spegnete la luce

Strepitoso questo manifesto sovietico del 1987 che invita, semplicemente, a spegnere la luce quando si esce dalla stanza.

Braccio spegni esci gamba. Irraggiungibile per sintesi, chiarezza e bellezza.
«Уходя, гаси свет!», «Quando esci, spegni la luce!», СССР, 1987, autore ignoto⁠. Evidentemente non tutti spegnettero la luce e poco dopo l’URSS collassò.

vidi raccolto in volume ciò che nell’universo si squaderna

Ricordo questa ripresa di Umberto Eco che, cercando un libro specifico, camminava nel labirinto della sua biblioteca – non so quanti appartamenti uniti in Foro Bonaparte a Milano – per andare esattamente a prenderlo in un punto in fondo in fondo. Trentaduemilacinquecento volumi, e doveva essersene letti la gran parte, alcune collezioni complete immagino, si intravedevano numerosi scaffali solo di Adelphi; la struttura era labirintica, con angoli retti, e ovviamente viene in mente Borges.

Eco chiese che per dieci anni dalla sua morte non si organizzassero convegni su di lui, immagino per raffreddare il pensiero critico, e così incredibilmente è stato. Ma il 19 febbraio scorso è scoccata l’ora ed è il momento di ripensare l’intellettuale, il critico, il semiologo, il romanziere, di capirne a fondo e celebrarne la grandezza: a Bologna aprirà a maggio la ‘Biblioteca Moderna Umberto Eco’ che ne riproduce quella di casa, una parte più antica dei volumi è invece andata alla Braidense, com’è giusto, e poi avanti con i convegni: ‘Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo’ a Bologna, in occasione dell’apertura della biblioteca, per citarne uno.

Ricordo mio padre, che con Eco ci aveva lavorato un po’ ai tempi di Urbino, che snob qual era – mio padre, dico – alzava il sopracciglio quando lo si citava. Sbagliando, era però sintomatico di un atteggiamento molto italiano, citando Stanis La Rochelle, per cui la stazza critica e intellettuale di Eco viene percepita complessivamente e pienamente più all’estero che da noi, se non nel ristretto ambito accademico. Il successo dei romanzi, la rosa e Foucault sopra tutti, all’estero è una cosa che non si percepisce in Italia, la fortuna critica, le quaranta lauree ad honorem in tutto il mondo, la versatilità del suo pensiero, la leggerezza anche – le bustine di Minerva erano le mie preferite, mi sembrava di ricevere molto in poco -, un amico ucraino costretto a lasciare casa a Kharkiv mi diceva che la cosa che gli manca di più sono i romanzi di Eco, rimasti là. Da noi la parte dei romanzi viene quasi percepita come un’incursione commerciale alla ricerca del facile, tutti sul pulpito perché capaci di scrivere romanzi di enorme successo, ovviamente.

Io ho spesso pensato che eravamo molto fortunati, quando c’era, ad avere Eco. Non ad averlo avuto, certo anche quello, ma ad averlo nei tempi correnti, in cui ci siamo anche noi. Una propaggine luminosa di un mondo che va scomparendo che si è spinta fino al 2016, una fortuna. A me poi piaceva la sua critica più sottile, come quando definiva l’imperatore Costantino «un grande figlio di puttana», sintesi peraltro abbastanza calzante, oppure le sue indicazioni leggere su ‘Come dire parolacce in società’ o ‘Come riconoscere un film porno’, che poi a guardar bene tanto leggere non erano. Adesso potremo capirlo meglio ma a posteriori è sempre un gran peccato anche se, purtroppo, è così che spesso va, anche con gli affetti personali.

Comunque, la passeggiata di Eco nei meandri della sua casa-biblioteca che ricordavo all’inizio è nei primi minuti di La biblioteca del mondo di Davide Ferrario, bel documentario su di lui. E il libro che andava a prendere, in fondo in fondo, era intonso. Quindi aveva anche la biblioteca del possibile, ovvero sapeva di avere molti testi senza averli letti, da utilizzare alla bisogna. È questa la grandezza della preparazione, avere gli strumenti per poi richiamare quel che ti serve, non il dettaglio spicciolo.

il Tati palestinese

Da qualche tempo ho deciso di interessarmi un po’ di più ai paesi che, secondo me e non solo me per fortuna, oggi racchiudono le energie del mondo: Iran, Turchia, medio oriente, alcuni stati centroasiatici, alcuni nordafricani. Tutti in condizioni pessime dal punto di vista democratico e di sopravvivenza o, per alcuni, addirittura non riconosciuti, il che probabilmente è alla base delle energie stesse che vengono liberate. Meno interessanti i paesi su cui mi sono concentrato finora, il cosiddetto Occidente, vecchio, ossessionato, ripetitivo, in calo verticale e in preda alla paura, allo zero demografico in cui anche i ventenni ragionano come anziani. Aggrappati a una vita dispendiosa che ci sentiamo sfuggire dalle mani.

