minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 39

In cinque giorni passiamo dalle librerie richiuse, perché qui in Lombardia c’è una situazione che a Roma non se ne rendono conto, all’annuncio della riapertura totale della regione il 4 maggio. Bene, direi avanti con una direzione precisa. Naturalmente questo crea confusione e chi desidera la prende come gli pare, ovvero lavorando fin da ora. Perché, se non erro, ci sono state oltre sessantamila richieste di riapertura in deroga e, siccome la guardia di finanza non riesce certo a rispondere a tutti, si piglia la comoda regola del silenzio-assenso e avanti, si apre. Trentottomila imprese, se non sbaglio. In effetti, oggi portando un po’ di spese posso dire che di traffico (e di gente in giro) ce n’è parecchia di più, non proprio tutti lavoranti.
La notizia buona è che mi hanno accreditato i seicento euro, con tanto di sms d’avviso. Beh, cosa gradita, visto che l’ultimo reddito percepito è di inizio febbraio e che, invece, al supermercato vogliono la pecunia fresca. Un aiuto dallo Stato che apprezzo, come qualsiasi ritorno delle tasse in servizi o, per andare più indietro, le vaccinazioni da piccoletto e, a proposito di cosa il mio paese fa per me, alcuni giorni fa ho ricevuto una mascherina dono del Comune. Peccato fosse una di quelle del Brico che servono per l’uso brutale del trapano, non sanitaria. Da piangere.
Questa la devo segnalare qui: Kellyanne Conway ha diretto la campagna elettorale di Trump nel 2016 e, a vittoria ottenuta, è stata eletta «Counselor to the President». Come tale, consiglia e ieri ha detto una cosa interessante sul virus: «Stiamo parlando del COVID-19, non del COVID-1, quindi chi lavora all’OMS dovrebbe ormai esserne venuto a capo». Testuale. Giusto, perdio, alla diciannovesima versione si dovrebbe aver capito, no? All’OMS sono duri di comprendonio e probabilmente sarà per quello che l’amministrazione Trump, qualche giorno fa, ha sospeso i finanziamenti. La cosa è molto molto seria, trattasi di ritorsione per le critiche ricevute.

Mutamenti d’umore, sia mio che delle persone con cui parlo, almeno alcune. Da un primo periodo di disponibilità e, direi, rassegnazione, dettate dall’emergenza, adesso lo stato d’animo prevalente è quello della stanchezza e della rabbia crescente a fronte di una politica che dire incerta è dire poco, a livello regionale lombardo poi non ne parliamo. Il timore che tutto si prolunghi e che non venga affrontato nel modo migliore si fa largo in molti, da quel poco che riesco a percepire al telefono con alcuni amici. Altri no, hanno staccato i canali di informazione e attendono diligenti. Bravi, lo dico seriamente. Io no, non riesco, sarà perché il mondo è sempre stato ed è il mio parco giochi pieno di meraviglie e mi manca così tanto che faccio davvero una fatica del diavolo a immaginare di non prendere un treno domani.

I giorni precedenti:
giorno 38 | giorno 37 | giorno 36 | giorno 35 | giorno 34 | giorno 33 | giorno 32 | giorno 31 | giorno 30 | giorno 29 | giorno 28 | giorno 27 | giorno 26 | giorno 25 | giorno 24 | giorno 23 | giorno 21 | giorno 20 | giorno 19 | giorno 18 | giorno 17 | giorno 16 | giorno 15 | giorno 14 | giorno 13 | giorno 12 | giorno 11 | giorno 10 | giorno 9 | giorno 8 | giorno 7 | giorno 6

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 38

Al trentottesimo giorno di diario dalla reclusione è difficile non ripetersi o non arenarsi. È anche un’attitudine di testa, per stare svegli. Ma come ha fatto Pellico nelle sue prigioni? Beh, l’ora d’aria, due parole col compagno di cella, un giorno ne prendi una fraccata da un secondino, un giorno tagliano la gamba a Maroncelli, tra l’altro in una prigione all’estero, quindi ricca di novità, hai almeno un argomento nuovo al giorno. Facile, lui, mica come me da solo sempre nello stesso posto.
Scherzo, dev’essere stato inimmaginabile. Gli è che mi stufa il discorso del «sì però in guerra era peggio, noi dobbiamo solo stare sul divano», eccerto che lo era, ma se qualcuno mi spara in una gamba non è che mi consolo dicendomi che però, sì, non mi hanno tagliato la testa: mi lamento perché mi fa male la gamba. Con tutto il rispetto per i decapitati e per i detenuti dello Spielberg. Forse dovrei fare come Pellico: «volsero alcuni giorni, ed io era nel medesimo stato; cioè in una mestizia dolce, piena di pace e di pensieri religiosi». D’accordo, ora mestizia dolce, per i pensieri religiosi vediamo più avanti. Dio, come vorrei andare in un bar a dire cazzate.

