arte a Venezia

In questi giorni di Biennale è apparso uno stencil su un muro a Campo Santa Margherita.

foto di Lapo Simeoni

Non difficile individuarne la mano, direi con buona certezza. Il salvagente vestito dal bambino, il razzo di segnalazione, i piedi nell’acqua dicono molto, puntando l’attenzione sulla questione sbarchi e migranti.

foto di Lapo Simeoni

Pare siano passati tre o quattro giorni prima che qualcuno l’abbia notato. Notevole, Banksy, anche stavolta: è tornato finalmente alle cose che lo contraddistinguono – più dei numeri da Sotheby’s, a parer mio – e alla sua modalità colpisci-e-fuggi, lasciando al tempo, al caso e all’attenzione altrui l’eventuale scoperta del lavoro.

la dichiarazione dell’ananas

Questa cosa è genio, puro genio, g-g-e-n-n-n-i-o-o-o.

In pratica, mentre Salvini parla – come peraltro fa a tutte le ore di tutti i santi giorni che il Signore manda in terra mai che se ne perda uno – spunta tra i microfoni un ananas. Lui prosegue ma nessuno, nel mondo e nell’universo, ha idea di cosa abbia detto dopo.
Fantastico.

A Propaganda Live, peraltro, sostengono che il video sia un falso e che la dichiarazione dell’ananas vera sia la loro.
Può essere, fra’.

I have a good feeling about this, Morty

Tre stagioni, trentuno episodi in crescendo di contenuto e complessità, Rick and Morty è una serie animata – genere: cosmic horror, ihih – proprio ben fatta: un nonno inventore, la più grande intelligenza dell’universo, nonché ubriacone e dedito a ogni eccesso, porta con sé il nipote un filino ritardello in ogni tipo di avventura, con contorno di famiglia ben riuscita, di personaggi spassosi (Bird person, ne dico uno, oltre al mostro metà Lincoln e metà Hitler) e di porcatone.
La serie parte piano, riferendosi ovviamente a Ritorno al futuro e Futurama, per dirne due, per poi prendere il largo da metà della seconda stagione in poi, toccando vette inarrivabili nella terza: per esempio, la settima puntata della terza stagione, The Ricklantis Mixup / Tales from the Citadel, è eccezionale, degna di un film di fantascienza e di un poliziesco di eccellente fattura, piena di riferimenti e commovente quando attacca con In the City degli Eagles e descrive l’umanità della Cittadella. Consiglio, per chi capisce il genere.

cose che uno a Manchester

Questo è quello che io intendo per godersi un quadro.

Una sontuosa marina di Henry Moore – Mount’s Bay: Early Morning Summer per essere precisi – vista da me medesimo seduto nella poltrona a sinistra medesima alla Manchester Art Gallery. Medesima.

Non dico andarci apposta, ma se uno c’è per altro allora sì, eccome.
E non trascurerei, in quel caso, Lowry: decisamente l’autore più significativo del contesto industriale manchesteriano (dopo gli Oasis, gli Smiths, i Joy Division e Badly Drawn Boy, chiaro).

in August and everything after, man, them buffalo ain’t never comin’ home

Venticinque anni fa comprai un disco. Un grande disco.

Sì, August and Everything After dei Counting Crows. Fin dalla copertina c’era una cosa che non si capiva: il titolo del disco non corrispondeva a una title-track, e va bene, capita non troppo di rado, ma anche i versi stampati (“They’re waking up Maria…”) non corrispondevano a nulla all’interno del disco. Anche questo capita, ma chissà.
Ora, un millennio di anni dopo, la storia è chiara: era un pezzo lungo, complesso, e Adam Duritz in sala d’incisione non riusciva a suonarne una versione soddisfacente che risolvesse il bandolo della matassa. Alla settima o ottava incisione, avendo altre ottime canzoni già sul disco, lasciarono perdere e la canzone rimase fuori. Amen.

Ora, venticinque anni dopo, a gennaio scorso Adam Duritz ha trovato il bandolo. E io ne sono commosso.

Ora la traccia dodici è al suo posto, dove sarebbe sempre dovuta essere. Che belli, i miei, i nostri e i loro vent’anni. Grazie. Un bellissimo regalo.