Dracula ha intenzione di trasferirsi in Inghilterra

La BBC ha affisso, per promuovere la nuova serie Dracula, svariati cartelloni abbastanza incomprensibili.

Bene i paletti, quelli sono chiari, ma il resto non molto. Il colpo di genio, però, è quando viene buio, ovvero l’ora dei vampiri.

S-t-u-p-pee-nd-o. Qui un time lapse del tutto che chiarisce ancor di più.
Pare purtroppo che la serie, nonostante la presenza di Mark Gatiss e Steven Moffat – ovvero Sherlock per i più avvisati -, non sia all’altezza del proprio cartellone.

ci si allunga, ci si accorcia, ci si espande; ma non ci si scosta da sé

Vinicio Capossela davanti alla casa di Marco Stefanini a Chiavicone, dicembre 2019. (Marco Zanella per Internazionale, Cesura). La frase del titolo è di Massimo Zamboni, da L’eco di uno sparo.

Vinicio Capossela – in occasione dei due concerti che ha tenuto a fine anno al Fuori Orario – ripercorre alcuni dei propri luoghi nella ‘pianura ipermercata’ e, come sempre, offre uno sguardo intelligente e particolare su quel pezzo di pianura che tante volte ho percorso anch’io in cerca di avventure. Che, puntualmente, sono arrivate. Una prece a Sante Nicola, il santo impostore protettore delle “vittime dei propri errori”.
Qui l’articolo, bello, di Giovanni Ansaldo per Internazionale.

la lotteria della natura morta

Il Musée Picasso di Parigi ha organizzato una lotteria e il premio è questo.

Un Picasso autentico, una Natura Morta del 1921 che raffigura un bicchiere di assenzio e un giornale. Valore? Un milione di euro. Costo del biglietto? Cento euro. Certo, poi in caso di vittoria tocca sistemare casa per dare all’opera una giusta collocazione. E poi magari tocca cambiare anche l’arredamento e nascondere il quadro della nonna. Problemi.

Ecco come funziona: il museo paga un milione di euro al proprietario, il libanese miliardario David Nahmad, ovvero il valore di mercato, stornandolo dall’incasso di una lotteria che organizza mettendo in premio, appunto, il quadro stesso. Il ricavato della vendita dei biglietti, che il museo stima in circa venti milioni, dedotto il milione di cui sopra, sarà dato in beneficienza, per «la costruzione e il ripristino di pozzi, impianti di lavaggio e servizi igienici nei villaggi e nelle scuole di Camerun, Madagascar e Marocco, con un progetto sostenibile della durata di cinque anni».

L’idea è buona perché la proporzione tra costo del biglietto, accessibile ragionevolmente a quasi tutti, e il valore del premio, tangibile e intangibile, è sufficientemente allettante per garantire una buona partecipazione e, di conseguenza, un buon risultato. Interessati? Ecco qua.

Non è la prima volta che il Musée Picasso indice un’iniziativa del genere, la prima volta sette anni fa finanziò un progetto per il recupero di Tiro, antica città del sud del Libano e patrimonio mondiale dell’UNESCO. La città di Didone, voglio dire.
Proposta meritoria.
Nel frattempo, complimenti al Musée per il logo, divertente, anche se poco utilizzabile e sembra il logo di un profumo.

il grande maestro

Fan Ho è stato un grande fotografo: le sue fotografie, scattate nel corso di una vita sempre con la Rolleiflex K4A regalatagli dal padre a quattordici anni, mostrano un interesse sincero per la vita urbana, per le persone, i mercati, le strade, i vicoli, i venditori e i bambini.
“Approaching Shadow”, la sua fotografia più nota:

Era chiamato ‘il grande maestro’. Uno sguardo gentile.

tre cinema belli

La cosa più bella dei cinema di una volta è, a mio ricordo, che si poteva entrare in qualsiasi momento del film, sia che fosse appena iniziato o all’intervallo tra i due tempi o, addirittura, oltre: il bello, ecco che viene, stava nel fatto che, avendone perso un pezzo, era possibile restare nel cinema anche dopo la fine dello spettacolo e colmare la lacuna seguendo l’inizio della proiezione successiva. Se si era dei ribelli veri, e io modestamente lo eri, si poteva anche guardare il film due volte di fila. Magari facendo una sequenza così, partendo alle tre e un quarto del sabato pomeriggio: secondo tempo, primo, secondo, primo. Magnifico.

Tutto questo si accompagnava a un’altra caratteristica dei cinema di, almeno almeno, trent’anni fa: ce n’erano un sacco. Ovvero, ogni sala era diversa dalle altre, c’era quella comoda e quella fredda, quella in cui si sentiva malissimo e quella con lo schermo nuovo. Cinema grandi, piccoli e medi, alcuni in centro e altri periferici al limite della sala parrocchiale (altro genere, non era propriamente cinema), spesso nelle vie centrali se ne potevano trovare ben più di uno, a poca distanza tra loro. Il che era anche abbastanza normale, visto che proiettavano film diversi.

Alcune sale erano davvero belle. Dentro, fuori, l’uno e l’altro in alcuni casi meno frequenti. Alcune avevano anche il bar, altre solo le caramelle alla cassa, alcune un atrio elegante in cui aspettare la fine dello spettacolo con cartelli luminosi che comunicavano l’avanzamento della proiezione, altri invece più alla sperandio, era un po’ il bello di finire in un cinema piuttosto che un altro. Magari era talmente bello che aveva anche la galleria e le sedute in velluto.

