hop on the magic bus: 20.000 miglia sopra la terra

Dio, esistesse ancora l’avrei già preso innumerevoli volte: il favoloso, incantato, meraviglioso e magico bus Londra-Calcutta. Oggi Kolkata.

Tra il 1957 e il 1976 prestò regolarmente servizio il bus tra Londra e Kolkata e ritorno, diecimila miglia ad andare e trentaduemilasettecento chilometri a fare tutto il giro, per circa cinquanta e rotti giorni, dipendeva da un sacco di casi lungo la strada. Il ‘London to Calcutta bus service‘, operato dalla Albert Travel, che tempi meravigliosi quelli.
Il percorso era suppergiù questo: giù da Belgio, Germania est, Yugoslavia, Bulgaria, Turchia, Iran, Afghanistan, l’oggi Pakistan ed ecco subito l’India. E da lì qualche possibile estensione, tra cui Thailandia e le punte estreme indiane. Al tempo, era il percorso in corriera più lungo al mondo.

Il biglietto costava circa ottantacinque dollari a tratta, l’equivalente di duemilacinquecento euro odierni, nemmeno poi troppi per la permanenza complessiva. Che viaggio, che avventura, non sto nelle scarpe, ci salirei immediatamente per fare almeno almeno tutto il giro. Possibile che nessuno ne abbia scritto? Devo indagare.

Il bus era davvero un magic bus: c’erano cuccette, una cucina, una piccola sala per osservare il panorama, un impianto per la musica, ventilatori, ed erano previste soste turistiche in India, a Vanarasi e al Taj Mahal e sulle rive dello Yamuna; erano altresì previste soste per acquisti a Salisburgo, Vienna, Istanbul, Tehran e Kabul.
Ora, io non so affatto cosa sia la felicità né saprei definirla ma questo bus e il suo strampalato e stupendo viaggio si avvicina alla mia idea di felicità, quantomeno felicità di viaggiatore. Figuriamoci, sono ancora in estasi per due giorni a bordo di un treno sovietico, con questo sarei diventato pazzo.

Nel 1968, la Albert Travel lasciò il servizio dopo un incidente che distrusse il bus e l’idea venne raccolta da Andy Stewart, viaggiatore britannico, che non solo raccolse ma rilanciò il magic bus: da Londra a Sidney. Sidney! Il bus acquistò un piano e via per centotrentadue giorni attraverso, superata l’India, Thailandia, Malesia e da Singapore su traghetto fino all’Australia. Ecco, adesso sono emozionato solo a pensarlo, sarei sparito per centotrentadue giorni di corsa, che sogno meraviglioso.
Come tutti i sogni finiscono, anche il magic bus lo fece. Peccato non averlo avuto anch’io. Nel 1976, causa la rivoluzione iraniana e i dissidi tra India e Pakistan, le tratte divennero difficili e il servizio cessò. I viaggi completi da Londra a Sidney e ritorno furono quindici, complessivamente, un ottimo curriculum.

Che avventura stupenda dev’essere stata, ogni viaggio diverso e la durata mai certa, bastava una pioggia, una strada cedevole, una deviazione e i cinquantacinque giorni diventavano sessanta o chissà. E chissà che incontri. Qui un video, in hindi ma si capisce tutto.
Il mio record personale di bus è un Città del Capo-Pretoria tutta difilata su un Greyhound che aveva a malapena un bagno ma la durata – non ricordo esattamente, tra le diciotto e le trenta ore – non era nemmeno avvicinabile al ‘London to Calcutta bus service‘, il magic bus. Impareggiabile, quei tempi non torneranno più. O sì?

