minidiario scritto un po’ così di un paio di giorni in giro: due. Il delta. Cose garibaldine nel senso di Anita. L’Ulisse. Quasi piglio una sberla

Da Ferrara in là, una volta, era tutta palude. Poi, dai e dai, un po’ alla volta, si è asciugato, prosciugato e bonificato, e poi canalizzato e dragato, e poi di nuovo, un po’ più in là e dove nel frattempo è cambiato. Ma da ben prima del fascismo, hai voglia, la grande bonifica estense è, appunto, di tre secoli prima, e i braccianti dalla romagna venivano spostati fin da allora. Oggi, a parte certe valli di grande fascino, tutto è coltivato e inframezzato da canali piccoli e grossi, da rami del Po di nome diverso, il Po di Goro o il Po di Volano, per dire, e i trattori hanno ruote piene e sottili o, addirittura, i cingoli. Perché è tutta sabbia, buona per coltivare gli asparagi, la vite – i vini delle sabbie, li chiamano -, qualche zucca, qualche mela, riso e meloni, zafferano, radicchio, robe che comunque vengon meglio da altre parti. Ma è roba buona, magari non l’eccellenza ma è buona e vien su bene, perché comunque è fertile. Finché quel tizio a inizio Novecento non scoprì come estrarre l’azoto dall’aria, l’unico modo per aver più roba da mangiare era ampliare le coltivazioni, non c’era mica altro sistema. A costo di strapparla al mare e far diventare le isole terraferma. Oppure, ma durava poco, recuperare l’azoto nell’unico modo conosciuto fino al tizio del Novecento, ossia dai cadaveri. E giù, tritate di ossa di fosse comuni, in America mica ce l’avevano coi bisonti, non in particolare, ma a parte la carne i teschi servivano benissimo allo scopo. Poi il tizio ha scoperto la cosa e sono nati i fertilizzanti moderni, che hanno cambiato il mondo e, probabilmente, lo hanno condannato. Molto più cibo e in un secolo siamo passati da un miliardo e mezzo a quasi otto.

Vabbè, altra storia. Io punto a est ma un po’ più in basso, a Mandriole, che è quasi Ravenna. Il 2 agosto 1849, Garibaldi con Anita e un pugno di fedelissimi era in fuga da Roma, dopo aver difeso la Repubblica da quegli accidenti di francesi che son papalini solo quando gli fa comodo. Quella volta gli faceva. Una meravigliosa costituzione, un esperimento entusiasmante con tanto di ente protezione animali, il primo al mondo, il papa a Gaeta a masticare amaro, giovani da tutta Europa accorsi con gli occhi brillanti, il primo nucleo di Stato laico e niente, tocca scappare con Mameli morto e con Anita ferita. E incinta. Il 2, dicevo, arrivarono a Comacchio, gran folla e discorso che infiammò la popolazione, pur sempre stato della Chiesa, e poi via, più su, in fuga verso Venezia, sperando di trovar ricovero. Il giorno dopo arrivarono a un capanno in quello che oggi è il lido delle Nazioni, tra il Tahiti Village, la Baia di Maui e il Bagno Bambù, che oggi non ci si crede. Il capanno c’è ancora e non si capisce come non sia stato fagocitato dalla riviera del tunnel del divertimento, garibaldini contro romagnoli assatanati, bella lotta. Anita non stava davvero bene, per cui ripiegarono indietro con la barca, tornando a Mandriole, dove c’era una fattoria organizzata e disposta ad accoglierli. E lì, il 4, Anita morì. Ma porco cane, ventotto anni e incinta, certo che era battagliera e pronta a tutto ma si può morir così? Sì, si può. E oltre alla morte, bisognava pur continuare a scappare, per cui a Garibaldi toccò pure lasciarla lì. Non immagino lo strazio. Dalla fattoria, oggi monumento nazionale, Garibaldi scappò verso nord e alcuni pietosi fedeli seppellirono Anita poco più su, dove oggi c’è un cippo che dice che lì posero il corpo «occultamente». Ma, l’ho detto, è tutta sabbia, sei giorni dopo alcuni ragazzini videro spuntare cose strane dal terreno. Allora i poveri resti di Anita furono recuperati e portati al cimitero del paese, stavolta però alla presenza dei legati pontifici, che non mancarono di far rapporto dicendo che il corpo presentava chiari segni di strangolamento. Ma vigliacchi. Garibaldi, dissero in molti, i fattori, dissero altri. Il medico presente smentì ma le voci rimasero. Tre mesi dopo, appena possibile, Garibaldi tornò, prese la sua Anita e la portò a Nizza, dove lui era nato. Solo molto dopo, con operazione di propaganda fascista, sarebbe stata portata a Staglieno e poi sul Gianicolo, dov’è ora. In disparte rispetto all’Eroe.

