autogatto e topomini

Repubblica.it lancia una rubrica, di quelle a basso costo fatte in sostanza dai lettori, e svariona nel sottotitolo: ormai è come sparare su un panda che attraversa l’autostrada, ma non è questo il punto.

La rubrica vorrebbe raccogliere i toponimi (più correttamente: l’odonomastica) delle vie italiane più curiose. La sintesi viene affidata a Bartezzaghi, intelligenza affidabile, che aveva già fatto qualcosa di simile: se non ricordo male, anni fa raccolse le segnalazioni dei lettori riguardo ai nomi delle vie costituiti da una data (20 settembre, 4 novembre etc.) per provare a completare tutto il calendario solare. Ce la fecero, 365 nomi di vie (più una?).
Buffo, per cominciare, il caso del patriota Ruggero Settimo, popolarmente riportato come Ruggero VII, immaginario re normanno. O piazza Paolo VI, papa, che viene letto Paolovi, e così via.
Da quanto capisco, riferendosi a carneadi, Bartezzaghi vorrebbe raccogliere antroponimi (a proposito, ecco la proporzione: su cento, 96 nomi di via sono intitolati a uomini, 4 a donne), io ne ho pronti due che non rientrano nella casistica ma che a me piacciono:


Tanto non le mando. I vicoli sono i migliori.

song of the day: Harry Nilsson, ‘Jump into the fire’

Harry Nilsson è senz’altro l’uomo dei singoli: famosissimo per due canzoni che conosciamo tutti ma-che-non-sappiamo-che-è-lui, ovvero Everybody’s Talkin’ e Without you, che – ahah! – non sono sue. Ma lui di canzoni ne ha fatte parecchissime e molte di queste sono davvero notevoli: anche Lennon e McCartney apprezzavano. Tra le molte, una a me piace parecchio, ovvero questa, da Nilsson Schmilsson:

Ma è nel 1971 che mette del laim nel Coconut e da allora tocca chiamare il dottore, dactaaar. Genio, purissimo, altro che i gorilla sanremesi e le pirlate di oggi. Viva Harry Nilsson, dunque, lui che è diventato uno spaceman troppo presto ma che, per fortuna nostra, ci ha lasciato tante cose di cui essere contenti. Grazie, mr. Nilsson, che il laim non le manchi mai. Dactaaar.

le cose che pensiamo di avere inventato noi

Esse sono milioni, ma se si va a ben vedere si scopre che sono pochine davvero.

Una domus romana nel nord Italia, non ne resta molto perché sopra ci hanno costruito, per quello che posso intuire io, un palazzo cinquecentesco di dimensioni ragguardevoli e poi un comodo inserto in cemento, espansione in età fascista per rendere il palazzo una scuola per la fascistissima gioventù.
Ciò nonostante, sono rimasti – sotto a tutto – i pavimenti a mosaico di due ambienti, presumibilmente circondati da colonne, uno antistante l’altro.


Non sono sontuosi, non sono policromi, non hanno rappresentazioni complesse, sono semplicemente bellissimi: e il motivo è che è bastato pensarci, visto che uno è il negativo dell’altro. Stesse tesserine ma invertite.


Il tutto è, a parer mio, molto moderno. Ma non lo è, ed è un’altra cosa che, accidenti!, non abbiamo inventato noi. Come i passaggi pedonali, per dirne una.

ancora su Car Seat Headrest

Insisto perché Car Seat Headrest, ovvero Will Toledo e la sua band, l’anno scorso ha pubblicato un disco eccezionale, Teens of Denial, del quale sono più che ebbro, da settimane.

Il progetto Car Seat Headrest nasce come costituito da una persona sola, Will Toledo appunto, che fino al 2015 ha pubblicato dischi (11) autoproducendoseli; poi ha firmato un contratto per la splendida Matador, che è una casa discografica indipendente che ha prodotto i dischi, per citarne un paio, di Cat Power e di Kurt Vile, e ha pubblicato due altri dischi: Teens Of Style, che è una raccolta di canzoni vecchie o mai finite riarrangiate e risuonate, e poi il citato Teens of Denial. Da quando è alla Matador, Car Seat Headrest è diventato una band, ben assortita e i risultati si vedono (sentono), eccome.
Il ragazzo è eccezionale, a parer mio, e va sostenuto: tutti i suoi dischi si possono acquistare qui e, a parte i due dischi più recenti della Matador, tutti gli altri sono acquistabili in modalità “you name the price“, che significa che sono a offerta libera.
Per me, alla pari di Courtney Barnett con Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit, Teens of Denial è decisamente il disco più bello che ho sentito da parecchio tempo a questa parte. E più che ripeterlo io non posso fare.

capre e toteme

Mi chiedo come sia un hotel e le recensioni degli utenti mi vengono prontamente in aiuto: non ci vado, le capre piene di polvere non mi piacciono. Piccole magari, ma polverose no.

Repubblica.it, invece, commenta appropriatamente l’inizio degli scritti di maturità: il totema si fa largo tra gli studenti e, forse, non è colpa di Caproni. Io il totema non l’ho patito, fortuna mia, spero poi passi.

song of the day: Car Seat Headrest, ‘Fill in the blank’

I Car Seat Headrest sono una band americana in giro da un sacco, dodici album finora, ma è con l’ultimo disco, Teens of Denial del 2016, che si sono imposti all’attenzione dei più attenti. I quali, poi, l’hanno detto a me. Notevole Fill in the blank, che propongo qui sotto, ma anche la lunga Vincent, la bellissima Drunk Drivers/Killer Whales, che esplode da 3:18, quando si parla delle balene. Ma il pezzo migliore è quello qui sotto, a parer mio, che a me richiama gli Strokes di una volta, quelli buoni, quindi buon divertimento.

Due o tre volte e il ritornello, You have no right to be depressed / You haven’t tried hard enough to like it / Haven’t seen enough of this world yet / But it hurts, it hurts, it hurts, it hurts, si impossesserà delle vostre menti come ha fatto della mia. Non c’è scampo.
Molto molto bravi, disco consigliato.
Ecco, sento che già il mio cervello si sta di nuovo spappolando, It doesn’t have to be like this / Killer whales, killer whales, It doesn’t have to be like this / It doesn’t have to be like this (chorus 3), non ho fatto in tempo a occuparlo con la prima.