o presunta usa i Ricchi e poveri per far capire che la pizza è buona giro largo. Nessuna traccia di guerra o segni di, nessuna percezione che l’Ucraina sia appena al di là del fiume, qualche adesivo e cartello ma come in tutto il paese. In fondo, probabilmente nemmeno nella parte occidentale dell’Ucraina si ha una percezione diretta del conflitto, secondo quel che mi dice un’amica.

Saluto il bel municipio in forme vicine alle gotico-baltiche che rimanda agli scambi di una volta, raccatto di nuovo le mie cose e vado verso nord. Pronto a fare il solito sforzo delle stazioni, ovvero capire la piattaforma, il binario, il settore spesso senza tabelloni o indicazione, con annunci sì frequenti ma in polacco stretto e poca gente che parla inglese. Gli intercity, a volte e non si capisce se ci sia un criterio, invece di sei posti per scompartimento ne hanno otto a parità, ovviamente, di larghezza e devo ammettere che per me sono un po’ sotto la soglia di vicinanza fisica che voglio avere con le altre persone. In generale, non polacche o galiziane. Se poi, e c’è sempre, c’è una vecchia che chiede di chiudere il finestrino e fa un caldo dell’accidenti, allora il viaggio diventa, oltre che molto allegro, lunghetto. Quel bel teporino tra coscia (mia) e coscia (sua).


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minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: sei, devozioni, bei treni, fabbriche città, il carbone lo portan tutti, altro che befana

La chiesa di San Giovanni Battista e di San Giovanni evangelista a Brno ha una facciata minima e poco appariscente, ha però al suo interno una copia della casa di Maria di Loreto alla stessa scala e, non contenti, una specie di scala santa, più corta di quella di Pilato a Roma, appena dietro. Ogni pochi minuti, una fedele offre le priorie rotule all’atto di devozione. Sono tutte giovani, e questo lo spiego con il gesto atletico richiesto, e donne, e questo me lo spiego con più fatica. Anche coppie di genitori assistono orgogliosi alla salita della figlia e la abbracciano con approvazione. Anche a Roma, nel caso della scala, o Fatima, o Lourdes, o Loreto eccetera, il gesto della sottomissione in ginocchio e del percorso fisico da compiere mi infastidisce, trovo la devozione servile al limite della mortificazione così poco spirituale ed esecrabile, ancor più se riservata alle donne e negli anni Venti del Duemila. Non è nemmeno un gesto antico, primitivo, è piuttosto controriformista, padronale, quando la chiesa decise di non avere più a che fare con la vita e l’umanità delle persone e di occuparsi, piuttosto, di peccato, senso di colpa ed espiazione. Desideri qualcosa? Un figlio? La salute dei tuoi? Una vita felice? Sottomettiti.

Che distanza dalla Venere di Willendorf vista a Vienna, simbolo di prosperità materna, dell’unione con la terra e la vita stessa, di equilibrio e proporzione fisica e spirituale, trentamila anni prima dei pretacci tridentini.

A est di Repubblica Ceca e Slovacchia c’è l’Ucraina, quindi di là no. A nord ci sono i monti Tatra, una bella catenona di montagne carpatiche con caratteristiche alpine molto spesso oltre i duemilacinquecento metri di altitudine che devo in qualche maniera circumnavigare, per cui sfrutto il primo passaggio utile. Con l’app delle ferrovie ceche, molto ben fatta, mi costruisco passaggio e giornata, oggi un po’ più articolati del solito. Punto la zona mineraria della Repubblica Ceca, dove normalmente i turisti non vanno – e chiamali stolti -, vado al ‘cuore d’acciaio della repubblica’, a Ostrava. Mi piace l’incipit della guida: “Anche se Ostrava non è di solito tra le mete più ambite dei turisti, ci sono alcuni luoghi interessanti…”, ahah, che tatto, e poi elenca la cattedrale dell’Ottocento e basta. Ma io non son turista, son viaggiatore e mi interessano anche i posti brutti, sporchi e cattivi. O quasi, diciamo. Centro dell’estrazione carbonifera dell’ex Cecoslovacchia, quindi della metallurgia – basi solide e determinanti per l’espansione del socialismo, cui va aggiunta la sola elettrificazione – va da sé che Ostrava è posto un filo respingente, anche perché per gli stessi motivi fu bombardata con furia dagli alleati. Ci si aggiunga un certo inquinamento da combustione di carbone e vualà, anche se oggi promettono grandi conversioni. Chiaro che voglio andare a vedere ma non mi ci fermerò.