«Non ho una patria per poter dire che vivo in esilio… vivo in postmortem… vita quotidiana, morte quotidiana», dice Elia Suleiman, regista e attore palestinese con cittadinanza israeliana di cui ho appena visto ‘Il paradiso probabilmente’, il mio primo suo film e di cui ho scoperto l’esistenza da due ore.

Apolide, Suleiman racconta uno sguardo sul mondo intero ironico e stralunato, alla Tati direi, spesso guarda in camera e non risponde alle domande, inespresso mentre il mondo attorno fa piccoli gesti insensati. Alcune inquadrature in una Parigi deserta sono meravigliose e le scene in cui attende in sale d’attesa sfolgoranti sono ridicole. Infatti, nel film il regista peregrina tra studi di produzione francesi e americani alla ricerca di finanziamenti per il suo nuovo film, nel film. Il tassista nero americano che scopre che è palestinese è un vero spasso e la scena con l’uccellino sul tavolo è Tati al cubo. Forse non un film di peso ma, dico, un film grazioso, assurdo e delicato. Fine del Mereghetti, vado a imparare arabo e russo.

a Master of Circumstance

Si racconta in Russia che nella parte più fitta del bosco vi sia un melo che produce frutti più neri del carbone.

Queste mele nere se mangiate permettono di ringiovanire, di ricominciare la vita.
Bisogna pensarci bene, prima di mangiarla. Sembra facile, ringiovanire, vivere di nuovo, ricominciare ma non è così, a pensarci. Gli amici, gli affetti, le storie, tutto perduto. Perché la vita, quella nuova, non sarà uguale a quella prima, altrimenti come dice il Leopardi degli almanacchi: «avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro» perché «quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura».

E come sarebbe essere prigionieri in un posto? Non una cella, una grotta, un armadio ma, per esempio, in un albergo. Come sarebbe essere reclusi in un albergo? Se lo chiese Amor Towles – se ricordo bene – in una sala d’aspetto e ne trasse spunto per un romanzo, ‘A Gentleman in Moscow‘, del 2016. La felice intuizione fu di ambientare il meccanismo narrativo della reclusione nell’albergo, appunto, al tempo della rivoluzione bolscevica a Mosca: un aristocratico russo, il conte Alexander Rostov, privato delle sue ricchezze e proprietà, viene messo agli arresti domiciliari a vita in un elegante albergo di Mosca, il Metropol’. Con l’avanzare della rivoluzione e dello stalinismo, viene man mano privato dei comfort dell’albergo, vino e cibo peggiore, camere sempre più spoglie, niente più barbiere o bar, e nel frattempo l’autore racconta le vicende sovietiche dall’interno dell’edificio. Un po’ come l’aeroporto di ‘The Terminal‘, stesso principio narrativo. Lo spirito di Rostov non si piega e, come dice spesso, «governa le circostanze senza farsene governare» con gentilezza d’animo.

Dal romanzo è stata tratta una serie televisiva omonima, che consiglio. Qui sopra il Conte e Nina, irresistibile ragazzina con cui il protagonista – sua contità – scoprirà recessi inaspettati dell’albergo. A tratti, specie all’inizio, la serie è un filo lenta ma vale la pena darle credito a mio parere, fino alla fine poetica e sfumata che riporta, come all’inizio, alle mele nere e a una nuova vita. Russianamente parlando.

hop on the magic bus: 20.000 miglia sopra la terra

Dio, esistesse ancora l’avrei già preso innumerevoli volte: il favoloso, incantato, meraviglioso e magico bus Londra-Calcutta. Oggi Kolkata.

Tra il 1957 e il 1976 prestò regolarmente servizio il bus tra Londra e Kolkata e ritorno, diecimila miglia ad andare e trentaduemilasettecento chilometri a fare tutto il giro, per circa cinquanta e rotti giorni, dipendeva da un sacco di casi lungo la strada. Il ‘London to Calcutta bus service‘, operato dalla Albert Travel, che tempi meravigliosi quelli.
Il percorso era suppergiù questo: giù da Belgio, Germania est, Yugoslavia, Bulgaria, Turchia, Iran, Afghanistan, l’oggi Pakistan ed ecco subito l’India. E da lì qualche possibile estensione, tra cui Thailandia e le punte estreme indiane. Al tempo, era il percorso in corriera più lungo al mondo.

