Roba un po’ da nerd: esce il Google Pixel 11 – è un telefono – con un’esagerazione, il 120x AI zoom. Proprio un po’ troppo, specie se si accompagna, oltre a un prezzo sconsiderato, alla durata della batteria risibile, al fatto che il processore scalda molto (‘potrà anche non essere il meglio come telefono ma come scaldamani è imbattibile’) e così via. Non proprio riuscito, come 9 e 10. Il 7 era invece un telefono bellissimo, riuscito, uno dei miei più cari. Comunque, il superzoom della macchina fotografica aizza l’inventiva della rete:
Non male. Ma anche dall’interno del nostro universo:
Ed è talmente potente che spremendolo viaggia nel tempo. Avanti:
E ovviamente anche indietro:
E al dettaglio che crea una contorsione tale da mettere in crisi ogni ordine universale conosciuto finora:
Immagino sempre le riunioni dei creativi in cui uno, o due, o hanno la geniale intuizione in corso d’opera, così debbotto, o arrivano orgogliosi con l’idea, che propongono coram populo: ed è trionfo.
Avremmo dunque pensato a sostituire le ‘o’ con delle wiener schnitzel, cioè proprio quelle per cui voi siete famosi a Vienna e nel mondo. Che ne pensate? Ovazione. Idea molto bella, leggibile, chiara soprattutto nella data (millenovecento-cotoletta-cinque), simpatica ma raffinata. Si proceda, dunque. Committente estasiato.
Risultato del Trattato dei XXIV articoli o ‘di Londra’ del 1831 che ratificava la rivolta dei Paesi bassi meridionali e l’indipendenza e ancor più del Trattato di Maastricht del 1843 è il casino amministrativo della città di Baarle-Hertog e della municipalità di Baarle-Nassau. Ossia, per dirla visivamente, questo casino qua sotto sulla mappa:
Sì, quello così arzigogolato è un confine: in territorio nederlandico c’è un exclave belga – sono in realtà 22, a contare i rettangolini e cosagoni. Ma non basta: in territorio di exclave belga vi sono alcune exclaves di secondo livello, ovviamente nederlandiche, cioè circondate da territorio belga a sua volta incastonato in quello nederlandico. Una mappetta più chiara:
Tradotto in fatti concreti: una casa è in Belgio, quella vicina nei Paesi bassi; qualcuno ha il salotto da una parte e la cucina dall’altra; durante il covid uno era soggetto a certe restrizioni, l’altro ad altre; non parliamo delle leggi, evidentemente non del tutto sovrapponibili. L’Ottocento è vivo e vegeto tra noi e l’Europa unita un filino un boh.
Sono insegnanti, certe cose della vita e ancor più della politica le conoscono, sanno che passano le persone, i governi, le idee bislacche, le riforme della scuola, tutto passa.
Meglio quindi aggiungere una pecetta che cambiare la targa. Tanto durerà poco e così è. E, magari, lo scriviamo più in piccolo che la faccenda è una vera baggianata.
Inaspettatamente, poiché non lo sapevo, a Canterbury ho scoperto che nel cimitero in città c’è la tomba di Józef Teodor Konrad Korzeniowski, a me noto come Joseph Conrad. Beh, vado, un omaggio è necessario, ho ancora dei bei ricordi di alcuni suoi romanzi e soprattutto de ‘Il giro di vite’. Pensavo fosse sepolto chissà dove, associavo le navigazioni a una vita più girondola, come in effetti fu fino ai trentasei anni. Gli ultimi anni li passò qui vicino, a Bishopsbourne, amena parrocchietta del Kent, in cui la casa di Conrad è oggi la sala comune. Il cimitero di Canterbury è molto composto, verde, le tombe ottocentesche sono, come di consueto, cadute a terra e non rialzate, rotte, romanticamente consunte dal tempo. E così, giustamente, le lasciano. La tomba di Conrad, in fondo in un angolo, è impossibile da mancare: un cippone sbozzato, con aquila e bandiera polacca, fatto curioso, non credo rivendicasse l’origine in questo modo ma va’ a sapere. Il nome è pittosto storpiato, Joseph Teador Conrad Korzeniowski invece di Józef Teodor Konrad Korzeniowski, colpa dell’artigiano di paese, forse.
Ciò che conta è l’epitaffio, che immagino scelto da Conrad medesimo per sé, un verso del poeta rinascimentale Edmund Spenser: «Sleep after Toil, Port after stormy Seas, Ease after War, Death after Life, does greatly please». Bei versi, da ‘The Faerie Queene’. Gli stessi versi sono anche sulla tomba di Agatha Christie.
Tradotti un po’ così: «Il sonno dopo la fatica, un porto dopo mari tempestosi, la quiete dopo la guerra, la morte dopo la vita, quale grande soddisfazione…»; questa stessa epigrafe fu già adoperata da Conrad per il suo romanzo ‘The Rover’, gli era piaciuta. Davanti alla tomba un pannelletto didascalico che dà conto di un paio di cose sullo scrittore, la sua vita e il motivo della sua presenza qui. Brutto ma necessario, forse. Nessun fiore fresco.
Il caso più eclatante è quello di Frank Zappa che scrisse e cantò ‘Tengo Na Minchia Tanta’ nell’album ‘Uncle Meat’ del 1969, in italiano. Doveva aver conosciuto un nuovo amico siciliano: «Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’ / Devi usare un pollo, devi usare un pollo / e me la vuoi tastar» e olè. Ma Zappa è Zappa, quindi tutto va bene. E anche ‘Dio fa’ da ‘Civilization Phaze III’ che ha però solo il titolo in italiano, essendo un pezzo strumentale. Non c’è che da essere contenti di quanto della cultura italiana arrivi ai grandi artisti stranieri, niente male. Diciamo che, di sicuro, le espressioni idiomatiche, o sostenute tipo imprecazioni e bestemmie, colpiscono l’immaginario là fuori.
