minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: due, comparatistica varia, fiumi e fiumoni, acqua dove non deve, sistemi di cui non sappiamo nulla, scavallo e vado

Non che a Lubiana manchino sobri esempi di leggerezza ed esuberanza jugoslava, tutt’altro, ma si stemperano, specie nel centro, con altri stili e forme e il puppurrì a me non dispiace affatto. Certo, a me piace pure la dance jugoslava anni ottanta, non faccio gran testo, e anche l’estetica dell’est, dalla cecoslovacchia alla mongolia, la trovo accattivante.

Ostalgie, ho l’ostalgie, lo sapevo già. Comunque: le città che preferisco in assoluto sono quelle che non hanno nulla di particolare in sé – cappella degli Scrovegni, per capirci – ma che, prese nel complesso, risultano oltremodo gradevoli e affascinanti. Su tutte, Riga, Amburgo, poi Kaunas, Nancy, Metz, Poznań, Toruń, Siviglia, Treviso, Catania eccetera, comparatistica urbana, si libera mica una cattedra? Tra esse, sicuramente Lubiana e dove sto andando, se non piglio una cantonata: Maribor.

Maribor, Marburg, Maribor, Marburg, ovvero: città storicamente a prevalenza tedesca su quella slovena o slava, ogni volta che una parte predominava erano guai. Per restare al recente, con l’occupazione nazista gli sloveni furono allontanati o fatti fuori, appena dopo la fine della guerra la popolazione tedesca si ridusse a uno zero virgola. Ma la storia va ben più indietro nei secoli, passando per la Marburger Blutsonntag, la domenica di sangue, non l’ultima. Da come chiami la città si capisce da che parte stai. Io Maribor, è in Slovenia, giusto così. Nella Stiria slovena conviene arrivarci in treno da Lubiana, quello lento perché costeggia la Sava e la Savinja per una decina di fermate impronunciabili e attraversa alcune tra le valli più belle del paese, la strada come spesso accade non è così suggestiva, tende al dritto. La zona è proprio quella funestata dalle alluvioni delle scorse settimane, sono arrivati aiuti da ogni parte di Europa, Friuli Venezia Giulia da noi per ovvio principio di vicina fratellanza, e persino dall’Ucraina, sempre più rivolta all’Europa. Infatti, a Litija tocca trasbordare su un pullman perché la linea è interrotta e poi ripigliare il treno più avanti. Non è che si capisca granché, ci sono parecchi pullman e quando rivolgo a un autista un interrogativo Maribor? la risposta è un grumo di consonanti che finisce con una cosa tipo drumolavie, ma l’atteggiamento fatalista slavo dice più chiaramente: magari sbagli autobus e semmai muori, che vuoi che sia? Hai ragione, amico, andiamo. La Sava è impetuosetta e verdona, qualche giorno fa doveva essere parecchio più alta, a guardare le piante e il fango. Tutti i ponti sono chiusi, i piloni trattengono i tronchi, in alcuni punti, dove la valle si stringe, la strada ha ceduto, nei paesi stanno togliendo i sacchi dalle rive solo ora. A Trbovlje, che non è un paese ma un grosso cementificio stretto in una gola, risaliamo sul treno, che fa i primi chilometri a tre all’ora, giustamente, e alla fine ci metterà due ore in più.

Il paesaggio è molto bello, sullo sfondo alcune montagnone che richiamano le Dolomiti, attorno colline ricoperte di foreste e in mezzo fiumi e fiumelli e pratoni o declivi più alpini, verrebbe da camminarci per settimane. Gli appassionati di sci e di coppa del mondo Maribor la conoscono eccome. Oh, son mica tutte rose e fiori, ho appena costeggiato una bella centralona con enormi cumuli di carbone tutti da bruciare ma sarà che vengo dalla pianura padana, a me l’aria di fuori sembra sempre più fresca e salubre. Ecco, se fedele alle mie funzioni di servizio dovessi consigliare i migliori posti in Europa per svaghi nella natura, direi: questo pezzetto di Slovenia, appunto, la valle dell’Elba tra Praga e Dresda, la Transilvania e il delta del Danubio, alcune valli del Trentino, la valle della Mosella tra Nancy e Treviri, inarrivabile. E nemmanco me pagano. Dalla confluenza con la Savinja la valle si apre, compaiono frutteti di mele e qualche punto turistico in più, un vero paradiso per camminatori e ciclisti, il treno accelera e ora è tutta discesa verso Maribor.

