minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 74

Sì ma ora che succede? Molti sono convinti che una seconda ondata in autunno sarà inevitabile e comunicano la cosa come assodata, probabilmente sull’esperienza degli altri coronavirus, come influenza e raffreddore. Secondo alcuni questa seconda ondata sarà meno intensa, perché i soggetti deboli che potevano sviluppare una risposta grave sono già stati interessati dalla prima ondata, detta tecnicamente ci sono meno polimorbidità, secondo altri invece sarà più intensa, perché i virus mutano e diventano, talvolta, più forti e il fattore climatico favorirà questo processo. Secondo qualcun altro, invece, la seconda ondata ci sarà ma in tempi brevi, ovvero dovuta alla ripresa delle attività economiche e sociali, e ci costringerà a un secondo lockdown e ciclicamente ad alternare aperture e chiusure per mantenere il livello del contagio a un punto sopportabile. Anche in questa ipotesi, gli scenari sono comunque variegati: c’è chi ritiene che di fatto gli stati di quarantena saranno prevalenti fino al 2025 intervallati da brevi periodi di maggiore libertà e chi, invece, ritiene che questa situazione sarà passeggera, almeno fino al vaccino, quindi un anno, un anno e mezzo. Ma c’è chi pensa che il vaccino potrebbe non esserci mai, perché i coronavirus mutano, e di conseguenza l’unica risposta possibile sia quella farmacologica, utilizzando combinazioni di medicinali già esistenti, e chi pensa che si arriverà a una forma di vaccinazione simile in sostanza a quella dell’influenza attuale, ovvero differenziata di anno in anno per ceppo. Ci sono, però, coloro che pensano che il virus stia già mutando e che stia diventando meno aggressivo, il che sarebbe testimoniato dalla diminuzione dei ricoveri in terapia intensiva, mentre altri spiegano che sia scorretto parlare di un solo virus perché, in realtà, le tipologie sarebbero già parecchie e sarebbero destinate a incidere in modo diverso nei paesi del mondo. Chi esprime questo tipo di posizioni, parla di «convivenza» con il virus, di adattamento del corpo umano, e lo fa non con rassegnazione ma con la tranquillità di chi vede oltre il contingente. Chi, poi, guarda al passato riporta l’esperienza dell’influenza spagnola – il virus dell’influenza A sottotipo H1N1 – che tra il 1918 e il ’19 fece tra i cinquanta e i cento milioni di morti per sparire poi abbastanza all’improvviso, forse perché nella vita civile tendono a sopravvivere i ceppi virali più leggeri, forse perché migliorarono le cure. Alcuni però obbiettano che proprio la spagnola ebbe diverse ondate per nulla legate al fattore stagionale, quindi climatico, e di conseguenza non possiamo pensare a una recessione del covid-19 nei prossimi mesi. A quello, però, sopperirebbe la fine della pandemia decretata socialmente, sostengono altri, nel senso che il desiderio di riprendere la vita quotidiana e la stanchezza per le misure di contenimento porterebbero le persone a comportarsi come se il virus sia stato debellato, anche se non è così. Tale ipotesi sarebbe credibile nel caso del covid-19 perché il timore ingenerato dalla malattia non sarebbe alto come in altri casi, dato che la mortalità, sia detto con il rispetto dovuto nei confronti di chi ci ha lasciato le penne, non è alta come in altri casi di epidemie e pandemie ben più fatali, come l’Asiatica del 1958, per citare la più recente, o la pandemia russa del 1889.
Che dire, dunque? Non vorrei banalizzare il concetto dicendo che è inutile girarci attorno perché nessuno ha idea di come andrà. Vorrei, come credo che sia, considerare che si stiano offrendo contributi al ragionamento, ciascuno stia mettendo sul tavolo le proprie ipotesi e, con il tempo, si stiano vagliando collettivamente le più credibili. Ovvio che al momento si stiano mescolando le idee più serie e strutturate, avvalorate da conoscenza scientifica, e le ipotesi più sbalestrate, spesso avanzate per scopi altri inserendo elementi di confusione, per esempio millantando fantomatici studi riportati da Science, che fa sempre gioco. Solo il tempo farà pulizia anche se in modo non definitivo, più avanti i racconti di questa pandemia saranno ancora differenti e variegati, le spiegazioni non univoche, i ragionamenti non concordi.

Io non so come andrà. Durante il lockdown non ho fatto la pizza in casa, non mi sono messo a correre, non sono diventato un epidemiologo o un virologo, quindi non lo so. Sulla base della mia formazione, mi piace pensare che possa accadere ciò che accade in certi racconti popolari brevi, quando verso la fine, dopo aver raccontato ciò che importa, di solito morti, amori andati male, genitori dispotici, burle ben riuscite, la narrazione taglia via brutalmente e nelle ultime due righe condensa tutto ciò che succede dopo: «E fu così che da un giorno con l’altro il virus sparì senza lasciare traccia e le persone tornarono alla vita normale», ovvero l’equivalente nelle fiabe del «E vissero felici e contenti», amen e via. Mi piace pensare che possa accadere perché mi piace pensare a me stesso su un treno per Hanoi tra pochi mesi, pronto a mangiare la prima cosa vista su una bancarella, magari non un pipistrello, e a dormire in una bettola vicina alla stazione, senza troppo pattume. Ognuno spera ciò che gli va, no?