Sempre peggio la mia insofferenza nei confronti della gestione lombarda della crisi. Ma vivaddio, come posso sentirmi meglio se ogni giorno ce n’è una? Oggi gli spazi pubblicitari sui giornali acquistati da Regione Lombardia (soldi tuoi, soldi miei): «28.224 vite salvate. Sanità privata insieme alla sanità pubblica». Un morto su dieci al mondo, al mondo!, è in Lombardia e pure mi tocca guardare le pubblicità sui giornali pagate con il mio bollo del motorino. Sono sempre più basito e incazzato, va bene tutto ma essere prima bastonati e poi presi in giro no, no! Forse, per il benessere del periodo, dovrei virare su un diario di delicati sentimenti religiosi, forse dovrei proprio. Provo a chiudere meglio: sono sbocciate le peonie, enormi e profumatissime, la primavera non solo incalza, ora è dappertutto, le foglie hanno preso forma e sono grandicelle, anche le piante più ritardatarie, i tigli, gli aceri, sono partite verso la fioritura, i glicini sono uno spettacolo clamoroso, quando capita di vederne uno fiorito. A parte un vento davvero molto forte nel pomeriggio, vento che ha riportato le temperature in media, di giorno le finestre sono aperte e la maglietta ormai una costante delle ore più calde. Bello. Molto bello. Se non fosse che.

I giorni precedenti:
giorno 37 | giorno 36 | giorno 35 | giorno 34 | giorno 33 | giorno 32 | giorno 31 | giorno 30 | giorno 29 | giorno 28 | giorno 27 | giorno 26 | giorno 25 | giorno 24 | giorno 23 | giorno 21 | giorno 20 | giorno 19 | giorno 18 | giorno 17 | giorno 16 | giorno 15 | giorno 14 | giorno 13 | giorno 12 | giorno 11 | giorno 10 | giorno 9 | giorno 8 | giorno 7 | giorno 6

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 37

Bergamo e Brescia giù ma non tanto quanto ci si aspettava, Milano su. Quando sento l’assessore Gallera dire di «aver sentito sui social che c’è ancora troppa gente in giro per Milano» mi prende un giramento di balle che mi passerà tra giorni. Perché no, questo non lo accetto, anzi non accetto nessuna delle cose implicite ed esplicite contenute in una dichiarazione così: non è una frase che puoi dire a gente che è rinchiusa in casa da quaranta giorni. Vivaddio no, non solo non lo sai e devo pure venire io a Milano a tenere la gente in casa? Mavaccagare. Il problema è che comincio a temere che non abbiano idea di come stiano andando le cose né di come gestirle, il che mi getta in un cupo sconforto, perché io sto anche in casa, per carità, ma non sopporto di doverci stare un minuto di più perché chi dovrebbe governare la situazione non è in grado. Nella migliore delle ipotesi, perché il solo pensiero di doverci stare di più perché questi sbagliano mi manda in tilt. Meglio non ci pensi.
Epperò è anche difficile non pensarci, orcozzio. Perché secondo uno studio di Intwig, i contagi reali in Lombardia sarebbero 972mila, 20 volte più del dato ufficiale. I morti sarebbero 15mila, ossia il doppio del dato ufficiale. E allora? Allora è davvero difficile per me affidarmi e non pensare male. Capisco che il tempo dei processi verrà ma il nostro tempo, mi si perdoni la banalità formale ma non di contenuto, è qui e ora e bisognerebbe tenerne in massimo conto. Anche perché se vi giocate la fetta di popolazione di cui io faccio parte, ovvero quelli ligi alle regole, che mettono avanti tutto il bene comune e sono pronti a sacrificare quasi tutto per la collettività, se dicevo vi giocate quelli come me siete fritti, cari miei i leghisti lombardi. Uff.

Librai aperti per Conte, librai chiusi per Fontana. Leggendo le petizioni sottoscritte in rete da lettori di sinistra, io chiedo: ma siamo sicuri che ai librai gli si fa un favore a farli aprire? Ma chi ci va in libreria di ’sti tempi? Già le persone non ci vanno normalmente, figuriamoci ora. Al libraio, invece, tocca rimettere in piedi tutti i costi fissi (magazzino, dipendenti, pulizie etc.) che, almeno, stando chiuso contiene. Peraltro, occhio che adesso vado di idee mie in libertà, per quale motivo un gelataio resta aperto per le consegne a domicilio e un libraio no? Chiaro, serve iniziativa, se no amazon vince sempre. Per dire: consiglio del libraio di un libro al giorno (ma consiglio vero, non copia-e-incolla della recensione della casa editrice) su un sito qualsiasi, dieci righe ben scritte e accattivanti, non annoiate, sconto ai primi dieci che lo acquistano, consegna entro il giorno dopo. E avanti così. Si può fare? Secondo me sì, agilmente. Così il valore aggiunto della libreria in città o nel quartiere vince sul cattivo amazon che consegna sia pannolini sia libri sia dildi con lo stesso atteggiamento. Ma serve buona volontà, lavoro, studio, impegno. Ce l’avete, librai?