Non parlo di cover o di improvvide traduzioni italiane di pezzi stranieri, parlo di canzoni composte e cantate in italiano da cantanti stranieri. La casistica è ampia, non è che io voglia fare qui un compendio, però vado a memoria e mi vengono in mente gli Ada Oda, gruppo belga che canta in italiano, basta qui citare la micidiale ‘Un amore debole’, che ha però un gran riff iniziale e poi si finisce per ascoltarla lo stesso. Oggi ho scoperto per caso la non memorabile ‘Cazzo di ferro’ dei Lemonheads – che sembravano così brave persone, salutavano sempre – da ‘Lick’ (1989), che ha suppergiù un testo del tipo: «Sei proprio un grasso menefreghista / Sei dal lontano il più / Coatto uomo nel mondo / Sei una testa di cazzo / Lato di ferro / Sei una testa di cazzo». Ottimo. Anche qui il riff è poderoso. E siamo a due membri, minchie, comincia a non essere più un caso, qui c’è da indagare cari i miei Scaruffi. Perché poi tutti questi avranno avuto un amico che ha detto loro: te lo scrivo io il testo, tranquillo. Ho io un bel tema. Ecco, il tema.
La cosa che piace a me è vedere come veniamo apprezzati all’estero, quali aspetti più delicati e complessi della nostra cultura vengano recepiti là fuori, un’ottima rappresentazione. Non che la cosa si arresti qui, ci mancherebbe, serviranno aggiornamenti. Ma i Lemonheads mi hanno tirato una bella bordata, oggi, e direi che mi posso anche fermare qui, avendone già dedotto una ben solida teoria.
Un film che si configura come imperdibile fin dalla trama:
Un solitario e disilluso studioso viene ingaggiato dalla mafia per autenticare un misterioso manoscritto riemerso nei bassifondi di New York: l’originale perduto della Divina Commedia. Sconvolto dalla scoperta e in cerca di rivalsa, l’uomo decide di tradire i mandanti e fuggire con il prezioso volume insieme alla donna che ama. Il furto scatena una pericolosa caccia all’uomo e una cospirazione globale.
L’autografo della DC, il sogno di ogni studioso e cacciatore di ricchezza. E fin qui già basterebbe, sarebbe abbastanza per un film, una storia, una barzelletta da bar. Ma no, mettiamoci una trama parallela, immagino sempre le riunioni di produzione. Ottima idea!:
Parallelamente, la storia si sposta nell’Italia del XIV secolo. Un giovane Dante Alighieri, intrappolato in un matrimonio infelice e in piena crisi spirituale, fugge in Sicilia per inseguire l’ispirazione. Qui, guidato da un enigmatico mentore, dà forma alla sua visione poetica e scrive la Commedia. Due uomini, separati dai secoli ma legati dallo stesso destino, compiono un viaggio dalla dannazione alla salvezza, mossi dall’amore, dalla bellezza e dalla follia della creazione.
In un matrimonio infelice, signoreiddio.
È ‘La mano di Dante’ di Julian Schnabel, di cui resto un ammiratore per l’ottimo ‘Lo scafandro e la farfalla’, ed è con evidenza un film da non perdere. Qui l’appassionante trailer tra mafiosi e autografi. E non ci si faccia scoraggiare dalla recensione di Matteo Pivetti su Sentieri Selvaggi:
“Un’opera con ambizioni gigantesche, ma che non funziona sotto nessun punto di vista. Caotica, delirante e superficiale, sembra una parodia giunta prima del suo originale”.
E non siamo in tempi di recinzioni negative, figuriamoci. Ci terrei infine a segnalare che non si tratta di un film sottocosto prodotto in un minimarket con intenti parodistici, drammaticamente. Anzi, spese e Venezia Lido. Che poi: un enigmatico mentore? La Sicilia?
«Chi quel gong percuoterà / apparire la vedrà / bianca al pari della giada / fredda come quella spada / è la bella Turandot!». Nella Pechino del tempo delle favole, Turandot, figlia dell’imperatore Altoum, sposerà quel pretendente di sangue reale che abbia svelato tre indovinelli molto difficili da lei stessa proposti. Mentre Ping, Pong e Pang si lamentano di come, in qualità di ministri di corte, siano costretti ad assistere alle esecuzioni delle troppe sfortunate vittime di Turandot, mentre preferirebbero vivere tranquillamente nei loro possedimenti in campagna. Nel frattempo, a Napoli, rappresentano a modo loro.
Per carità, lo so che bisognerebbe vederla, e che non si giudicano i libri dalla copertina e, poi, a chi non piace Romeo in giacca di pelle? Comunque, il regista Vasily Barkhatov che allestisce la chiave moderna commenta serafico: «Le nuove proposte non sempre sono bene accolte». E ha ragione, seppur lapalissiano. A me spiace sempre non assistere ai momenti focali di certe riunioni, quel momento in cui uno si alza, schiocca le dita e dice: «Ci sono! E se appendessimo un’auto incidentata a testa in giù?» e lì scrosciano gli applausi, genio, genio. Ecco, mi spiace perdere quei momenti lì.
facciamo 'sta cosa
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