Parto, prendo il RegioJet, anzi un RegioJet, che altro non è che un intercity che mi dimostra, ancora una volta, che è possibile farlo: connettere un paese con equilibrio tra costo e velocità e comfort, nonostante da noi ci spieghino sempre il contrario e perforino qualsiasi cosa non sia pianura. Perché noi abbiamo i capitani coraggiosi che fanno il nostro bene, noi poveri idioti, vedi Colaninno che ha stirato le gambe poco fa. Per fare i centosettanta chilometri tra Brno e Ostrava il costo è circa tredici euro, due ore di viaggio. Posti per bici, carrozzine e cani in ogni vagone, vagone bar e ristorante, piccolo supermercatino, giornali e ricche colazioni, convenzioni con alberghi lungo la tratta a mostrare il biglietto del treno. E i posti sono comodi e il treno più che accogliente. Sì, continuiamo a considerarla arretratezza al cospetto della nostra velocità. Disponibile a fare spot gratuiti al RegioJet, amici, sono qui. Un difetto: niente prese elettriche, almeno in seconda dove sono io.

L’app delle ferrovie ceche mezz’ora prima della partenza fa ciuf ciuf ad alto volume per avvisare, il che mi ha sorpreso non poco in un bar e mi ha fatto ridere. E poi attenzione in stazione: prima c’è la Nástupiště (il?) da tenere d’occhio, la piattaforma, poi il Kolej (la?), il binario, e infine il Sektor (la? No, dai), cioè quale parte del binario, in lettere. Non è raro che su uno stesso binario ci siano due o, a volte, tre treni ma siccome non ho mai sbagliato direi che sia comprensibile proprio a tutti.

E invece no, scendo alla stazione sbagliata. Appena scritto, eh. Ostrava Svinov, nel mezzo del nulla post-industriale. Ma che vai a fare in una città piena di fabbriche? mi hanno chiesto stamattina. Già, eppure pensandoci bene io ci abito in una città così. Prendo un tram per avvicinarmi alla città, biglietto a bordo con carta di credito, nuovo e pulitissimo, cadauno particolare per suprematisti italiani orgogliosi.

Già. Sono le prese che non c’erano sul treno. E che peraltro si trovano in quasi tutti i bar. Non capisco bene dove stia il centro città, anche dalla mappa non si evince ma evinco benissimo dove voglio andare: a Vítkovice. Ovvero, la zona industriale di Ostrava o, almeno, la prima parte visibile. Vorrei spiegare loro quanto inquini il carbone. Con gentilezza.

Da oggi l’aggettivo industriale ha una nuova connotazione per me. Mai visto niente del genere, la metallurgia di stampo sovietico adesso ha una proporzione nella mia testa e se oggi c’è un bel sole e il cielo è azzurro provo senza esito a immaginare un gennaio degli anni Ottanta a caldaie accese. L’inferno in terra, altroché. Però che fascino, per me è come vedessi un treno merci lungo venti chilometri che trasporta ruspe e camion insieme e che a un certo punto deraglia e poi esplode e poi delle gru ancora più grosse recuperano tutto. L’eccitazione è quella. È con questi impianti che i Rothschild fecero fortuna e l’impero austroungarico pure, con il ferro e l’acciaio, di conseguenza le ferrovie e le armi, qui stavano i robota, oggi gli impianti dismessi sono visitabili, pieni di gente cui gira la testa a guardare in alto talmente sono grandi. L’idea stessa di recupero e di conversione va rivalutata e rivista in toto. In un pezzettino aperto è in programma un concerto per stasera, direi che qualcosa di industrial sarebbe del tutto appropriato ma temo non sarà così. Pensavo di trovare gli abitanti di Ostrava con i capelli impiastrati di polvere di carbone e i visi anneriti, così non è ma se gli impianti in città sono stati dismessi di sicuro fuori ce ne sono molti così in funzione. Se la Polonia chiede ciclicamente fondi all’UE per non bruciare carbone, immagino lo facciano anche qui. Vabbuò, sono andato lungo anche stavolta, alla prossima, cioè immagino domani, che io ho ancora un sacco di cose da fare oggi, compreso cambiare stato (Stato, non il mio stato, anche se ci sono andato vicino un paio di volte, oggi, per il caldo).