La parte inferiore del finestrino, quella sotto l’umidità con la linea netta e più limpida, è acqua. Deve aver davvero piovuto un po’ troppo. Io e il mio vicino di posto, zaino anche lui, ce la ridiamo per un po’ ogni volta che il treno frena o accelera. Sagace intrattenimento delle ferrovie slovene, metti pesciolino rosso. Per arrivare a Maribor bisogna attraversare la Drava, sulle cui rive sta, che è un fiumone che si mangia il Po per oltre cento chilometri, è uno dei maggiori affluenti del Danubio e divide due mondi: passo di là e ho fatto il salto, dal bacino geografico dell’Adriatico a quello, mi tengo forte, del mar Nero, altro che dado sui ruscellini. Bon, son di là, si va avanti e già son Carpazi, le pianure della Pannonia e lingue borbottanti che è un vero piacere.


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minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: uno, la gita scolastica, le città fondate nei posti giusti, i parchi che possono essere usati, imparo l’arte del luogo

Riparto, finalmente. Con mossa per me inedita, avvio il viaggio con un pullman, un flixbus, per ragioni di orari e di collegamenti. L’atmosfera a bordo è più vicina a una stalla in gita scolastica che a un viaggio organizzato, comprensibile a ben guardare la tratta: Bordeaux-Bucarest. Ma io scendo prima. Salgo a viaggio ben avviato e mi vien subito sonno, sarà la mancanza di ossigeno e l’aria addensata. Siamo seguiti da tre Ducati, furgoni, ricolmi di cartoni che trainano altrettante auto, una Jeep. Io sono in penultima fila, cioè nella zona meglio di qualsiasi gita in pullman, e dietro di me ci sono tre sessantenni rumeni dalle prosperose pance che non smettono mai di parlare e mangiano centrioli sottaceto da un enorme barattolo. Bella musica, si può immaginare, sacchetti di cibo per il viaggio e mises improbabili che arrivano alle sole mutande. D’altronde sto andando a est, meglio entrare subito in clima, ho già desiderio di ćevapčići. Già mi immagino che nelle prossime sette ore possano scoppiare svariate risse, un matrimonio e un paio di funerali cantati a bordo del pullman, ed è subito Kusturica.

Stranamente, al confine ci fermano, il capo rumeno del flixbus raccoglie tutti i documenti e li consegna a una delle tre pattuglie di carabinieri al ciglio della strada, appena prima della barriera. Che poi barriera non è e non dovrebbe essere, vista la presenza della Slovenia nella UE, i pullman fermi sono parecchi. È notte, io farò tardi all’alberghetto sloveno e non sono mai entusiasta di consegnare i miei documenti a un tizio rumeno nella corsia di emergenza di un’autostrada di notte. Che strano. I fumatori esauriscono la capacità di fumare sigarette consecutive e risalgono, aspettiamo; una ragazza bionda non troppo contenta è attorniata da quattro panzoni che fanno trascorrere il tempo conversando con la persona evidentemente più interessante del pullman; l’autista dorme. Evidentemente, non lo scopro ora, esistono passaporti più pesanti di altri anche in Unione Europea. Alla fine ripartiamo a tarda notte e il commento sul ritardo del bus, a bordo e anche in albergo, è as always.

Una proposta sconcia alla galleria nazionale slovena?

È domenica mattina e ci sono i mercatini, lungo la Ljubljanica. Soliti, dischi, lampade di antiquariato, bigiotteria e l’immancabile banchetto con i memorabilia di Tito: ritratti, libri, discorsi su vinile, bronzi, spille, solito. Ovviamente qui percepisco la cosa come para-antiquariato, quasi pop, paccottiglia in vendita come i dischi del quartetto Cetra senza adesione ideologica mentre i busti del mascellone in Italia mi fanno incazzare. Devo decisamente rivedere la mia linea di condotta. Ljubljana, Lubiana d’ora in poi, è città ad alta resa, ovvero tutte le comodità della città medio-piccola, amichevole e tirata a specchio, verde, ottima posizione tra colline, boschi e montagne più serie, e l’offerta delle capitali, musei significativi, servizi, infrastrutture. E infatti i turisti lo sanno, mica lo scopro io: tutto pieno o quasi e lungo il fiume i tavoli sono molti. La somiglianza immediata è con Cracovia, in linea d’aria nemmeno troppo lontana, Salisburgo, Heidelberg, Würzburg, Vilnius, dai, da noi direi i centri di Trieste, ovvio, Trento, Verona, non tante con così alta qualità d’offerta. Tutte queste città sono proprio nel posto dove dovrebbero essere le città, ovvero un fiume che scorre tra alcune colline, una più vicina alta ma non troppo per metterci il castello, sufficiente piano ma non troppo, vie d’accesso, buon clima, proprio dove si punterebbe il dito e modestamente Lubiana lo puntò.

