minidiario scritto un po’ così di una breve villeggiatura nel giardino inglese: tre, a un certo punto spunta un tema in questo viaggio

Lasciato il non tanto riuscito lirismo del minidiario di ieri, lascio anche la costa e mi dirigo a Canterbury. Cose note: la cattedrale, normanna e poi gotica, grandiosa, e l’assassinio in essa contenuto; Christopher Marlowe, il motivo per cui venni molti anni fa, folgorato dalla vita avventurosa e appassionata; la scuola musicale, dai Soft Machine ai Matching Mole in giù, ovviamente Robert Wyatt; Chaucer e i suoi meravigliosi personaggi dei racconti, oggi in albergo mi hanno dato la stanza del Pardoner, l’indulgenziere; la via Francigena, che parte da qui, dalla cattedrale, e in milleottocento chilometri arriva a Roma. Fatto meno noto, lo scopro ora, è qui sepolto, in un cimitero verde e composto, Joseph Conrad. L’ho salutato, come si deve. Venni a Canterbury molti anni fa, Marlowe doveva essere morto da poco, e poco ne ricordo, a parte la cattedrale. Ora so perché: la città, diciamo la parte entro le mura, è tanto graziosa e idilliaca quanto confondibile con, per dire, York o Cambridge o Oxford o Peterborough o Leicester e potrei andare avanti parecchio, pur non essendo molto cortese con chi al momento mi ospita. Allora, anni fa, andai sulle tracce di Marlowe dopo la lettura del Deptford di Burgess, il suo ultimo romanzo. La recensione di IBS è interessante (sic!): “Protagonista il poeta e drammaturgo Christopher Marlowe, scomparso per mano d’ignoti all’età di trent’anni. gato in una casa d’aste e il redattore di un giornale del cinodromo, si è sposato, ha avuto una figlia, si è separato, insegna gemmologia in un istituto di Roma”. Certo. A Roma, dovevo andare. Qui, a parte un paio di college sontuosi, nessuna traccia. Un teatro molto moderno e un monumentuccio dedicato, tutto qui. Ma la confusione sul tragediografo agente segreto regna massima, dall’inizio alla fine, nemmeno in una taverna come si dice spesso.

La cattedrale, centro di comando della chiesa anglicana, ora retta da una signora che reputo arcigna a prima vista, Sarah Mullally, autorità terrena e spirituale insieme, è sterminata come lo è il complesso in cui è inserita: le rovine di un immenso monastero benedettino la circondano, oltre a cimiteri, spazi funzionali, residenze, altre cose che non identifico. Il pathos sul drammone dell’omicidio, colpa di T.S. Eliot, è poderoso, una candela accesa indica il luogo dell’assassinio di Thomas Beckett, proprio lì e non là, la tomba che non c’è più, colpa di Enrico VIII, è rappresentata molte volte, chiaro che su quello ci si campi. Dopo un po’ sono stremato, tanto e troppo, ho una capienza limitata per chiese, castelli, palazzi, opere a carattere sacro, ceramiche, argenti, carrozze e così via, devo uscire e potrei passare davanti all’arcivescova in persona senza accorgermene. Sulla facciata, che in pochi vedono perché si entra sul fianco, due belle statue bianche e nuove, Elisabetta II, a fianco della prima, e Filippo Nosferatu consorte, come a York ma con lui in più. Al di là della porta, Vittoria. Chissà chi hanno tolto per fare spazio. Mi ricreo al parco con il mio pranzo dei signori, panino all’aperto.

Il corso del fiumiciattolo di Canterbury, qualche monumento, gli smozzichi del castello e della chiesa di san Giorgio in cui fu battezzato Kit, la tomba di Conrad, certi meravigliosi giardinetti chiusi da muri su tre lati e sul ruscello il quarto, con tre panchine al massimo e di grande riposo e ricreazione, il museo romano, i resti del convento di Sant’Agostino – quello di qui – che riportò il cattolicesimo in Inghilterra, qualche casa Tudor, l’acquisto di una camicia a nove sterline fatta di tela di cocco, probabilmente fresca e in grado di prendere fuoco in un respiro, sono un po’ gli elementi della giornata in città. La sera si prepara, invece, dopo un certo numero di birre, al pub per la finale dei mondiali. Qui tutti tifano Spagna, avendo l’Argentina eliminato la nazionale inglese, e avendo quell’antipatia dai tempi delle Malvinas che non si risolve. Mi siedo al tavolo di un simpatico uomo, non ci sono altri posti, e i centoventi minuti più intervalli scorrono così: lui beve otto pinte di Guinness mentre io una e mezza dell’equivalente della Peroni e di nessun commento, nessuno, uscito dalla sua bocca io ho capito nemmeno il senso generale. Ho riso quando lui rideva, ho fatto mmm con la testa quando l’ha fatto lui, ho applaudito quando ho pensato servisse. Temo la cosa sia stata del tutto reciproca. La Spagna vince meritatamente e tutto il pub esulta, noi ci salutiamo amichevolmente dicendo cose che anche stavolta non capiamo.

Capita spesso che, al pagamento con la carta, il circuito chieda se si desideri pagare con la valuta locale o in euro. Capita altrettanto spesso che non ci si accorga della richiesta, mandando in timeout il pagamento. La cosa accade in un caffè e, quando sono seduto, la signora mi richiama perché il pagamento non è andato a buon fine. Riproviamo col ragazzo e capiamo il perché, la scelta della valuta. E lui, scoperta la ragione, lo dice trionfante alla signora: “He’s from Europe“, spiega. Che coltellata, tizio. Proprio un’altra entità, e c’eravate anche voi, pezzi di deficienti.

Non per questo, dichiaro il mio tempo a Canterbury terminato e mi muovo verso Londra, dove ci sarà alla fine un aereo. Ma ho tempo e la mia mappetta con i posti da vedere mi indica sulla strada Greenwich, di cui ho sempre usato il meridiano ma non vi sono mai stato. Certo, se questa cosa dell’ora l’avessero scoperta a Cinisello Baltico, ora sarei là e non qua. Greenwich è luogo con una storia importante: lungo il fiume, su un’ansa davanti all’isola dei cani, fu il posto prescelto per la costruzione di un sontuoso palazzo in stile Tudor, mattoni rossi, in cui nacquero sia Enrico VIII che sua figlia Elisabetta I. Poi cadde in rovina, i re erano cambiati, e alla fine del Seicento non so quale re decise di abbattere le rovine e di costruire lì l’Old royal naval college, l’università della guida delle navi e della battaglia per mare. Il paese già primeggiava, con navigatori ufficiali e corsari pagati sottobanco, ma con una scuola che sfornava decine di migliaia di ufficiali a decennio ne nacque la prima potenza navale al mondo. Da qui, per dire, uscì l’ammiraglio Nelson e qui tornò dopo la battaglia di Trafalgar, bello steso e freddo. Lo misero nella ‘Painted hall‘, mi piace quando chiamano le cose descrittivi, per gli onori del caso per venti giorni e la sala è ancora qui. Siccome sono più sportivi e scanzonati di noi, vedi la volta di Sant’Ignazio a Roma, non solo hanno disposto dei divani piatti per osservare il soffitto sdraiati ma invitano calorosi a farlo.