it was a bright cold day in April

‘1984’ di George Orwell – più correttamente ‘Millenovecentottantaquattro’ – ha una storia molto interessante, oltre alla storia che racconta. Sia una storia compositiva, parlando della scrittura, che editoriale, parlando della pubblicazione. Me ne ero brevemente interessato qualche anno fa, per chi fosse curioso. Tra le vicende editoriali, un numero spropositato di edizioni e, di conseguenza, di copertine e di avventure creative, spingendo il titolo alla fantasia. Mi era però sfuggita, al tempo, la migliore copertina del romanzo che io abbia visto finora, la Penguin, la cosiddetta ‘censored edition‘:

La censura in copertina è un’idea magnifica, contraddice il senso della copertina stessa di un libro, ovvero l’annuncio pubblico e visibile, per enfatizzarne invece il senso del contenuto, aggiungendo molto con quelle bande nere, invece che togliere. E mantenendo intatta la linea grafica della casa editrice. Lavoro eccezionale. Il merito? Del solito David Pearson, solito perché è l’ideatore e realizzatore di molte copertine Penguin e di molte notevoli. Qui alcuni suoi lavori.

perdio, chi ha bananato lo scotch?

In principio fu Cattelan con la sua banana e lo scotch che la teneva appesa al muro, ne dissi divertito qui. Fu vera arte? Ai posteri / L’ardua sentenza / Noi chiniam la fronte / siam pronti alla morte, siam pronti alla morte firulì firulà. Chi lo sa, se fu vera arte? Di sicuro ha scatenato un dibattito di proporzioni gargantuesca e, secondo me, già molto dell’obbiettivo è così raggiunto; ha poi avuto il merito di spingere tutti noi a chiederci ancora una volta di più di che si parli, cosa faccia dell’arte arte, cosa diavolo sia in definitiva questa cosa che così chiamiamo?
Gli sviluppi, poi, furono molteplici e quasi tutti degni di menzione. Una delle tre banane originali, e già qui qualcosa da dire ci sarebbe, fu venduta per 6,2 milioni di dollari a un magnate delle criptovalute, cinquantuplicando il valore iniziale e miliardidivoltizzando il costo intrinseco iniziale, ma questo non conta. Poi l’artista newyorkese David Datuna mangiò la banana durante l’esposizione a Miami e nel maggio 2023 uno studente d’arte sudcoreano durante una mostra a Seul fece la stessa cosa. Lo stesso acquirente lo fece. Come scrivevo, ragioniamo sull’opera d’arte nell’epoca della sua mangiabilità. Furono sostituite, si poteva fare, per forza visto che smarciva da sola, l’opera, che veniva venduta corredata di un certificato di autenticità e le istruzioni per poterla sostituire. Uuh, chissà come si faceva. Una tra le cose che mi divertì di più, vera o meno che fosse, fu il fatto che il fruttivendolo sotto la galleria d’arte che metteva l’opera all’asta si incazzò non poco a sapere che la sua banana, venduta al giusto costo di qualche decina di centesimi, era stata poi venduta a un sacco di soldi, la banana da sei milioni di dollari. E ne pretese una parte, vanamente temo. La storia strappalacrime di Shah Alam, vabbè, sul NYT con tanto di intervista in cui esprime il suo sincero giramento.

Tra le infinite variazioni di quest’opera d’arte-meme quella qui sotto è una di quelle che apprezzo di più, nella sua semplicità. How the tapes have banana’d? ci si potrebbe chiedere ma anche in italiano, nel titolo, non viene male.

libri di viaggio: Fatland

Già il nome è omen, presagio, per quel ‘land’ che contiene e che rilancia in fantasie di viaggio e di racconto. Certo, quel ‘fat’- un po’ meno ma non è inglese, lei, è norvegese: Erika Fatland.
Ora, per chi bazzica un po’ nei meandri della letteratura di viaggio il nome è più che noto, si tratta di una grande viaggatrice e narratrice dei nostri anni, forse della più grande a voler fare inutili classifiche, di sicuro una delle poche che si sia occupata così a fondo del mondo post-sovietico e che abbia avuto l’ardire di affrontare viaggi così complessi e difficili: uno nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e uno percorrendo tutto il confine esterno russo, in ogni direzione. Non sono ovviamente gli unici viaggi che abbia compiuto e di cui abbia scritto – è in uscita ora un suo racconto sulle ex colonie portoghesi – ma questi due sono quelli che intendo citare qui.