Se il cinema più antico d’Italia pare sia il Sivori di Genova, che diede in proiezione i Lumière quasi in contemporanea a Parigi, il più piccolo è, appunto, il Cinema dei Piccoli a villa Borghese. Tra i più sontuosi l’Odeon di Firenze, il cinema Adriano/Ariston a Roma e il bellissimo Lux di Torino, ancora in funzione (chi indovina come si chiamava sotto il fascismo vince un boero). Al Lumière di Bologna, addirittura, i film prima li restaurano e poi li proiettano. Tra i più bruttini, di solito, quelli a luci rosse che, in quanto a numero, non erano certo da meno che quelli più presentabili. A Perugia, il cinema Carmine prima fu rinominato in Moderno, poi in Modernissimo, per adeguarsi ai tempi, e per finire con un colpo di genio, pochi anni prima della chiusura, fu ribattezzato PostModernissimo.

A Torino, qualche anno fa, in un multisala in periferia ho visto un film dalla prima fila che era talmente prima, quindi sotto lo schermo, che le poltrone erano delle specie di letti reclinati: gran dormita. L’anno scorso a Catania, invece, in una di quelle piccole multisala che ci sono in centro in alcune città italiane, il King, ho visto un film in una microsala tecnicamente avanzata capiente, direi, quindici posti al massimo: magnifico. Audio e video ottimi e se sei in due manco ti siedi vicino, talmente è piccolo. Come essere nel salotto dell’amico ricco.
Ma il massimo, il vero lusso, è avere un cinema sotto casa: alzarsi da tavola tre minuti prima, scendere e andare a vedere un film, uno qualsiasi, non importa nemmeno il titolo. Perché è lì, comodo, e andare al cinema è bello in sé. A volte, poi, capita il colpo di fortuna: essere da soli. Nessuno in tutta la sala. Lusso allo stato puro.

E ora, finalmente, il motivo per cui ho cominciato questo post: tre sale cinematografiche belle. La prima a Berlino, il Kino International sulla Karl-Marx-Allee, orgoglio della DDR e di tutto il cinema socialista, era la prima sala del paese, dove proiettavano le anteprime della DEFA alle seicento personalità intervenute.

Sembra un proiettore di diapositive. Degli stessi architetti, Kaiser e Aust, costruito poco più avanti e sempre sulla Karl-Marx-Allee, l’enorme Kosmos, la sala più grande della DDR, oltre tremila posti. Quella per le première.

Oggi la seconda è un centro congressi, mentre l’International è ancora un cinema. Sì, non scopro certo oggi di avere l’ostalgie. Ma per dimostrare la mia imparzialità in questo caso, ecco la terza sala, altrettanto bella sebbene di periodo, stile e luogo diverso: il Cinema Impero.

Razionalista, decisamente. Nell’Eritrea coloniale, ad Asmara, è rimasto sostanzialmente intoccato come da progetto di Mario Messina nel 1937. Simile ad altri edifici della colonizzazione italiana, il Fiat Tagliero e il palazzo del governatore di Asmara su tutti, ha un gemello a Roma, Impero anch’esso, a Tor Pignattara.

Sempre di Messina che era uno che, evidentemente, non buttava via nulla. Ma quello di Asmara è una bella tacca sopra in quanto a bellezza e proporzione.

feed your head

C’è una canzone meravigliosa che è, in sostanza, un bolero con un andamento crescente, one pill makes you larger, poi dopo poco più di un minuto aumenta il ritmo, ask Alice, il suono cresce di intensità, diventa irresistibile, re–mem–beeer, e in poco più di due minuti tutto è detto ed è capolavoro. Nutri la tua testa.

È White rabbit, esatto, (qui nella versione cantata a Woodstock) ed è stata scritta da Grace Slick poco prima di entrare nei Jefferson Airplane. Non basta? Ci mettiamo, allora, anche Somebody to love (anche questa nella versione dal vivo a Woodstock), scritta anche questa da lei, e il discorso è chiuso. Qui la si ama.
Oltre che autrice, Grace Slick è cantante di gran voce, artista, pittrice, musa di una certa controcultura psichedelica, donna di fascino eccezionale, e oggi tra l’altro compie ottant’anni (qui la sua storia in modo ampio).
Che dire? Auguri e che il signore la protegga nei secoli dei secoli amen.

don Ron di Wantagh

C’è una chiesa nello stato di New York, la Wantagh Memorial Congregational Church della Chiesa Unita di Cristo, che come quasi tutte le chiese americane ha una bacheca all’aperto sulla quale il pastore scrive settimanalmente frasi a effetto o passaggi evangelici per colpire l’attenzione dei fedeli e non.

Il reverendo, don Ron, è a dir poco un progressista con un’aperta visuale sulle cose del mondo, ce ne fossero. E don Ron è l’autore delle scritte sulla bacheca della chiesa. Eccone alcune, non le tradurrò perché son proprio belle così.

Una, giusto per gradire: “Gesù ha avuto due papà ed è venuto su abbastanza bene”.

Good job, Ron. Go ahead.