Nel cortile è giorno di lauree, sono molti e molte e hanno l’aria indiana, pakistana, iraniana, padri e madri orgogliose scattano foto in abiti molto eleganti. Immagino che il college abbia aperto ad altre discipline, dubito siano tutti futuri capitani di flotta. Lo intuisco anche dalla musica di violino che esce da una sala. Abbandono l’edificio, attraverso la strada, visito la Queen’s house di fronte, unico resto dell’antico palazzo, e salgo la collina fino all’osservatorio reale, sì, proprio quello del meridiano e, quindi, del fuso orario. Era un bel casino, prima. Con la latitudine ce la si cavava con il sole e le stelle ma con la longitudine non c’era proprio nulla da fare, senza orologi. Non che l’abbiano inventate loro, Quirico Filopanti gloria a te, ma come tante altre cose l’hanno perfezionate e prese, tant’è che, appunto, non sono a Cinisello Baltico ora. La foto classica è quella con un piede di qua e uno di là del meridiano.

Martin Parr, ancora. Troppo facile. In realtà Greenwich è solo una parte della storia, l’altra è Deptford. Che una volta era un paese e, ora, è un quartiere, rione, frazione, cantuccio della Grande Londra. È qui che un giorno di maggio del 1593 Christopher Marlowe, Kit, fu accoltellato in un occhio per un conto non pagato o in una vera e propria imboscata, non lo sappiamo. Fa parte del lato oscuro della sua vicenda. Sappiamo però che fu portato alla chiesa di St. Nicholas e lì sepolto in una tomba anonima. Io ne approfitto quindi per farmi una bella passeggiata di una mezz’ora dall’osservatorio verso Deptford, è una destinazione che puntavo da trent’anni. Troppo poco per farne una destinazione apposita ma se c’è un pretesto vicino, come oggi, allora è perfetto. L’entrata del giardino della chiesa è sormontata da due teschi, indica il camposanto, e della chiesa di allora resta il solo campanile. Ma le tombe ci sono, eccome, e una di queste sarà la sua. Impossibile saperlo, bisognerebbe esumarli tutti, andare a Canterbury a prendere il DNA di tutti i Marlowe attuali e confrontare. Francamente un po’ troppo, visto che non cambia niente. C’è una bella lapide a cenotafio e sopra alcuni devoti ammiratori hanno lasciato piccoli oggetti: una penna d’oca, una carta da gioco di metallo, un temperino, una matita, un portacandela, una bugia a dirla meglio, una corona d’alloro. Commovente.

Ho compiuto il percorso di Marlowe, dal battesimo alla sepoltura. Ai suoi tempi, non era meno di Shakespeare, il suo Faust bellissimo, come il Tamerlano. Cut is the branch that might have grown full straight. Vale per Faust come vale per Marlowe. Resto qui per un po’, ammetto che ci mangio anche un panino, nei camposanti rifiorisco. Poi percorro a piedi tutta High street di Deptford, dovrebbe essere successo qui suggeriscono gli studiosi, come se potessi scoprire chissà che. In realtà lo faccio solo per immaginare, la forma della strada e delle case non doveva essere radicalmente diversa, case basse e addossate. Meno fango, sicuro, e più auto. Va bene, è ora, un giretto al Barbican e lì attorno per i resti romani delle mura e dei forti, Wall street per la stessa identica ragione come a New York, piglio gli stracci e vado.
Non è un ritorno a cuor leggero e mi chiedo quando mi ricapiterà di ripartire, forse presto, chissà. Mi chiedo anche, in senso più ampio e me lo chiedevo l’altra notte dopo altre tre ore di camminata notturna, fin quando riuscirò a camminare così, a girare con lo zaino e null’altro, fino a quando gambe e ginocchia e testa terranno. Poi mi dico che farò come quegli sportivi che non solo non smettono quando dovrebbero ma che, anzi, si trascinano sui campi dolenti e traballanti, un po’ pietosi ma orgogliosi della propria incapacità di dire basta. Ecco, farò così. Al momento sono nella fase-Djokovic, ovvero alle semifinali ci arrivo ancora con buon tono, tengo finché posso. Grazie a chi ha seguito.


L’indice di stavolta:

uno | due | tre

minidiario scritto un po’ così di una breve villeggiatura nel giardino inglese: due, ma guarda che espansivi

La sala tutta vetri è inondata dalla luce del sole, si vede che il vento soffia fuori e le onde sono incessanti. La mia vicina legge, come me, facciamo due chiacchiere, non so nulla di ‘Strange weather in Tokyo’, si dev’essere seduta sulle scogliere gessose, ieri sera; chi entra poi nella stanza si profonde in esclamazioni di piacere per il sole che illumina tutto quanto. È un modo che apprezzo, lo faccio anch’io, godere del momento e dirlo, esprimerlo, con sé stessi o, se non molesto, con gli altri. Non è accontentarsi, tutt’altro. Lascio le chiacchiere sul tempo in Giappone e la colazione perché ho voglia di fare la camminata sul coastal path fino a Margate, circa tre ore sulle scogliere battute dal vento. Se girassi a destra, potrei andare fino in Cornovaglia, invece giro a sinistra.

La vegetazione sopra è bassa e qualunque cosa più alta di un metro è storta dal vento. L’avevo notato fin da ieri: nei luoghi in cui le fermate degli autobus hanno la parete davanti anzi che dietro qualcosa significa. E il mare che ieri pomeriggio e stanotte era qui sotto sotto, ora è distante sessanta metri almeno, le poderose maree di qua. I porticcioli delle cittadine di pescatori sono in secca. This is the coastal town / that they forgot to close down, mi ricorda con grande tempismo e memoria C., romanticona. Senza però dire quel che segue, che è: Armageddon come, Armageddon come, comprensibile. Una coppia è seduta su un parapetto di cemento a contemplare il mare e ciascuno ha in mano una mug di ceramica col caffè, o il lacce, abitano evidentemente qui vicino e questa è la loro sala da colazione. Stanotte, mentre tornavo, vedevo molte luci all’orizzonte, nel mare, tutte regolari come una costa e non capivo: la Francia non è da questa parte, altro non si dovrebbe vedere. Ora sì: sono le pale eoliche piantate in mare. Saranno anche utili, non discuto, ma che impatto, anche di notte.

Il fondo del mare è di un limo nero argilloso che sa di salmastro e sembra pece fangosa. Ogni tot di costa incontro vasche di cemento, centinaia di metri, di acqua marina per fare il bagno. E lo fanno, eccome, anche ora con il vento che tira e io che non mi decido a togliere la felpa. Capisco un bel po’ dopo come facciano a riempirle e come funzioni la faccenda, era ovvio. Basta la marea, è solo ora che sembrano lontane dal mare ed erano invisibili ieri, sotto l’acqua.

La storia di Dreamland, il parco divertimenti di ieri sera, è ovviamente molto interessante, vale per tutte le cose, a cercare. Fondato nel 1920 sull’onda dei parchi americani, tipo il luna park di Coney Island, dell’anno prima, aveva sale da ballo, enormi, ristoranti, le prime montagne russe inglesi, tutte di legno, carrelli compresi. Queste ultime, sebbene menomate da un paio di incendi nel secolo di vita, sono ancora lì. Nel 1940 il parco fu requisito per l’operazione di recupero della fanteria inglese da Dunkirk, come lo dicono qui. Il film di Nolan lo racconta piuttosto bene, fu un’operazione spericolata di salvataggio dei soldati inglesi accerchiati dai nazisti sulla costa francese: navi, barche e barchini di pescatori si lanciarono al recupero di centinaia di migliaia di soldati altrimenti destinati all’annientamento. Poi dopo la guerra le sorti di questi parchi fu calante, posso ben capire il senso di tristezza lugubre, dismal, che dava ai bambini degli anni Settanta: capitava anche a me con gli zoo, da noi, in cui animali pur esotici ma sedati e rassegnati, spesso strozzati dal caldo o dalle dimensioni delle gabbie, avevano sguardi pietosi che sembravano chiedere una rapida esecuzione.

