Oggi è stata una giornata frenetica. Che dico? Alla luce delle attività degli ultimi due mesi, freneticissima. Ed è pure lunedì. Oggi: cambio delle gomme (e batteria, per non farsi mancare nulla) dell’auto e revisione della motoscurreggia. Sì, pare poco ma come cumulo di attività è di gran lunga superiore alla somma delle attività svolte dal sette marzo a oggi. E ho pure pagato il bollo della motorella. Ma non è quello che voglio raccontare qui. Quello che voglio raccontare è che il cambio delle gomme dell’auto ha implicato tornare a casa dal gommaiolo e poi tornare di nuovo da lui a riprenderla e ciò l’ho fatto, esperienza del periodo, con l’autobus. Autobus in tempo di covid-19, quindi per vedere come funziona. Va premesso che in termini di rischio di contagio l’autobus è quarto solo dopo una gang bang in una tualétt pubblica di una stazione ferroviaria, ventiquattr’ore di reclusione in una funivia piena di persone sospesa sopra il baratro e una conferenza stampa della Regione Lombardia. Ecco, poi c’è l’autobus. Bene, mi accingo a prenderlo e scopro che, in effetti, le corse sono diminuite di parecchio: da una frequenza di circa quindici minuti, linea centrale e frequentata, siamo passati a una corsa ogni ora. Ovviamente a me mancano cinquanta minuti, aspetto. Nel nulla e sotto la pioggia. Beh, che esperienza piena sia, a questo punto. Non proprio sotto, devo essere onesto, per fortuna c’è la pensilina, la quale ha, però, tre sedili coperti e due di quelli sono interdetti, perché troppo vicini, quindi c’è solo un posto. E noi, osservo ora e la cosa diventa più rilevante di prima, siamo in due. Va bene, cedo il posto alla signora ma la distanza regolamentare mi imporrebbe di stare fuori, sotto la pioggia. Ecco, preferirei di no, non ho nemmeno l’ombrello e, quindi, trasgredisco ma mi giro di spalle. Poi, arriva l’autobus, e siccome siamo vicino a un capolinea è praticamente vuoto. Prima, le porte: quella davanti è off limits, è dell’autista e non si apre più; quella al centro è per la discesa e quella dietro per la salita. I posti a sedere utilizzabili sono otto, tutti gli altri hanno un bell’adesivone rosso che avverte tassativo. I posti in piedi sono sette e anche in questo caso c’è un adesivo blu che dice dove si deve stare. Ergo, la portata dell’autobus è quindici persone più l’autista. Dice la regola: se l’autobus è pieno, non si deve salire. Prima obiezione, naturale: da giù, dalla fermata, l’autobus non sembra pieno, sembra un autobus con quindici persone che, rispetto alla capienza normale di settantacinque sono, realmente, pochine. Quindi, a uno gli viene di salire. Seconda obiezione: piove. Terza obiezione: è un’ora che si aspetta. E se non si piglia questo, tocca aspettarne un’altra. Risultato delle tre obiezioni? La gente sale lo stesso. E, onestamente, capisco. L’autista quindi che può fare? Se ha contato bene e siamo pieni e nessuno, dico nessuno, deve scendere, può saltare la fermata e far finta di non sentire i bestemmioni. Ma se qualcuno lo costringe a fermarsi per scendere, allora la gente sale, non c’è niente da fare. Ed è proprio quello che avviene: in poche fermate siamo più di quelli che dovremmo essere, sale addirittura un gruppo di otto amici che ci portano immediatamente nell’iperuranio della trasgressione. Così non funziona.

Tra l’altro, per chiudere il capitolo autobus, pare che a Milano dai primi test sia risultato positivo il 60% degli autisti. Più che nelle residenze per gli anziani. Non scherzavo, all’inizio, sul grado di pericolosità, almeno fino a due mesi fa.
Silvia Romano è tornata, spero non faccia troppo caso ai commenti di molti dei suoi scellerati connazionali, di sicuro adesso c’è bisogno che qualcuno le dica che Conte non è il Conte di prima, ora è diventato buono, ha fascino e non è più amico di Salvini. E chissà se si sarà chiesta che ci faceva Di Maio a Ciampino ad accoglierla. Perché intervistano il ministro dello sviluppo economico sulla mia liberazione? Mah. Nel frattempo, i governatori di tredici regioni di centrodestra hanno intimato al governo di emettere le linee guida per le riaperture entro mercoledì, oppure faranno da soli. Ovviamente è una mossa furbastra, perché intende far ricadere sulle lungaggini e le incertezze del governo la responsabilità della situazione attuale quando, invece, le magagne sono locali e certe Regioni non dovrebbero aprire proprio. Lombardia, Piemonte e magari Liguria, per fare i nomi. Il governo, che non sta a guardare, reagisce dicendo sì alle riaperture il 18 ma differenziate, a seconda della regione, e cala un asso in più, relativo alla comunicazione: da giovedì prossimo i dati sull’epidemia verranno diffusi al grande pubblico regione per regione, così ben si capisce chi sta messo meglio e può riaprire e chi no. Chi saranno i cattivoni? Si prevedono, ed è facile, ricorsi e diffide. Perché il messaggio è davvero chiaro: cari governatori, non si può fare ciò che volete fare. E la colpa è vostra.
I contagi pare non interessino più granché.
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