Il biglietto costava circa ottantacinque dollari a tratta, l’equivalente di duemilacinquecento euro odierni, nemmeno poi troppi per la permanenza complessiva. Che viaggio, che avventura, non sto nelle scarpe, ci salirei immediatamente per fare almeno almeno tutto il giro. Possibile che nessuno ne abbia scritto? Devo indagare.

Il bus era davvero un magic bus: c’erano cuccette, una cucina, una piccola sala per osservare il panorama, un impianto per la musica, ventilatori, ed erano previste soste turistiche in India, a Vanarasi e al Taj Mahal e sulle rive dello Yamuna; erano altresì previste soste per acquisti a Salisburgo, Vienna, Istanbul, Tehran e Kabul.
Ora, io non so affatto cosa sia la felicità né saprei definirla ma questo bus e il suo strampalato e stupendo viaggio si avvicina alla mia idea di felicità, quantomeno felicità di viaggiatore. Figuriamoci, sono ancora in estasi per due giorni a bordo di un treno sovietico, con questo sarei diventato pazzo.

Nel 1968, la Albert Travel lasciò il servizio dopo un incidente che distrusse il bus e l’idea venne raccolta da Andy Stewart, viaggiatore britannico, che non solo raccolse ma rilanciò il magic bus: da Londra a Sidney. Sidney! Il bus acquistò un piano e via per centotrentadue giorni attraverso, superata l’India, Thailandia, Malesia e da Singapore su traghetto fino all’Australia. Ecco, adesso sono emozionato solo a pensarlo, sarei sparito per centotrentadue giorni di corsa, che sogno meraviglioso.
Come tutti i sogni finiscono, anche il magic bus lo fece. Peccato non averlo avuto anch’io. Nel 1976, causa la rivoluzione iraniana e i dissidi tra India e Pakistan, le tratte divennero difficili e il servizio cessò. I viaggi completi da Londra a Sidney e ritorno furono quindici, complessivamente, un ottimo curriculum.

Che avventura stupenda dev’essere stata, ogni viaggio diverso e la durata mai certa, bastava una pioggia, una strada cedevole, una deviazione e i cinquantacinque giorni diventavano sessanta o chissà. E chissà che incontri. Qui un video, in hindi ma si capisce tutto.
Il mio record personale di bus è un Città del Capo-Pretoria tutta difilata su un Greyhound che aveva a malapena un bagno ma la durata – non ricordo esattamente, tra le diciotto e le trenta ore – non era nemmeno avvicinabile al ‘London to Calcutta bus service‘, il magic bus. Impareggiabile, quei tempi non torneranno più. O sì?

it was a bright cold day in April

‘1984’ di George Orwell – più correttamente ‘Millenovecentottantaquattro’ – ha una storia molto interessante, oltre alla storia che racconta. Sia una storia compositiva, parlando della scrittura, che editoriale, parlando della pubblicazione. Me ne ero brevemente interessato qualche anno fa, per chi fosse curioso. Tra le vicende editoriali, un numero spropositato di edizioni e, di conseguenza, di copertine e di avventure creative, spingendo il titolo alla fantasia. Mi era però sfuggita, al tempo, la migliore copertina del romanzo che io abbia visto finora, la Penguin, la cosiddetta ‘censored edition‘:

La censura in copertina è un’idea magnifica, contraddice il senso della copertina stessa di un libro, ovvero l’annuncio pubblico e visibile, per enfatizzarne invece il senso del contenuto, aggiungendo molto con quelle bande nere, invece che togliere. E mantenendo intatta la linea grafica della casa editrice. Lavoro eccezionale. Il merito? Del solito David Pearson, solito perché è l’ideatore e realizzatore di molte copertine Penguin e di molte notevoli. Qui alcuni suoi lavori.

perdio, chi ha bananato lo scotch?