I giorni precedenti:
giorno 36 | giorno 35 | giorno 34 | giorno 33 | giorno 32 | giorno 31 | giorno 30 | giorno 29 | giorno 28 | giorno 27 | giorno 26 | giorno 25 | giorno 24 | giorno 23 | giorno 21 | giorno 20 | giorno 19 | giorno 18 | giorno 17 | giorno 16 | giorno 15 | giorno 14 | giorno 13 | giorno 12 | giorno 11 | giorno 10 | giorno 9 | giorno 8 | giorno 7 | giorno 6

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 36

I conti tornano sempre meno. In Lombardia, più che altro. La mortalità del virus nella regione è grossomodo il quadruplo che nel resto del mondo, Italia compresa e la cosa, si capisce, non torna. A meno di risposte imprevedibili (i lombardi hanno i polmoni più piccoli a causa dell’inquinamento), la risposta dovrebbe essere una sola: i contagiati in Lombardia sono grossomodo il quadruplo di quanto rilevato (o dichiarato). La gestione di Fontana anziché chiarire le cose crea secche nelle quali l’informazione e la normalità si arenano, esemplare il bailamme attorno all’ospedale da campo di Milano Fiera che, adesso, ospita ben tre pazienti, dai duecento (quattrocento, mille!) che avrebbe dovuto ospitare all’inizio. Le conferenze stampa non si contano più, gli autoelogi pure. Visto che non glieli fa più nessuno, par giusto che provveda da sé. Certo, non avere dei dati attendibili è un grosso problema, oltre che un interrogativo altrettanto grosso: progettare le prossime mosse e, soprattutto, la tempistica è molto più complicato e rischioso in assenza di un quadro se non chiaro almeno non nebuloso. Sarei poi curioso di capire, e intendiamoci: non mi auguro il contrario, come mai da Firenze in giù la situazione pare sia così diversa: meno contagi, meno morti, meno ricoveri in terapia intensiva, il rapporto è di quasi 8:1 per i contagi, addirittura di 18:1 per i morti, quella che sarebbe potuta diventare una situazione esplosiva, per fortuna, pare non si stia verificando. Ma perché? Immagino, come sempre nelle questioni complesse, che la soluzione stia in un mazzo di ragioni. Capisco, magari, la minore concentrazione abitativa – e Roma e Napoli non dovrebbero fare eccezione? – o il minor grado di inquinamento o la minore presenza di industrie e luoghi di lavoro densamente affollati, oppure semplicemente essere stati investiti dopo, avendo già preso alcune contromisure essenziali. Il resto, andrà pur spiegato in maniera convincente. E, comunque, ogni spiegazione non depone a favore della condotta lombarda.

Oggi è pasqua o, come io preferisco, il giorno del cosmonauta. Sole, caldo, cielo azzurro che in Lombardia non è affatto cosa scontata. In effetti, al di là dei delfini nei canali di Venezia, questo fermo generalizzato almeno ci sta regalando aria migliore, cieli tersi, giornate di sole con graziosa brezzolina, tutte cose abbastanza normali nel resto del mondo (Ruhr e Mumbai a parte) ma non qui, dove i cieli bianchicci e la polvere nera su facciate e statue sono la norma. Si vedono, addirittura, le stelle e qualche vagolante satellite, che abbiamo osservato in queste sere di calma.
Essendo pasqua, ci siamo organizzati per un calicino in compagnia in cortile, ben disposti in quadranti separati secondo la mappa qui sopra, portando ciascuno da casa propria il bicchiere. Bello che dopo il rigore iniziale ci si è avvicinati, pur mantenendo distanze di sicurezza: qualcuno per affetto, qualcuno per carenze d’udito, qualcuno per abitudine, per fortuna. Piacevole, molto. Poi, insieme alle stelle, abbiamo fatto caso alle auto, tutte ferme da settimane e coperte da una bella coltre di polvere. Oddio, il cambio gomme! Ahah.

I giorni precedenti:
giorno 35 | giorno 34 | giorno 33 | giorno 32 | giorno 31 | giorno 30 | giorno 29 | giorno 28 | giorno 27 | giorno 26 | giorno 25 | giorno 24 | giorno 23 | giorno 21 | giorno 20 | giorno 19 | giorno 18 | giorno 17 | giorno 16 | giorno 15 | giorno 14 | giorno 13 | giorno 12 | giorno 11 | giorno 10 | giorno 9 | giorno 8 | giorno 7 | giorno 6

