e Carlo Alberto che fa? Aspetta.

Cominciamo agosto con una delizia: le lezioni di storia del professor Barbero.

Alessandro Barbero è un ottimo storico, autore di libri serissimi e molto documentati, e, caso abbastanza raro, un altrettanto ottimo divulgatore: riesce ad appassionare chiunque a qualsiasi argomento storico, dalle vicende del dottor Sorge a Tokyo a Caterina da Siena a Caporetto ai vercellesi.
Non vi resta che fare la prova: chi riesce a rendere divertente la narrazione delle tre guerre di indipendenza merita senz’altro di essere ascoltato. Qui una ricca raccolta delle sue lezioni in formato audio, per la maggior parte raccolte durante il Festival della Mente di Sarzana: fidatevi, allungherete il viaggio o le pulizie.
I podcast si trovano anche su tutte le maggiori piattaforme, Apple, Castbox, PodBean, Google etc., grazie all’ottimo lavoro di Fabrizio Mele. Grazie!

A riprova di quanto dico, ecco le tre guerre di indipendenza.
E ne avrete dipendenza, sicuro.

Tutti a Custoza, a perder le battaglie!

siamo stati delvonizzati

Milano, una sera d’estate in un posto fighetto dentro l’ex-Ansaldo – enorme fabbrica in centro città recuperata a uso ricreativo, bellissima – siamo stati delvonizzati da lui, Delvon Lamarr.

Egli, Delvon, è l’hammondista seduto a destra, accompagnato nel trio dal batterista dei Polyrhythmics, se non erro tra le altre cose, e un chitarrista ottimo tanto quanto disadattato, Jimmy James, e ci ha deliziato con un paio d’ore di robusto soul-jazz spaziando da Wes Montgomery a Jimmy Smith ai Van Halen ai suoi pezzi da venti minuti ciascuno a quanto possa piacere stropicciare in generale su un Hammond.
Cento persone forse meno, ottima dimensione, suoni buoni, serata calda e piacevole, insomma tutto al proprio posto. Come dev’essere.
Spero di essere delvonizzato ancora.

i ragassi son giù che suonano

Bravi ragazzi.

Greta Van Fleet, Bologna.
Nonostante la scarna discografia (un paio di cover, infatti), i ragazzi l’hanno tirata in lunga con saggezza e, ehm, manico insospettato per l’età. Bravi, nulla da dire. Merito senz’altro del bassista-tastierista sopra tutti, che detta l’inesorabile ritmo al tutto, ma complessivamente validi tutti e quattro. Si faranno, auguro loro lunga vita.

I dont’ wanna live like this / but I don’t wanna die

E poi ho sentito i Vampire Weekend.

Undici anni che si aspettava, qui, e loro stupiti che anche in Italia ci siano estimatori. Eccome, caro, eccome. Due batteristi, bassista, chitarrista, voce/chitarra, tastierista e l’arma segreta, la controcantante/chitarrista/tastierista. Due ore e venti per un concerto meraviglioso.

Non gli si darebbe una cicca, a lui, sembra uno appena uscito dal bar del campeggio verso il minimarket. E invece? Genio. Ebreo niuiorchese, brillante, fantasioso, eclettico, vario e mai uguale, che dire?
Se volete gustare uno dei piaceri della musica contemporanea, ascoltateli: Vampire Weekend. Quattro dischi in tredici anni che più pieni di idee non si può, partire tranquillamente dall’ultimo. E dal vivo sono eccezionali, garantisco.

un popolo sempre civile

Concerti: un periodo impegnativo. Stasera, Dream theater vicino a Verona.

Una prima per me. In un’appropriata cornice, un castello scaligero, in versione ridotta perché inseriti in un festival (un’ora e mezza invece delle consuete tre), ottimo concerto del classico metal-prog che li contraddistingue, senza schermi o specchietti che distraggano dalla musica. Ben fatto e bella compagnia.
Una nota positiva, come sempre: la civiltà del popolo metal su tutti, rispettosi, tolleranti e gentili. Sempre bello scoprirlo.

domenica ti porterò sul lago

Ottima occasione per passare una serata estiva al lago, brezza e salamina, il concerto degli I hate my village.