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E vivere insieme è un po’ così: parecchie delle persone con cui ho modo di confrontarmi interpretano la riapertura in modo prudente e tendono a innervosirsi per quelli che considerano comportamenti irresponsabili da parte di molti, niente mascherine o messe male, vicinanza troppo vicina, assembramenti molesti, trascuratezza, disinteresse, maleducazione, assenza totale di senso civico. Perché fosse solo per loro, amen, ma qui la situazione ci tocca tutti e si ripercuote in modo omogeneo. Vero, c’è una certa quantità di gente che – come sempre, anche stavolta – non ha ben capito quali siano le precauzioni da seguire. Ma quanti sono? Difficile dirlo. Sono tanti da poter costituire un pericolo? Tali da far impennare i contagi? Viviamo circondati da idioti? Può essere, la tentazione di pensarlo a volte è forte, se non fosse che, di conseguenza, noi siamo gli idioti di qualcun altro. Stavolta, come non mai, è questione di percezione. Intendiamoci, gli idioti, o i banditi per restare alla felice catalogazione di Cipolla, ci sono eccome, e non sono pochi. Ma non sono nemmeno così tanti come la comunicazione attuale vorrebbe farci credere, hanno di certo una visibilità e un effetto ampiamente superiori alla consistenza reale. Alcuni meriterebbero senz’altro il calare della vindice spada della Giustizia, altri avrebbero solo bisogno di un lungo corso di educazione di base, tipo il mio vicino camionista, e di qualche vergata da qualche vecchia suora nera che gli insegni il senso del peccato. Ora molto più del solito è difficile valutare, sia perché l’angolo di visuale è davvero ridotto, sia perché si presuppone che ogni comportamento individuale abbia una ripercussione collettiva, sia perché si tende a notare il comportamento irragionevole tralasciando tutti gli altri, persino più rilevanti numericamente. Che poi, irragionevole, intendiamoci: il parametro generale di giudizio è ovviamente sé stessi e ciò che in generale si discosta dalle proprie norme di comportamento e prevenzione è valutato come irragionevole o, peggio, scorretto. Può essere ma solo se uno è Abele o Gandhi (ma solo nella seconda parte della sua vita) o Giobbe o Fontana, che nulla sbagliano e ben si comportano, per tutti gli altri non vale. Infatti, e per questo durante la quarantena è capitato a tutti di notare come i comportamenti individuali in situazioni limite siano diversi anche tra amici, tra persone affini e che, di solito, si comportano in modo analogo e riscontrano posizioni comuni. I miei amici, cioè le persone da cui mi separa una distanza molto breve, non sempre hanno interpretato la situazione come ho fatto io e non sempre si sono comportati come avrei fatto io nella loro situazione. E non posso dire di aver capito, anzi mi sono stupito e li ho biasimati ma l’errore è mio. Siamo un enorme flipper di palline che sbattono di qua e di là, qualcuna finisce nel buco, qualcun altra fa punti, qualcuna gira del tutto a vuoto, ma il senso di tutto sta nel sistema complessivo – la scatola, il vetro e il Caso che preme i pulsanti – e nelle posizioni reciproche, c’è sempre qualcuno, a turno, che sta dove non dovrebbe. Questo, poi, è un vizio particolarmente praticato a sinistra, in Italia, individuare e deprecare i comportamenti individuali o collettivi della gente: politicamente si ama il popolo, per cui si fa la rivoluzione, ma presi come vicini di casa stanno anche abbastanza sulle balle. Se poi loro escono a prendere l’aperitivo in questi giorni e a noi tocca stare a casa, la rabbia monta.

I dati. Sempre il solito casino, oggi salgono i nuovi positivi e i decessi ma adesso si è capito che il martedì è così, per questioni di trasmissione delle informazioni e soprattutto per il numero di tamponi effettuati, che oscilla in modo molto significativo. Ma non tempestivo: una persona a me vicina ha sentito il proprio medico ai primi di marzo per difficoltà respiratorie, è stata congedata con qualche medicinale, se l’è sfangata come bronchitona o giù di lì ma nel frattempo il medico ha fatto partire la segnalazione. Con il monitoraggio efficiente che ci viene venduto dalla Regione Lombardia, l’hanno convocato per il tampone oggi, dopo più di due mesi. Nel frattempo, qualche giorno fa si era fatto il test sierologico, per sfizio, ed è risultato positivo. Al di là della situazione particolare, riesce difficile leggere dati costituiti da situazioni pregresse raccolti un po’ come capita. La situazione della riapertura, dopo solo due giorni, è variegata: alcuni esercizi, parrucchieri, estetisti, bar, venditori di barbecue eccetera, hanno ripreso immediatamente e, ovviamente, non lamentano perdite di clientela. Altri, legati magari agli uffici o al turismo, oltre ai cinema, i ristoranti e così via, vedono invece prospettarsi una situazione di crisi duratura. Aumentano le preoccupazioni sulla capacità di alcuni ministri del governo, specialmente quelli del m5s, di fronteggiare i prossimi mesi e la crisi economica più grave da decenni. Per questo, oltre al fatto che ciò si ripercuoterà nelle urne alle prossime tornate elettorali, alcuni chiedono un rimpasto, vedi per esempio il sindaco di Milano. Che però, mi si conceda, non ha proprio la fedina candida per quanto accaduto negli ultimi mesi e dovrebbe fare anche un rimpastino dentro sé stesso.