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minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: cinque, cose che uno, io, scopre poi, come Bratislava ma meglio, la prigione delle nazioni ma a noi interessano gli italiani

Ah, l’allegria slovacca, ci vado a nozze. A cena in un posto proprio slovacco che per trasmettere compiutamente la bella atmosfera è meglio se accludo una foto. E la macchina del telefono trasforma in festa ciò che già è allegro di suo. Una delle più antiche trattorie tipiche slovacche di Bratislava e in effetti lo è, sembra il 1985, cibo con maiale e formaggio di capra e zuppa variato in mille modi. Cosa, sinceramente, potrei chiedere di più? Non molto in effetti, anche se comincio a sentire il bisogno di verdura, il mio corpo mi sta dicendo qualcosa.

Poi si è riempito, sono arrivate due franzose amanti del tipico cone me. Manca solo Petrektek per il suo festoso compleanno, le lampadine da trenta candele sono tre ma una è rotta. Diciotto euro mancia compresa, il che dimostra che appena fuori dal centro dei balocchi le cose vanno a un altro registro. Indagine socioeconomica di grande valore, ne sono conscio. A parte gli scherzi, è ferragosto e le persone stanno fuori e si divertono, un tizio mi invita amichevolmente a provare i cento migliori vini slovacchi, bianchi perlopiù, e ho il sospetto che intenda provarli tutti adesso. In albergo, in memoria dei bei tempi, alla reception vendono vodka e sigarette, sai mai, il corredo minimo per tirare a notte. Una ragazza mi racconta che è di Castelvetro e che è qui con un viaggio organizzato, partito da Piacenza in pullman e che faranno poi Praga, a ferragosto entrambe delle succursali d’Italia, in qualche modo.

Mi rimuovo verso nord e prendo uno dei treni più interessanti d’Europa: l’Amburgo-Budapest via Berlino, Dresda, Praga. Ne ho parlato, credo, l’anno scorso, quando lo prendemmo in direzione contraria. Viste le tappe, ci si potrebbe comodamente fare una settimana di viaggio senza sbagliare nemmeno una tappa, consiglio di viaggio. Io vado semplicemente a Brno via Kuty e Břeclav, ovvero per gli appassionati di regioni storiche e non dell’Europa, attraverso buona parte della Moravia. E, in termini contemporanei, passando dalla Slovacchia alla Repubblica Ceca, storia recentissima come il fatto che questa ha adottato l’euro, con le difficoltà dette, e quella no, ancora le corone. Le scorrerie per queste pianure furono innumerevoli, per citare la più nota, Austerlitz è appena fuori Brno. Anzi no, le più note sono il gran premio di motociclismo, vero evento in città oggi. Ci furono poi gli svedesi durante la tremenda guerra dei trent’anni, sottolineano ovunque con orgoglio che Brno fu l’unica città a non cadere, le guerre hussite di cui non ho capito un accidenti durante storia moderna, e giù giù fino alle epoche remotissime dalle quali queste zone sono occupate dall’uomo. E dalla donna, certamente.

Dove le donne non finivano era lo Spielberg, la peggior prigione dell’impero austroungarico, sia per i costumi dell’epoca sia per l’evidente esclusione, con luminose eccezioni come Cristina di Belgioioso, del genere dalle cose della politica ancor più se rivoluzionarie. Ed è così che nel 1822 il pericoloso Maroncelli, il suo amico Pellico e altri si beccarono delle condanne a morte poi commutate in carcere a vita e finirono, appunto, allo Spielberg, la terribile fortezza di Brno. I più fortunati finirono invece al castello di Ljubljana, quelli meno pericolosi. Le sue prigioni. Al di là della retorica ottocentesca francamente faticosa oggi e di una fede in dio non so quanto di sostanza e quanto clericale, colpisce nello scritto di Pellico la fede negli uomini – e nelle donne, dico io, lui meno -, anzi con la maiuscola, e direi anche austriaci, in qualche modo. Fece più quel libro che battaglie perse, disse Metternich non a torto, si preparava il terreno per i decenni successivi. Un chiarimento su Maroncelli, invece, senza nulla nulla togliere alle condizioni tremende di detenzione: patriottissimo, per carità, ma la gamba gliela tagliarono perché aveva un tumore, cioè lo operarono, mica per sadismo. Che va bene austriaci cattivoni ma non stavolta. E l’operarono pure bene, visto che morì a New York un paio di decenni dopo la grazia. Ecco, sulle condizioni dell’operazione non metto becco, non ci voglio nemmeno pensare. A seguito dei moti del 1820-21 anche Confalonieri e Rosa fecero lo stesso percorso, mi colpisce che al primo capitò che la pena detentiva allo Spielberg fu commutata, a un certo punto, in deportazione in America. E lui fece di tutto per sfuggirvi, ritenendola la morte morale e politica, nascondendosi a Gradisca d’Isonzo. A Gradisca, dove al contrario la vita pullula che si fa fatica a starle dietro.