Un magone che non mi è mai più passato, lo posso provare anche adesso, se lo evoco. Finisco la mia camminata sulle scogliere della costa con grande godimento, tranne una telefonata di spam da Forlì, domenica mattina, che spezza per un attimo l’incanto, sono senza parole.

C’è un’attitudine inglese, non sono sicuro della mia sintesi e di aver capito la sostanza, che mi pare andare nella direzione di badare alla sostanza delle cose, londinesi a parte. Ovvero, apparentemente, investire nella qualità delle relazioni personali più che nella rappresentazione di sé verso l’esterno. Generalizzando, sebbene passino per la popolazione per eccellenza che bada alle cortesie nelle forme, al limite del patologico, io li trovo invece piuttosto diretti e onesti, nella comunicazione e negli atteggiamenti. Addirittura, li trovo meno preoccupati di noi di esprimere i propri sentimenti in pubblico, intendo sentimenti personali, non il tifo da stadio o l’amore di una serenata, diciamo, intimi, non le rappresentazioni melodrammatiche in cui noi siamo maestri. In certi campi, poi, e la musica è uno di questi, come il teatro e la letteratura, tutte cose in cui sono eccellenti, il loro trasporto emotivo è così significativo che sono anzi contenti di trasmettere soddisfazione, felicità, commozione. Tantissimi gli uomini che ballano, che si mostrano apertamente agli altri, cosa che da noi non accade. Tutta ‘sta pappardella per dire che: ieri sera, ma non è certo la prima volta che li vedo esprimersi, durante il concerto i Flaming lips hanno suonato la loro ‘Do you realize??’ in cui, per farla breve, chiedono ai propri ascoltatori se abbiano messo a fuoco la caducità della vita – ‘Do you realize / That everyone you know someday will die?’ – e se siano in grado, invece di perdersi in salamelecchi – ‘And instead of saying all of your goodbyes’ – di agire e mostrare ciò che conta: ‘Let them know you realize that life goes fast / It’s hard to make the good things last’. Il cantante ci ha dunque invitati a mostrare i propri sentimenti per le proprie persone importanti e, beh, sono stati tutti abbracci e lacrime e baci, con un trasporto sensazionale. Quello che da noi sarebbe stato liquidato come una banalità, nemmeno troppo a torto, ma che non avrebbe portato a nulla, qui è stata un’esplosione commovente. Sul serio, inaspettata. Certo, c’è la musica, che moltiplica il coinvolgimento emotivo e abbatte certe resistenze, un contesto protetto, tutti fan dei Flaming, la vacanza chissà. Le molte birre, probabilmente. Però c’è stato e io dubito che in Italia possa accadere una cosa simile, se non in un gruppo di persone ritrovatosi appositamente per quello.

D’accordo, nessuno ha abbracciato o baciato me, che non conoscevo nessuno, ma non era quello il mandato e, se fosse accaduto, my nipples are exploding of delight, avrei deciso di fermarmi in questo paese per sempre.


L’indice di stavolta:

uno | due | tre

minidiario scritto un po’ così di una breve villeggiatura nel giardino inglese: uno, dall’asfalto a mille all’ora all’amore nei paesini inglesi

Dopo una serie infinita di ripensamenti, sensi di colpa, rimorsi, cambi di idea, di prospettiva e di approccio, decido di avere bisogno – anzi necessità – di quarantotto ore di ossigeno, di respiro se posso dire, e mi dileguo nella notte, lasciando istruzioni su come agire a persone che non ascoltano. Cosa potrà andare storto?
Il pretesto, come sempre, è un biglietto per un appuntamento scelto appositamente in un posto in cui altrimenti non andrei, costruendoci poi attorno una lieta, se possibile, se no eccentrica esplorazione. Il posto cardine, abbastanza assurdo, è Margate, località balneare di quelle inglesi ritratte da Martin Parr fatte di grandi maree, pontili, gente vestita in spiaggia e gente in costume nei parcheggi assolati, nella punta più a est del Kent e dell’Inghilterra del sud.
Il pretesto, tanto vale dichiararlo subito, è il concerto congiunto di The Beta Band e the flaming lips, chi sa comprende, in un buffo parco divertimenti, anch’esso di quelli inglesi quindi permeati di malinconia e aria da ex-DDR, chiamato opportunamente ‘Dreamland’.

Sono stato in poche altre località balneari inglesi, ricordo Bornemouth, Sidmouth, non ricordo se Brighton, di sicuro Weston-super-Mare per Dismaland di Banksy, più di dieci anni fa. Ecco, la similitudine: era un parco divertimenti tipicamente inglese, ‘dismal’ è ‘lugubre, deprimente’, come Banksy aveva di certo sperimentato nella sua infanzia. E così spero sia ‘Dreamland’, il nome è davvero promettente.
Non casualmente, dunque, ma io lo scopro solo ora, c’è un altro legame: a tre minuti a piedi da ‘Dreamland’ sempre Banksy ha realizzato la sua ‘Valentine’s Day Mascara’ a Margate, in cui una casalinga degli anni Cinquanta, visibilmente tumefatta per violenza domestica, getta il marito nel freezer di casa. Il grosso congelatore, come spesso accade nelle sue opere, era un rifiuto reale e fu prontamente rimosso il giorno dopo la segnalazione dell’intervento di Banksy con sorprendente celerità dalla ditta di smaltimento rifiuti ingombranti locale, fino a quel momento sorda alle richieste degli abitanti. Sempre così. Poi qualche amante dell’arte mise un bidone al posto del freezer svanito e poi, dice la leggenda, il mural fu asportato e collocato, indovina?, a ‘Dreamland’. Sarà vero? Beh, lo saprò presto.

La mia preparazione, come al solito, consiste nel leggere tre righe su wikipedia sul posto – e stavolta sono davvero tre righe – e poi non sapere nulla, imparando una volta sul luogo. Dalle tre righe apprendo che William Turner, favoloso pittore di luci tramontista, si recò spesso a Margate e, dunque, esiste un museino con alcune sue opere, molto bene, e secondariamente che la città di trova nell’Isola di Thanet (Isle of Thanet). Isola? Come isola? Leggo ancora: «L’isola di Thanet (in inglese Isle of Thanet) o semplicemente Thanet è una penisola (e un tempo isola) sul mare del Nord dell’Inghilterra sud-orientale», dunque l’isola è una penisola. Affascinante.
Detta Tanatus ai tempi di taluni chiamati Romanes, non è più un’isola da un millennio, ovvero da quando il fiume Wantsum si ostruì definitivamente. Esiste una copia di una mappa altomedievale che la rappresenta come isola.