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Chissà perché anche stavolta mi immaginavo una cosa graduale, nonostante fosse scritto nel decreto abbastanza chiaramente, e invece no: è riapertura vera. Vado in banca a lasciare trentasei firme perché i BTP Italia anti-covid li voglio anch’io, sento il commercialista per IMU e dichiarazione dei redditi, l’impresa comunica che domani, finalmente, inizierà il cantiere a casa, fermo da ottobre prima causa pioggia e poi causa pandemia, faccio il mio primo ordine online da marzo, bevo il mio primo caffè al bar, intendo al banco, entro in due grandi magazzini, abbigliamento sportivo e bricolage, vedo i locali, cioè i posti dove la gente va a bere la sera, che riaprono tra grandi saluti e pulizie, valico per la prima volta da settanta giorni un confine comunale, ricomincio a usare il calendario per segnarmi degli appuntamenti. Si riapre per davvero. Diminuiscono anche le spese che devo fare per le persone, alcuni cominciano a provvedere in autonomia. Che dire? Lecito, bene così, anche se le prescrizioni sanitarie non sono cambiate, specie per le persone con più di sessantacinque anni e, quindi, la prudenza dovrebbe essere d’obbligo. Ma adesso i medici e gli scienziati non li ascolta più nessuno, sono stati sugli scudi per due mesi e adesso basta, possiamo anche dirlo: hanno anche un po’ rotto. Gli angeli, gli eroi. Sempre così, ora sui giornali e in rete se ne trovano tracce minime. Nemmeno il governo l’ha fatto stavolta, di ascoltare gli scienziati, e per la prima volta dalla crisi ha preso una decisione in altra direzione rispetto alle calde raccomandazioni di prudenza. Adesso sotto con economisti, segretari di partito allo 0,2%, psicologi, preti, sindacalisti, capitani d’industria con sede fiscale all’estero, giornalisti e fondatori di giornali, gattini, ricominciamo come prima. Avanti con il rumore di fondo costante, le code ai semafori, l’inquinamento come compagno di vita, le persone dedite alla scrittura o alla riflessione riferiscono in parecchi casi un senso di perdita, tutto sommato, dovuto al fatto che l’equilibrio monastico raggiunto nei mesi scorsi aveva i propri aspetti positivi, ora in procinto di smarrirsi.
Riapertura significa anche ripresa in senso automobilistico, nel senso che aumenta la velocità d’azione: fino a settimana scorsa bastavano due telefonate a riempirmi una giornata, ben spesa tra l’altro e con una certa spossatezza serale, ora le due telefonate le ho fatte entro le dieci del mattino, tra una settimana ne avrò fatte tre prima delle otto e mezza, pronto a passare ad altre ottomila cose. Corri, Forrest, corri. E il passaggio successivo, pressoché immediato? La lamentazione per il logorio della vita moderna. Ah, se avessi tempo. Perché fino a ieri vi siete lamentati dell’inattività, da domani sarà per l’improba attività, troppo facile fare i profeti in patria. Servono vacanze, diranno, come se gli ultimi settanta giorni non fossero stati di assoluta, inimmaginabile, sostanziosa vacanza nel senso più letterale mai visto.

Difficile dire come stia andando, perché i dati che vengono comunicati sono sistemati ad arte in modo da essere inutilizzabili, la tendenza che viene diffusa è positiva, nel senso di calo costante, anche se non omogeneo – Sardegna zero, Lombardia metà Italia – quindi l’unica è cercare di farsi un’idea dagli elementi visibili. Ma ciò è tutto fuorché un approccio oggettivo: chi sarebbe di suo prudente nota, più che altro, le persone senza mascherina che si assembrano in modo sciagurato, chi invece è portato a muoversi con più disinvoltura noterà solamente mascherine, guanti e persone distanziate dappertutto. In medio stat veritas? Quousque tandem abutere, Catilina… ah no, questo no. Vediamo se ciò che stiamo facendo ora basta, sperandolo.

Per non farmi mancare nulla, ma proprio nulla, di questa riapertura, mi scheggio un dente e vualà, anche un giro dal dentista è assicurato. Bene, riparte anche l’economia dei dentisti, ne sono contento. Faccio la mia parte.