Mi rendo conto solo ora che ho in parte percorso il tragitto che dall’Italia occupata dagli austro-ungarici i carbonari e gli aderenti alla giovine Italia arrestati percorrevano per venire rinchiusi qui, allo Špilberk, quella che viene chiamata ‘La prigione delle Nazioni’, qui al museo, tanto l’impero era esteso. Verona, Ljubljana, Graz su su fino a qui. Sono seduto nella cella di Maroncelli e Pellico mentre scrivo queste righe, non c’è molta gente, anzi nessuno qui, parecchia nel cortile del castello, dove non si paga e ci sono i ristoranti, stasera c’è una presentazione della Kia. Mah. Al di là del freddo e delle torture ingenti, la Constitutio criminalis teresiana spiegava in dettaglio come procedere, attacco qui sotto un paio di illustrazioni, il problema grosso erano le malattie.

Per questo, i prigionieri solitamente venivano messi a due a due nelle celle, così che si curassero l’un l’altro, figuriamoci. Pure, il gracile Pellico sopravvisse. Non era raro fossero incatenati al muro, oggi ci sono due tavolacci, un tavolo e una panca, due ritratti e una catena coi ceppi. Conto circa una cinquantina tra carbonari e giovinitaliani imprigionati qui, ne morirono cinque di cui uno pazzo, alcuni si fecero quindici anni. Parecchie lapidi e un monumento fascistello della prima ora, 1922, li ricordano. Anche il libro delle presenze dei turisti registra parecchi italiani e qualche commento giustamente conmosso per quei giovani che lottarono per la libertà. Se per Napoleone aver vinto qui significava un colpo mortale per l’impero austroungarico, in realtà così mortale non fu, come si vide, perché i patrioti di ogni parte qui ci finirono anche dopo, eccome, e l’impero durò ancora un secolo. E Napoleone no.

Bella, Brno. In posizione notevole, altamente pedonalizzata, ogni volta che provo ad attraversare c’è un tram che passa, devono essere tantissimi e frequenti, alta qualità e servizi, la pianto qui se no mi ripeto, come le cose funzionino meglio qua fuori che da noi, anche se non possiamo crederlo, spocchiosi, persino in Repubblica Ceca. Dico solo che in centro, in piazza cone nei parchi, sono disseminate sdraio pubbliche che uno le piglia e si mette comodo. Attenzione: senza dover consumare alcunché. Lo so, per noi è incomprensibile. Non sono rotte, nessuno ci ha cagato sopra o rovesciato la birra, nessuno le ha rubate per portarsele a casa o, almeno ne restano ancora parecchie, nessuno ci fa accoccolare il cane, nessuno le sta usando impropriamente. Io stesso sono seduto su una di queste sdraio, anzi sono ovviamente sdraiato, in un parco e sto scrivendo e tra poco, mi sa, mi ci abbioccherò pure. Che cose assurde, qua fuori, ogni tot ho davvero bisogno di ossigeno.


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minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: quattro, troppa conoscenza tutta insieme, dov’è Willendorf?, altro paese, altra lingua, italiani all’estero

Sul cuscino trovo dei semi di zucca, sono sorpreso. Perché sono ignorante, scopro solo adesso che i semi di zucca sono non ‘un’ ma ‘il’ prodotto tipico della Stiria, una vera e propria chiave di ricerca su Amazon. Tergiverso, magari vengono riutilizzati ogni volta, poi me li magno, buonissimi, mica come quelli spagnoli secchi secchi, di questi la metà del peso è grasso. E infatti con l’olio ci condiscono qualsiasi cosa, gnam. Vorrei andare verso nord, nord-est, e nel mio tempo quotidiano dedicato allo studio delle mappe mi rendo conto che non c’è altra via che passare da Vienna. Oddio, c’è di peggio, me ne rendo conto. Mmm, Vienna… Che faccio? Passo dritto e non mi fermo? Nemmeno un’occhiatina? Questi sono i dilemmi, profondi ed esistenziali, mentre attraverso in treno la Stiria e la Niederösterreich, la Bassa Austria che va a capire quella Alta è a ovest, di fianco. Comunque, grandi boschi, su ogni rupetta un castelletto o un monastero abbarbicato, la ferrovia curva dove il fiume Mur curva e va dato loro merito, agli austriaci, di aver mantenuto in sostanza intatte queste regioni di grande bellezza. Curva e ricurva mi risolvo per una ventiquattro ore viennese, il tempo minimo di una sosta da Demel. In realtà, io che son piuttosto sbalestrato, correrò una maratonina: due museoni, Kunsthistorisches e Naturhistorisches, e il Belvedere che è a fianco della stazione, vabbè, a ciascuno il proprio. Che raccontare di Vienna? Niente, ci si vada, non è un brutto posto, qualcosina da vedere c’è, mica devo stare qui a dirlo io.