Notevole che il toponimo ‘isola’ sia rimasto immutato (ma è un toponimo?). Dopo aver scoperto che Rick Astley avrebbe girato un video sulle spiagge di Thanet, nevergonnaletyoudown, quello che so termina qui. Termina al punto che non ho nemmeno pensato che, data la località balneare, sarebbe stato difficile trovare un posto dove dormire. Figuriamoci, non sono mica un uomo così, che si preoccupa del dove e del come e che vuole le mollezze. E infatti nessun posto dove dormire. Se non uno in un grazioso cottage a svariate miglia da ‘Dreamland’, sarà una bella camminata notturna di quasi tre ore nella periferia di Margate. Magnifico, se domani non scrivessi mi si ricordi così, impavido e pirla. La combinazione che più mi rappresenta.

Bene, fin qui le premesse, il contesto, le giustificazioni. Ora il viaggio. Che, non potendo largheggiare, mi richiede una certa celere precisione negli spostamenti, meno di tre ore, altrimenti arrivo tardi: meglio aeroporto, bus, Londra Stratford, Margate? aeroporto, treno, Londra Victoria, Margate? Boh, si può fare, vedremo. Dettagli. Atterro e rispetto a due settimane fa ci sono venti gradi di meno, cioè venti gradi, sono l’unico in maglietta o quasi, a parte una famiglia di tre con la maglia dell’Irlanda. A tempo record, ho un appuntamento al mare!, mi imbarco su una corrierona per Stratford dove pare ci sia una stazione dei treni che fa al caso mio. Sulla corrierona faccio il biglietto del treno SFA-MAR con il telefono e bon, ho finito: a parte compiere il cambio negli otto minuti disponibili, il resto è acqua che scorre. Troppo facile con i telefoni, oggi, una vera pacchia, ci scrivo anche il minidiario, tra l’altro. Avrò da correre a Margate ma ci penserà il me stesso del mare, quello più rilassato. Metto su ’23’ dei Lime garden e guardo fuori dal finestrino, faccio coachwindowing, la seconda attività di viaggio più bella.

Dopo gli otto minuti che si sono trasformati in quattro e una corsa furiosa, un’ora e mezza di trainwindowing e sono al mare. Bello, il Kent, che bello che è il Kent, se siete in mancanza di Duchi del, io ci sto. Non sono le Cotswold ma le colline dolci qui sono da favola, non a caso la zona è chiamata ‘il giardino d’Inghilterra’, ineccepibile. Scendo prima, a Broadstairs per vedere un altro paesello ed è il classico paesino di mare inglese, ovvero sul mare del Nord ma ancora tenue e dove tutti dicono lovely anche quando si compra il biglietto dell’autobus. E sono proiettato immediatamente in ‘Broadchurch’, la serie in cui Olivia Colman investigava su un delitto in un paesello dove erano tutti buoni e quindi impossibile il crimine proprio identico a questo, con solo più bianche scogliere. Inghilterra al cubo, questa, sorridenti e di grande cortesia, una successione clamorosa di inquadrature alla Martin Parr. Dickens ci veniva in vacanza, la sua casa è lì, quando scoprirono l’idea di villeggiatura.

In realtà le bianche scogliere ci sono, anche se meno maestose di quelle di Dover, preistoriche allo stesso modo. Stanotte andando verso il lontano letto le percorrerò sul bordo. Sono tutti in spiaggia, un vero e proprio sabato in riviera, non fosse che ci sono venti gradi, tira vento e la maggior parte degli spiaggiati ha una tenda. Ma è mare, quindi costumi, gente in acqua, giochi e superalcolici. Se quei babbei dei giocatori inglesi non si fossero fatti uccellare come dei beoti ancora dagli argentini l’altra sera, domani qui sarebbe una bolgia per la finale e io con loro. Invece no, una mesta finale stasera che, comunque, sono i francesi e vanno pure battuti. Però vedere Trump consegnare la coppa agli spagnoli potrebbe quasi essere meglio.

Vedo l’unico Turner in città, un olio strepitoso con la spiaggia e il cielo, giustamente, di Margate, vedo il posto in cui non c’è più il Banksy, lo rivedrò?, giro a zonzo come si fa nelle località di mare, non hanno l’anguria se no la avrei. Una birra, piuttosto, due scotch eggs in attesa del mio appuntamento serale, mentre scrivo queste righe. Per certi versi, o viste, sembra di essere a Danzica o Stettino negli anni Settanta, non fosse per il cibo e la musica. Margate deve avere avuto certi momenti di gloria in tempi non troppo recenti, quello ottocentesco lo intuisco dalle belle villette sulla costa e da certe strutture per la socializzazione di allora, quello un po’ più contemporaneo da Dreamland.

Dopo i logorii degli ultimi tempi, ci voleva questo universo divergente, fatto di fascino decadente, estetica un po’ deprimente, gente che si svaga in modo sincero, mare grigioverde, belle scogliere e parchi eolici al largo, krapfen da spiaggia e tiri alla fine, divertimento vero. Stamane presto guidavo sulla A4, tutta un’altra cosa, non ne sento la mancanza.


L’indice di stavolta:

uno | due | tre

minidiario scritto un po’ così di una passeggiata londinese: tre, lovely day at work

Bella zona, qui, tra Hammersmith e Shepherd’s Bush, popolare come sanno esserlo gli inglesi, mescolando alto e basso e vestendosi come gente appena uscita dalla DDR o insensatamente eleganti. Ieri sera tutti amici dopo la qualificazione al primo posto del girone dell’Inghilterra, in giro stamane con il primo sole la concentrazione di etnie è altissima, prevale come avevo già avuto modo di notare quella caraibica, non è raro che sia anche il tipo di cucina prevalente in parecchi pub inglesissimi per arredamento.

Storie varie, vagolando per la città. Nel negozio del British Museum vendono riproduzioni in scala reale di teste greche, un Afrodite di Satala in resina vien via alla bellezza di millesettecentocinquanta euro, stesso prezzo per un Apollo di Chatsworth. Se il perché è d’obbligo, almeno pensando a qualcuno che se le metta sul tavolino in soggiorno, è forse più comprensibile se un direttore di museo disgraziato possa pensare di acquisire qualche visitatore in più. O, forse, per un Vezzoli che poi ci faccia arte contemporanea. Se no non si spiega.
Poco dopo incappo in un piccolo deposito di cabine telefoniche rosse, tutti modelli diversi, conservate – come dice il cartello – per le future generazioni. Giusto. Se ne possono anche adottare, immagino lasciandole qui, oppure in tutto il regno per una sterlina: sono quelle piccole cose in cui gli inglesi sono maestri, costano poco e rendono molto.

Poi alla cabina ci deve pensare l’affidatario, privato o ente o comunità.
Attaccare bottone nelle grandi città, si sa, è molto più difficile: troppo alta l’offerta, bassissima la domanda. Bisogna farlo, volendo, con le figure semipubbliche che si offrono, per esempio i buskers. Faccio due parole con un uomo sul lungotamigi che, seduto con un libro aperto, ha davanti a sé una macchina da scrivere. Lo si può affittare, poet for hire, è un poeta e scriverà rime d’occasione per chi lo vorrà, si paga quel che si vuole. Immagino a casa si stufi. Ovviamente ha la barba.
Una grande idea, meravigliosa, è quella di vendere un po’ di frutta, qualche mela, o arancia, nei caffè, una sterlina a pezzo. Io, allora, riesco a ottenere la combinazione che preferisco: espresso e banana. Che soddisfazione, che civilità, che popolazione questi inglesi.