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 35

Trentacinque. Persino con gli zombi erano 28 giorni e dopo si usciva, qui no, andiamo avanti. Vigilia di pasqua con un caldo e un sole quasi fastidiosi, visti da dentro casa, fuori vedo passare spesso il drone dei carabinieri che controlla i parchi e gli accessi alle colline: non è inusuale che qualcuno si alleni di notte – accade anche in tempi normali – e allora il drone accende il faro, si avvicina e fa partire la sirena. Già, inquietante. Anche le sirene: non ne possiamo più di sentire le sirene delle ambulanze, qualcuno ha giustamente proposto che, a cose finite, si cambi il suono per un po’, per fare una pausa. Ci sono stati giorni in cui erano incessanti, segno di una pandemia galoppante, e ne conserviamo un ricordo non piacevole. E se non sono le ambulanze è l’elicottero, se non è quello sono le volanti, insomma non è che si stia un gran bene, devo dire. A guardarla con occhio oggettivo.
Conte apre timidamente dal 14, Fontana in Lombardia richiude: colpiscono l’immaginario le librerie e qui le battute vengon facili, trattandosi di leghista. Meglio chiusi che aperti, comunque, viste le già citate voglie di confindustria di riaprire il più possibile. Alcune industrie grosse riapriranno da martedì, avendo raggiunto un’intesa sindacale per il venti per cento dei reparti produttivi seguendo le norme sanitarie. Gli altri, più avanti; sarà difficile che le piccole imprese o gli uffici di servizi possano raggiungere una situazione analoga, lì le cose saranno più difficili e lunghe. Anche la situazione trasporti è pencolante, vien da sorridere se non fosse triste vedere l’offerta dei treni ad alta velocità: un treno al giorno da Milano a Roma, quasi regalato, e uno al giorno da Roma a Venezia, il primo Trenitalia il secondo Italo, per non incorrere in pericolose sovrapposizioni. A proposito di Italo: mi arriva via posta elettronica un questionario, come affezionato cliente, per sapere quali siano le mie richieste per i viaggi futuri in tempo di distanze sociali e mascherine, ovvero alla ripresa. Mi farebbe più piacere un kit sanitario consegnato alla partenza o i sedili attorno al mio vuoti? Beh, i posti attorno vuoti mi piacevano moltissimo anche quando si viaggiava in tempi normali, per cui sì: quelli. Si può avere anche il vagone senza bambini? Perfetto, grazie. Mi par giusto, comunque, porsi questo tipo di domande fin da ora: la pandemia segnerà, tra i tanti disastri, anche un colpo abbastanza mortale per il trasporto pubblico od omologo, perché se già prima era tutti-in-macchina figuriamoci poi. Meglio, più posti liberi attorno al mio.

Quindi, natale con i tuoi e pasqua… pure. Oggi supermercato semivuoto, miracolo!, niente coda e riesco a entrare e uscire in tempo record, sarà l’effetto della vigilia combinato con l’orario prandiale? Impossibile a sapersi. Ultime consegne prima dello stop dei prossimi due giorni, taglio degli ultimi pezzi di colomba da distribuire, ultima riunione nei quattro cantoni del cortile per decisioni urgenti, poi si ferma tutto. La via crucis con il papa da solo è stato un ulteriore appuntamento con un’immagine potente, un uomo, da solo, in una piazza sontuosa e deserta, i colori scelti alla perfezione, un uomo dicevo che rivolge l’invocazione alla divinità, Natura, quel che sia, per il bene di tutti. Non condivido ma rimango impressionato, quello sì.

I giorni precedenti:
giorno 34 | giorno 33 | giorno 32 | giorno 31 | giorno 30 | giorno 29 | giorno 28 | giorno 27 | giorno 26 | giorno 25 | giorno 24 | giorno 23 | giorno 21 | giorno 20 | giorno 19 | giorno 18 | giorno 17 | giorno 16 | giorno 15 | giorno 14 | giorno 13 | giorno 12 | giorno 11 | giorno 10 | giorno 9 | giorno 8 | giorno 7 | giorno 6

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 34

Tutto prorogato al 3 maggio nulla cambia. Tranne qualche timida apertura, tra cui le librerie e le lavanderie, qualche prosecuzione come le industrie di estrazione del petrolio, resta tutto chiuso; per fortuna il governo non cede alle spinte, fortissime, di Confindustria per riaprire nonostante la situazione. E, di fatto, vanificando quanto fatto finora. E non è la sola cosa buona fatta da Conte: l’altra è la sfuriata in diretta televisiva contro Salvini e Meloni, i quali, si può dirlo, hanno veramente rotto i coglioni negli ultimi giorni su MES, Eurobond, Olanda e Germania e tutto quanto avessero a tiro, tanto la verità è un dettaglio. Il meglio è stato raggiunto quando Meloni si è lamentata del comportamento dell’Olanda (sintesi: «arrangiatevi») non comprendendo che è esattamente così che si comportano i sovranisti (o reazionari, come trovo bello chiamarli) che lei tanto ama e con cui si identifica. Ovviamente non fa alcuna differenza per lei, che non ricorda quando pochi mesi fa si faceva fotografare allegra a fianco proprio di coloro che oggi ci snobbano. Ma, ripeto, sono persone per cui non conta nulla. Però i due prendono una scoppola che ricorderanno.
A proposito di persone cui non importa nulla: la vicepresidente di Confindustria ha dichiarato oggi che il problema della chiusura delle fabbriche «è altrettanto» rispetto al «problema dei morti». Ancora una volta, bene Conte che non molla la barra.
Nel frattempo, crolla un ponte a Massa, sul torrente Magra. Si accartoccia proprio, di certo non per il peso visto che non c’è nessuno in questi giorni. O, meglio, solo un furgoncino telecom che si salva per un pelo. Una battuta che è girata al riguardo: Italia, timidi segnali di ripresa. Di certo, sempre una bella metafora, un ponte che crolla. Anche in questo caso ci sono le carte che testimoniano gli accurati sopralluoghi e il responso positivo dei tecnici, siamo sempre in una botte di ferro.

