altro che sanremo

E ieri sera, poi, i Massive Attack in concerto.

Una prima volta per me, ciò nonostante mi sono sentito abbastanza a casa: tutti coetanei, tutti cresciuti con il videoregistratore – per cui ben si capiscono i filmati con le righe delle testine – e un disco, Mezzanine, che appartiene alla mia generazione.
Una performans artistica più che un concerto, la visione è piuttosto oscura di un mondo dominato dalle macchine, intramezzata qua e là da appelli alla fratellanza e alla cooperazione tra persone nello spirito di Banksy.
Suoni buoni, spettacolo senza pause e senza alcuna interazione col pubblico, band sempre al buio tranne quando Elizabeth Fraser ha cantato le parti vocali di Black Milk, Where Have All The Flowers Gone?, Teardrop e Group Four. Molte le cover – o la musica campionata, forse meglio – tra cui Velvet Underground, Cure, Bauhaus, Horace Andy, Pete Seeger, Ultravox e Avicii. Palazzetto pieno, il pubblico abbastanza immobile per gli standard cui sono abituato io, in definitiva è stata una bella incursione in un territorio per me inesplorato. Grazie alla signora F.

dopo sette anni, una ventata di ottimismo

A sette anni dall’ultimo disco, i Cake hanno pubblicato un nuovo singolo, Sinking ship:

Il senso del pezzo è nelle parole di Crea, cantante e compositore principale del gruppo: «It is a critical time for the world, and it is more important than ever to find leaders capable of putting country above self-interest. Real greatness comes from community, cooperation and ethical leadership». Stupefacente come dopo anni il suono sia identico, pare ieri, e l’impegno dei Cake sia ancora vivo.

 

non accettare caramelle da Anna Maria Franzoni

È autunno e, come da alcuni anni per fortuna accade, sono andato al concerto dei Nanowar. Pardon: Nanowar of steel.

(Io sono quello al centro, ben visibile, con la mano aperta).
A Milano, stavolta. Ottimo e abbondante, come sempre, chiaro che il nuovo disco l’ha fatta da padrone: Barbie MILF, Opelatole ecologico, Cthulhu e la mia preferita in assoluto: Uranus. Ma quest’ultima la capisce solo chi padroneggia l’inglese e ha la malizia nel cervello.
Un disco – la cosa non paia avventata – a parer mio fatto per il mercato estero, diciamo europeo: inglese, parecchio, suono abbastanza omogeneo sul power metal, senza le solite piacevoli canzoncine in altro stile e solo con richiami comprensibili per tutti (Bee Gees, per dirne uno), insomma un passo in avanti verso il meritato successo planetario. E ci tengo a dirlo: io il disco l’ho comprato. Non lo faccio nemmeno per Elton John o Britney Spears.
E ola facciamo che io sto lavolando. Glazie, NoS, anche stavolta.

song of the day: Marta Ren & The Groovelvets, ‘2 Kinds Of Men’

«Well there’s only 2 kinds of men / The one you love / The one you wish for».
Ho già professato la mia devozione a Marta Ren e i suoi Groovelvets, espressione unica del soul americano suonato in Europa, presenza scenica potente, voce inconfondibile, ritmo e grinta da capobanda come è richiesto alle cantanti del genere: perfetta per iniziare un nuovo mese, magari migliore del precedente.
Qui sotto è alle prese con «2 Kinds Of Men», singolo realizzato per il Record kicks day del 2014 e suonato dal vivo due anni fa su Antena 3, emittente portoghese:

Anche il video ufficiale è accattivante, niente da dire, ma dal vivo è un’altra cosa.
Impossibile stare fermi, l’unica è avere il culo cementato alla sedia e, di conseguenza, una vita decisamente sedentaria.

settembre, il mese della frutta fresca

Settembre, andiamo. È tempo di ascoltare, per fortuna.
Esce ora il disco dei Metric, che aspetto da luglio, iddio benedica sempre Emily Haines e la conservi: Art of doubt.

In linea con Fantasies del 2009, disco bellissimo, quindi tutto molto bene.
Poi, per non restare indietro, Paul Weller esce con True meanings, che è proprio fresco fresco e tutto da testare. Ma non tradisce mai, PW.

E di oggi, giornata fortunatissima, è anche Slipstream di Andrew Stockdale, secondo disco solista di quello che è (era) la mente, la guitarra e il tutto dei Wolfmother.

Son quei giorni belli, in cui i dischi cascano come frutta matura e uno – io – non deve fare altro che ascoltarli e, se possibile, goderne: che meraviglia, e c’è gente che si lamenta, io non so.

stuck inside a world I knew I’d never been

E poi, dopo i Jet, è capitato il concerto di fine estate: Nic Cester & The Milano Elettrica al Castello Sforzesco, ieri sera.

Nell’universo non tanto parallelo della sua carriera solista, ha suonato «Sugar rush» con una band numerosa, due fiati, quartetto d’archi, tastiera, chitarra, basso e – cosa difficile da vedere – due batterie. Il che significa anche due batteristi, a volte in aggiunta e, a volte, in simultanea. Questa è «Psichebello», ripresa da me medesimo.

Bel concerto, tante cose, persino un jettiano come me ha molto apprezzato (a proposito: nonostante non mischi mai i progetti, ieri sera una dei Jet l’ha fatta, adattata al contesto), ormai si vede che – nonostante il tùr estivo – questo è il suo progetto principale. Benissimo così, allora, e avanti tutta. Per me, un altro tassello importante che va a posto.