In principio fu Cattelan con la sua banana e lo scotch che la teneva appesa al muro, ne dissi divertito qui. Fu vera arte? Ai posteri / L’ardua sentenza / Noi chiniam la fronte / siam pronti alla morte, siam pronti alla morte firulì firulà. Chi lo sa, se fu vera arte? Di sicuro ha scatenato un dibattito di proporzioni gargantuesca e, secondo me, già molto dell’obbiettivo è così raggiunto; ha poi avuto il merito di spingere tutti noi a chiederci ancora una volta di più di che si parli, cosa faccia dell’arte arte, cosa diavolo sia in definitiva questa cosa che così chiamiamo?
Gli sviluppi, poi, furono molteplici e quasi tutti degni di menzione. Una delle tre banane originali, e già qui qualcosa da dire ci sarebbe, fu venduta per 6,2 milioni di dollari a un magnate delle criptovalute, cinquantuplicando il valore iniziale e miliardidivoltizzando il costo intrinseco iniziale, ma questo non conta. Poi l’artista newyorkese David Datuna mangiò la banana durante l’esposizione a Miami e nel maggio 2023 uno studente d’arte sudcoreano durante una mostra a Seul fece la stessa cosa. Lo stesso acquirente lo fece. Come scrivevo, ragioniamo sull’opera d’arte nell’epoca della sua mangiabilità. Furono sostituite, si poteva fare, per forza visto che smarciva da sola, l’opera, che veniva venduta corredata di un certificato di autenticità e le istruzioni per poterla sostituire. Uuh, chissà come si faceva. Una tra le cose che mi divertì di più, vera o meno che fosse, fu il fatto che il fruttivendolo sotto la galleria d’arte che metteva l’opera all’asta si incazzò non poco a sapere che la sua banana, venduta al giusto costo di qualche decina di centesimi, era stata poi venduta a un sacco di soldi, la banana da sei milioni di dollari. E ne pretese una parte, vanamente temo. La storia strappalacrime di Shah Alam, vabbè, sul NYT con tanto di intervista in cui esprime il suo sincero giramento.

Tra le infinite variazioni di quest’opera d’arte-meme quella qui sotto è una di quelle che apprezzo di più, nella sua semplicità. How the tapes have banana’d? ci si potrebbe chiedere ma anche in italiano, nel titolo, non viene male.

libri di viaggio: Fatland

Già il nome è omen, presagio, per quel ‘land’ che contiene e che rilancia in fantasie di viaggio e di racconto. Certo, quel ‘fat’- un po’ meno ma non è inglese, lei, è norvegese: Erika Fatland.
Ora, per chi bazzica un po’ nei meandri della letteratura di viaggio il nome è più che noto, si tratta di una grande viaggatrice e narratrice dei nostri anni, forse della più grande a voler fare inutili classifiche, di sicuro una delle poche che si sia occupata così a fondo del mondo post-sovietico e che abbia avuto l’ardire di affrontare viaggi così complessi e difficili: uno nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e uno percorrendo tutto il confine esterno russo, in ogni direzione. Non sono ovviamente gli unici viaggi che abbia compiuto e di cui abbia scritto – è in uscita ora un suo racconto sulle ex colonie portoghesi – ma questi due sono quelli che intendo citare qui.

Ora lo dico, nonostante sia la frase dell’acqua calda, visto il suo successo e notorietà, lei è fantastica: immagina e realizza progetti di viaggio estremamente interessanti e complessi e poi ne scrive in maniera invidiabile – lo dico con cognizione, frequentando il ramo – per stile, modo, contenuti, profondità e ironia. Quello che rende ancor più complesso il suo modo di viaggiare, sola e per parecchi mesi, in realtà lei lo racconta come un vantaggio, ovvero la possibilità di interagire con persone che non si aprirebbero mai davanti a un uomo, vero e comunque bello spirito anche in questo.
Queste non sono, dunque, recensioni né vogliono esserlo, direi più segnalazioni, condivisioni, sempre nello stesso spirito con cui riporto le cose qui: se a qualcuno servisse, bene; per me è un modo di porle su uno scaffale non tanto immaginario e averle in vista. Per questo il piccolo indice riepilogativo qui sotto, aggiornato man mano.

