minidiario scritto un po’ così di un paio di giorni in giro. Quattro su quattro. Piccoli fori, doglie per caso, canadesi morti a diecimila chilometri da casa.

Scendo per la gola del Furlo, il vecchio tracciato della via Flaminia, che così si chiama per via del forulum, il piccolo buco che tanto piccolo non è: una galleria lunga quaranta metri e alta cinque fatta scavare da Vespasiano per evitare un passaggio più in quota. Provate voi a scavarla a scalpello e poi vediamo se è piccola. La via era strategica al punto che esisteva già un traforino scavato dagli etruschi, stavolta. Il passaggio era talmente frequente che persino i volonterosi baciapile del mascellone contemporaneo, che passava sovente, costruirono un maschio profilo sul monte usando muretti a secco. Poi l’esplosivo partigiano mise fine allo scempio, per fortuna.

Io scendo perché voglio andare a Jesi, cittadina bella e antica. All’interno della solita cerchia muraria, prima etrusca, poi sabina, poi picena, poi romana, poi malatestiana, poi papalina, insomma qui la storia è così, lì dove c’era il foro una volta ora c’è una piazza, bella ampia, che voglio vedere. Perché nel 1194 l’imperatrice consorte Costanza d’Altavilla, dicono le guide, ‘passando qui per caso’, e figuriamoci se un’imperatrice poteva mai fare una cosa per caso. Fu per caso che le vennero le doglie qui, quello sì. E siccome era vecchissima, ovvero aveva quasi quarant’anni, era dice qualcuno stata in convento, ed era gravida dell’erede del trono di Sicilia e dell’impero, allora dovette partorire pubblicamente in piazza, in questa piazza, per sopire ogni dubbio. Lo racconta Giovanni Villani: «Quando la ‘mperatrice Costanza era grossa di Federigo, s’avea sospetto in Cicilia e per tutto il reame di Puglia, che per la sua grande etade potesse esser grossa; per la qual cosa quando venne a partorire fece tendere un padiglione in su la piazza (…) e mandò bando che qual donna volesse v’andasse a vederla; e molte ve n’andarono e vidono, e però cessò il sospetto». Il figlio, fortuna nostra, di quel 26 dicembre – data notevole e fredda, perdio, per partorire in una tenda – fu lo stupor mundi Federico II di Svevia, esempio di cosmopolitismo culturale pacifico che ha molto da insegnare a noi oggi. Una lapide sulla piazza dice: ‘A Federico, imperatore eccetera re eccetera e su tutto uomo di pace, con orgoglio la città di Jesi pose’, ed è bello quell’orgoglio. E quanti Federici, mi rendo conto solo adesso, e tutti insieme. Per me ha un significato particolare.

Graziosa, Jesi quest’estate è stata sugli scudi per le vittorie calcistiche più che per Federico, mi par giusto. Mi diverto sempre a ricordare l’aneddoto per cui l’imperatore, che non aveva nessuna voglia né di far guerre tantomeno crociate e che viveva nel suo magnifico regno tra Sicilia, Calabria e Puglia parlando sei lingue e dando inizio alla poesia siciliana e all’integrazione con la cultura araba, alla fine capitolò e andò a liberare il santo sepolcro, contro voglia. Una volta lì, vide quelle belle distese di sassi e mari morti e disse: ‘ah, è dunque questa la Terra Promessa di nostro Signore? Si vede che non era mai stato in Sicilia’. Irraggiungibile. Da Jesi piglio su i miei stracci e ripercorro la costa verso nord, perché mi avvicino alla fine del giro e comunque a Pesaro ho ancora da fare. Vado a Gradara, lì appiccicato, dove c’è un castello noto e un borgo medievale da vedere. Il posto è noto, ovvio, per le vicende di Paolo e Francesca, meno noto ma il filibustiere Pandolfo lo vendette a Francesco Sforza, tenendosi poi soldi e castello, a me ricorda invece certi giochi su Linus fatti con Ennio Peres molti anni fa, riprendendo i Wutki. Unendo più teste arrivammo terzi un anno e c’era sempre uno, maledetto, che pigliava sempre il massimo, era davvero di categoria superiore. Mi piace immaginarlo a capo del CERN, oggi. Il castello era rudere fino all’inizio del secolo, poi con un restauro tanto provvidenziale quanto fantasioso divenne un luogo di attrazione, per famiglie e bighelloni della domenica. Pare di essere a Grazzano visconti, per intenderci: densità imbarazzante di ‘locande’, famiglie che arrancano per la minima salita cui sembra non importare granché di nulla, c’è persino uno vestito da pulcinella, per intrattenimento.