Oggi è il venerdì santo, il che vuol dire che i prossimi tre giorni saranno di fuoco per le forze dell’ordine: vuoi mancare la gita fuori porta? Ovvio, no. Fa pure caldo, se non è lago sarà mare, magari partiamo di notte. Spero vi infliggano pene sproporzionate, per esempio la crocifissione sulla versiliana di notte. Ho modo di verificare le forze in campo quando, in motorino con la spesa, svolto su una curva in città e dietro mi ritrovo in un vero e proprio posto di blocco con cinque auto dei carabinieri disposte a spina di pesce, uomini dappertutto e, dietro, altri due che stanno facendo decollare un drone. Per inciso, il drone ha la stessa livrea della divisa dei carabinieri, blu con striscia rossa: giusto ed elegante. Non mi fermano perché immagino, come ho già detto, non ritengano i motorini motivo di preoccupazione o perché, vedi l’orgoglio?, si sentano sminuiti a fermarli, non so. Ma era un blocco degno della caccia a Maniero o, prima, Vallanzasca. E sarà un fiorire di irresponsabili da qui ai primi di maggio, tra ponti vari (come se avesse senso, date le condizioni) e caldo che si fa convincente. A proposito delle persone con cui conviviamo e del caldo, ieri dal fruttivendolo ho sentito qualcuno chiedere, appunto perché fa caldo, dove fossero le angurie. Nel mondo dei noumeni, scemo. In compenso sono arrivate le prime ciliegie, insensate per periodo e per costo: sessanta centesimi l’una, ce la siamo risa con l’amico fruttarolo, me ne dia una per cortesia. Eppure, vedrai che qualcuno arriva.
Mentre faccio la spesa mi si rompe un laccetto della mascherina (bisognerebbe parlarne, una su due si rompe e bisogna graffettarle preventivamente) ma, mentre faccio per prendere quella di scorta, me ne regalano una. Gesto apprezzato, riflesso di un fatto positivo: adesso le mascherine cominciano a essere disponibili, da quelle fatte con i pannolini (regalate dalla Regione, inservibili) a quelle certificate con filtro. Ieri il giornale locale regalava una mascherina per ogni copia del quotidiano ma non essendo nemmeno imbustate la cosa faceva, a dir poco, ridere.
Mi scoccia per il 25 aprile, quello sì. Il mio natale laico.

I giorni precedenti:
giorno 33 | giorno 32 | giorno 31 | giorno 30 | giorno 29 | giorno 28 | giorno 27 | giorno 26 | giorno 25 | giorno 24 | giorno 23 | giorno 21 | giorno 20 | giorno 19 | giorno 18 | giorno 17 | giorno 16 | giorno 15 | giorno 14 | giorno 13 | giorno 12 | giorno 11 | giorno 10 | giorno 9 | giorno 8 | giorno 7 | giorno 6

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 33

Trentatré. Gli anni di Cristo. Ops, mi viene così, da anni e anni di Mike Bongiorno alle prese con la smorfia nella ruota della fortuna. Che non ho mai visto realmente ma non so come si sia insinuato dentro di me. Settantasette, le gambe delle donne. Trentatré, dicevo. Oggi sono andato in ospedale. Sì, quell’ospedale che passa grossomodo in quasi tutti i TG da settimane. Si trattava di ritirare dei farmaci costosissimi e, soprattutto, salvavita per un’amica, per cui era proprio il caso di andare. La mascherina più sofisticata che posseggo (non sapendo valutarle, ho preso la più spessa, probabilmente sbagliando), guanti nuovi, respiro solo col naso. Onestamente, più di questo non posso fare. Supero numerosi posti di blocco, fino all’entrata dove sono disposti dei banchi scolastici a mo’ di cavalli di frisia, impedendo l’accesso. Mi chiedono di mettermi di fronte a una macchina che, immagino, sia una telecamera termica e mi fanno alcune domande di rito. Poi mi fanno entrare. Siamo pochissimi utenti, forse tre o quattro, gli altri sono tutti operatori sanitari, medici e infermieri. Sono sorpreso, perché mi ero fatto un’idea decisamente diversa: quasi nessuno ha la mascherina, pochi i guanti, si comportano normalmente, chiacchierando in gruppo, prendendo il caffè alla macchinetta, parlando nei corridoi. Già, non ci avevo pensato sul serio: per loro è la normalità e con quella dose di realismo necessaria per fare quel tipo di lavoro hanno messo in conto di contagiarsi. Forse, ma non ho parlato con nessuno, ritengono pure desiderabile, a questo punto, ammalarsi in modo lieve, sfangarsela e poi godere di qualche mese di immunità. Comprensibile.