Alla fine del secondo museo sono un pugile suonato, di quelli che tirano colpi a caso e nel vuoto in attesa di crollare, scimmie, Brueghel, meteoriti, felci lamellari, i fossili di Memling. Certo, ho visto gente morta sui divani alla fine di un museo solo ma conta poco. Comunque, due musei fenomenali e con pochi confronti per qualità e quantità, tre enormi sale solo per i meteoriti di là, ventidue Tiziano in una vista sola di qua, se par poco. Fatto bene a fermarmi anche se al volo, il caffè nel giardino della chiesa di Belvederegasse è motivo sufficiente, la temperatura mattutina perfetta, musicisti e ciclisti compagni di inizio giornata, quattro muratori che giocano a ping pong sul tavolo in cemento a fianco della chiesa in attesa, forse, di qualche materiale, una città che chissà come mai mi pare sempre un placido paesone.

Mi muovo, torno alle città medie che si confanno al mio viaggio. Scavallo quel che al tempo di Maria Teresa era un non senso, il confine con la Slovacchia appena fuori Vienna, e vado a est, a Bratislava, cinquanta minuti scarsi di treno, sono le due capitali più vicine d’Europa. Ma al tempo dell’impero Bratislava era la capitale dell’Ungheria, le cose si complicano, comunque basta seguire il Danubio e parecchie cose diventano chiare. Sarebbe un bel viaggio seguire il fiume, partire da Ulm e arrivare dopo quasi duemila chilometri al mar Nero. Nel pezzettino che faccio io stavolta, il treno regionale lento lento attraversa una pianura tirata con il righello, sempre il fiume immagino, piena di pale eoliche, terra di un bel marrone acceso colorata dai girasoli. Tocca passare anche la Morava, altro bel fiumone che si getta nel Danubio poco prima di Bratislava e che fa proprio da confine e subito al di là finalmente qualche rilievo, assaggio precarpatico.

La città è graziosa, in centro, e moderna attorno, parecchi grattacieli. Sicuramente l’essere diventata capitale ha la sua importanza, l’impressione è che Bratislava sia stata oggetto, e sia, di assedio da fuori, sia per ragioni di costi, una volta, che probabilmente fiscali adesso. Storicamente, era la città in cui gli italiani venivano per bere molta molta birra spendendo poco e fare le cose che a casa non erano consentite, ancora oggi i voli sono parecchi. I prezzi sono oggi come quelli italiani ed europei e qui l’euro ha il suo peso ma l’impressione è che il resto della città, e del paese, non giri su questi ritmi. Appena fuori dalle mura gli starbucks scompaiono e, anzi, ci sono negozi e case più vicini a un recente passato che all’Europa attuale; come ricordavo all’est di un tempo, ancora si fa la coda per tutto, le biglietterie, le macchinette automatiche, i negozi. Un enorme palazzone di Unicredit domina la vista. La lotteria nazionale è arrivata a settantaduemila euro di montepremi. Fa caldone per davvero e si va a chiacchierare con i piedi nelle fontane, qui quella della libertà. Anch’io.

Dopo di che, la città ha tutte le sue cose al posto giusto: il fiume, enorme, le colline e quella con il castello, la parte piana ma non troppo, una posizione funzionale. E come spesso accade in Europa centrale, molti sono passati di qui, dai romani con il loro limes, agli unni, ottomani, ungheresi, Napoleone vi firmò la pace vittoriosa dopo Austerlitz con l’altro impero, russi e così via. Si intenda: la città è gradevole e fascinosa, contiene molti stili e tempi diversi, una rara chiesa blu in stile Secessione, alcuni dicono art Nouveau, ma se alle due del pomeriggio i bar nella piazza principale sparano gli Eiffel65, gli italiani sono decisamente troppi per i miei gusti. Basta fare qualche giro più largo e, infatti, la città è piuttosto interessante anche nella sua parte dal passato socialista e il presente europeo.

Per cui, bene. Domani, l’altro pezzo di ex Cecoslovacchia.