Proseguo fino al mare ed è una sequela di lidi: Spina – che era una città enorme e importantissima nell’antichità, qui vicino, ma bisogna tenersi forte perché questo scombussola: erano etruschi, mache? -, Estensi, Pomposa, Nazioni, Volano, e tra dancing abbandonati oltre fantasia, Maracaibo o Venere per dirne due, alberghi dismessi come il Monnalisa, luoghi di ristoro improbabili, la Piadina Ciliegina, la pizzeria Sayonara, l’Ippopotamus, il Trambusto, o certi bagni come l’Aloha o il capo Hoorn, mah, io cammino sul mare che mi piace di più a novembre che ad agosto e, stando sull’Adriatico, non mi può che venire in mente De André, «ma voi che siete uomini / sotto il vento e le vele / non regalate terre promesse / a chi non le mantiene». Guardo l’Ulisse Primo, una nave gru da una cinquantina di metri che sistema i frangiflutti dopo i bagordi dell’estate. Ha un carico di pietre nuove, belle rosa, e il manovratore scarica bestemmie a raffica via radio perché trova cose che non dovrebbe. E ‘Primo’ è in lettere, per cui non capisco se sia un cognome di un Ulisse chissà o se, invece, ci sia un Secondo. Ordino un cappuccino allo ‘Chalet del mare’, faccio parte del contesto, mi siedo fuori e guardo, fa ancora caldo, lungo la spiaggia parecchie persone camminano e si godono lo spazio, non sono gli stessi di tre mesi fa. I bar aperti sono due, l’altro è l”Exclusiv’, ed è proprio scritto così. Parecchie imprese edili, ci son da rifare i bagni o gli alberghi, sono i mesi buoni.

Torno indietro anch’io, e vado a Comacchio per la sera. Terre contese, queste, prima dai romani agli etruschi, fino agli estensi e ai cardinaloni, perché qui c’erano e ci sono le saline, ricchezza non scambiabile. L’altra ricchezza sono, chiaro, le anguille, che son talmente grassone che è come mangiare il lardo, quello è l’effetto sul regime alimentare. Il consiglio da amico è questo: alla griglia. Comacchio ha le valli, che son però piatte e fatte d’acqua, proprio quelle valli dell’Agnese va a morire, ha i canali come Chioggia e dei ponti ribaldi in mattoni un po’ storti e senza le spalle, chissà quanti son cascati dentro la notte, ha delle curiose anatrelle di plastica simili alle vere lasciate nei canali immagino per iniziativa comunale, che quando si bucano affondano con la testa, ha il famoso ponte tripartito, cioè che sormonta ben tre canali, ha un campanile bislacco che si troncò non appena finito, rimanendo monco, ha un curioso biciclettaio su un canale, perché è vero che c’è l’acqua ma è pur sempre Romagna, terra di biciclette. Come l’Agnese.

Ovvio, vado a mangiar l’anguilla. Marinata, poi con i garganelli, poi alla griglia, poi spalmata sul pane, poi in testa, due al posto delle scarpe e una grossa da usare come barchetta per tornare a casa. Tra i grandi piaceri della vita, annovero quello di mangiar da solo. Anche quello di mangiar in compagnia, sicuro, non è che uno escluda l’altro, ma mangiar da soli in viaggio ha un che di particolare, di significativo per me. Bene, son lì che mangio da solo e come faccio spesso, leggo. È un libro che mi appassiona, per cui sono abbastanza immerso. A un certo punto mi accorgo che una cameriera, cioè una delle due sorelle proprietarie, più o meno mia coetanea, mi gira attorno. Ma io ho ancora il piatto pieno. Sollevo lo sguardo e vedo che ha le parole dentro che vorrebbero uscire e che le trattiene a malapena. Mi dica, le dico, e lei mi dice ma possibile che lei legga mentre mangia? Guardi che poi digerisce male, meglio che si concentri sul mangiare, altro che leggere. E mi vengono in mente certe cose dette quarant’anni fa, il non leggere appunto mentre si mangia, il non bere per le rane in pancia, il non fare il bagno dopo mangiato, le cose basilari della salute. Ma non è che me lo dice perché non presto attenzione ai suoi piatti, peraltro eccellenti, me lo dice proprio per il mio stomaco. Io la ringrazio e provo a spiegare che sono anzi molto rilassato leggendo e che tutto va e andrà bene. Ma lei è partecipe e sfagiola il meglio: le darei una sberla, le darei. Così. Testuale. A vederla leggere. Poi dice, certo, lei può dirmi anche di farmi gli affari miei ma io le dico che non dovrebbe leggere. A me vien da ridere, anzi rido, la ringrazio per la premura e continuo, ma apprezzando la romagnola schiettezza, a farmi andare di traverso la digestione. Che spasso, stare in giro.


L’indice di stavolta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.