Di mitteleuropa sono rimaste due o tre vie del centro, sotto il castello, poi complici un paio di rovinosi terremoti, l’avvento dell’architettura moderna tra cui per fortuna il liberty e, meno, il garbato stile jugoslavo, periferico qui rispetto, per dire, a Belgrado, il miscuglio è gradevole e riuscito. Si capisce che consiglio? Una bella fontana barocchina rappresenta i quattro fiumi sloveni con tanto di obelischetto ma il tutto si richiama troppo alla fontana dei fiumi di Bernini a piazza Navona per non essere buffa. Dopo di che, tutto passa in secondo piano rispetto all’eroe locale, Luka Dončić, inarrivabile, e proprio nella pallacanestro, qui. D’altronde, sempre avere uno slavo in squadra, che quando ci sarà da alzare i gomiti, lui farà il suo. Peccato ora non si riesca più a trattenerli, Lubiana-Dallas è un bel salto. Io di salto ne progetto uno più corto per domani, quindi giro in stazione per progettarlo e capire come, poi altri zonzi per quartieri interessanti di Lubiana, Metelkova per esempio, un giro tardo domenicale alla galleria d’arte nazionale per imparare qualcosa su tremila anni di arte slovena in due ore e poi, con merito se fatta la mia quindicina di chilometri quotidiana, una Sarajevsko lungo il fiume, accompagnata da innumerevoli ćevapčići e cipolle crude.

D’altronde, oggi è talmente bello che persino i condominii slavici fanno la loro figurina. E io mi concedo il lusso, come spesso in giro, di trovarmi una bella pianta in un parco usato come parco, sì, qua fuori fanno così, sdraiarmici sotto sull’erba e scrivere questo minidiario, leggere e perché no? dormire all’arietta fresca. Sto proprio da signore.


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che faccio, lascio? (Vingegaard)

1’38” in 22 chilometri a Pogacar e 2’51” a Van Aert? Peraltro due mostri a loro volta e pure in formissima? E qui il dilemma: che faccio, continuo a guardare il Tour? Continuo, continuiamo, a credere a quel che vediamo? Che poi io lo sostengo da sempre: aprite tutto, largo ai bombatoni, ciascuno a proprio rischio e avanti con lo spettacolo oltre ogni limite. E poi facciamo il campionato dei normali, se qualcuno ha proprio voglia di correre e guardare.

minidiario scritto un po’ così di un breve giro cadorino: tre, lo stile vecchio, curve, gran ruderi, gran ruderi ancora, riposo contemporaneo, chiudere sul ponte

In sequenza, molte cose gradevoli a poca distanza l’una dall’altra, vado veloce. Poco più a nord di Longarone, Pieve di Cadore. Sì, il suo stile è vecchio, come la caaaaaaaaasa di Tiziano a Pievedicadore, che canzone! La casa è presunta, è del periodo rivestita poi dell’idea del Cinquecento che avevamo all’inizio del Novecento, viene visitata come se Tiziano fosse dentro ad aspettare o si potesse assistere alla pittura del Maestro, il che stride con il fatto che in paese poco o nulla sia rimasto dei suoi dipinti nella chiesa. Si possono però vedere alcune tele di un cugino di Tiziano, tale Tizio Vecellio, Cesare, e per il fatto noto che l’abilità pittorica sia ereditaria la cosa ha perfettamente senso.
Da poco più giù, Tai di Cadore, si svolge il percorso della vecchia ferrovia per Cortina, oggi asfaltato e percorribile per una cinquantina di chilometri, bello e panoramico, con qualche caselletto diruto qua e là, memoria di un tempo ferroviario. Molto piacevole, meglio se bici o pattini, visto l’asfalto. Mi godo la vista del lago dalla pineta.

Giù rapido a Belluno, posizione eccezionale tra corona di Dolomiti, appunto bellunesi, e sperone sul Piave. Impossibile non pensare ancora a quella sera del Vajont, chissà che terribile tuono sentirono ben prima che l’onda arrivasse, un quartiere della stessa Belluno fu gravemente danneggiato. La città ha un gradevole duomo costruito su un bastione di un castello, due belle piazze, un bel municipio, qualche portico fascinoso, un ponte rotto e poco più, di sicuro sta in un posto notevole. Vi fui anni e anni fa nella biblioteca per una cinquecentina, allora era per me una destinazione davvero inedita.
Seguo il Piave verso sud, svolto a Trichiana, il paese di Tina Merlin, «a metà di una larga vallata nel mezzo di un anfiteatro di colline e montagne» come ben dice lei, che belle le sue foto in cui sorride. Da lì su al passo San Boldo e poi giù di là perché voglio fare la strada dei 100 giorni, questa mattata qui sotto.