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Vaccini. Perché c’è anche quel problema, non è che possiamo star qui senza pensarci. Ovviamente tocca aspettare, perché il processo è lungo, ma qualche domanda bisognerebbe porsela fin da ora, anzi sarebbe meglio essersela già posta. Ne dico una, banale: chi avrà accesso per primo al vaccino, quando ci sarà? Venerdì scorso Sanofi, una delle cinque di big pharma, ha dichiarato attraverso il suo amministratore delegato che gli Stati Uniti saranno i primi ad avere il loro eventuale vaccino. Già, per il semplice fatto che il governo americano sostiene l’azienda e, di conseguenza, il rapporto è privilegiato. Macron si è detto «seccato». Sempre negli Stati Uniti, pare che la fase 1 di test di un vaccino di Moderna, l’mRNA-1273, stia andando bene. La Gran Bretagna annuncia oggi di aver prenotato 30 milioni di dosi del vaccino (sempre eventuale) cui sta lavorando l’Università di Oxford con l’Irbm di Pomezia, ponendosi quindi in prima fila tra gli Stati che vaccineranno i propri cittadini. Ora, non è che ci voglia un fine analista o uno stratega per capire che chi avrà il vaccino per primo avrà innumerevoli vantaggi sugli altri, talmente ampi che è difficile quantificarli e immaginarli ora. La domanda, a questo punto, perché tocca pure farsi la domanda, è: e noi? E noi non si sa, nessuno ne ha parlato finora, nessuno ha posto sul tavolo la questione, nessuno ha ipotizzato lo scenario. Dobbiamo pensare che non ci siamo posti il problema? Ovviamente verrebbe da dire di no ma, alla luce dell’esperienza recente, il dubbio viene. Perché non parliamo di questo, invece che questionare se Silvia Romano sia incinta o meno? Secondariamente, sempre nel campo delle speranze, sarebbe auspicabile che l’Unione Europea si movesse in questo senso, lavorando in maniera comune per i propri cittadini e mettendo sul tavolo tutto il proprio peso, economico e politico. Qualcuno ne ha parlato? Io non lo so, nel senso che non ho sentito nulla. Verrebbe, di nuovo, da pensare che la questione sia stata affrontata e sia in agenda ma, vista l’esperienza recente di tre mesi fa in cui ogni Stato si è mosso in maniera indipendente e autonoma, il dubbio viene. E sono due dubbi.
Poi, tanto per girovagare di notizia in notizia, Icos – integrated carbon observation system, un’infrastruttura di ricerca europea, ha pubblicato uno studio in cui si dimostra che durante il lockdown le emissioni di CO2 in sette città europee (Basilea, Berlino, Firenze e Pesaro, Helsinki, Heraklion e Londra) sono calate del 75% nel caso migliore (non tutte le città erano sottoposte a restrizioni simili), palesando in modo incontrovertibile la connessione tra le misure di fermo e la riduzione dei gas inquinanti. Tutto questo, che è un po’ il segreto di Pulcinella e non capisco mai perché non telefonino a me per sapere certe cose, va sottolineato con forza perché durante il periodo di reclusione a un certo punto, fine marzo, su alcuni giornali uscirono notizie il cui succo era: «il traffico non c’entra, in pieno lockdown le emissioni nocive e le polveri sottili sono balzati alle stelle». L’ho virgolettato perché il Giornale ha scritto esattamente questo, e non è stato il solo: «L’assenza di traffico e di automobili in strada non ferma la presenza delle polveri sottili in Lombardia, Piemonte e Veneto: il livello di Pm10 rimane alto. Stupore tra gli scienziati». Credo che la notizia avesse stupito un po’ tutti i lettori, non solo gli scienziati, era stata rilanciata pressoché ovunque. E, sorpresa!, non era vero, come abbiamo avuto modo di sperimentare tutti in modo empirico con i nostri bronchi e alla vista delle stelle in pianura padana. Un esempio abbastanza lampante di fake news diffusa ad arte e ripresa felicemente dai giornali, principalmente di destra ma non solo, del mondo. Don’t trust what you read.

Domani, da noi, si riapre. Altrove hanno già riaperto, come il bar in Germania nella foto qui sopra: chi si inventa modi creativi per delineare il distanziamento vince. Nel senso che lavora di più, magari. A proposito di Germania: i dati da loro vanno bene, sia perché sono più ligi alle regole, sia perché hanno messo in atto politiche serie da affiancare alla riapertura. Per esempio? Beh, per esempio una rigida pratica di tracciamento dei contagiati. E noi? Non era una delle sei condizioni basilari dell’OMS? E non era uno dei pilastri della nostra politica sanitaria, di cui faceva parte pure l’app Immuni? Qualcuno ne ha notizia (del tracciamento, poi magari dell’app)? Certo, è una «t», tracciamento, e quindi non fa parte delle quattro «d» della Regione (giorno 42) ma me lo sono sognato io? No: «Il tracciamento – ha spiegato Conte – è necessario per evitare la diffusione del virus» (21 aprile), «Strategia basata su tracciamento e meccanismo di rubinetti. Se contagi crescono, interveniamo in modo mirato» (28 aprile). Ma anche Arcuri: «Riaprire senza fretta. Senza le app di tracciamento la stretta non potrà allentarsi» (21 aprile). E potrei andare avanti a lungo. Parole?

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Eh beh, prima i due metri diventano uno, nei ristoranti, il che assomiglia grossomodo a quello che è sempre stato, poi non passano nemmeno ventiquattro ore che tre esperti di virologia, epidemiologia e igiene delle università di Milano e Pisa dicono paro paro: «Un metro non è sufficiente al chiuso e nelle regioni con più contagi». Ma bene, grazie, a posto così, ci porta il conto per favore? L’immagine più azzeccata finora è quella della mia amica T. che ci paragona a «biglie in un sacchetto gettate qua e là», all’incirca. Perché tu il ristorante lo puoi anche aprire, alle condizioni che preferisci, poi bisogna però vedere se le persone ci vanno, perché alla fine tutto sta lì. Metro più o metro meno, il fatto è che ci sentiamo parte di un salto, nel vuoto o no lo sapremo tra non troppo tempo, e di conseguenza alcuni di noi si sentono spavaldi altri meno, alcuni aprirebbero tutto, forse senza pensarci, altri no, forse pensandoci troppo. Alcuni sentono che i dati non sono sufficienti, non sono confortanti in alcune regioni d’Italia – le solite: Lombardia, Piemonte, forse Liguria – e molti, giustamente, ripongono poca fiducia nelle decisioni alla luce dell’esperienza recente. Chiaro, poi, e qui mi ci metto anch’io, che se qualcuno, come è stato, dice: «bisogna contare sul senso di responsabilità degli italiani» le mani finiscono subito nei capelli e la strizza fa da padrona. È una bella scommessa, forse un azzardo, un certame tra le parti basandosi sulle sensazioni, sicuramente un passaggio pieno di incognite. Domani, comunque, si riapre. Se non ricordo male, perché lo confesso: non leggo i decreti, leggo le sintesi perché alla fine mi interessano solo due o tre cose, da domani si può circolare all’interno della regione di appartenenza senza autocertificazioni e senza motivazioni particolari; inoltre, riaprono ristoranti, estetisti e un sacco di altri esercizi, e infine si possono vedere gli amici. L’importante è rispettare le distanze di sicurezza, non essere in duecento in una stanzona, e portare le mascherine qualora non ci siano le distanze. Bene. Ma un metro? Due? Vabbè, il divario tra decreti legge e prescrizioni sanitarie ormai è piuttosto incolmabile, perché adesso bisogna ripartire, rimettere in moto, fatturare, la situazione è oggettivamente difficile per molti. Come scrivevo qualche giorno fa, se stiamo facendo una grossa cazzata ce ne accorgeremo presto. Se è media, forse possiamo reggere. Si può andare in moschea e in sinagoga. In Germania è ripartita la Bundesliga, il campionato di calcio. Curioso vedere alcune immagini inedite, per esempio i giocatori che esultano senza abbracciarsi o toccarsi (qui sotto), le panchine delle squadre disseminate lungo le gradinate, ovviamente gli spalti vuoti, eccetera. Con meno di 7 nuovi casi nelle ultime due settimane, la Slovenia si dichiara fuori dalla pandemia e in Cina non ci sono morti da Covid-19 da un mese. Speròmm che noi non si faccia sempre quelli diversi.