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59 secondi di… treno Ljubljana-Maribor dopo le grandi piogge di agosto

L’effetto acquario.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più ittica dell’anfratto, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Tutti gli altri 59 secondi

minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: tre, sempre Stiria ma più su, c’è tutto quel che serve, oltre una certa linea di confine, la compagna sindaca

Meritiamoci ’sto pasto, va’. Salgo su una delle colline attorno a Maribor, ricoperta di splendidi boschi appena sopra le viti. Dopo pochi minuti un cervo, un daino, un bambi con le corna insomma, mi salta davanti e scompare tra le piante inseguito ridicolmente da un cane. Madonna cone lavorano bene, qui, all’ente del turismo. E scommetto che io e il dainocervo ci rivedremo a cena, stasera. L’aria è alpina anche se, realmente, si è a soli duecentosettanta metri di altitudine e, in effetti, gli slalom alpini saltano sempre più spesso, in favore di Kranjska Gora e Adelboden. Ora ci sono quasi trenta gradi che, per quanto piacevoli con un’arietta fresca, son pur sempre parecchi.

Ci sono dei buffi cartelli che spiegano come su queste colline siano state reintrodotte delle viti di antica qualità per produrre un ottimo riesling del Reno, e io già qui faccio fatica, che ha vinto e vince molti premi. Buffi perché saranno almeno vent’anni, deduco, che nessuno mette mano alle viti, tutte ricoperte di rampicanti e rovi. Progetto europeo? Parlate, sloveni, perdio. Qui è davvero un ottimo posto per passeggiate, gite in bicicletta, escursioni per cantine, magari non il riesling renano, i prezzi son decisamente più bassi che a Lubiana. L’UE consiglia Maribor tra le destinazioni 2023, nonostante trascurino le viti, ed eccomi qua. Son così contento di non essere presidente del Consiglio e di dover fare le vacanze in Puglia blindato e, magari, dover fare una visita di cortesia in Albania a quel minchione del presidente, che piglio su le mie cose e me ne vado, libero e sereno, verso la frontiera austriaca, direzione Graz. C’è una cosa in particolare che voglio vedere, oltre alla città, bella di suo e già unescotutelata.

Oltre alla linea di demarcazione tra i bacini adriatici e del mar Nero, c’è un’altra linea che, grossomodo a questa latitudine, attraversa l’Europa da est a ovest, implacabile, immaginaria e reale allo stesso tempo: la linea sopra la quale c’è la patata e sotto il pomodoro. A un certo punto, impercettibilmente, i sughi, le insalate fresche spariscono e le patate lesse con il prezzemolo, arrostite se va davvero bene, conquistano ogni piatto. Insieme a quel subdolo silenzioso del cavolo, va detto, bianco o rosso che sia. Pochi chilometri prima potresti avere una bruschetta, per dire, fai due curve e se va bene bene si possono avere delle patate. Per carità, oggi in tempi di globalizzazione la cosa è men grave, un’insalata con due pomodori congelati si recupera in ogni dove, con i cambiamenti climatici la linea si sta pure alzando per cui il pomodoro arriverà in breve a Ratisbona, futuro luogo della dieta mediterranea, oltre che imperiale, però la cosa si sente comunque. Se sei dei pomodori, per quanto aperto e disponibile, tra le patate sarai sempre ospite e, dopo un po’, a disagio. Se sei della patata, prima o poi vorrai dominare il mondo per avere anche il pomodoro.

È ferragosto e non si capisce bene quali treni viaggino, così opto per la ‘freccia della Drava’, uno splendido intercity anni Ottanta originale con sedili tappezzati probabilmente da uno stilista di grido a oggi impunito, treno che va fino a Budapest, binario due ore 7:19. E ho anche l’occasione di apprezzare Maribor al minimo della sua popolazione. Pur rimanendo in Stiria, lascio la Slovenia per l’Austria, Maribor per Graz, la seconda città del paese che è governata, situazione inedita non solo in Austria, dal KPÖ, Kommunistische Partei Österreichs, con la compagna sindaca Elke Kahr. Che mistero la vita, eh? Leggo della morte di Alberoni, ricordo la rubrica del lunedì in prima pagina del Corriere, un cumulo imbarazzante di banalità, lo ritrovo in un reportage di Roncone al Twiga, seicento euro al giorno senza contare il cibo e diciassettemila all’anno di concessione allo Stato, in cui racconta che la moglie di La Russa e il compagno di Santanchè avrebbero acquistato la casa del sociologo e rivenduta nel giro di un’ora guadagnandoci un milione netto. Echi lontani qui in Stiria, per mia fortuna. Io vado da Elke Kahr, magari resto.