Paradiso dei passisti, naturalmente l’origine è militare ed è così stretta che si passa uno alla volta. Di là, è il turno di Cison di Valmarino, uno di quei borghi che entrano nelle guide dei borghi d’Italia, bella posizione e tutto perfettino, con ruscellone al centro. Sì, nulla da eccepire, ma un po’ d’anima in più è gradita e così raggiungo la tappa successiva, qualche chilometro dopo, Follina con la sua Abbazia cistercense di Santa Maria, fenomenale. Capita pure di fare la visita al chiostro e al refettorio da solo, di più non potrei chiedere. Un caffè con fettona di torta contemplativa e via, che le tappe son molte e ravvicinate.
Scendo ancora dritto a sud e poco prima di reincontrare il Piave che nel frattempo ha fatto un gran curvone verso est salgo al castello di Collalto. Oddio, alla torre che ne rimane e alla muraglia che ne suggerisce l’ampiezza di una volta. Leggo sul cartello dei lavori di ristrutturazione che la committente è la signora Collalto, immagino ducacontessa da mille generazioni, e me la rido un po’ immaginando che la signora che è proprio lì che parla con l’impresa edile sia lei, la Collalta. E non la invidio affatto, col castellone da tener su che già ne rimane poco. Sviso a Susegana per vedere da lontano l’enorme castello di San Salvatore che tanto è privato e ci fanno i matrimoni gnignignao e vado a Nervesa della Battaglia, perché c’è una cosa che desidero proprio visitare con calma.
Nervesa è detta “della battaglia”, con la maiuscola, per quel vizio pervicace di scontrarsi tra italiani e austroungarici nel 1918 in questa zona e fu parte del teatro dell’ultima battaglia, quella di Vittorio Veneto, come dicevo, del Grappa e di Baracca che fu qui abbattuto dalla contraerea. Spara e rispara e la meravigliosa abbazia che stava su uno dei numerosi cucuzzoli, l’abbazia di Sant’Eustachio, venne colpita a tali riprese che non valse la pena rimetterla in sesto. Salendo cinque minuti nel bosco sono seduto all’ombra, anche qui meravigliosamente senza intrusi, a contemplarla e fare amicizia, con quella bocca spalancata e gli occhioni aperti sopra.

Affascinantissima, come certi ruderi sanno Romanticamente fare, e in sé, perché la posizione e la grandezza di un tempo colpiscono per davvero. Si dice che il Della Casa, il monsignore, scrisse qui il suo Galateo, di sicuro fu qui a lungo quando cadde in disgrazia. Io son seduto sotto un gelso che compare, giovane, anche in una foto della Prima Guerra, tira una brezzolina piacevole, i colori sono abbacinanti, il contrasto tra il blu e il mattone e la pietra è da manuale di bellezza.

Sensazionale, in senso letterale. Assorbo tanto benessere che nemmeno l’orrendo sacrario ossario sul cucuzzolo vicino riesce a turbarmi, brutta retorica fascista applicata ai caduti della Prima. Entro perché nulla voglio perdermi ma, insomma, era certamente meglio trascorrere dieci minuti in più all’Abbazia e restare nell’ignoranza delle imprese belliche. Il sacrario a Baracca lo salto deliberatamente, anche perché ho altre cose da vedere. Giornata intensa. Scendo ancora anche se è ormai pianura, costeggio la curiosa Bavaria e un mega stabilimento di condotte cromate in cui però fanno le cose con l’amore artigianale casalingo di Nonno Nanni, mi vien da ridere, vorrei fare l’elenco di tutti i prodotti industriali con nomi parentali e familiari per poi prendere provvedimenti e dopo un poco arrivo ad Altivole.
Il paesello sta sulla mia mappa con ben due segnalini di cose da vedere, eccomi. La prima è il Barco della Regina Cornaro, “luogo degno di un re di Francia”. Tocca fare dell’archeologia, camminare tra i rovi e scavalcare, eccazzo anche voi che lasciate andare in rovina le cose, un cancello per poter vedere ciò che resta di un enorme complesso residenziale e paesaggistico di fine Quattro-inizio Cinquecento, il palazzo di Caterina Cornaro. La quale aveva rinunciato alla corona di Cipro in favore della Repubblica veneziana in cambio del mantenimento del titolo, del castello di Asolo e di questa residenzona. Fu qui che Bembo compose gli Asolani e Ruzante vi recitò la Prima e la Seconda orazione al Cardinal Cornaro, che meraviglia e che emozione.