(Photo Martin Meissner/Pool via Getty Images)

Quei senza ritegno di FCA, ovvero Fiat per capirci, hanno chiesto un prestito alle banche di 6,3 miliardi di euro, dato che le condizioni sono parecchio favorevoli (ah, consiglio, se avete un’attività chiedeteli subito), e li riceveranno se ho ben capito da Intesa Sanpaolo. Va bene. Il problema è che per questo prestito farà da garante lo Stato, il che va un pochino meno bene se FCA poi i soldi non li restituisce. Orlando, dal PD, chiede di conoscere le condizioni del prestito e della garanzia, legittimo, suggerisce che le garanzie pubbliche debbano essere fornite solo per le aziende italiane e asserisce, infine, che le aziende che chiedono prestiti in Italia devono avere sede fiscale in Italia, cosa che FCA non ha, stando in Olanda per ovvissime ragioni, appunto, fiscali ma che starebbe aggirando con la propria controllata italiana FCA-Italy. Apriti cielo. Resta qualche dubbiolo sull’extra-dividendo da 5,5 miliardi per i soci FCA per effetto della fusione con Psa, tra cui la Exor di famiglia Agnelli. Scoccia dargliene 6 e mezzo perché 5 e mezzo siano distribuiti in dividendi, sottraendoli quindi dalle casse del gruppo e pagandoseli con il denaro pubblico, no?

Cosa tocca vedere, compagni.

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laccanzone del giorno: Brian Eno, ‘By this river’

Non sono mai stato un fan di Eno, tantomeno della musica ambient o sperimentale, ho sempre considerato i suoi trascorsi tra Roxy Music, Talking heads, U2 e musiche per l’aeroporto come attività poco interessanti per me, l’ho solo incontrato tangenzialmente in certe fasi del prog e, più che altro, con la trilogia berlinese di Bowie, che non apprezzo tutta. Non che non ne riconosca la competenza, una certa indiscutibile ecletticità e versatilità, ma non fa per me, non rientra nei miei canoni. Tranne qualche cosa, qua e là, e una in particolare: una canzone del 1977, By this river, contenuta nell’album Before and After Science che, non a caso, è il suo disco più rock. Diciamo.

Scritta con Moebius e Roedelius dei Kluster, By this river fa parte del secondo lato del disco, quello più sperimentale e ambientale, ed è una canzone notevole per quanto sia costituita da elementi basilari, una melodia non banale, due parti per tastiera, un testo semplice ed evocativo e null’altro. Frutto senz’altro della cura che Eno dedicò alla produzione di questo disco, a differenza dei precedenti che venivano liquidati abbastanza frettolosamente. A togliere, il brano è divenuto perfetto, senza sbavature, iperproduzioni o aggiunte di troppo. Ricorda certi brani di grandi band, a parer mio, ritenuti di secondo piano e piazzati, come in questo caso, a metà del secondo lato e non troppo in evidenza. Penso, per fare un nome solo e un solo album, a Seamus dei Pink Floyd, o alla precedente San Tropez. Quest’ultima, anticipo, proprio per i motivi di By this river sarà la prossima laccanzone del giorno. Spoiler.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 69

