song of the day: Cake, ‘Short Skirt / Long Jacket’

I Cake sono un gruppo eccezionale: eclettici, bravissimi, spiritosi, innovativi ma allo stesso tempo – eccezionali per questo – stranamente compassati, stralunati, a volte poco comprensibili, completamente inadatti allo showbiz.
Dal 2011 non pubblicano un disco, è dal 2014 che non li si sente, la volta che li ho visti a Milano dal vivo hanno cercato, a un certo punto del concerto, di regalare una pianta a una fortunata spettatrice, non riuscendoci del tutto. Insomma: decisamente al confine, labilissimo, tra genio e incomprensibile follia.
Come questo video: grandissima canzone, un video bello ma del tutto inutile, visto che la canzone la sentono bene solo le persone con le cuffie (qui per sentirla meglio).

Perfettamente Cake.
Ogni loro disco è ottimo, perfettamente ascoltabile senza sorprese negative, tutta la loro discografia è di rara compattezza e coerenza e spazia senza difficoltà dalle influenze mariachi a quelle della musica folk iraniana. Inarrivabili.
(Oh, il lettore cd portatile, manca solo il dinosauro…).

woo-hoo

Quanto sono bellissimi i documentari in generale e in particolare quelli musicali? Lo sono, sono bellissimi. Parlerò più avanti di Soundbreaking, di Sonic Higways, di Supersonic, di Soul of America, di Miss Sharon Jones, o magari no, comunque qualche sera fa ho finalmente visto questo.

Che è del 2010 ed era, quindi, ora. Che dire? Che per me tutto quello che vien fuori dai Blur va sostanzialmente bene e questo documentario non fa eccezione. Certo, è molto molto centrato sulle ragioni dell’uscita di Coxon dalla band e sui motivi di risentimento tra lui e Albarn, sulle riflessioni di James, il bassista che ha scritto anche un libro sul suo periodo nei Blur, e molto poco sulla parte per me più interessante, ovvero la scrittura dei pezzi e degli album, la vita in una band catapultata nel bel mezzo di una guerra commerciale e il successo spropositato. Pochino, da quel punto di vista, pazienza.
Al documentario si accompagna il videone del concerto della reunion a Hyde Park nel luglio 2009 e quello sì che è trascinante da guardare, come lo sono da ascoltare i dischi dal vivo usciti allora. Perché i concerti dei Blur sono strepitosi, divertenti ed esagitati, io ne ho visto uno in Belgio in una notte d’estate del 2013 e ancora me lo ricordo come bellissimo, sicuro nella top faiv delle cosone dal vivo. Ecco qua un pezzo che rende l’idea di quella notte.
Un’idea abbastanza precisa di come sia un concerto dei Blur si può avere qui, dal concerto di Hyde Park del 2012, eccezionale. Ma bisogna guardare il pubblico saltare tutto insieme ed essere lì in mezzo per saperlo davvero.

Il documentario è integralmente visibile qui.

song of the day: the Kinks, ‘Strangers’

Se i Kinks sono a livello degli Who, e lo sono, eccome se lo sono, allora ‘Strangers‘ sta a livello di ‘They are all in love‘: ovvero quelle dieci, quindici canzoni nella storia della musica – venti, dai – che procurano al cuore estasi, struggimento, dolore e insieme gioia, tantaggioja.

Se il testo di ‘Strangers‘ è un po’ più facile rispetto alla canzone degli Who, la melodia è più complessa e la voce di Ray Davies, praticamente i Kinks da solo, canta in quel modo che solo lui che pare stonato, che pare sopra o sotto e invece, accidenti, è proprio quello giusto.
Da Lola Versus Powerman and the Moneygoround, Part One, in molti si sono accorti di questa canzone nel tempo, specie nelle colonne sonore, e non c’è nulla di male, anzi: è sempre bello riascoltare e cantare insieme If I live too long I’m afraid I’ll die. Eccezionale, con l’inconfondibile batteria elastica che sta sotto a tutto il pezzo e, meraviglioso, chiude.

song of the day: Noel Gallagher’s High Flying Birds, ‘Holy Mountain’

Il fratello Gallagher più furbo, e più bravo, è in uscita con il nuovo disco, come quell’altro. Uno dei singoli di lancio è questa «Holy Mountain» che sembra avere un po’ di cose fuori posto, il flautino Hohner i coretti da spiaggia californiana i fiati dens dens, e poi invece dopo tre ascolti tutto va a posto e diventa magia.

E via in auto a tutto volume, a fare u-u-uuuh, chissà come si incazza Liam adesso, non vedo l’ora. Il disco, Who Built the Moon?, esce a fine mese.

song of the day: The Bloody Beetroots + Jet, ‘My name is thunder’

The Bloody Beetroots è un progetto musicale che adesso dirò delle inesattezze ma è italiano, porta la mascherella e fa musica pestazza spesso ignorante che a me piace perché sono spesso ignorante e pestazzo e l’hard rocche pestazza come spesso l’elettronica. Siccome il signor Bloody Beetroots è saggio ha deciso di unirsi ai Jet, uno dei miei gruppi dilettosi, per far su un pezzone pestazza che la batteria batte costante e si salta tutti insieme.
Raccomando, per carità, il volume adeguato così che da 00:48 il ritmo si senta dritto nel centro del cranio. Eccolo (ma è meglio sentirlo qui che pompa di più):

Buone notizie, dunque: i Jet sono per davvero di nuovo in giro e io non mancheròlli, Bloody Beetroots è in gran forma e ha appena smollato un disco truffa, per usar parole sue, in cui c’è anche la versione rock del pezzo di poco fa.
Insomma, tutto va bene.

la più bella del giorno (il disagio mentale)

Cito ma testuale testuale (I had a “punk phase” in the 90s):

Ivanka Trump: ‘Sono stata una punk, ho pianto quando è morto Kurt Cobain’

Oddio, muoio, da qualsiasi parte si guardi è impossibile senza morir dal ridere.
La perla è dall’autobiografia della madre Ivana, nelle migliori librerie.

L’irresistibile diffusione del (virgolette e corsivo enfatico) punk (chiuse virgolette e fine corsivo enfatico) nell’East side nei primi Novanta.

Io sono stato un dark e ho pianto alla morte di Freddy Mercury.