minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno otto, scavallare le frontiere, un piccolo bilancio polacco, il meclemburgo sovrano

Non bisogna fidarsi dei diminutivi, sia in generale che per i nomi delle città (Torino, Dublino, Berlino): Stettino non è una piccola città, anzi, rasenta il mezzo milione di abitanti. Un po’ scombinata, come lo sono tutte le zone di frontiera, specie se, poi, hanno avuto vita travagliata. Direi che la cosa più notabile è il palazzo dei Duchi della Pomerania, un curioso accrocchio di barocco baltico ed elementi rinascimentali. Io, però ora proseguo lungo la costa dando soddisfazione al mio desiderio di settentrione, il che significa scavallare la frontiera, togliermi le polacchine e salutare la Polacchia. Come in tutte le cose della vita, sarebbe d’uopo un minimo di bilancio, che contenga elementi utili a viaggi altrui, magari. Ci provo.

A parte Varsavia e Cracovia, città turistiche e anomale, la media del mio budget giornaliero di viaggio è più o meno stata: trenta/quaranta euro di media per pernottamento, solitamente in posti più che buoni; quindici/venti per un pasto strutturato al giorno, spesso in amene posizioni di pregio, per esempio davanti al duomo o nella piazza principale; dieci di treno, per gli spostamenti (questi sono un vero mistero, sia che facessi cento o trecento chilometri ho sempre pagato più o meno questa cifra); dieci/quindici euro di alimentazione varia durante il giorno, dal caffè all’acqua al cappuccino da un litro. E, grossomodo, basta. Sono cifre abbastanza irreali per un qualunque paese dell’Europa occidentale, secondo la mia esperienza. Un capitolo a parte è la birra: poiché costa meno dell’acqua, non andrà mai a incidere sul budget quotidiano di spesa, anche nei giorni di consumo smodato (berrei l’acqua ma è molto cara).
Da Toruń in poi l’influenza del Baltico si è fatta man mano più forte e anche la proposta alimentare è cambiata. La sera, per esempio, è diventata consuetudine per me iniziare la cena con una bella birrona, ovvio, e le immancabili aringhe. In salamoia, per lo più, accompagnate variamente a cipolle, peperoni, cetrioli, cose così. Dopo alcune notti di sogni curiosi – giganteschi maelström, basi naziste sulla faccia nascosta della luna, ospedali psichiatrici finlandesi, cetacei assassini volanti, convention di Italia Viva, il nuovo disco di Daniele Groff – ho cominciato a sospettare che vi sia una qualche relazione con i condimenti delle aringhe. No, le aringhe no, impossibile, van giù che è un piacere, saranno quei maledetti cetrioli.
Scavallo la frontiera e i prezzi raddoppiano, come minimo. Certo, in cambio tutto funziona, il servizio è impeccabile, le persone parlano una lingua comprensibile (o, almeno, si sforzano), i biglietti si fanno con le app, riappaiono pure le mascherine portate con regolarità, ma è anche zona di mare per quegli spostati dei tedeschi che fanno nel Baltico quello che noi facciamo nell’Adriatico. Prevedo torme di anziani, ne ho già avuto qualche segno. E cene alle cinque della sera.
Allo scopo di darmi cortesemente ragione, la gestione dei trasporti è sovranazionale ed è in mano al Meclemburgo, un’entità che integra ampie parti di Germania e di Polonia. Che è in sostanza quello che sostenevo ieri: è un po’ tutta la stessa zona ed è accidentale che, oggi, una città sia tedesca e l’altra polacca, si somigliano molto più di quanto si possa immaginare. Il che è dovuto alla loro storia, tutto quanto qui è stato Svezia per secoli, basta buttare l’occhio al di là e la Svezia è lì, a un tiro di piccolo schioppo. E ancora prima erano tutte città anseatiche, come detto, con esigenze e scopi simili. Apprezzabile, leggo ora, la politica di armonia commerciale da queste parti: nel 1249 Stralsund divenne un importante centro di scambi
e da Lubecca mandarono prontamente un piccolo esercito che la rase al suolo. Problema risolto. Gli stralsundiani, ormai avvisati, ricostruirono la città con le mura, stavolta, e aderirono nel 1293 alla Lega anseatica. Poi fu guerra dei trent’anni, poi Svezia fino a Napoleone, poi Prussia, poi protettorati dopo la pace di Versailles, poi Germania nazista, poi Germania est o Polonia, a seconda, ed ecco fatto, ottocento anni in tre righe, spero Le Goff non mi senta.

La Polonia, per tornare al minibilancio con qualche elemento non economico, è una grande risorsa per fare un viaggio diverso dal solito, per visitare zone che hanno avuto vicende sufficientemente lontane dalle nostre per risultare quasi esotiche, nell’accezione sbagliata del termine. Il costo più basso della vita permette di superare indenni quelle piccole scomodità che il paese riserva, dando maggiori possibilità di scelta: per fare un esempio, un albergo di qualità un pochino maggiore e in centro vi eviterà di dovervi scontrare con alcune difficoltà relative ai trasporti e, più che altro, alle tabelle dei percorsi e degli orari scritte in quella lingua bastardella che è il polacco, seconda solo all’ungherese e all’ubanji primordiale. Fatto non di secondaria importanza, non ho mai, dico mai, avuto la sensazione di trovarmi in una situazione spiacevole, potenzialmente. Certo, potrei dire che prima di dar fastidio ai miei novanta e più chili uno ci pensa magari due volte ma non è così: ho visto donne e ragazze da sole in giro a ogni ora e in ogni zona. Certo, magari loro sono fortissime e dovrei avere paura di loro. Può essere. Non sono mai stato fregato né ho mai avuto l’impressione che potesse accadere in tutte le volte che sono stato in Polacchia, e sono quattro con questa. Piccole amenità per un italiano che però fanno piacere: si sono sempre fermati alle strisce pedonali, tranne un anziano merdone oggi; nessuno ha mai attraversato col rosso, tranne un italiano cagone (io); non ho mai, dico mai, sentito squillare un cellulare – mai! – tantomeno in un ristorante o luogo pubblico; nessun ubriaco ha mai insistito più del dovuto, apprezzabile anche questo.
Mica poco, dico io. Ciao Polacchia, vado in Tedeschia, regalo i miei ultimi dieci złoty e ci vediamo presto. Ti saluto con Life on earth degli Snow Patrol.

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2 commenti su “minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno otto, scavallare le frontiere, un piccolo bilancio polacco, il meclemburgo sovrano

  1. È colpa dei cetrioli!
    Simo dice che la prova della inesistenza di dio è che non esiste paese sulla Terra dove non vengano coltivati e stramangiati cetrioli: se dio esistesse, avrebbe distribuito con maggiore equilibrio e parsimonia questa disgrazia dell’umanità.

  2. Ahah, avete ragione, a me piacciono e li mangio eccome, li stramangio, ma capisco bene. San Tommaso e la prova cetriolico-ontologica dell’esistenza di dio, anche i gatti sono d’accordo.

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