E i due metri divennero uno. L’accordo tra governo e regioni ha dimezzato la distanza di sicurezza tra le persone, il che concretamente significa doppia capienza per ristoranti e luoghi analoghi, anche se per esempio la Campania interpreterà la norma nei termini della distanza tra i tavoli e non tra le persone, fa una bella differenza. È chiaramente un compromesso, il metro, trovo curioso immaginare il tavolo della trattativa – un metro e cinquanta! No, settantacinque centimetri – per cui la discussione a un certo punto, come spesso accade, ha il sopravvento sulle esigenze reali. Capito, virus? Un metro basta. Che si sappia, OMS! Non credo valga anche per gli uffici, oggi siamo stati alle prese con una videoconferenza per spiegare a tutti le nuove regole in tempo di covid-19: la capienza dell’ufficio passa da 15 a 6, quindi qualcuno deve per forza stare a casa; la porta dell’ufficio resta chiusa ed è permesso un solo cliente alla volta; una porta è solo per l’entrata e una per l’uscita, secondo percorso prestabilito; gli spazi comuni sono contingentati e lo spostamento tra le diverse stanze interdetto; ciascuno deve sottoscrivere un modulo all’entrata in cui dichiara di essere a conoscenza delle norme in atto e dev’essersi provato la temperatura; guanti e mascherina sono necessari all’entrata, all’uscita e ogni volta che ci si alza dal tavolo; l’ufficio dev’essere sanificato costantemente, ciascuno deve provvedere alla pulizia della propria postazione, un incaricato ogni giorno deve pulire tutte le maniglie e tutte le parti «promiscue» (da protocollo) come stampanti, touch screen e così via. La faccio breve perché potrei andare avanti per un bel po’. Ovvio che convenga prolungare il più possibile lo smart working e, se dovessi incontrare un cliente, lo farò in un campo o a metà di un ponte. A Wuhan le autorità cinesi lanciano la più massiccia campagna di test a tappeto mai vista: 11 milioni di persone sottoposte a tampone, per verificare lo stato del contagio. Ma se ci si mette troppo tempo la cosa non ha senso, perché i primi potrebbero ben aver cambiato stato di salute, e quindi ecco il piano: in dieci giorni. Più di un milione di tamponi al giorno. E fino a oggi la media è stata di circa settanta/ottantamila al giorno, quindi si tratta di decuplicare lo sforzo, almeno. Davvero niente male, immagino sarà tutto fatto nello stile cinese visto finora nella costruzione di ponti e autostrade: se non finisci entro domani, muori.
Amenità trascurabili: il segretario della Lega lancia una manifestazione di piazza – sì, per davvero – il 2 giugno a Roma, per una roba di orgoglio, e lui spera ovviamente che non gliela lascino fare; Brescia e Bergamo si candidano a capitali italiane della cultura 2023 e non si capisce (io non capisco) la relazione tra il macello degli ultimi tre mesi e la cultura; da oggi i cittadini di Lituania, Estonia e Lettonia, le repubbliche baltiche, possono circolare liberamente tra i tre paesi; se Lourdes oggi riapre parzialmente, Lettera43 purtroppo chiude. E io preferivo la seconda, di gran lunga. Sai che scoop.

Pare che dal 3 giugno, oltre alla libera circolazione tra regioni, si aprano le frontiere italiane, per favorire il turismo. Ammesso che, non farei troppo conto sui pullman di tedeschi e svedesi a Riccione. Aperte vuol dire in entrata, non è chiaro come sarà in uscita: se, infatti, l’UE sta invitando i singoli paesi a riaprire i propri confini è altrettanto vero che verranno regolamentati i flussi dalle zone più colpite dal contagio (e indovina chi? noi, qui) per cui non è affatto scontato che con un documento lombardo si possa, poi, andare più di tanto in giro. Vedremo che decide l’Ecdc, l’Agenzia Ue per le malattie. I confini esterni dell’Europa, invece, resteranno chiusi almeno fino al 15, poi si vedrà. Qui lo dico: se dal 3 c’è uno spiraglio, io levo le tende e me ne vado in giro finché non mi chiudono in una struttura di sanificazione forzata. Un epocale, per me, viaggio in Europa al tempo del virus, immagino sarà complicato anche mangiare, vedremo. Poi non vorranno lombardi tra i piedi e a me prenderà fuoco la testa, lo so, e mi verrà voglia di parlare con Fontana. Altro: stanotte un accenno di grandine ma grossa, poi si è spostata su Milano, presumo, perché lì ci sono stati veri nubifragi ed esondazioni. Con le solite polemiche, poi, sulle vasche non realizzate. Infine, come mi auguravo qualche giorno fa (giorno 65), sono state aumentate di parecchio le corse degli autobus, ora la faccenda sarà più funzionale.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 68

15.298 morti, la regione nella più completa confusione e Fontana fa conferenze stampa in cui afferma di aver gestito tutto nella maniera migliore. È purtroppo il gioco delle parti, in questo caso scandaloso perché sul tavolo ci sono moltissimi morti, ma è ciò che sta facendo la destra in tutto il mondo, guidare le proteste contro le norme sul distanziamento e l’isolamento, mescolando legittime preoccupazioni economiche, individualismo ostinato, teorie complottiste, e un rifiuto infantile delle imposizioni dello Stato. Oltre a far finta di non vedere ciò che i dati, maledetti, dicono sulla situazione reale. Tutto questo non importa a una bella fetta della popolazione, che vuole riprendere le proprie consuetudini, come giustamente dice il mio amico F., «spadroneggiare» nei due o tre ambiti piccoli e irrilevanti in cui riesce a farlo, e basta, del resto non vuole sapere nulla. E voterà Lega e a destra comunque. Se riaprire fosse la soluzione certa, si potrebbe anche decidere di assumersi il rischio ma siccome non lo è, e non è nemmeno certo (euf.) che i costi della riapertura (posti in meno, sanificazioni, dispositivi etc.) vengano pagati dai ricavi, ridotti e, neppure, che una nuova eventuale richiusura costi meno del riaprire ora. Cerco di essere conciliante. Silvia Romano ha scritto un messaggio privato ai suoi amici nel quale ha chiesto loro: «Vi chiedo di non arrabbiarvi per difendermi», mi pare un’indicazione bella e ricca di grazia. Si allargano le possibilità di movimento, ora per ragioni di urgenza, necessità, lavoro e visita ai congiunti è possibile muoversi all’interno della Regione, se non sbaglio. Sì, riflettevo, anche ammesso che io mi inventi un congiunto in un posto interessante, poi una volta lì che potrei fare? Una colazione al bar o un pranzo in una buona trattoria? No. Una mostra, un museo, una zona archeologica? No. Una cena a casa di amici? No. Biblioteca? No. Finisce che potrei andare al supermercato, il che rende decisamente meno attrattiva l’idea di muoversi. Una camminata in montagna o in collina o sul lago no, in teoria quella potrebbe essere, e forse bisognerà orientarsi in quella direzione per uscire dal piccolo cerchio in cui siamo rinchiusi.