Graz è bellissima. Se Salisburgo è una scatola di cioccolatini per amanti della musica, Graz è Salisburgo sotto doping, più vivace e più grande. Tutte le cose al suo posto: bel fiumone tipo Inn, colline tutto attorno, collina dentro con castello sopra, cerchia di mura con meravigliosi parchi attorno, un centro intoccato che va dal medioevo al barocco passando per un cinquecento purissimo di ispirazione italiana che solo il castello di Cracovia, ottima posizione in ogni direzione, un bel festivalone musicale e teatrale.

Ma non basta. Nel mezzo del fiume qualcuno si è inventato un’isoletta artificiale tutta di metallo con un’arena per spettacoli, qualche locale, un museino; proprio di fronte, al posto di un vetusto isolato probabilmente di poco conto, è atterrato il friendly alien, come lo chiamano affettuosamente, il Kunsthaus Graz, il blobbone di Cook e Fournier.

Ora: il punto non è che piaccia o meno, secondo me. Il punto è se abbia senso e come si integri nel tessuto urbano e ancor prina sociale. Beh, quando la sera si illumina le persone, oggi me compreso, escono apposta per vederlo e stanno lì a bocca aperta, anche vent’anni dopo. Fichissimo. Prima che museo, non ha una propria collezione di arte contemporanea stabile, è uno spazio sociale e, mi pare, come tale è percepito. Bello? Brutto? Ognuno avrà la propria opinione, di fatto conta che faccia parte di un ragionamento ampio sulla città e i propri abitanti, sul presente e il futuro. Mi viene ovviamente da pensare al Maxxi a Roma – Hadid ha fatto cose anche qui -, abbandonato nel nulla di un quartiere senza prospettive, dato in gestione alla politica delle nomine, calato quello sì dall’alto senza un piano organico e, direi, dotato di umanità. Ecco, qui non pare, anzi, la Graz attuale offre grande vivibilità a ogni livello, il blob fa parte dell’offerta, chi vuole lo piglia.

Beh, se il certame è tra le città senza attrattive particolari – l’arena di Verona – ma affascinanti nel complesso, qui abbiamo senz’altro una nuova campionessa da podio, di prepotenza. Se unissimo a Graz le montagne attorno a Innsbruck, non dissimile per case e stile, andrebbe fuori scala. Per questo, al contrario del mio solito, qualche foto-cartolina per dare l’idea.

Ma qui c’è anche la compagna sindaca Elke Kahr, e ovviamente chi la vota, ed è la cosa che mi sconvolge di più, che per formazione politica è rivolta al problema casa e al reddito dei propri concittadini e io giro ebbro per una città che a me sembra già offrire una qualità di vita che noi, per davvero, ce la sogniamo da piuttosto lontano. Foss’anche solo che sto scrivendo sdraiato per terra nell’ennesimo meraviglioso parco, i cani cagheranno evidentemente da qualche altra parte, che la città pullula di posti che invitano le persone a stare – ricordate le panchine, pure senza dissuasore in mezzo? – e di iniziative delle persone per le persone. Avranno anche i loro problemi, non discuto e ne sono certo, ma al momento non saltano agli occhi. Voglio dire: ogni mezzo chilometro c’è un cesso di quelli chimici da cantiere, aperto e utilizzabile. Non sarà l’esperienza migliore del mondo ma, vivaddio, su questo si misura la civiltà prima che sulla gestione degli Imperii e l’esportazione della democrazia. Certo, è quello cui son sensibile io, ora. Ma nel 1938, all’entusiasta festa dell’anschluss, Hitler promise la fine della crisi economica e mille, mille!, anni di prosperità. Sette anni dopo i soldati sovietici entravano in città dopo quel che sappiamo. Partiamo quindi dai cessi e dalle panchine, un passo alla volta.


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minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: due, comparatistica varia, fiumi e fiumoni, acqua dove non deve, sistemi di cui non sappiamo nulla, scavallo e vado

Non che a Lubiana manchino sobri esempi di leggerezza ed esuberanza jugoslava, tutt’altro, ma si stemperano, specie nel centro, con altri stili e forme e il puppurrì a me non dispiace affatto. Certo, a me piace pure la dance jugoslava anni ottanta, non faccio gran testo, e anche l’estetica dell’est, dalla cecoslovacchia alla mongolia, la trovo accattivante.