L’aspetto positivo è che il clima è abbastanza disteso. Non sono agli infettivi, questo è vero, penso però che se la situazione fosse ancora del tutto drammatica si vedrebbe anche qui. Non sto dicendo che la cosa sia risolta né dare quella rappresentazione, voglio semplicemente dire che a fronte di una situazione terribile che va avanti da settimane oggi io ho visto qualche spiraglio di miglioramento complessivo, peraltro suffragato dai dati. O, è possibile, ho visto solo un piccolo pezzetto di realtà.
Sono tornate le rondini. Che fanno primavera, quindi viva!

I giorni precedenti:
giorno 32 | giorno 31 | giorno 30 | giorno 29 | giorno 28 | giorno 27 | giorno 26 | giorno 25 | giorno 24 | giorno 23 | giorno 21 | giorno 20 | giorno 19 | giorno 18 | giorno 17 | giorno 16 | giorno 15 | giorno 14 | giorno 13 | giorno 12 | giorno 11 | giorno 10 | giorno 9 | giorno 8 | giorno 7 | giorno 6

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 32

Dopo il 31, abituati ai mesi, verrebbe l’uno, così si ricomincia, mese nuovo abitudini nuove. E invece no, ho cercato di non sbagliarmi con la numerazione di questo minidiario e oggi è 32: pare un controsenso ma non lo è. A proposito del minidiario, non l’ho detto finora: più di quindici anni di blog in rete nei quali non solo non ho mai detto il mio nome ma nemmeno la città (le città) dove ho vissuto e vivo, le cose che faccio, insomma per farla breve ho parlato molto raramente di me e ora, in questa situazione imprevedibile, mi ritrovo a doverlo fare, anche se in misura minima, tutti i giorni. È curioso, è pur vero che ho scelto io di farlo e dedicarmici perché so che in futuro mi sarà utile aver raccolto le impressioni giorno per giorno, per capire come da un punto A (un tizio a Codogno ma poi scopriremo che non è così, che si deve retrodatare la cosa di parecchio) a un punto C (che ancora non conosciamo) attraverso parecchi punti B (la quarantena, la chiusura della Lombardia prima e del paese poi) che prima parevano inimmaginabili. Per esempio, sono certo che tra qualche anno non ricorderemo esattamente come si passò, nell’inverno 2020, da una situazione di normalità, o quasi, alla chiusura dei confini regionali e all’impossibilità di muoversi all’interno del paese, sarà un ricordo indistinto, non preciso. Per questo serve scrivere le cose giorno per giorno, anche frettolosamente come sto facendo qui io. Mi si perdoni l’inverecondo accostamento, poi mi spiegherò meglio, ma ci ho pensato più volte: mi sono chiesto spesso, alzando gli occhi da un libro o in un museo o ai racconti sentiti qua e là, perché gli ebrei – lo so, mi si scusi, ma cerco di capire la dinamica – non siano scappati dalla Germania nazista non appena intuito il pericolo nel 1933? C’è chi lo fece, per carità, ma furono una minoranza. E gli altri? Perché non scapparono, visto che il pericolo era evidente?