Qualcosa in questo senso però si può fare e oggi l’abbiamo fatto. Contravvenendo in maniera minima alle norme ma non alle prescrizioni sanitarie, ci siamo trovati in cinque, amici/familiari, in giardino, per poter passare del tempo insieme e parlarci, per la prima volta in due mesi, senza mascherine e senza porte in mezzo. Distanziati, chiaro, con guanti quando serve e precauzione ma, insomma, siamo stati insieme. È stato importante per me, ho bisogno di relazioni che non siano telefoniche, anche se, facile prevederlo, poi siamo finiti a parlare per buona parte del tempo del contagio, delle misure prese o non, di cosa si è fatto e di cosa si dovrebbe fare. Bello sarebbe stato parlare d’altro ma troppo larga parte hanno avuto in questi quasi settanta giorni tamponi, test, morti, ambulanze e sirene, timori, il tempo e il poco spazio, per non parlare di quello. Bene così, mi ha fatto un enorme piacere e sento che anche il mio morale ne risente in modo positivo. Grazie, dunque, amici/familiari. Scopro poi di non essere stato il solo, la mia dirimpettaia T. ha fatto lo stesso, in modalità familiare, e posso ben dire di comprendere. Possiamo decidere di farlo in maniera prudente, avvisata, ma non possiamo rinunciare a vedere le persone cui teniamo. Non c’è telefono o videoconferenza che tenga. A sera sono tornato a casa alle nove, imbruniva, e mi sono reso conto che erano più di due mesi che non lo facevo, sempre tornato ampiamente entro le sette. Inebriante? Un po’, anche se penso che se avessi voluto tirare più tardi non avrei saputo come, per il discorso di prima.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 67

Il governo vara il decreto «Rilancio» da 55 miliardi per famiglie e imprese, la sanatoria per la regolarizzazione dei lavoratori stranieri impiegati nel settore agroalimentare, oltre che come colf e badanti, frutto di un compromesso che dire al ribasso è dire poco, per cui si segnalano le lacrime del ministro Lamorgese, sono notizie di oggi che riporto qui per memoria, i dettagli si possono trovare ovunque, meglio di quanto non farei io. Tra le notizie che, invece, vale la pena considerare in questo minidiario c’è l’entrata della Lega nella giunta regionale siciliana. Oh poffarbacco! E con che compiti? Economia? Sanità visti gli ottimi risultati al nord? No, ovviamente no: delega ai Beni culturali. Ottima scelta. Tra i settori compresi nella delega c’è anche la diffusione nelle scuole della «cultura e del dialetto siciliani», terna, quaterna, cinquina e tombola in un colpo solo. Complimenti. Non dico che sia mettere Goebbels alla cultura, sarebbe troppo, ma un bonobo strafatto di vicks vaporub sì, direi che ci siamo. È anche una questione di età, chi ha vissuto i venticinque anni in cui la Lega ha detto il peggio del peggio di ciò che in Italia è meridione non può non avere un moto di stupore per notizie del genere. Non per la Lega, sia chiaro, ma per il masochismo – ancora! – dei siciliani. Chissà che impennata la cultura siciliana nei prossimi mesi. Federico II si rivolta, eccome, e non è il solo. Il Molise, oggi, è l’unica regione che manifesta un incremento dei contagiati, c’è un focolaio a Campobasso, ovviamente i numeri assoluti sono un’altra cosa. Tra le informazioni che sto monitorando, ci sono quelle inerenti le frontiere, ovvero la possibilità di riprendere a viaggiare in Europa. Lo so, mi ripeto ma a me piace quello. Notizia di oggi è che la Germania ha annunciato la riapertura completa dei confini con il Lussemburgo e progressivamente di quelli con Francia, Austria e Svizzera da sabato in poi, con l’obiettivo di ritornare a una piena riapertura dal 15 giugno. Urrah, dico io, è un inizio, anche se so che frontiere e libertà di spostamento sono due cose diverse. E infatti no, non è così: potrebbe esserci un’eccezione tra le libertà di spostamento verso la Germania e potrebbe riguardare italiani e spagnoli, che non sarebbero non solo graditi ma non potrebbero entrare nel paese. È ora di sfoderare il mio passaporto equadoregno. Mentre io mi lambicco, il direttore della rianimazione del Policlinico di Milano ha annunciato che chiuderanno il famigerato ospedale COVID della Fiera di Milano, quello lanciato in tromba da Fontana e Bertolaso, costato ventun milioni di euro e che ha ospitato complessivamente venticinque pazienti. Un buon rapporto costi/benefici, quasi un milione a paziente, alla faccia. E Bertolaso? Bertolaso non è, come direbbero i maligni in un centro massaggi, anche se la cosa sarebbe meglio per tutti, ma è a Civitanova Marche per realizzare un altro ospedale COVID. Evviva.

Per quanto riguarda me, niente di particolarmente nuovo. Osservo i nuovi prodotti in vendita, principalmente relativi alla sanificazione di cose e ambienti: durante il cambio gomme dell’auto, l’addetto dà prima una spruzzata agli interni da una grossa vaporella di una cosa che dal colore sembra alcool – immagino il senso ma secondo me non serve a una fava – e poi mi propone il cambio del filtro dell’aria scontato, con un nuovo filtro super che cattura ogni cosa proveniente dall’esterno. Chiaro che se giro col finestrino aperto sono un pirla. Se mi fermo ed esco dall’auto, idem. Declino, grazie, continuo a correre l’insensato rischio. Mi chiedo ancora dove trovino l’alcool, che io non trovo da nessuna parte. Qualche mascherina qua e là, invece, e qualche guanto usa e getta si cominciano a trovare, anche se immagino fuori certificazione e prodotti in sottoscala da manodopera dedita alla duplicazione dei dvd fino a ieri.