Attraverso il Tamigi e all’andata lo faccio sul Millennium bridge, volevo farlo perché pedonale e va dritto dentro la nuova Tate gallery, la ‘modern’. Di questa gente si potrà dire di tutto, e a ragione, ma se la dichiarazione di intenti di un grande museo della capitale, tanto da scriverlo in facciata, è: “gratis e aperto a tutti”, beh, tocca levarsi il cappello secondo me.

Oltre ad avere uno dei loghi più assurdi e belli della storia della grafica. Io ritorno al di là del Tamigi lo faccio sul ponte che mi racconta più storie, il London bridge. Per millecinquecento anni fu l’unico ponte sul fiume, perché è bene ricordare che mentre a Roma si uccideva un Giulio Cesare qui si girava ancora con le pelli di pecora sulle spalle. Divenuto poi nel tempo una specie di ponte vecchio fiorentino con superfetazioni di negozi e magazzini, fu ricostruito completamente a fine Ottocento. Bastò poco perché con l’evoluzione tecnologica il peso di auto e camion e bus lo facesse sprofondare nel fango e lo rendesse obsoleto e necessario di rifacimento. E fu così che nel 1967 fu approvato il nuovo ponte e, chissà come gli venne, fu proposto di metterlo in vendita. E qualcuno lo comprò: un imprenditore americano se lo fece impacchettare, spedire pezzo per pezzo via Panama fino in Arizona, dove si può vedere ancora oggi. La storia l’ho già raccontata qui e vorrei citarmi, parlando appunto del ponte: “Che uno quando va a Londra e gli vien voglia di vedere il famoso London Bridge delle canzoni ci va e poi commenta: ‘apperò, bel cesso, me lo immaginavo meglio'”. Questa è la ragione.
Una buona parte del vecchio London bridge bruciò nel grande incendio del 1666, in particolare i mulini. L’incendio fu furioso e distrusse due terzi della città medievale e rinascimentale. Un monumento ottocentesco, un colonnone dorico alto tanto così, lo ricorda. E proprio sotto c’è un pub che si chiama, bravi, The Hydrant. Nel senso che ci si idrata tutti. È una specie di variante vivente, questo pub, del ‘keep calm and have a drink’, se riscoppia l’incendio ci siamo. Parlando dell’incendio, bisogna guardare i quadri di Turner per questo.

Poi, dopo varie escursioni nei parchi e parchetti e giardinetti, grazie a iddio la città ne è piena e visto il clima ci si può accampare un po’, numerosi acquisti di liquidi refrigerati, un po’ di zonzo per vedere cose mai viste prima, e sono moltissime, in realtà tocca anche tornare a casa, per quanto uno desideri stare in giro. Tra le cose non dette finora, sicuramente il consiglio di non andare a vedere da vicino la centrale di Battersea, se la si ha nel cuore per quella copertina (lo dico: a parte la psichedelia, il loro disco migliore). Ovviamente non solo non c’è più il maiale volante ma la centrale, tutta, dopo anni di abbandono, è stata recuperata ed è un enorme centro commerciale sovrastato da appartamenti esclusivi. Non solo, non c’è più nemmeno quella visuale, visto che è stata avvolta da condominii vetrificati che la conchiudono, tipo organismo assassino.

L’altra considerazione che mi viene l’ho già fatta un sacco di volte ma è sempre sorprendente: oltre ad avere una cultura musicale di molto superiore al resto d’Europa, almeno diciamo in ambito pop-folk-rock, generi moderni per dire tutto, hanno anche un’attitudine all’ascolto consolidata nel tempo e, di conseguenza, hanno i luoghi adatti per sentirla, la musica. Ieri sera ero in un posto che è stato progettato, pensato, costruito nel 1932 appositamente per la musica, non a caso si chiama ‘Odeon’. Il nome lo dice, noi l’abbiamo imparato dai greci che l’hanno insegnato ai romani e via via fino a loro. Da noi questa cosa esisteva ed esiste per la musica classica, quella moderna la sentiamo nei palasport. Ora: senza voler fare il sofistico, però sentire bene la musica fa una certa, buona, differenza. Anche se è rock melodico non troppo complesso. Alla fine, l’unico genere che ben tollera i palasport è il metal, qualsiasi altra perde in ritmica o parti soffuse o troppo basse. Qui, anche i posti costruiti di recente, magari piccoli, hanno ottime acustiche e sono stati ideati proprio per quello, non sono riciclati. Beh, vuol dire molto. E anche la gioia di sentire un bel concerto, stavolta i Cardigans, sentito bene come si deve, valorizzando anche il lavoro di arrangiamento del gruppo per la serata, vale il prezzo del biglietto. E della trasferta, nel mio caso. Uno, al bar, mi spiegava che è venuto fin da Cardiff per questo concerto e che ‘For the boys’ è la sua canzone preferita in assoluto, non solo dei Cardigans. Non l’han fatta.

Un ultimo sguardo al tramonto sul Tamigi dal ponte di Hammersmith con ancora nelle orecchie l’amabile conclusione del concerto di Persson: «Lovely day at work, today» e via, di ritorno a certe rotture che mi eviterei volentieri, alla vita quotidiana un po’ ripetitiva di questi mesi che un po’ mi sminchia. Ma vabbuò, cose buone si sono fatte, guai a lamentarsi. Piuttosto, meglio provare a guadagnarsi qualche altra occasione.
Comunque, Londra è troppo piena di italiani, soprattutto in certe, sempre le stesse, zone. Li si riconosce dai tatuaggi fatti a caso, adesso. Una volta per il casino e l’abbigliamento, inconfondibili, ora anche per quello. Quattro ragazze italiane, stamane, al tavolo a fianco al mio al baretto, si dicevano il programma del giorno: andare a vedere gli scoiattoli al parco. Che tenerezza, i venti sono i nuovi otto, brave.
Alla prossima, grazie a chi ha seguito.


L’indice di stavolta:

uno | due | tre

minidiario scritto un po’ così di una passeggiata londinese: due, I need some fine wine

Devo, devo sempre cominciare con una colazione da campioni: che sia una classica ‘full english’ o, come stamane, una ‘quicky butter’, ovvero sette etti di pane nero talmente imbevuti di burro da farmi barcollare ai trentotto gradi del giorno. C’è talmente tanto burro come fosse l’ultima occasione per assaggiarne. E probabilmente lo sarà. Ah, ecco, devo rivedere certe mie posizioni: fa un caldo bestia. Non per loro che non sono abituati, anche per me. Sarà che a casa con queste temperature uno non va in giro tutto il giorno a fare il bel turista con tre panetti di burro in corpo.