Ne dissi già, sono una tra le novità più interessanti dell’anno a parer mio. Essendo un supergruppo, da Calibro 35, Bud Spencer Blues Explosion, Jennifer Gentle, Verdena, il grado di abilità è molto alto e la facilità nei movimenti è evidente.

Di bello, c’è che rispetto al disco i suoni sono più grezzi e meno pulitini, il tutto ne guadagna in vitalità e ritmo, notevole davvero. Di meno bello, c’è che la conformazione audio è da festival e, quindi, troppo alti i livelli delle due chitarre che soffocano batteria e basso, sarebbero da sentire di più.
Ma son sciocchezze, concerto bello, con cover finale dei Jackson 5, in tutto divertente e coinvolgente. Consiglio.

gli Intoccabili a Mantova

Palazzo Tè, e già a me va bene quasi qualunque cosa.

Il pretesto è il penultimo concerto, final, di Ennio Morricone: orchestra sontuosa di novanta elementi più una trentina di coristi, più alcuni solisti di primo piano, non si può dire che gli imponenti mezzi non siano spiegati.
Pubblico molto pagante delle grandi occasioni, le prime file ben vestite e desiderose di interagire con standing ovations davvero frequenti. E Morricone, giustamente, gli applausi li desidera e se li prende proprio tutti, esecuzione per esecuzione.
Alcune sensazionali, Gli Intoccabili e Mission, molte altre che io non conoscevo, che so: La tenda rossa, Altri, dopo di noi, Olmo e Alfredo, Ostinato ricercare per un’immagine, Aboliçao e così via, un concerto che sono contento di aver visto, una volta nella vita. E non credo saranno gli ultimi, lui pare in forma, cammina e dirige bene, scommetto su altre esibizioni.

Michele, l’intenditore e Kurt, il Vile

«Pubblico di intenditori da grandi occasioni», dice un recensore, e io confermo: perché c’ero. E perché, modestamente, intendo.
Kurt il Vile & the Violators a Milano, serata di giugno, calda e bella, i due amici dei concerti, tutto giusto e al proprio posto, come dev’essere.

foto di Oriana Spadaro per www.rockon.it

Concerto eccellente, davvero, perché l’ultimo disco (Bottle it in) è molto bello, perché gli arrangiamenti da concerto prevedono anche un po’ di elettronica che si sposa ottimamente, perché lui con quell’aria da uno che deve ancora svegliarsi ci mette il giusto, perché musica e niente chiacchiere.
Perfetto.

apertura di stagione

A Milano, all’aperto come si conviene in stagione ancora formalmente primaverile, il concerto di apertura del mio estate-autunno musicale: i Dream Syndicate.

(foto Musicattitude)

Concerto strepitoso, come ogni volta con loro, in stato di grazia semi-perenne. Qualcuno ha constatato “lo scarso ricambio generazionale nel loro pubblico, in larghissima parte composto da gente con diverse primavere sulle spalle”, esatto: sono io, ed è anche quello il bello: siamo sempre gli stessi, un centinaio suppergiù, sia che ci troviamo al Bloom d’inverno o al Magnolia d’estate, un anno o l’altro. Sarà che i giovani non ne capiscono? Certo.
Una pecca, grossa: gli ultimi due pezzi fatti con Manuel Agnelli, strappone imbarazzante, abbastanza inutile sul palco visto che nulla di buono ha aggiunto. Mah, misteri dell’amicizia.
Per il resto, bel disco nuovo, bel concerto, bella gente, bella birra, bel caldo, e il mio suggerimento, come spesso dal 1988 ad oggi, è mettere su Ghost stories.

arte a Venezia

In questi giorni di Biennale è apparso uno stencil su un muro a Campo Santa Margherita.

foto di Lapo Simeoni

Non difficile individuarne la mano, direi con buona certezza. Il salvagente vestito dal bambino, il razzo di segnalazione, i piedi nell’acqua dicono molto, puntando l’attenzione sulla questione sbarchi e migranti.

foto di Lapo Simeoni

Pare siano passati tre o quattro giorni prima che qualcuno l’abbia notato. Notevole, Banksy, anche stavolta: è tornato finalmente alle cose che lo contraddistinguono – più dei numeri da Sotheby’s, a parer mio – e alla sua modalità colpisci-e-fuggi, lasciando al tempo, al caso e all’attenzione altrui l’eventuale scoperta del lavoro.