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Il clima complessivo è un po’ schizofrenico: da un lato si ventila che da lunedì sarà possibile vedere gli amici, in concomitanza con la riapertura dei ristoranti, basta fare due più due, e dall’altro la Lombardia non solo ha lo stesso numero di contagiati di tutto il resto del paese messo insieme ma oggi ha pure triplicato il numero dei nuovi ammalati, arrivando a mille. Quindi? Amici e tutti fuori o contagi in aumento? O tutt’e due? L’atteggiamento schizofrenico deriva, secondo me, dal fatto che in Italia ci sono situazioni molto diverse tra loro, Piemonte e Lombardia da una parte, il resto dall’altra, sommariamente, e dal fatto che politicamente ci sono due posizioni prevalenti, una riflessiva che sostiene una linea prudente sulle riaperture e una smaniosa di riaprire tutto. All’interno di questi schieramenti, le motivazioni sono davvero molto varie: chi ha a cuore per davvero la salute dei cittadini, chi ha a cuore la salute delle imprese – mai come in questi mesi le due cose sono apparse in contrasto – chi ha a cuore sé stesso, chi ha a cuore la propria salvezza politica (e giudiziaria) perché ha commesso una serie di cappellate criminali negli ultimi tre mesi, chi ha a cuore semplicemente la confusione. Domani sapremo se le riaperture saranno differenziate oppure no, così finirà il travaglio interiore. Seoul ha appena richiuso locali, ristoranti e bar, per dare qualche elemento utile al dibattito. E Seoul, intesa come Corea del sud, ha sicuramente alcune cose che noi non abbiamo, per esempio tecnologie di tracciamento attive e funzionanti (a proposito: me lo sono sognato io o c’era un’app che si chiamava «Immuni»? Sogno?) e un certo qual controllo sulla popolazione che noi figuriamoci. Nel piccolo ufficio che frequentavo fino ai primi di marzo, sedici persone e diciotto postazioni, si ragiona sulla messa a norma, più che sulla riapertura in sé, anche perché senza una non ci può essere l’altra. Si parla, dunque, di sanificazione pressoché quotidiana, di percorsi di entrata e di uscita che non si devono intersecare, di dispositivi di protezione individuale, di utilizzo delle maniglie, dei bagni, di diciotto, dicasi diciotto, uno per postazione, cartelli con indicazioni mirate sparsi per l’ufficio (non è vezzo, sono obblighi di legge), da quello che spiega che non è cattiva educazione non stringersi la mano nella zona ricreazione a quelli sugli ingressi riservati, le distanze di sicurezza, il divieto d’accesso, l’obbligo della mascherina e così via. Ma la menata è infinita, perché anche l’aria condizionata sarà un problema. L’ufficio va messo a norma, chiaro, ma il riaprire nel senso di tornare lì a lavorare è oggettivamente un’altra faccenda, sia per i costi materiali sia per i costi nei termini dei dipendenti che si agitano. La cosa si fa perché la legge lo impone, poi vedremo. Il lavoro da casa, per chi lo può fare, e noi possiamo, pare ancora essere la soluzione preferibile, al momento. E poi, ma questo lo dico per me, perché mai dovrei riaprire se non ho lavoro da fare?

La mia rete di scambi procede inarrestabile, per come si è oliata in questi sessanta giorni: il martedì è il giorno della frutta e della verdura, io faccio la spesa – mediamente pago circa ottocento euro, che sono un bel volume di frutta e verdura, visto che non compro manghi andini e non faccio la spesa da Cartiè – e poi la distribuisco alle persone o nuclei familiari con cui sono in contatto. La cosa più difficile è fare la spesa, nel senso di comprare le cose giuste e metterle nei sacchetti correttamente, poi la consegna è il meno. Anche se, essendo in motoscurreggia, devo fare diversi carichi e giostrarmi tra una borsa grossa tra le gambe, il bauletto pieno e uno zaino in spalla. Gli altri giorni sono, di solito, giorni di spesa al supermercato, in farmacia o commissioni particolari, per esempio bancomat, bollette, giornali e poco altro. Nei diversi giri, accade che ci sia uno scambio permanente con le persone che vado a rifornire ed è una cosa a dir poco meravigliosa. Oltre che divertente. Per esempio, solo per attenermi a questa settimana, le splendide persone che vado a trovare mi hanno dato una clamorosa cheesecake ai lamponi fatta in casa (giuro!), una preziosissima e rara mascherina ffp2, la visione di un’immagine del colombario di villa Doria Pamphilij, delle caramelle e dei fiori, una raccolta di formaggi vera e propria con annessa bottiglia di vino, due tavolette di finissimo cioccolato, due panetti di burro artigianale. Fantastico, eh? Non vorrei esagerare con il paragone ma potrei chiamarla un’economia di tempi di guerra, nella quale ci si scambia ciò che si riesce ad acquisire o produrre: poiché lo si fa in una certa quantità, il baratto è il sistema più utile per il funzionamento del circolo. Ovviamente non è un dare-avere in senso stretto, io sono contento di fare le spese per loro e loro manifestano il proprio ringraziamento con doni, molto apprezzati. L’impegno che mi prendo fin da ora è fare in modo che questa cosa prosegua anche una volta finita questa situazione orrenda, mantenere questo modo gentile di prendersi cura gli uni degli altri. E un po’ viziarsi.

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