Ma i miei ventisei chilometri li faccio lo stesso. Un’occhiata che i trentanove Tiziano alla National gallery siano conservati nel modo giusto, lo sono, i più gettonati sono come sempre gli Arnolfini, portatori di chissà quali enigmi, e Holbein con il gioco del teschio, lì c’è da sgomitare. Al sarto di Moroni, che pure è di fianco, nessuno. Come agli Hals. Meglio. Buffo vedere Moroni qui dopo i Moroni di Moroni a Bergamo. Un giro al who’s who della Portraits gallery per vedere chi ci sia di nuovo, c’è coso, il cantante con i capelli rossi, la stessa gugolmap mi suggerisce i luoghi preferiti di Dua Lipa a Londra, scemo io a girare per conto mio. Devo rivedere anche un’altra posizione: è vero che nelle città grandi non c’è posto che non sia pieno di persone, non c’è mai un posto segreto e bellissimo, per esempio ora il giardino interno del Victoria & Albert Museum strabocca di gente coi piedi a mollo nella vasca e per avere una sedia ho dovuto lottare, però quel che si vede nelle città grandi ha di solito qualità assoluta. Per forza, le città grandi attraggono per gravitazione e rapinano quando serve le piccole. Ieri alla National ho passato sale intere con la sufficienza del turista scemo, sale che avrebbero da sole costituito musei sopraffini in provincia. O al V&A piani interi di giapponesate o al museo di scienze naturali intere ali di pietre preziose mai viste, se Dalmine ne avesse una sola ne farebbe il vanto dopo le acciaierie. Quindi cose meravigliose però non c’è mai un posto deserto, un ristorante buonissimo e a poco prezzo che nessuno conosce, un albergo bello e a buon prezzo e centrale. E c’è sempre qualcuno che è arrivato prima. Certo, una discarica o un’industria chimica in periferia senza turisti c’è sempre.

I musei sono sempre un ottimo luogo dove trovare generi di prima necessità, non in ordine: forme di espressione umana tra le più alte, bagni puliti, caffè o ristoranti, posti a sedere al fresco, ombra e giardini, buone temperature, belle librerie. Il tutto perlopiù gratis, perché si sa che a Londra i grandi musei sono gratuiti. Non è tanto che siano pubblici, è più che altro un modello culturale, la responsabilità sociale di mettere a disposizione arte e cultura per tutti. Non solo: la società stessa è tenuta a contribuire, quella parte che se lo può permettere. Ne ho già parlato a Gateshead. Naturalmente se l’ingresso è gratuito sono ben accette le donazioni anche minime, basta appoggiare il telefono. Non so se funzioni, con me sì. Un modello interessante è quello invece della membership di istituzioni culturali: associandosi con un certo sostegno annuale si ha accesso alle esposizioni in via primaria, sconto sui cataloghi, occasioni come convegni e conferenze riservate. Niente che precluda però il contenuto dei musei a tutti. Notevole, la valorizzazione di Franceschini ancora non l’ha capito, da noi se paghi ti pigli la galleria centrale degli Uffizi per fare la cenetta di compleanno, l’idea di fondo è quella dell’esclusività, del poterselo permettere perché gli altri no. Valorizzazione. Qui, per esempio al Victoria & Albert Museum ma anche in tutti gli altri, c’è un magnifico ristorante all’ultimo piano riservato ai sostenitori in cui ci si porta il numero di persone che la tessera di membership consente. Più è d’oro e più persone si invitano. Ma non è da stelle Michelin, si mangia molto bene, il posto è piacevolissimo e si spende il giusto. Al sodo. Anche perché – e sta qui l’onestà del discorso – il ristorante bellissimo è quello aperto a tutti, eccolo:

Lo stesso per sale studio a disposizione, la biblioteca, qualche salottino qua e là. Per dire, la membership qui al V&A costa ottantasei euro l’anno, mica bisogna essere Rothschild, e oltre a fare il proprio dovere si ha la possibilità di vivere il museo in modo più continuato e partecipato. Se io vivessi qui mi assocerei e porterei gli amici in visita sicuramente a pranzo qui, all’ultimo piano. Sicuro. Oppure ci verrei a studiare e scrivere, che sto a fare nella stanzina a casa?

Questi musei sono poi talmente grandi e variegati, frutto di collezioni unite, che si passa dagli arazzi ai manifesti teatrali alle tazzine Ming da tè ai cancelli in ferro battuto alle anticaglie egizie alle macchine fotografiche alle vetrate medievali al punto che non so più nemmeno dove mi trovi al momento e cosa abbia visto o no. Volevo vedere i cartoni di Raffaello, ho invece visto calchi in scala reale della colonna traiana, la collezione di fotografie di Elton John, sua, non di lui, l’argenteria che si usava sui galeoni di sua maestà, i chiostri medievali delle abbazie toscane. E non so più da che parte andare. Vuoi non venirci un quattro volte l’anno a fare un giretto? Ecco il senso della membership. Anche al Rijksmuseum e nei grandi musei europei questa cosa c’è, italiani poco o niente, però quelli sono tutti a pagamento all’entrata, qua no. Qua è più ardita perché implica un’assunzione di responsabilità, visto che ci si potrebbe venire ogni volta gratuitamente. Più interessante. Cadauno fotografia della sala della storia della fotografia a disposizione di chiunque voglia studiare un po’, nel V&A Museum.

Poi, seratona al leggendario Hammersmith Apollo, la sala da concerti art déco del 1932 che è, di fatto, uno dei luoghi santi della musica, come il Paradiso di Amsterdam o i Fillmore, ci sono stati davvero tutti e in epoca senza incertezze, impossibile fare un elenco. Cito solo: la prima apparizione di Ziggy Stardust, la prima di ‘Quadrophenia’ o di ‘A night at the Opera’, le sei serate di fila dei Genesis, una grande serata di Kate Bush ancora su disco e le ventidue di residency più recenti, ultimo ma non ultimo, ‘Alchemy’ dei Dire Straits fu registrato qui. Direi che non è male. Io sono qui stasera per il ritorno dopo otto anni, in serata singola, dei Cardigans. Che i distratti potrebbero ricordare solo per una lagnetta, ‘Lovefool’, che è comunque più interessante di quel che sembra, e invece hanno fatto un sacco di cose notevolissime ed eclettiche, cominciare da ‘Gran Turismo’ e poi avanzare. Per esempio. Loro sono uno dei miei concerti mancati, uno dei maggiori, ora sano la mancanza. Certo, nel 1998 sarebbe stato meglio, lo so anch’io, ma mica potevo fare tutto io, allora. Se finora all’Hammersmith Apollo ci sono stati proprio tutti, evidentemente tranne me, ora siamo tutti tutti, eccomi amici.

E a seguire:

Enjoy.


L’indice di stavolta:

uno | due | tre

minidiario scritto un po’ così di una passeggiata londinese: uno, un sacco di roba prima di cominciare per davvero

Gli elementi di rilievo del momento sono due: l’ondata di caldo che ha investito paesi solitamente non abituati, Francia, Germania e Gran Bretagna, che sperimentano per la prima volta notti in cui la temperatura non scende e si scoprono privi di infrastrutture, da giardino d’Europa a paese meridionale; le dimissioni del premier che dopo quattordici anni aveva riportato i laburisti al governo britannico, dopo solo due anni di premierato. Intendiamoci, non hanno richiesto il mio intervento, né per la prima situazione tanto meno nella seconda; comunque peggio di Liz Truss non farei, anche ammazzando il re. Ma c’è già un leader in pectore, Andy Burnham, speranza laburista proveniente da quel nord mancuniano mai troppo compreso da Londra, individuato come argine al nazionalismo dilagante di Farage. La vicenda di Starmer è al limite del ridicolo, al punto che si è dimesso ma non ha ancora capito perché, d’altronde come dice lui: «I don’t get politics». Ha pure pianto. Un uomo decente al posto sbagliato, ha detto qualcuno probabilmente in maniera corretta, Starmer si è impelagato nell’immobilismo nonostante una maggioranza schiacciante, scelte deficienti di frequentazioni, il suo ministro con Epstein, legalismi, puntigli, irrisolutezza. Saprei fare di meglio, io? Direi di no ma finché non mi chiamano chi lo potrebbe veramente dire? Io intanto sto nei paraggi, che si sa mai.