Me la filo, poco più giù c’è il cimitero di guerra di Gradara, lo voglio vedere. Perché proprio qui, alla fine dell’estate del 1944 c’era la linea gotica e tra la fine di agosto e quella di settembre gli scontri furono furiosi, terminando con la liberazione di Pesaro e di tutte queste colline. Ma il prezzo fu molto alto, come sappiamo, da Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema fino ai caduti in battaglia, e qui ce ne sono più di mille. Quasi tutti inglesi, e intendo inglesi, canadesi, irlandesi, oltre a due indiani e un belga, facevano parte dei battaglioni alleati che presidiavano la zona. Il cimitero è all’anglosassone, per quanto riguarda la guerra, con le lapidi tutte uguali e tutte in fila. Sono morti quasi tutti il primo e il due settembre, dev’essere stato un inferno. Non ci vuole molta astrazione, ad avere un’anima, per vedere un uomo dietro ogni lapide, e con lui famiglie, figli, affetti, speranze e aspettative, lavori lasciati e mai più ripresi, desideri che nulla avevano a che fare con la guerra. Il pensiero è straziante e commovente per me, me ne sto seduto davanti alla collinetta e son da solo, qui, tra gli ulivi. Compilo il registro, poche visite ma commosse.

Ripiglio su e piego verso un altro bel roccone malatestiano, a Montefiore conca. Certi brutazzoni senza manco le finestre, quasi. Ma difensivi, quello serviva. Mi sa che ho scavallato e sono tornato in Romagna, vicino c’è Cattolica e il dialetto è tornato quello di più su. E poi, giuro, sono davanti a una fabbrica di fisarmoniche, lampante, e c’è un’indicazione per Gatteo a mare. La storia che ti raccontano subito è quella di Costanza – oggi i nomi ricorrono – Malatesta, che ebbe in dote il castello per sposare Ugo d’Este. Non quello di Parisina, uno prima. Comunque, questo Ugo morì presto e Costanza rimase vedova ventenne. E cosa si fa quando si rivuole indietro un bene da una donna? La si accusa di ‘vita sregolata’, zoccoleria, e con fare italico pure contemporaneo la si fa fuori. Lo zio Galeotto, nomen omen, fece venire uno addirittura da Forlì, tale Foriuzzo. E così il 13 ottobre 1378 il tizio diede seguito ‘all’atroce mandato’ e ciao Costanza, che da allora porella le tocca pure fare il fantasma nella rocca.

Basta buttare lo sguardo sulle colline che si vedono almeno due rocche o paesini turriti che vien proprio voglia di vedere. Io punto e scelgo Montegridolfo, l’ultimo comune romagnolo prima delle Marche, luogo di aspri combattimenti nel’44, sempre per via della linea dei Goti, tra le valli del Conca e del Foglia, proprio sul crinale. Il paesello è una meraviglia, tutto un mattone, tenuto da far impressione, ma è pure deserto. Non c’è nessuno, ma nessuno nessuno. Solo io. Abbaia un cane, nessun segno di vita. C’è qualcosa che non so? Fu spesso conquistato e perso dai Malatesta, il mio preferito tra loro è un Malatesta che di nome si chiamava, fantasia, Malatesta, e non era il primo ma il terzo. Quindi, Malatesta III Malatesta. E per meglio distinguerlo, lo chiamavano ‘il Guastafamiglia’. Penso in riferimento alla sua famiglia di provenienza, perché al singolare, ed ebbe vita guerresca più che amorosa.

Si potrebbe andare avanti per molto, di paesino in paesino, o puntando sulla biblioteca malatestiana di Cesena, uno splendore, o su Rimini, Ravenna, hai voglia, o scavallare di là a Città di Castello che sta a soli novanta chilometri e si spalanca un altro mondo, quello umbro e toscano, insomma la scelta c’è, eccome. Ma io ho finito, torno a casa, al massimo deraglio sul ponte romano sul Rubicone a Savignano, se proprio, magari in qualche luogo pascoliano, per metterci ancora qualcosa in mezzo, ma torno. vedo all’orizzonte una fascia grigia e stagna di smog che non mi invita per nulla, vorrei non vorrei ma se vuoi, vabbè. Alla prossima.


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