la trilogia di Corfù

«Questa è la storia dei cinque anni che ho trascorso da ragazzo, con la mia famiglia, nell’isola greca di Corfù. In origine doveva essere un resoconto blandamente nostalgico della storia naturale dell’isola, ma ho commesso il grave errore di infilare la mia famiglia nel primo capitolo del libro. Non appena si sono trovati sulla pagina non ne hanno più voluto sapere di levarsi di torno, e hanno persino invitato i vari amici a dividere i capitoli con loro».

Questo è l’incipit di «La mia famiglia e altri animali» di Gerald Durrell, libro molto divertente che racconta gli anni tra il 1935 e il 1939 della famiglia Durrell nell’isola greca.

È un libro che consiglio caldamente, pieno di racconti e trovate divertenti e argute, vissute da Gerald ragazzino, il più piccolo dei quattro fratelli (tra cui Lawrence, il futuro scrittore), con animo incantato e non del tutto consapevole delle difficoltà economiche della famiglia. Gerald Durrell diventerà, poi, un importante e apprezzato naturalista e divulgatore.

Dal libro, come talvolta fortunatamente accade, è stata tratta una serie tv a parer mio fatta davvero molto bene. Dal grigiore di Bornemouth la luce greca illumina quasi da subito le scene della vicenda, rendendole luminose e festose nonostante le disavventure della famiglia, l’ambientazione è meravigliosa, tra cicale e bellissime case sul mare dai soffitti fatiscenti, gli attori sono notevoli, in particolare Keeley Hawes che interpreta la madre Louise (senza dimenticare Josh O’Connor e Milo Parker, rispettivamente Larry e Gerry).

Per fortuna, insomma, la trasposizione funziona, aggiungendo al libro un’altra, piacevolissima, possibilità per seguire le vicende della famiglia Durrell. Cose belle.

song of the day: Metric, ‘Dark saturday’

Darcdarcdarc, ogni promessa è debito: la promessa è il primo singolo, qua sotto con video girato con smartphone, e il debito è il disco a settembre.

Metric, Dark saturday, il disco è annunciato per il 21/9. Come dice Emily Haines, “le chitarre tornano in auge” ed è vero, a sentire le premesse: l’anda richiama Fantasies e questo è solo bene. Molto bene. Soddisfatto, anelo.

don’t wanna hold hands and talk about our little plans alright!

Ci sono cose che uno dovrebbe ricordarsi, prima di andare in mezzo agli inglesi: primo, che quando loro andavano nudi vestiti solo di pelle di coniglio, noi già si ammazzava un Giulio Cesare.

Secondo, che se vai a un concerto a Manchester e pretendi di stare in prima fila o quasi, dovrai vedertela con una bella quantità di liamgallagheri belli decisi ad avere il tuo posto.

Detto fatto: Jet, O2 Ritz, Manchester, lunedì scorso, prima fila o quasi, come da foto.
Confermati anche i liamgallagheri, che non erano necessariamente solo maschi, i quali con atteggiamento amichevole hanno sfoggiato gomitelli, spintonelle, pugnetti e arguzielle da linguaggio corporeo non verbale tutt’altro che disprezzabili: non sarò certo io che mi tiro indietro, viva l’amicizia a cena e le belle cose di gruppo. Ma che fatica. E che scambio di fluidi corporei.

I Jet: concerto clamoroso, potente, ribaldo e ben suonato nonostante i quindici anni da Get born, impossibile stare fermi e impossibile non accettare la sfida inglese.
E terzo, sugli inglesi: ora ho capito, un manchesteriano gallagheriano degli Oasis non potrà mai andare d’accordo con un londiniano albarniano dei Blur (non parliamo di James, figuriamoci), troppa distanza e troppe cose.
Quante cose si imparano, a viaggiare.

you’re lucky lucky you’re so lucky (aimtu)

Il mio programma musicale-dal-vivo di questo breve periodo prevede: Courtney Barnett, Franz Ferdinand, Roger Waters e Jet. Primi due fatti, ieri sera FF.
Che i FF fossero delle macchine da muovilculo si sapeva, basta pescare quasi qualsiasi pezzo della loro, ormai consistente, discografia. Ne cito dodici, per dire: “Right Action”, “Darts of Pleasure”, “Bullet”, “Eleanor Put Your Boots On”, “The Fallen”, “Walk Away”, “No You Girls”, “Matinee”, “Do You Want To”, “Take Me Out”, “Lazy boy”, “Jacqueline”.
Il bello è che lo sono anche dal vivo, tre chitarre due tastiere bassobatteria, trascinanti mica poco, persino quando Kapranos tra una canzone e l’altra sostiene che il lago di Garda è uguale a Glasgow: preciso. Forse pure di più dal vivo, con tutti quei saliscendi e riprese e salti nella loro musica, uno spasso, piano poi forte poi su poi giù. Basta aspettare il secondo 19 di “Do You Want To”, uno degli esempi eclatanti.

Per celebrare, perché i miei prossimi due giorni saranno alla loro insegna, un po’ di Ulysses:

E nel tempo non sbagliano quasi un colpo, tanto che l’ultimo disco, Always ascending, è bellissimo, esattamente come tutti gli altri negli ultimi quattordici anni.
Se ne serve ancora, un po’ di Do you want to.

Viva!

1.9 error-per-billion statistic

Il ‘dabba‘ è il portapranzo fatto a cilindro d’acciaio con diversi contenitori, il ‘wala‘ è il fattorino: esiste una comunità di cinquemila dabbawala o dabbawalla che a Mumbai ogni mattina raccoglie circa duecentomila gamelle con il pranzo preparate da ristoranti o fatte in casa e le consegna ai lavoratori negli uffici e nelle fabbriche.
Ogni dabbawala consegna circa quaranta pasti, ovvero quasi settanta chili, in bicicletta, treno o carretti, e la cosa eccezionale – Harvard l’ha testimoniato – è che in media si verifica un errore di consegna ogni sei milioni (Forbes sostiene addirittura 1,9 errori per miliardo di consegne).

Proprio da un errore di consegna di un pasto prende spunto Lunchbox, in originale Dabba, un film indiano del 2013 che racconta, poi, il rapporto casuale tra la casalinga Ila Singh, abitante in un quartiere borghese indù, e il contabile Saajan Thomas, uomo solitario vicino alla pensione che vive in un vecchio quartiere cristiano.


È un film molto bello, a parer mio, molto delicato, arguto e gentile nei sentimenti. Consiglio (grazie, mr. C).

Mozart in the park

La New York Philharmonic, la più antica orchestra degli Stati Uniti che ha avuto tra i propri direttori anche Mahler, Toscanini e Bernstein, farà anche quest’anno quello che fa d’estate dal 1965: suonerà nei parchi pubblici.

E io dico: non è bellissimo? Il pubblico, ovvio, apprezza.

Musica classica prima a Central park, poi nel Queens a Cunningham Park, poi a Prospect Park a Brooklyn. Meraviglioso, dopo cena al parco, nell’erba, cielo stellato e musica insieme a migliaia di persone, che invidia. Un rimando? Mozart in the jungle, sicuro. E io mi rodo d’invidia.