Ora lo dico, nonostante sia la frase dell’acqua calda, visto il suo successo e notorietà, lei è fantastica: immagina e realizza progetti di viaggio estremamente interessanti e complessi e poi ne scrive in maniera invidiabile – lo dico con cognizione, frequentando il ramo – per stile, modo, contenuti, profondità e ironia. Quello che rende ancor più complesso il suo modo di viaggiare, sola e per parecchi mesi, in realtà lei lo racconta come un vantaggio, ovvero la possibilità di interagire con persone che non si aprirebbero mai davanti a un uomo, vero e comunque bello spirito anche in questo.
Queste non sono, dunque, recensioni né vogliono esserlo, direi più segnalazioni, condivisioni, sempre nello stesso spirito con cui riporto le cose qui: se a qualcuno servisse, bene; per me è un modo di porle su uno scaffale non tanto immaginario e averle in vista. Per questo il piccolo indice riepilogativo qui sotto, aggiornato man mano.

Quest’estate mentre percorrevo la mia transcaucasica sbirciando sul sedile davanti a me ho scorto un altro viaggiatore, R. con cui poi ho fatto amicizia anche, forse, grazie a questo, leggere (probabilmente rileggere) ‘La frontiera’ di Fatland nelle parti che stavamo attraversando in quelle ore, in particolare l’alta Svanezia in Georgia, e mi è tornata in mente lei e così ho prontamente fatto anch’io: ho ripreso ‘La frontiera’ e ho ripercorso passo passo con piacere il racconto dei posti che andavo vedendo. Non solo, oltre a essere donna e sola, è anche andata in posti in cui io non ho nemmeno osato: Abkhazia e Ossezia del sud, per restare a quell’area. Formidabile.
Una parte del suo racconto mi è tornato in mente spesso negli ultimi anni, durante i viaggi: nel corso di una crociera negli impervi mari siberiani a nord della parte più inospitale della Russia – Fatland doveva pur percorrere tutto il confine esterno, anche sopra – incontrò un gruppo di viaggiatori con quel passaportino del centonovantatre paesi (dibattuti) i quali andavano a piantare la propria bandierina personale in uno dei luoghi più difficili da raggiungere del pianeta. Ora, esistono numerosi club che raggruppano coloro che hanno messo piede nel maggior numero di paesi al mondo, uno di questi è il ‘Most traveled people’ o il Travelers’ Century Club (TCC) per dirne due, per i quali conta la foto e il timbro sul passaporto e un qualche tipo di record. Come, per esempio, gli ottocentocinquantatre territori visitati dal campione del club. Fatland ne fa, giustamente, un racconto pietoso, ricordo anch’io con un po’ di pena di aver incontrato una ragazza giovanissima che aveva pianificato qualche mese sabbatico e un tot di soldi di papà per mettere piede – letteralmente, a volta si trattava di soli aeroporti – in tutti i paesi del mondo nel minor tempo possibile, diventando così la più giovane campionessa in questa demenziale attività. Chiarisco, la tentazione è grande, lo ammetto: è capitato anche a me a volte di pensare di mettere un piede al di là del confine non fosse altro per dirmi di esserci stato, anch’io ho la mia mappetta dei paesi visitati e quelli no, anch’io tengo conto di quante repubbliche ex-sovietiche mi manchino, è così. Non ho però mai, a onor mio, fatto il discorsetto del ‘viaggiatore e non turista’ ma insomma la distanza è quella che è. Il punto è, comunque, che quel racconto di Fatland di quel grottesco gruppo di persone a caccia della medaglietta mi torna alla mente ogni volta e mi riporta al senso delle cose e allo scopo della faccenda, mi fa rallentare e mi fa guardare intorno a me, pensando a ciò che sto vedendo e facendo. Non poco, per niente.