Quest’estate mentre percorrevo la mia transcaucasica sbirciando sul sedile davanti a me ho scorto un altro viaggiatore, R. con cui poi ho fatto amicizia anche, forse, grazie a questo, leggere (probabilmente rileggere) ‘La frontiera’ di Fatland nelle parti che stavamo attraversando in quelle ore, in particolare l’alta Svanezia in Georgia, e mi è tornata in mente lei e così ho prontamente fatto anch’io: ho ripreso ‘La frontiera’ e ho ripercorso passo passo con piacere il racconto dei posti che andavo vedendo. Non solo, oltre a essere donna e sola, è anche andata in posti in cui io non ho nemmeno osato: Abkhazia e Ossezia del sud, per restare a quell’area. Formidabile.
Una parte del suo racconto mi è tornato in mente spesso negli ultimi anni, durante i viaggi: nel corso di una crociera negli impervi mari siberiani a nord della parte più inospitale della Russia – Fatland doveva pur percorrere tutto il confine esterno, anche sopra – incontrò un gruppo di viaggiatori con quel passaportino del centonovantatre paesi (dibattuti) i quali andavano a piantare la propria bandierina personale in uno dei luoghi più difficili da raggiungere del pianeta. Ora, esistono numerosi club che raggruppano coloro che hanno messo piede nel maggior numero di paesi al mondo, uno di questi è il ‘Most traveled people’ o il Travelers’ Century Club (TCC) per dirne due, per i quali conta la foto e il timbro sul passaporto e un qualche tipo di record. Come, per esempio, gli ottocentocinquantatre territori visitati dal campione del club. Fatland ne fa, giustamente, un racconto pietoso, ricordo anch’io con un po’ di pena di aver incontrato una ragazza giovanissima che aveva pianificato qualche mese sabbatico e un tot di soldi di papà per mettere piede – letteralmente, a volta si trattava di soli aeroporti – in tutti i paesi del mondo nel minor tempo possibile, diventando così la più giovane campionessa in questa demenziale attività. Chiarisco, la tentazione è grande, lo ammetto: è capitato anche a me a volte di pensare di mettere un piede al di là del confine non fosse altro per dirmi di esserci stato, anch’io ho la mia mappetta dei paesi visitati e quelli no, anch’io tengo conto di quante repubbliche ex-sovietiche mi manchino, è così. Non ho però mai, a onor mio, fatto il discorsetto del ‘viaggiatore e non turista’ ma insomma la distanza è quella che è. Il punto è, comunque, che quel racconto di Fatland di quel grottesco gruppo di persone a caccia della medaglietta mi torna alla mente ogni volta e mi riporta al senso delle cose e allo scopo della faccenda, mi fa rallentare e mi fa guardare intorno a me, pensando a ciò che sto vedendo e facendo. Non poco, per niente.


David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più (1998)
Erika Fatland, La frontiera. Viaggio intorno alla Russia (2017)
Erika Fatland, Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale (2016)
Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane (2012)
Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale (2019)

le fotografie di Danila Tkachenko

Tkachenko è un fotografo e artista visuale russo e con il suo progetto ‘Restricted Areas’ ha vinto nel 2015 l’European Publishers Award for Photography. Come spiega, l’intento “is about utopian strive of humans for technological progress” e le fotografie sono scattate in centri tecnologici sovietici e limitrofi oggi abbandonati.

Il progetto è più complesso, c’è più sostanza, lo spiega. La scelta di farlo nella neve è ovviamente di grande effetto, incontrando anche il nostro immaginario occidentale al riguardo. Queste foto gli devono aver richiesto enormi quantità di tempo e di fatica, anche solo per raggiungere nel momento giusto decine di posti sperduti nei paesi del patto di Varsavia. E sono ispirate, a parer mio.

mediocri di tutto il mondo, lui ci ha assolti

In gran parte convincente e ben riuscita la serie ‘Amadeus’, a parer mio.

Fresca fresca di forno, riprende la vicenda raccontata da Forman nel suo memorabile film e da Shaffer nella sua opera teatrale e, se volessimo andare ancora più indietro, da Puškin nel suo dramma, ovvero come Salieri, invidioso di cotanta ingiustizia e allo stesso tempo rapito da tanto genio, abbia operato in modo fattivo per far fuori definitivamente Mozart, scegliendo così la memorabilità seppur nell’ignominia all’oblio. Difficile fare meglio del film e dell’interpretazione di Abraham di Salieri, vero protagonista allora e oggi, e così non è ma la serie aggiunge senza voler superare, dà spessore sia al tormento di Salieri che a quello, trascurato, di Mozart e, non secondari, di Constanze e dell’imperatore. Forse un piano in fiamme poteva essere evitato ma tutta la faccenda regge bene eccome, la consiglio invero. L’involuzione di Salieri e il suo declino, consapevole del fatto che lui e la sua musica saranno spazzati via dal giovane quanto immeritevole genio, lo scontro con il suo dio e la risoluzione battagliera hanno il tempo di essere rappresentati, è il vantaggio delle serie, come il logorio mentale e di conseguenza fisico di Mozart, forse un po’ tagliato via nel film. La fascinazione, la consapevolezza e insieme l’invidia e il fastidio di Salieri sono credibili, gli attori notevoli, serve dirlo che anche la colonna sonora non è male?