Francis il muro parlante: siccome non ne abbiamo un altro…

Scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono. E lui è inappuntabile. Magari un’altra volta parleremo della NASA, di Elon Musk, della questione ambientale e della vita sugli altri pianeti.
[Per i profani, la scritta è una cosa tipo: «Prima di cercare la vita su altri pianeti, possiamo smetterla di uccidere la vita su questo?»].

song of the day: Funky Style Brass, ‘Aquo Groovat’

Impossibile resistere alla Funky Style Brass, band matta di tolosani, il cui genere prediletto è definibile con una parola sola (muoviltuoculo). Il loro primo disco, del 2009, AquoGroovat, fu poi sottoposto a reedition, cioè risuonato e riarrangiato, e il risultato è questo:

Chi tra noi ascolta Radio Popolare la sera di domenica sera questa cosa già la sa, magari non ne conosce il titolo, esattamente come non conosce il volto di Francesca Carla, ma ce l’ha in testa. Per tutti gli altri, basta ascoltare il pezzo e seguire le proprie inclinazioni.

satellite of love #58: unduetre stella

Un altro giro dal satellite. Se ci penso ha dell’incredibile: costruire cose comprensibili a pieno solo dall’alto (piazza del Campidoglio a Roma, per dirne un’altra) in epoche in cui non sarebbe mai mai mai stato possibile vederle.
Pazzesco, oggi è facile dirlo ma allora?

Certo, è Palmanova. Il Savorgnan, che edificò la prima cerchia interna di mura, era uno che sapeva tirare le righe con una certa precisione e aveva, evidentemente, un compasso gigante; nel 1593 qui sperimentò il modello a nove punte mentre a Cipro, a Nicosia, ne fece undici. Poi, aumentando la gittata dei cannoni, le cerchie diventarono tre nel 1690 e nel 1813.
La forma è talmente bella e precisa che Palmanova è nota a molti, per ammirarla è sufficiente guardare l’episodio ‘Giacca rossa‘ della seconda stagione di Lupin III. Nientedimeno.

un blocco davvero grande

E poi Giancarlo Neri, scultore napoletano con un sito davvero bellissimo, prese sei tonnellate di acciaio e mille libbre di legno e costruì The Writer, il tavolone con seggiola di oltre nove metri: un tributo alla solitudine dello scrittore e al blocco che, tavolta, sopravviene.

La sculturona è stata per alcuni mesi a Londra nel 2005, a Hampstead Heath, e poi a Roma. Alcuni senzatetto, ma la cosa non è troppo confermata, sostengono di averla usata come casa per alcuni mesi. Poi è finita nel parco di Monza, donata da un’industriona farmaceutica.

Cercando di capirne un po’ di più il senso, leggo le parole di chi parrebbe saperne molto: «Annulla i limiti imposti dagli spazi espositivi e si inserisce armoniosamente in luoghi di frequentazione quotidiana, instaurando un legame profondo con la natura circostante così da generare la poesia del surreale mediante quella chiave che inverte il modo di leggere la quotidianità e che è comprensibile a tutti. La questione delle dimensioni rimane fondamentale poiché riporta il dibattito sull’importanza della funzione dell’arte pubblica, fuori dai musei e dalle mostre e che eroga quotidianamente una sua piccola quantità di messaggi: questa è la funzione delle installazioni oggi». Certo. Un testo illuminante che si trova dappertutto, chissà chi ne è l’autore. Le dimensioni contano, capisco benissimo. A me, infatti, le cose grandone piacciono molto anche se me ne sfugge il senso.

La sediona è visibile anche da satellite, qui la mappa.

e all’improvviso all’orizzonte una trombona

Evgeny Drokov è un russo che va spesso a Genova. Dalla sua finestra o quando è in giro scatta parecchie fotografie, alcune davvero un po’ troppo saturate e illuminate per i miei gusti. Però le foto le sa fare e ha l’occhio lungo.
Ed ecco che poi capita il colpo grosso, ovvero di cogliere il momento:

Era una mattina di agosto 2015, il 21. Cose che capitano una volta sola, di solito.