David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più (1998)
Erika Fatland, La frontiera. Viaggio intorno alla Russia (2017)
Erika Fatland, Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale (2016)
Sylvain Tesson, Beresina. In sidecar con Napoleone (2016)
Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane (2012)
Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale (2019)

le fotografie di Danila Tkachenko

Tkachenko è un fotografo e artista visuale russo e con il suo progetto ‘Restricted Areas’ ha vinto nel 2015 l’European Publishers Award for Photography. Come spiega, l’intento “is about utopian strive of humans for technological progress” e le fotografie sono scattate in centri tecnologici sovietici e limitrofi oggi abbandonati.

Il progetto è più complesso, c’è più sostanza, lo spiega. La scelta di farlo nella neve è ovviamente di grande effetto, incontrando anche il nostro immaginario occidentale al riguardo. Queste foto gli devono aver richiesto enormi quantità di tempo e di fatica, anche solo per raggiungere nel momento giusto decine di posti sperduti nei paesi del patto di Varsavia. E sono ispirate, a parer mio.

mediocri di tutto il mondo, lui ci ha assolti

In gran parte convincente e ben riuscita la serie ‘Amadeus’, a parer mio.

Fresca fresca di forno, riprende la vicenda raccontata da Forman nel suo memorabile film e da Shaffer nella sua opera teatrale e, se volessimo andare ancora più indietro, da Puškin nel suo dramma, ovvero come Salieri, invidioso di cotanta ingiustizia e allo stesso tempo rapito da tanto genio, abbia operato in modo fattivo per far fuori definitivamente Mozart, scegliendo così la memorabilità seppur nell’ignominia all’oblio. Difficile fare meglio del film e dell’interpretazione di Abraham di Salieri, vero protagonista allora e oggi, e così non è ma la serie aggiunge senza voler superare, dà spessore sia al tormento di Salieri che a quello, trascurato, di Mozart e, non secondari, di Constanze e dell’imperatore. Forse un piano in fiamme poteva essere evitato ma tutta la faccenda regge bene eccome, la consiglio invero. L’involuzione di Salieri e il suo declino, consapevole del fatto che lui e la sua musica saranno spazzati via dal giovane quanto immeritevole genio, lo scontro con il suo dio e la risoluzione battagliera hanno il tempo di essere rappresentati, è il vantaggio delle serie, come il logorio mentale e di conseguenza fisico di Mozart, forse un po’ tagliato via nel film. La fascinazione, la consapevolezza e insieme l’invidia e il fastidio di Salieri sono credibili, gli attori notevoli, serve dirlo che anche la colonna sonora non è male?

ostalgie: esplorazioni musicali a est parte uno (Kino, Leningrado)

Non è una guida al rock-punk-wave quel che è dei paesi dell’est, non ne sarei in grado. Ancora. È piuttosto il resoconto di un’esplorazione che ho appena cominciato e di cui, mi dico, potrebbe aver senso dare resoconto. Sia per condivisione, chissà, sia per mia memoria futura, che almeno lo scrivo qui. Se poi si preferisce continuare a sentire i nuovi dischi dei Rollinz Stonel, prego.

Dell’arcipelago che girava attorno al Leningradskij rok-klub, noto club appunto in cui si suonava apertamente gestito dal KGB ma ‘con poca pressione’, raccontano, il nome più noto è quello dei Kino, anzi Кино a dirla corretta. Che sono, poi, tra quelli anche più conosciuti all’ovest e da cui è giusto cominciare. I Kino esistettero finché esistette il cantante, chitarrista, autore e leader Viktor Coj, cioè dal 1981 al 1990 (mica data casuale, eh?) e, non avendo per buona parte della storia un batterista valido, si caratterizzano per un suono più elettronico, con l’uso di drummachine. Che raramente erano Casio, perlopiù Ėlektronika, per dire il genere. Il loro disco da cui sono partito è Начальник Камчатки, translato Načal’nik Kamčatki, del 1984: tradotto starebbe per ‘Governatore della Kamčatka’ ma non è così, ‘Kamčatki‘ sta per caldaia, in gergo, e allude al lavoro di Coj, riparatore di caldaie. Così si dice.