Ho un paio d’ore prima dell’aereo, vado in città alta a vedere palazzo Moroni che è pieno di quadri di Moroni. Moroni è uno dei più grandi ritrattisti del cinquecento, portò in Italia dal nord il ritratto privato scevro, finalmente, delle connotazioni morali tipiche. Ma il Moroni del palazzo, il conte, non è il Moroni pittore, sono solo omonimi, anche se gli piaceva molto e così nelle stanze ce ne sono parecchi, basterebbe ‘il cavaliere in rosa’ per una visita. Oltre ai Moroni nel Moroni, il valore della visita è anche nel parco, un vero e proprio colle, il dieci per cento della città alta di Bergamo, un valore immobiliare osceno. L’ultimo conte Moroni, invece di vendere e con i sacchi di soldi andare a vivere su Marte con l’altro deficiente ben pensò nel 2009 di cedere tutto al FAI e lasciate così tutta la roba, verghianamente, alla comunità, a noi. Sciapò. Grazie, conte. Sono abbastanza divertenti le interviste alla figlia Moroni del conte Moroni, alla quale dicono sempre ma che bravo tuo padre e lei risponde sì che bravo io continuo la sua volontà e a me pare di cogliere sempre un po’ di affettazione nel sorriso, un mezzo ghigno forzato, e nelle parole amare che sottendono che je rode da matti che il vecchio abbia regalato quel po’ po’ di roba. Impressioni di giugno.

Ascolto ‘Alchemy’ in heavy rotation, c’è una ragione, ed è bello atterrare sulle grandi città di notte, non finiscono mai e nemmeno iniziano, non riesco mai a vedere la prima casa. A Londra, perché è qui che atterro, è da dieci anni che non vengo, colpa dei conservatori e della Brexit, mi sono arrabbiato. Non che sia del tutto passata, direi. L’ultima volta era a Hyde park a vedere Weller, Kaiser chiefs, Marr e ovviamente gli Who, pochi mesi dopo di ritorno da Dismaland una notte fugace. Poi, appunto, gli sciagurati votarono. Che, poi, a essere onesti in realtà Londra votò compatta per il remain, in effetti. Dovrei avercela con Boston e i rustici delle Midlands. Mah, anche Johnson che da Londra si faceva beffe degli italiani alle prese con la pandemia e andava alle festine mi aveva un po’ tolto la voglia.

In realtà non amo le città grandi. Grandi e con molti turisti e abitanti. Innanzitutto tocca fare le code e già mmm. O prenotare. In certi posti non si entra proprio se non si è programmato, nelle città grandi, e io non sono uno che programma. Poi, confesso, patisco sempre un po’ di complesso del provinciale in gita, paiono tutti più eleganti, più svegli, più decisi, più preparati alla vita tentacolare ed è di certo così. Sarà che vengo catalogato immediatamente come turista, mentre di solito mi piace annacquarmi nel miscuglio, mi dà un po’ fastidio. Poi bisogna essere più veloci: a ordinare, a prendere i mezzi, a decidere che strada prendere, a rispondere, più veloci. Reattivi. Si fa più fatica. Poi nelle grandi città ho sempre la sensazione, che è poi la realtà, che ci sia uno strato superiore con cui non è possibile interagire, fatto di clubs riservati, di luoghi non visibili, di appuntamenti dati chissà come o dove, di case inaccessibili. Si riesce, pagando, ad arrivare a qualcosa, a intuire, ma non molto oltre. Pagando, poi, mica tanto: alla ricerca di una stanza per due notti sulla mappa di booking non c’era niente sotto le trecentocinquanta sterline, e non si parla di attici, eh. Media tra le sei e le settecento sterline per due notti. Se no, tocca andare a Dover che poi il treno costa meno. Davvero la più inaccessibile tra le capitali europee. Avevo letto tempo fa una stima immobiliare che non ho mai più dimenticato: il valore degli immobili della City di Londra, il cuore economico della dimensione di un fazzoletto largo forse un chilometro e mezzo, è superiore al valore di tutti gli altri edifici della Gran Bretagna sommati. Poi le città grandi sono più difficili da capire, ci vuole più tempo, sono la somma di tante altre città più piccole, nello spazio e nel tempo. È anche difficile capire di chi siano le grandi città, chi dia le regole, di chi sia il territorio che si attraversa, intendo anche comunità, anche etniche. È più difficile capire se ci si stia mettendo nei guai, se si stia andando dove non si dovrebbe. Già, bella scoperta, sono più difficili. Sarà che poi in Europa non sono tantissime: Londra, appunto, Parigi – chi mai va a vedere le banlieue? Saint Denis o Belleville al massimo -, Mosca, Istanbul, Roma. Le altre no, cittadone, alla fine. Berlino è diversa, è stata rasa al suolo e poi è la più accogliente e tollerante e aperta, fa un effetto diverso. Se non sei turco.

Non è tanto mini questo diario, e non sono nemmeno atterrato. Lo sto facendo ora, con il tramonto nonostante siano le dieci di sera, a nord è così, abbiamo sorvolato l’intera città. La centrale di Battersea senza il maiale volante, qualcuno si sta divertendo ad Hyde park, Westminster dove c’è la nuova statua di Banksy, la vedrò, ovviamente il parlamento e la ruota, il fiumone in mezzo che è un piacere vederlo snodarsi, bello grigio, gli hanno impedito per sempre di tagliare le anse come sarebbe normale, la City carissima, Saint Paul ormai piccoletta al confronto dei grattacieli, i docks di fronte e poi case a perdita d’occhio. Quanta gente starà bevendo una birretta di fronte ad Haiti-Marocco in questo momento? Dai, atterra che devo raggiungerli.

Fa caldo, abbastanza, ma fa molto caldo per Londra. A differenza nostra, qui la notte rinfresca di buona misura ma, comunque, a mezzanotte ci sono ventisei gradi e i postumi dei trentacinque del giorno. Li vedo un po’ in crisi, buona parte delle donne e dei bambini hanno ventilatorini elettrici cinesi, uno è modello cuffie, con due eliche. Molti ventagli. Buona parte degli uomini si denuda e via. Sui mezzi pubblici le arie condizionate girano al massimo ma altrove non sono attrezzati e se la sono cavata finora con i ventilatori. Chi cammina per strada, sceglie il lato all’ombra, con buona pace di Lou Reed e di Eric Idle.

Dopo una ventina e rotti di chilometri, qualche museo, che è sempre una buona idea quando fa caldo, una centrale elettrica a carbone ora centro commerciale, è ora di trovare il posto giusto per riflettere sulla giornata e sul futuro: la scelta cade sul ‘the blue anchor’ ad Hammersmith, proprio sulla riva del fiume, anno di apertura dichiarato 1722. C’è un aria bellissima sul Tamigi, soffia un po’ di brezza, le persone sono contente di stare insieme. È pur sempre venerdì. Ogni volta che devo andare a ordinare poi devo cambiare posto, perché anche se chiedo di tenermelo poi non lo fanno. Perché inglesi o per il tasso alcolemico? Entrambi probabilmente. È l’unico piccolo disagio del viaggiare da soli: in due certe cose sono più comode, fare una fila, tenere un tavolo, prendere cose. Al terzo giro, finisco dentro e va bene, c’è una partita di cricket femminile che al momento è sul centoundici a tre ma non per questo la tensione diminuisce.