Il complesso è del tutto abbandonato, vergogna, sepolto dai rovi e dalla dimenticanza. Ciò che resta è appunto un Barco lungo quasi cinquanta metri, affrescato e con grandi sale, che doveva essere la parte residenziale di un complesso enorme circondato da ben tre cinte murarie con parco da caccia, orti, un fiume, una torre colombaria, i giardini, la peschiera e il misterioso “Palazzo della Regina”, del quale non sappiamo se sia mai stata intrapresa la costruzione oppure no. Il terreno attorno ha quell’aria bitorzoluta che dice con sicurezza che sotto ci devono essere dei muri, magari smozzichi ma muri, se ci fosse un’idea di recupero. Nel 1509 i soldati della lega di Cambrai incendiarono il complesso, lo sappiamo, e lo precipitarono nell’oblio.
Me ne sto un po’ qui, il luogo è affascinante nel suo abbandono e le memorie sono tali che la mia immaginazione corre, il periodo è quello che ho studiato e che prediligo, i nomi e le frequentazioni grandi, lo stile piacevole e insuperato. Poi però mi rimetto in moto, riscavalco e riattraverso il roveto non ardente per fortuna e cambio del tutto stile, sempre ad Altivole: la tomba Brion di Scarpa.

Brion mise su quella fabbrica di televisori e radio che, grazie a Zanuso e ai Castiglioni, ebbe un successo fenomenale, unendo tecnologia e design, oltre a prezzi di consumo, così da entrare in qualsiasi casa tranne la mia. Il televisore portatile Algol 11, la Radio Cubo e il radiofonografo RR126 sono in tutti i musei del design del mondo. La moglie di Giuseppe, Onorina Tomasin-Brion, donna in gamba che prese in mano l’azienda e la fece anzi crescere, commissionò alla morte prematura del marito il complesso funerario Brion a Carlo Scarpa, il quale fu talmente contento del risultato che vi si fece seppellire pure lui. Io lo so che oggi è chiusa, è stata donata al FAI che la apre nelle fine settimana, ma so anche da viaggiatore che è sempre meglio andare a vedere, sai mai. Infatti, mi aggiro curioso nei dintorni e il giardiniere che sta tagliando l’erba mi fa un cenno amichevole e mi fa dare un’occhiata veloce, lo ringrazio molto di questo, sperando che il dirlo qui non gli procuri grane. Sono socio FAI, eddai.
Come coronare, infine, una giornata così? Bassano, ovvio. Con il Brenta e il Grappa maestoso bello dritto al ponte, un sole che splende splendido e il blu del cielo che contrasta, il rosso del ponte su cui ci darem la mano, le belle piazze e i palazzi della città, la più bella libreria per molti molti chilometri e una quantità di alcool incommensurabile che viene preparato per stasera, quando l’usanza locale verrà usata come si conviene.

Concludo anch’io, sia il breve giro che il minidiario, me ne torno verso casa rassegnato a una menata che mi attende inesorabile alla quale ho frapposto, appunto, questo girello di gran soddisfazione. Basta così poco, alla fine, che è un peccato non farlo più spesso. Orvuar.


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minidiario scritto un po’ così di un breve giro cadorino: due, «le parole incredulità, orrore, pietà, costernazione, rabbia, pianto, lutto, gli restano dentro col loro peso crudele»

Piove che il signore la manda a sbroffi violenti ed è il tempo appropriato per quel che voglio fare oggi. Un giro rapido al decathlon di Ponte nelle Alpi per comprare cose impermeabili, ogni volta stolto che sono, una decina di minuti a spasso su una strada romana che ho visto indicata per caso e proseguo in su verso la mia destinazione.
Longarone. Volutamente scritto così, da solo, echeggiante, come una valanga d’acqua che di notte spazza via vite e paesi. Disse Buzzati, che era di qui vicino: «Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi». E Tina Merlin, fastidiosa con quel suo petulare del pericolo, che trovò un editore solo vent’anni dopo la tragedia. Saranno sessant’anni questo ottobre e io son qui apposta per quello, voglio anche esser pronto per una prossima serata a Milano in cui Marco Paolini rifarà la sua memorabile orazione civile. Longarone, dicevo. Longarone è un disastro, mi si perdoni, spazzata via dalla furia è poi stata ovviamente ricostruita ma senza criterio né affetto, con soldi, tanti, e nessuna pietà. Quelli che non erano morti da qualche parte dovevano pur vivere, si capisce, il paese è però stato rifatto su alla bruttodio, brutalista in cemento armato, con certi complessi che ricordano il Corviale, condominii che nemmeno le peggiori speculazioni. Senza affetto né pietà, persino i luoghi che per natura dovrebbero essere accoglienti sono spenti, spogli e morti, fatti perché si deve. Magari con architetto di grido, giù della pianura. E chi aveva perso famiglie, amici, affetti, perse due volte il paese, una per l’acqua e una per gli uomini di fuori.