Sebbene non fosse riuscito come desideravano e da alcuni sia stato considerato ‘noioso’, secondo me e secondo tutti coloro che lo apprezzarono in URSS nel 1984 è valido e contiene già alcune delle sperimentazione tipiche dei Kino, la loro inconfondibile allegria al cui paragone i Joy Division sono un gruppo di comici in libera uscita. Segnalerei anche il disco dell’anno successivo, Это не любовь (Ėto ne ljubov’), che tradurrei con ‘Questo non è amore’, e si apre con toni quasi smithsiani ed è piuttosto bello, e l’ultimo con Coj, del 1989, Звезда по имени Солнце (Zvezda po imeni Solnce, ‘Una stella chiamata sole’, con eclissi in copertina), lugubrino e bellissimo, secondo me (dritta: si compra facile su bandcamp a prezzo ragionevole o su quelli grossi a poco). Ebbero successo anche fuori, suonarono persino in un festival in Puglia e poi, come detto, con la morte di Coj la storia sostanzialmente finì.
Con l’URSS.

Le esplorazioni musicali a est: Кино (Kino)

tra le altre cose, quel che Flaubert diceva di sé (l’uomo birro)

Poche cose mi fanno ridere come gli svarioni linguistici. Le cadute sul ghiaccio, forse, le capocciate, i nomi buffi dei locali come ‘La stalla di Pegaso’, chi non riesce proprio a stare sveglio, le leggi della fisica secondo i Looney Tunes, insomma cose così. Sono una persona semplice.

Ecco, a proposito dei primi, mi ha fatto molto ridere un racconto di Paolo Nori. Era andato a Reggio Emilia a sentire Svetlana Aleksievič e «c’era una traduttrice che era la capa di un’associazione di badanti che lavoravano a Reggio Emilia che il russo lo sapeva benissimo, era russa, l’italiano così così» e via, la serata si fece indimenticabile:

Già, chissà quanti uomini ci sono in un uomo, a volte molti a volte nemmeno uno.

ma che ti ha fatto Mariengof?

Non molti, errando, conoscono i poeti russi immaginisti. Male. Essi, del cosiddetto periodo d’argento della poesia russa, tra il 1919 e il 1924 diedero inizio a una corrente così detta ‘Immaginista’, per reazione anarchica a quei destrorsi dei futuristi, con l’idea di fornire con la poesia un’immagine, figurativa e metaforica, spesso giustapponendo le due. Dei poeti, si ricordano Anatoly Marienhof, Vadim Shershenevich e Sergej Esenin. Di essi, ricorderei senz’altro Anatoly Borisovich Marienhof, o Mariengof a seconda di come si translitteri l’originale Мариенго́ф.

Mariengof è ricordato per il suo ‘Romanzo senza bugie’ del 1926 in cui racconta la sua amicizia con Sergej Esenin, poeta di ben più largo successo, rapido marito di Isadora Duncan e suicida l’anno prima, e per le brevi poesie, appunto, immaginiste. Non andò bene nemmeno per lui, con questo e il romanzo successivo, ‘I Cinici’, fu molto criticato dalla stampa sovietica per i suoi vividi racconti del tempo e del paese e fu relegato senza pubblicazioni a scriver cose per il teatro fino alla fine dei suoi giorni, negli anni Sessanta. Era bravo, Mariengof, Esenin gli dedicò molte delle sue opere e Mariengof, di suo, raccontò molto di Esenin come, per esempio, egli dicesse che bisogna trovarsela la fortuna, chiedendola con forza, facendo come quel vagabondo di Odessa che chiedeva l’elemosina così: «Cittadina, mi dia cinque copeche! Altrimenti le sputo in faccia: ho la sifilide».
Bene, Mariengof. Cioè, insomma. Poi il fatto è che uno fa anche le proprie cose per benino, con decisione pure e rigore morale e intellettuale. Poi, per quali chissà fatti della storia, quella con la esse minuscolissima, la gente in giro ti ricorda così:

Ossignore, pof, pof, pof,
C’è il poeta Mariengof.
Molto beveva, molto mangiava,
Senza mutande in giro andava.

