Mozart in the park

La New York Philharmonic, la più antica orchestra degli Stati Uniti che ha avuto tra i propri direttori anche Mahler, Toscanini e Bernstein, farà anche quest’anno quello che fa d’estate dal 1965: suonerà nei parchi pubblici.

E io dico: non è bellissimo? Il pubblico, ovvio, apprezza.

Musica classica prima a Central park, poi nel Queens a Cunningham Park, poi a Prospect Park a Brooklyn. Meraviglioso, dopo cena al parco, nell’erba, cielo stellato e musica insieme a migliaia di persone, che invidia. Un rimando? Mozart in the jungle, sicuro. E io mi rodo d’invidia.

un concerto, Courtney, un granducato e i motivi per andare in posti dove uno no

E poi, finalmente, è successo: ho sentito Courtney Barnett dal vivo.
Per farlo, mi sono dovuto trasportare in Lussemburgo che è una cosa che una persona sana di mente senza esigenze di capitali all’estero non dovrebbe mai fare.

In un posto piccoletto, al coperto, CB ha offerto un concerto decisamente all’altezza, tra i primi tre concerti al chiuso mai visti nella mia carriera, senz’altro. Anche perché ero in seconda fila. In compagnia di mr. L., che ha concordato con le mie modeste valutazioni, è stato bello: formazione classica con batteria, basso, tastiere e all’esigenza seconda chitarra, e prima chitarra/voce in capo alla titolare, la sezione ritmica a dir poco eccellente tira su da sola tre quarti della canzone per cui non è troppo difficile costruirci sopra il resto, CB in alcuni singoli esprime una natura pestona che, sono sincero, non mi aspettavo e che mi ha piacevolmente sorpreso. Un animale da palco, tanto è poco verbosa sul divano quanto è a suo agio davanti al pubblico dal punto di vista musicale (resta comunque poco verbosa).

Talentuosa, con tanto tanto margine di miglioramento, non credo di sbagliare di troppo se la accosto – come ho già fatto – a Dylan per creatività, facilità di scrittura, fantasia, innovazione, capacità di creare suoni distintivi: senz’altro la novità più interessante degli ultimi anni, continuo a dirlo. E dal vivo conferma tutto: molto molto bello. È persino valsa la pena andare nel Lussemburgo, figuriamoci.

oggi in Valvenosta i turisti si fanno i selfie

Curon, il sudtirolo, una diga che avanza e l’acqua che sale, i fascisti prima e i nazisti poi, la guerra che viene avanti, la fame, le montagne dove scappare, optanti e restanti, l’Italia e la Germania, scelte da compiere senza nemmeno intuirne – davvero – le conseguenze, figli affascinati da Hitler e padri legati ai sentieri da compiere tutti i giorni. Molti racconti, molta vita che si dipana all’ombra delle vicende apparentemente più grandi.

Un bel romanzo: Marco Balzano, Resto qui, Einaudi 2018.
Spiega Balzano: «Se la storia di quella terra e della diga non mi fossero parse capaci di ospitare una storia più intima e personale attraverso cui filtrare la storia con la s maiuscola, se non mi fossero immediatamente sembrate di valore generale per parlare di incuria, di confini, di violenza del potere, dell’importanza e dell’impotenza della parola, non avrei, nonostante il fascino che questa realtà esercita su di me, trovato interesse sufficiente per studiare quelle vicende e scrivere un romanzo».
Grazie a mr. C. per il buon consiglio, che giro.

I’ll be what you want oh when you want it / but I’ll never be what you need

Oggi esce, era ora, il nuovo disco di Courtney Barnett.
Naturalmente qui lo si ascolta da un bel po’, per via dei singoli sbrodolati nei mesi scorsi e di sfroso negli ultimi giorni, e un’idea me la sono fatta. Ma nonostante l’acquisto sia di mesi fa (bisognerebbe parlarne un po’, di questa cosa del pre-acquisto fatto eoni prima), è oggi per davvero che è sul piatto. E il 10 giugno si va a sentirla, nel posto strano. Viva.

Ah, anche in cassetta.

Dal vivo, io dico Charity. Sul piatto, dico Help your self.

che il Dio di Mosè sia alla tua destra

Forse nemmeno un’ora di lettura, qualche decina di pagine per quello che è un vero gioiello dal punto di vista dell’intreccio e della struttura: Katherine Kressmann Taylor, Destinatario sconosciuto.

Si tratta di un romanzo epistolare pubblicato nel 1938 su una rivista americana, Story, e poi come libro autonomo, che riscosse un immediato successo per poi essere dimenticato e riscoperto negli anni Novanta. Oltre alla lettura in sé, un testo del genere – 1938, lo ricordo – dimostra come negli Stati Uniti fossero perfettamente a conoscenza di ciò che stava succedendo in Germania in quegli anni.
Bastava volerlo sapere.

Luis Bacalov and David Axelrod mixed with elements from afrobeat or cosmic jazz

È uscito, finalmente, dopo lunga lunga attesa.

Ecco qua, per chi volesse una qualche anteprima, ma io dico: mollate ‘sto striming, comprate dischi che è più bello.

All’auto presto, dritti al Giambellino!