Perché non se ne resero conto, mi sono sempre risposto. Una risposta teorica, generica senz’altro, è una conclusione e non un’osservazione diretta e, per questo, non l’ho trovata mai esaustiva perché non ne conosco i dettagli. Ovvero: come si può passare da una situazione di libertà a una di costrizione senza accorgersene o, quantomeno, senza prendere qualche contromisura utile come scappare o nascondersi? Ora lo so: perché, nonostante il precipitare degli eventi tutto attorno si ritiene impossibile che si arrivi a certe conclusioni. Mi spiego meglio: arriva la notizia dei contagi in Cina verso la fine dell’anno e noi tutti qui a pensare che tanto da noi non può succedere; poi i contagi compaiono in Thailandia, in Corea del Sud, Giappone e Australia e noi tutti qui idem; poi a febbraio il primo contagiato in Italia e noi tutti a pensare che vabbè, lo si ricovererà, lui e quanti saranno, e la cosa finirà lì; poi la situazione si allarga a Codogno tutta e noi tutti a pensare che si farà cordone e intanto facciamo un po’ di battute su quanta gente passi settimanalmente dal lodigiano; poi si istituisce la zona rossa, i treni non fermano più nelle stazioni, non si entra e non si esce più e noi tutti a pensare che è un focolaio e che verrà contenuto; poi c’è un secondo focolaio in Veneto e tutti noi qui pensiamo che è uno di Codogno che è andato là o viceversa ma comunque qua da noi, ovunque sia il qua, non può accadere. Questo nell’ultima settimana di febbraio.
Ecco, se a questo punto qualcuno avesse detto a me, o a tutti noi, che entro pochi giorni sarebbero state chiuse stabilmente scuole e università, cinema e teatri, stadi e ogni luogo di aggregazione, non ci avrei creduto. Mi vedo: figurati, non si può fermare il paese. Ed è esattamente quanto è accaduto il 4 marzo, pochi giorni dopo. Stessa cosa per il passaggio successivo: se mi avessero detto che sarebbero stati chiusi i confini regionali, facendo della Lombardia intera una zona rossa, l’avrei semplicemente ritenuto impossibile. È questa la chiave: impossibile. Non ho preso in considerazione qualsiasi ipotesi di muovermi prima – non so, andare in qualche altra parte d’Italia che al tempo avrei ritenuta migliore o più sicura – perché non ho ritenuto plausibile che si sarebbe mai arrivati a quel punto. Ricordo perfettamente come mi sono sentito la sera del 7: ero a cena al ristorante con un amico (al ristorante, oddio, pare una fantasia, ora) e abbiamo letto sui telefoni la notizia del lockdown. Mi sono sentito crollare, un misto di sentimenti di paura, incredulità e stordimento, mi sono chiesto rapidamente se avrei dovuto prendere qualche decisione immediata, poiché il decreto sarebbe entrato in vigore alcune ore più tardi, (il mio amico, per esempio, è saltato su un aereo per la Spagna la mattina dopo, per raggiungere la famiglia, ma per un pelo) e ho concluso che non avrebbe avuto senso. Ma, in qualche misura, a quel punto era già tardi. Eravamo passati in un istante dall’impossibile al possibile.
Oggi, riguardandomi indietro, potrei dire che c’erano tutti gli elementi per comprendere appieno e prevedere l’evoluzione degli eventi ma ora so che è una valutazione che si fa a posteriori. Allora non era possibile, non tanto per i fatti in sé, che erano e sono davanti agli occhi, quanto per una certa mia, e nostra, pervicacia nel negare l’evidenza, considerando non credibili alcuni esiti che poi si sono rivelati perfettamente commisurati alle premesse.
Ecco, ora – e mi si perdoni di nuovo l’accostamento – ho compreso come avvengono le cose: si ritengono impossibili (ancora una ripetizione ma non trovo un termine analogo di pari forza per esprimere il concetto) fino a un certo punto e poi è troppo tardi. Ecco cos’è successo in Germania all’avvento del nazismo e in mille altre situazioni della storia umana, ecco perché le persone non scappano o si mettono al sicuro, ecco perché si sta lì immobili a osservare la catena degli eventi senza prendere alcuna decisione. Perché, semplicemente, non ci si crede.

I giorni precedenti:
giorno 31 | giorno 30 | giorno 29 | giorno 28 | giorno 27 | giorno 26 | giorno 25 | giorno 24 | giorno 23 | giorno 21 | giorno 20 | giorno 19 | giorno 18 | giorno 17 | giorno 16 | giorno 15 | giorno 14 | giorno 13 | giorno 12 | giorno 11 | giorno 10 | giorno 9 | giorno 8 | giorno 7 | giorno 6

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 31

«Il sonno della Regione» titola il Manifesto, riferendosi al fatto che l’assessore regionale alla salute Gallera, dopo una settimana di rimpalli con il governo, ha ammesso che sì, ecco, toccava a loro chiudere la val Seriana e farne una zona rossa, cosa poi non fatta, con i risultati che abbiamo visto in provincia di Bergamo. Gallera è poi lo stesso che dieci giorni fa, nel ben mezzo del pandemonio, con tempismo perfetto ha annunciato che era ben disponibile a candidarsi a sindaco di Milano.
I dati dicono che c’è una timida diminuzione del contagio ma sono cifre che andrebbero verificate. Infatti, il dato utile – nell’impossibilità di conoscere i dati reali del contagio – è quello dei decessi: se la curva dei decessi attuale andasse, di fatto, a ricalcare la curva dell’anno scorso (o la media dei cinque anni precedenti), sapremmo che la situazione è tornata alla normalità. Ma ciò è difficile da quantificare, poiché non conosciamo con precisione i dati di ciò che avviene a casa o, per dire, nelle residenze per anziani. Allora, grossolanamente potrebbe essere un’idea monitorare la curva della percentuale di positivi sui tamponi fatti ma si tratta, come si capisce, di un sistema del tutto approssimativo, quasi una suggestione. Dico tutto questo perché per poter pensare a una riapertura, seppur timida (la chiamano «fase 2»), bisognerebbe avere dei dati certi a disposizione, per evitare la situazione di Hong Kong, apertura e immediata chiusura, di nuovo. Ovviamente, non avrebbe senso cercare di fare un fine settimana all’aperto ora per poi dover passare l’estate in quarantena.