Il cimitero monumentale è una sequenza di file regolari di piccoli monumentini tutti uguali progettati da qualche architetto assente pochi anni fa, che badò all’ordine e allo stile e poco o nulla alla memoria, al rispetto e alla pietà, ancora. Povero Longarone, lo scempio prosegue. Mezzo chilometro più in su ci sono due paesi che, fortunati, erano appunto più in su e l’acqua, si sa, va poco in salita per quanto veloce e tanta sia. Quei due paesi sono come devono essere, questo invece è un mostro, chissà se ne valeva davvero la pena stare qui a queste condizioni.
Diluvia, salgo alla diga. La gola è stretta e scura, anche quando c’è il sole, l’impressione è sempre quella. Buzzati lo scrive bene, per forza: «più che una valle è un profondo e sconnesso taglio nelle rupi, un selvaggio burrone, mi ricordo la straordinaria impressione che mi fece quando lo vidi per la prima volta da bambino, a un certo punto la strada attraversava l’abisso, da una parte e dall’altra spaventose pareti a picco. Qualcuno mi disse che era il più alto ponte d’Italia, con un vuoto sotto, di oltre cento metri. Ci fermammo e guardai in giù con il batticuore. Bene, proprio a ridosso del vecchio e romantico ponticello era venuta su la diga e lo aveva umiliato. Quei cento metri di abisso erano stati sbarrati da un muro di cemento, non solo; il fantastico muraglione aveva continuato ad innalzarsi per altri centocinquanta metri sopra il ponticello e adesso giganteggiava più vertiginoso delle rupi intorno, con sinuose e potenti curve, immobile eppure carico di una vita misteriosa».
Ma è su che fa ancora più impressione: dove c’era la gola, la valle, il lago, sono ora collinette verdi, con gli abeti. Ma quelle collinette erano sul monte Toc, una volta, stavano su. Poi, quella sera scesero tutte insieme, riempirono l’invaso e proiettarono l’acqua in tutte le direzioni, il peggio oltre la diga. Salendo a Casso si vede benissimo, di fronte, il pezzo di montagna che è venuto giù, la grande “emme”, i fianchi in certi punti sono lisci lisci e compatti, ovvio che sia scivolato giù tutto. La disegno.

Qualcuno si è preso la briga di calcolare che se portassimo via cento camion al giorno di terra, riusciremmo a svuotare la valle com’era in sette secoli. Quel che si vede dietro la diga, che pur parrebbe quieta natura per passeggiate e panini al sacco, è in realtà un nonsense, qualcosa che sta dove non dovrebbe, semplicemente perché se così fosse non ci sarebbe stato il lago, l’acqua sarebbe stata pochissima. Ce n’è un po’, a nord della frana, parecchio più su, sotto Erto, un lagolino che fa pena a guardarlo.

Oggi c’è turismo, a Erto ci sono locande e bed&breakfast, qualcuno è persino stabilmente in televisione, vicino alla diga c’è un furgone che vende panini ai tanti motociclisti in vena di pieghe, persino oggi che ne vien giù tanta tanta. Chi è rimasto campa ma son professioni artificiali, cose da vendere ai turisti, sculture in legno e intrattenimento e cibo, non c’è lavoro vero come peraltro accade in tante valli alpine. Un signore a Casso, paese praticamente abbandonato, restaura auto d’epoca per diletto, gli avran dato una pensione, immagino, fa bene ma a vederlo risulta proprio fuor d’acqua, fuor di contesto, come tutto qui attorno. E mi si perdoni l’espressione infelice, qui.

Non sono nemmeno a metà giornata, io, proseguo per altri posti ma il mio racconto è bene si fermi qui, per oggi. Venire al Vajont è una cosa a sé, sarebbe sciocco raccontassi di cose belle che vedrò più su, non ora, il posto e la memoria riempiono tutto quanto, andarsene è come iniziare il giorno dopo, fare un’altra cosa del tutto scollegata. E così sia, proseguo domani col raccontino.


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minidiario scritto un po’ così di un breve giro cadorino: uno, chirurgia istituzionale, onorare gli usi locali, una casa da comprare