L’indice di stavolta:

uno | due | tre

il solfito d’estate, ’sto sfrontato

Dalle 10:24 di oggi, 21 giugno, come capita grossomodo quasi tutti gli anni, è arrivato il solfito d’estate, quel momento per cui l’emisfero bomboreale viene irraggiato dai raggi solari in maniera francamente spropositata, un po’ più di compostezza gioverebbe.

È permesso imprecare.
L’arcoriflessione del globo terrestre, data una certa curvatura della terra e dell’orbita spaziale, raggiunge l’azimut e porta la lancetta in quel periodo che chiamiamo estate e chissà perché in cui la maggior parte delle persone sente di doversi scoprire i piedi in pubblico. Una volta con l’estate arrivava perlomeno un delitto e i giorni davvero fornace erano al massimo una decina, ora perché siamo deficienti i giorni sono circa novanta. E sono già cominciati da un bel po’, si sente gente straparlare da qualche giorno. Io niente, come al solito sudo e l’estate mi sta un po’ sulle balle.
Buona estate, dunque, ai buoni di pensiero e di azione, agli altri il generale in pensione Vannacci.

la musica delle stagioni, primavera 2026

Mi è toccato stare fermo e, quindi, la pleilista è di ottantuno brani, per cinque ore e tredici minuti di musica. Vedi? Meglio muoversi. Che poi sia anche una bella pleilista è tutta da vedere, non sarei così sicuro, chissà. Però gli elementi perché lo sia ci sono, diciamo in misura sufficiente, chiudo anche con un Mingus bellissimo per mostrare che sono colto, dopo aver aperto con gli apprezzabili James e passando da Cohen, DDT, Tears for fears, Kraftverk, Thrills per citare i classici, Dea Matrona, Weaver, MJ Lenderman e Sex Mask per dirne di più recenti.
Trovare qualche altra canzone di qualche gruppo o singolo già ampiamente saccheggiato è una cosa che mi dà soddisfazione, direi sia capitato, per esempio Beta Band. Canzoni che stavano là da sempre e va’ a sapere perché non le avevo mai notate. Credo si migliori, in questo, col tempo.

Comunque con le cinque ore e tredici minuti ci si fanno un sacco di cose: per esempio andare da qui a lì e da lì a qui undicimila volte, oppure leggere un libro di cento pagine mediamente complesse. Ma non l’audiolibro, quello no, non si può fare. O uno o l’altro.

Tutte le musiche delle stagioni, intendo i post:

estate 2020 | autunno 2020 | inverno 2020 | primavera 2021 | estate 2021 | autunno 2021 | inverno 2021 | primavera 2021 | estate 2021 | autunno 2021 | inverno 2021 | primavera 2022 | estate 2022 | autunno 2022 | inverno 2022 | primavera 2023 | estate 2023 | autunno 2023 | inverno 2023 | primavera 2024 | estate 2024 | autunno 2024 | inverno 2024 | primavera 2025 | estate 2025 | autunno 2025 | inverno 2025 | primavera 2026

Ecco, ora è estate e vediamo se tornano i tormentoni e se tra essi ci sarà qualcosa di decente. Dubito, per quel che si sente qui. Trentaquattro stagioni e scavallata, finalmente, la soglia dei cento mesi, così non ci si pensa più per altri novantotto. Non si può dire che non abbia costanza.

Le compile vere e proprie: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (92 brani, 6 ore) | estate 2018 (81 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (130 brani, 9 ore) | primavera 2019 (50 brani, 3 ore) | estate 2019 (106 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (126 brani, 8 ore)| primavera 2020 (101 brani, 6 ore) | estate 2020 (98 brani, 6 ore) | autunno 2020 (151 brani, 10 ore) | inverno 2020 (88 brani, 6 ore) | primavera 2021 (89 brani, 5,5 ore) | estate 2021 (55 brani, 3,25 ore) | autunno 2021 (91 brani, 5,8 ore) | inverno 2021 (64 brani, 3,5 ore) | primavera 2022 (73 brani, 4,46 ore) | estate 2022 (42 brani, 2,33 ore) | autunno 2022 (71 brani, 4,5 ore) | inverno 2022 (69 brani, 4,14 ore) | primavera 2023 (73 brani, 4,23 ore) | estate 2023 (51 brani, 3,31 ore) | autunno 2023 (89 brani, 6,9 ore) | inverno 2023 (76 brani, 4,5 ore) | primavera 2024 (60 brani, 3,4 ore) | estate 2024 (55 brani, 3,1 ore) | autunno 2024 (78 brani, 5 ore) | inverno 2024 (58 brani, 3,7 ore) | primavera 2025 (40 brani, 2,5 ore) | estate 2025 (95 brani, 6,2 ore) | autunno 2025 (56 brani, 3,8 ore) | inverno 2025 (59 brani, 3,75 ore) | primavera 2026 (81 brani, 5,25 ore).

La cosa che mi fa davvero ridere è che tanto sono tutte su Tidal che non ha nessuno, quindi letteralmente me la suono e me la canto. Ma come un po’ tutto, qua dentro. È il così che mi va bene lo stesso.

L’indice delle compile anche se è già detto tutto nel post.

59 seconds of: Orvieto’s funicular

Per andare a vedere Orvieto bisogna, è una cosa che si sa, salire su un panettone rocceo sul quale sta appunto la città. E lo si può fare in due modi, principalmente: a piedi o con la funicolare.
La funicolare che porta a Orvieto è a cavo e oggi a trazione elettrica, al tempo della sua costruzione, 1888, la vettura a monte veniva riempita d’acqua in un serbatoio alla base e poi il peso e la forza di gravità facevano il loro lavoro. Ingegnoso. Allora come oggi il percorso è di circa di seicento metri per centocinquanta di dislivello, il binario è unico e si sdoppia a un certo punto per far passare l’altra vettura, come si vede anche nei miei cinquantanove secondi di quattro anni fa. Non ovvio, si tiene la sinistra.

Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più litoranea della civiltà micenea, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Tutti gli altri 59 secondi | pleilista

l’Inghilterra vittoriana

che lascia necessariamente il passo alla modernità.

Vista così, sembra quegli inquilini cinesi che dicono no voglio restare in casa mia e allora gli costruiscono l’autostrada attorno. Io dico un po’ peccato perché, oltre a piacermi di più, quello stile invecchia ed è invecchiato bene, quello che costruiamo oggi molto meno, tra dieci anni sarà già quasi da buttare.

È la stazione ferroviaria di Curzon Street a Birmingham, detta anche ‘Birmingham station’, terminale delle London and Birmingham Railway (L&BR) e Grand Junction Railway (GJR), aperta nel 1838 e chiusa nel 1966.

Ha una grande storia alle proprie spalle e, purtroppo, poco futuro, visto l’attorno.

Vedi invece a essere ignoranti? Da Birmingham mi spiegano che la stazione di Curzon Street sarà invece parte del nuovo terminale dell’alta velocità proveniente e per Londra, ristabilendo pure in qualche modo la primigenia funzione. Bene. Poi, certo, conoscendoli sarà incastonata in un megablob di acciaio e cemento, come quei restauri ridicoli con la cornicetta di mattoni, ma pazienza, così va il mondo tecnologico privo della componente umanistica. Basta guardare la Grand Central, sempre in città.