Ostalgie, ho l’ostalgie, lo sapevo già. Comunque: le città che preferisco in assoluto sono quelle che non hanno nulla di particolare in sé – cappella degli Scrovegni, per capirci – ma che, prese nel complesso, risultano oltremodo gradevoli e affascinanti. Su tutte, Riga, Amburgo, poi Kaunas, Nancy, Metz, Poznań, Toruń, Siviglia, Treviso, Catania eccetera, comparatistica urbana, si libera mica una cattedra? Tra esse, sicuramente Lubiana e dove sto andando, se non piglio una cantonata: Maribor.

Maribor, Marburg, Maribor, Marburg, ovvero: città storicamente a prevalenza tedesca su quella slovena o slava, ogni volta che una parte predominava erano guai. Per restare al recente, con l’occupazione nazista gli sloveni furono allontanati o fatti fuori, appena dopo la fine della guerra la popolazione tedesca si ridusse a uno zero virgola. Ma la storia va ben più indietro nei secoli, passando per la Marburger Blutsonntag, la domenica di sangue, non l’ultima. Da come chiami la città si capisce da che parte stai. Io Maribor, è in Slovenia, giusto così. Nella Stiria slovena conviene arrivarci in treno da Lubiana, quello lento perché costeggia la Sava e la Savinja per una decina di fermate impronunciabili e attraversa alcune tra le valli più belle del paese, la strada come spesso accade non è così suggestiva, tende al dritto. La zona è proprio quella funestata dalle alluvioni delle scorse settimane, sono arrivati aiuti da ogni parte di Europa, Friuli Venezia Giulia da noi per ovvio principio di vicina fratellanza, e persino dall’Ucraina, sempre più rivolta all’Europa. Infatti, a Litija tocca trasbordare su un pullman perché la linea è interrotta e poi ripigliare il treno più avanti. Non è che si capisca granché, ci sono parecchi pullman e quando rivolgo a un autista un interrogativo Maribor? la risposta è un grumo di consonanti che finisce con una cosa tipo drumolavie, ma l’atteggiamento fatalista slavo dice più chiaramente: magari sbagli autobus e semmai muori, che vuoi che sia? Hai ragione, amico, andiamo. La Sava è impetuosetta e verdona, qualche giorno fa doveva essere parecchio più alta, a guardare le piante e il fango. Tutti i ponti sono chiusi, i piloni trattengono i tronchi, in alcuni punti, dove la valle si stringe, la strada ha ceduto, nei paesi stanno togliendo i sacchi dalle rive solo ora. A Trbovlje, che non è un paese ma un grosso cementificio stretto in una gola, risaliamo sul treno, che fa i primi chilometri a tre all’ora, giustamente, e alla fine ci metterà due ore in più.

Il paesaggio è molto bello, sullo sfondo alcune montagnone che richiamano le Dolomiti, attorno colline ricoperte di foreste e in mezzo fiumi e fiumelli e pratoni o declivi più alpini, verrebbe da camminarci per settimane. Gli appassionati di sci e di coppa del mondo Maribor la conoscono eccome. Oh, son mica tutte rose e fiori, ho appena costeggiato una bella centralona con enormi cumuli di carbone tutti da bruciare ma sarà che vengo dalla pianura padana, a me l’aria di fuori sembra sempre più fresca e salubre. Ecco, se fedele alle mie funzioni di servizio dovessi consigliare i migliori posti in Europa per svaghi nella natura, direi: questo pezzetto di Slovenia, appunto, la valle dell’Elba tra Praga e Dresda, la Transilvania e il delta del Danubio, alcune valli del Trentino, la valle della Mosella tra Nancy e Treviri, inarrivabile. E nemmanco me pagano. Dalla confluenza con la Savinja la valle si apre, compaiono frutteti di mele e qualche punto turistico in più, un vero paradiso per camminatori e ciclisti, il treno accelera e ora è tutta discesa verso Maribor.

La parte inferiore del finestrino, quella sotto l’umidità con la linea netta e più limpida, è acqua. Deve aver davvero piovuto un po’ troppo. Io e il mio vicino di posto, zaino anche lui, ce la ridiamo per un po’ ogni volta che il treno frena o accelera. Sagace intrattenimento delle ferrovie slovene, metti pesciolino rosso. Per arrivare a Maribor bisogna attraversare la Drava, sulle cui rive sta, che è un fiumone che si mangia il Po per oltre cento chilometri, è uno dei maggiori affluenti del Danubio e divide due mondi: passo di là e ho fatto il salto, dal bacino geografico dell’Adriatico a quello, mi tengo forte, del mar Nero, altro che dado sui ruscellini. Bon, son di là, si va avanti e già son Carpazi, le pianure della Pannonia e lingue borbottanti che è un vero piacere.


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