Proseguo nel mio Grand Tour personale spezzettato e opto per un breve giro nella valle del Piave, le dolomiti bellunesi e il cadorino. Un altro pezzetto del Grand Tour per come lo intendo io, il viaggio di esplorazione, illuminazione, scoperta di sé, arricchimento culturale. Certo, oltre a tutto ciò per coloro che decidevano di intraprendere il viaggio secondo la guida di Nugent – Thomas Nugent, The Grand Tour; Or a Journey through the Netherlands, Germany, Italy, and France, 1700 – c’era senz’altro la licenza sessuale, resa più praticabile dai costumi più facili al sud. Non ricordo quale viaggiatore settecentesco raccontasse di quanto a Venezia fosse estremamente facile far conoscenza, a differenza dei paesi più a nord, e di come bastassero quindici giorni e un po’ di perseveranza per portarsi a letto una nobildonna conosciuta a una delle frequenti feste in città. Sesso occasionale in altri tempi. Margine: in questi giorni c’è in onda una piccola serie non male, Grand TourViaggio in Italia, di SkyArte, che col garbo sorpreso di Alessandro Sperduti racconta i grandtouristi a Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Sicilia e Genova.
Per me, quarantott’ore in tutto. Partenza, stavolta, da Vittorio Veneto. Voglio vederla perché è una forzatura istituzionale, un’assurdità monarchica. Dicono le cronache che a ridosso del 1866 e dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia due comuni contigui, Serravalle e Ceneda, abbiano deciso di unirsi in un unico agglomerato, dandosi il nome del re, Vittorio. Immagino che con operazioni istituzionali del genere arrivassero poi fondi o privilegi, oltre al favore reale, magari una visita con contorno, la ferrovia, chissà. Di fatto, i due paesi, ciascuno con la propria chiesa, il proprio municipio, la propria piazza, sono stati uniti, ops, con uno stradone centrale e un municipio al centro, novo novo, e lo spazio poi riempito di ville ed edifici tra il primo novecento e gli anni Settanta, tutti allineati e un po’ sconclusionati. La chiesa no, Ceneda l’aveva già bella grande, la si tenne. Nel 1918, poi, Vittorio fu scelta come base per il comando delle operazioni della grande battaglia finale contro il nemico austroungarico, le ville requisite dagli ufficiali, le scuole dalle truppe, divenne tutta un gran campo militare. A, ehm, vittoria ottenuta, il paesone ottenne il titolo di città, le alture attorno furono riempite di orrendi sacrari ai morti e alla vittoria, di crocione, di altari, di obici sparsi per le vie e di un museo della battaglia, anzi Battaglia, che ancor si visita. E siccome, poi, l’idea del tributo reale venne anche ad altri, Vittorio divenne anche Veneto.
Se per chiesa vinse Ceneda, per la piazza dico senz’altro Serravalle: una splendida piazzetta sul fiume, in stile veneziano e circondata da quei loro portici a colonne basse, arricchita e circondata da palazzotti affrescati, nella quale è un piacere sedersi a ragionar sul contesto e far piani per il futuro. Cioè bere, sport locale.
Tra le glorie locali da segnalare, Lorenzo Da Ponte, nativo del ghetto di Ceneda, girondolo eclettico noto per i libretti scritti per Figaro, Don Giovanni e Così fan tutte di Mozart, finito poi a New York e disperso là. Talmente tenuto in gran considerazione che la sua casa natale, oggi su un curvone della morte, dopo essere stata fatalmente sventrata a pian terreno per due belle vetrinone commerciali e infissi irragionevoli, è in vendita.

Senza grandi speranze di realizzo, direi io.
Qualche ora qui, i due paesi visti, soggiornato quel che serve in piazza per onorare gli usi locali, mi dichiaro soddisfatto ora e per parecchio tempo nel mio desiderio di Vittorio Veneto e mi accingo a proseguire nel mio breve giro di esplorazione. Faccio in tempo, però, a non perdermi un po’ di retorica patria applicata alla stazione ferroviaria che mi dice, ancora una volta, di come ampie sacche di questo paese vivano orientate al passato.

Così molti si sentono più tranquilli. Non io, che mi vien anzi l’ansia, riparto e via, prossima parte.


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gusti per l’estate

Come dice il tg2 Salute da sei secoli, meglio stare all’ombra, bere molti liquidi, evitare di uscire nelle ore più calde, mangiare lo stracotto solo di notte. Fedele alle mie funzioni di servizio, riprendo senz’altro le indicazioni delle autorità, sottoscrivendo anche la strategia di rinchiudere gli anziani nei centri commerciali da maggio a ottobre e così, già che ci siamo, festeggiamo quasi il ventennale dell’ottima idea di Girolamo Sirchia, indimenticato ministro berlusconiano.

Di mio, voglio contribuire, d’estate consiglio il gelato. In tutte le sue forme, solide, liquide e anche, stavolta, visuali.