Che poi lui le mutande non solo le aveva ma le teneva pure su, va’ a sapere. Saran faccende di rima, maledette.

se cerchi, non trovi e finisci da me (settimana 52/25)

Questo è un vecchio giochino dei tempi della tregenda che mi diverte ancora, per cui perché non giocarci di nuovo? Certo, rispetto ad allora – quindici anni fa – i motori di ricerca funzionano molto meglio e, direi, le persone cercano molto meno. Alla cavolo, perlomeno, o forse trovano quel che cercano molto prima. Di sicuro si usavano molte più parole e lo spasso veniva presto. E poi non c’è più tutto quel porno di allora, fagocitato da poche piattaforme. Ma qualcuno che cerca ancora c’è.
Quindi, altro giro di motoscurreggia su: le migliori chiavi di ricerca dell’ultimo mese che qualche incauto ha digitato nei motori di ricerca e per le quali è finito su trivigante. Va’ a sapere. La rubrica più babbea di tutta la circoscrizione.

Vorrei sapere:

  • ne sento sempre parlare: dov’è l’olanda
  • ah, ma se lo trovo…: porco australiano
  • so usare i trucchi dei motori di ricerca: itaairwayswifi
  • cerco uno che lo sia: tipo
  • non ho sentito bene ma gugol lo saprà: coniugi andolfini
  • ne ho passione: rettangoli colorati
  • ma senza fucile non si capisce: quando un uomo incontra un uomo con pistola
  • trentamila lire?: il mio falegname con
  • ti trovo: bastardello
  • Loro: sciolgono trecce cavalli
  • non lo trovo più: il mio falegname
  • e io la troverò in rete: la fortuna esiste
  • credo ciascuno al suo posto: nord sud ovest est dove sono
  • quella con tutti e quattro: mappa nord sud est ovest
  • no, senza l’est: nord sud west
  • gli altri non mi interessano: est e ovest dove sono
  • povero Brian: eno significato
  • conosco i remoti complessi: essi piacquero
  • ho un bell’eloquio: me ne compiaccio
  • i punti cardinali sono un problema per molti: dove è est
  • conosco le lingue: scherzing
  • amo un certo cinema francese: films pornographie
  • mah: la eta
  • che vorrei comprarlo: camion più bello del mondo
  • in ordine personalizzato: est ovest nord e sud
  • ho sentito di una favola: strega mela
  • non liscia: una strada piena di solchi
  • eh, caro, son tante: film porno categorie
  • io uso solo quella valuta: costo della vita a chisinau in sterline
  • ma quando mai?: mafalda ottimista
  • li sento spesso nominare: cosa sono gli obelischi
  • sei nel posto giusto: forza sovrumana
  • ovviamente sotto: paesi bassi dove si trovano
  • chissà che vorrebbe sapere: abbiamo fatto centro
  • eh, a me piacciono: maschioni
  • perché lei ha le connessioni con lui: flavia vento poesia leopardi
  • chissà che voglio: ricevo una mail da me stesso
  • scountryty: scampagnata in inglese
  • democristiana?: moro etnia
  • non di Nazareth: il brian che ha lanciato by this river
  • tu li vorresti vedere: film pornografici
  • è Battisti ma da me c’è solo la bestia: però il rinoceronte
  • romo? ormo?: l’anagramma di moro
  • cerco piccoli: pippottini
  • tuttoattaccato: filmporno

Era un internet molto diverso, allora.