A un certo punto, compare nelle gelaterie di un’indistinta cittadina americana un gusto di gelato buonissimo che conquista tutti, grandi e piccini. Addirittura, chi ne consuma poi, oltre che per sé, spinge gli altri ad acquistarne. Beh, per forza, è buonissimo. Dopo un po’ si comincia a notare qualcosa di strano, ovvero che lo “Stuff”, così si chiama il gelato, una volta ingerito consuma le persone. E così, dai e dai, salta fuori che il gelato è in realtà una gustosissima sostanza cremosa che fuoriesce da una crepa nella miniera vicino alla città e che due minatori hanno ben pensato di far diventare un gelato di grande successo. Tra militari ottusi e padri di famiglia che devono agire da soli, il film è ‘The Stuff, Il gelato che uccide’, 1985, non sfugga la locandina con tanto di refuso qui sopra, realizzato con un budget ridicolo ma chiamiamolo indie, va’, e non sfugga nemmeno la non tanto sottile critica al consumismo che il regista, Larry Cohen, sottende alla trama.
«ATTENZIONE! Interrompiamo questo programma per un gravissimo comunicato sullo STUFF: se lo vedete in un negozio, chiamate la polizia, se ne avete in casa, non toccatelo… scappate! Lo STUFF è un prodotto naturale, un mortale organismo vivente, che dà l’assuefazione e poi la morte; può impadronirsi del vostro cervello e del vostro corpo… e nulla può fermarlo! THE STUFF: siete stati avvertiti…».

Il secondo gusto è ‘Ice Cream Man – I gusti del terrore’, 1995, dieci anni dopo i gravi fatti di Stuff. Il fratello di Ron Howard, il signore qui sopra nella locandina e che si può apprezzare anche in quasi tutti i film del regista, compreso ‘Star Wars’, da piccolo assiste all’omicidio del ‘Re dei gelati’, ha qualche problema psichiatrico, poi diventa lui stesso gelataio, il ‘Principe dei gelati’, attira gli appassionati al suo camioncino, li fa fuori e con le parti del corpo, molti bulbi oculari, prepara il gelato. Prevedibilmente, a un certo punto i ragazzini si accorgono che alcuni di loro sono scomparsi e poi ricomparsi nel gelato, si coalizzano per far fuori il Principe, ci riescono e bon, la minaccia pare eliminata. Ma non è così perché il ragazzino più piccolo, che ha assistito all’omicidio, finisce in terapia per lo shock e ricomincerà la catena di gelatari assassini. Del tutto inedito il gioco di parole tra I scream e ice cream, ben fatto.
Segnalo, infine, la presenza dell’attore Jan-Michael Vincent, poi in ‘Supercopter’ con Ernest Borgnine, tre stagioni di avventurone con l’elicottero supersonico a sventare complotti in clima da guerra fredda. Ma qui sono a un’altra cosa, sempre gloria a Donald P. Bellisario.

È arrivata l’estate, mangiate gelati, spegnete il cervello che, tanto, se lo mangia il gelato.

«a cena per ispasso»

Scrisse Vasari nel 1568 anche se bisogna aggiungere i soggetti:

[Giulio Romano e il marchese Federico II Gonzaga] se n’andarono fuor della porta di S. Bastiano, lontano un tiro di balestra, dove sua eccellenza aveva un luogo e certe stalle chiamato il T(e).

Difficile da credersi oggi ma fuori da porta di San Sebastiano, poco dopo la casa di Mantegna che ancora si vede e il palazzo omonimo, c’era un grosso canale, il Rio, che divideva Mantova in due grosse isole e una terza, piccolina, proprio lì di fronte che si chiamava Tejeto, abbreviata in Te. Niente a che vedere con la bevanda, peraltro al tempo ancora di là da venire. Potrebbe essere un tiglieto, di tigli, o tegia, latino attegia, capanna, già più impervio.
Comunque, i due, cioè il marchese di Mantova e il suo fido architetto, andarono sull’isoletta con uno scopo, continua Vasari:

E quivi arrivati, disse il marchese che avrebbe voluto, senza guastare la muraglia vecchia, accomodare un poco di luogo da potervi andare ridurvisi al volta a desinare, o a cena per ispasso.

Lo si accomodi, dunque, il luogo, almeno un poco di esso, si faccia una cosetta per poterci andare a pranzo o cena per diletto. Detto, fatto, ecco il luogo accomodato, riconoscibile:

Bravo, questo Romano. Mi ci potrei volentieri ridurre tutti i giorni senza fatica, dico io. Nella parte a destra della fotografia qui sopra dove c’è la ferrovia, sul fianco sud dell’isola che era allora, vi erano mura fortificate a sua difesa ed è quello cui si riferisce Vasari con la «muraglia vecchia». Si vedono, le mura e l’isola Tejeto, nella mappa di Matthäus Seutter del 1730 e il ponte in rosso è proprio quello di porta San Sebastiano:

Ancora meglio in quella di Guillaume De La Haye del 1775:

Che è anche modernamente orientata, ehm, verso nord. E il toponimo, complice la franzosità dell’autore, è già connesso stabilmente al Tè e alla pratica di berlo per sollazzo in luogo ameno, il palazzo appunto come si chiama anche oggi. Infine, pare che il palazzo fosse, in origine, dipinto anche in esterno ma, come si può constatare di persona, non ne resta traccia. In caso di visita, occhio alle salamandre.