Logo comune

Cose belle o particolari del periodo: i miei vicini che mi hanno regalato una forma di pane fatto da loro; una riunione con i miei zii, oggi, per decidere alcune cose su un affitto, fatta in cortile, ognuno in un cantone a debita distanza, essendo appunto in quattro; la mia vicina e amica T. che ogni mercoledì sera fa la pasta per due e me ne lascia una pentolata davanti alla porta; E. e F., due amici, con i quali facciamo lo scambio frutta/vino, io porto la frutta e, per fortuna, ricevo vino (molto più buono di quello che avrei preso io); persone per cui faccio la spesa, in modo che non escano di casa, che mi guardano dagli spioncini e parlano con gratitudine vera al di là della porta; gli stessi che poi mi regalano mascherine; una colomba superbuona ricevuta in regalo che sarà suddivisa in nove parti uguali, una per ogni persona presente in cortile, così festeggeremo in qualche maniera; i disegni ricevuti dalle bambine mie vicine ogni volta che porto loro delle fragole o delle cose buone; l’espressione degli occhi della guardia giurata che sta fuori dal supermercato ogni volta che la saluto cordialmente. Ce ne sono altre, il punto è che sono tutte cose che coinvolgono persone, bene o male. Un altro motivo per cui è difficile: mancano le persone.

I giorni precedenti:
giorno 30 | giorno 29 | giorno 28 | giorno 27 | giorno 26 | giorno 25 | giorno 24 | giorno 23 | giorno 21 | giorno 20 | giorno 19 | giorno 18 | giorno 17 | giorno 16 | giorno 15 | giorno 14 | giorno 13 | giorno 12 | giorno 11 | giorno 10 | giorno 9 | giorno 8 | giorno 7 | giorno 6

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 30

Ecco, il fatidico trenta. Soglia psicologica perché tonda, ovvio che non cambi nulla, ma dire: «trenta» e pensarci, un mese, far scorrere i giorni in fila fa un sacco di tempo. Trenta, tanti, troppi, trenta giorni chiusi in casa. Ovviamente, mentre si lavora i trenta giorni passano via in un soffio, ma se qualcuno avesse detto: «adesso starete in casa per trenta giorni» l’impegno sarebbe stato enorme, insostenibile. E cosa ci sarebbe stato, nei miei trenta giorni, oltre a tutte le attività volatili perse? Il concerto di Pollini all’auditorium di Roma questa sera, per esempio. Puf. E quello di Capossela a fine febbraio a Mantova, andato. Poi svariate partite di basket, da abbonamento, e quella dell’Olimpia in coppa al Forum il dodici, speranza di buona pallacanestro. Niente anche quelle. E poi una tre giorni a Vilnius dal nove al dodici marzo, per non dire dei cinque giorni a Berlino dal diciassette, tutti viaggi già dotati di biglietto aereo. Vabbè, trenta giorni. Ma, alla fine, stare a casa è meglio, vuoi mettere le scomodità del viaggio? E poi, come commentavamo col mio compagno di concerto di stasera, alla fine Pollini lo senti molto meglio su cd sul divano, così lui non sbaglia e io mi posso stravaccare. Molto meglio a casa, bastava pensarci.

EPA/NARENDRA SHRESTHA

Si delinea sempre di più il disastro sanitario in Regione Lombardia e pare del tutto evidente, oramai, che la favola del «sistema sanitario migliore d’Europa/del mondo» sia, appunto, una favola. Che ci raccontiamo da soli, per di più. Ormai cominciano a essere parecchie le rilevazioni in senso contrario, di ieri quella della Federazione regionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fromceo) che individua almeno sette macro-errori compiuti dalla Regione nella gestione della pandemia: «mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia», «incertezza nella chiusura di alcune aree a rischio», «mancata fornitura di protezioni individuali ai medici del territorio», «pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica», «mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio», in sostanza, ed è la più grave, «mancato governo del territorio». Per dirne alcuni. E solo per quanto riguarda la gestione, perché poi c’è la valutazione degli interventi fatti nel passato, sotto l’infinito governo Formigoni, con i quali sono state smantellate le ASL, il braccio sanitario operativo, trasformate in Ats (Agenzie di tutela della salute), cioè agenzie di controllo burocratico e amministrativo. Ma tutta la sanità regionale, in sostanza, in parte privatizzata nei settori lucrativi e smantellata nella struttura. E non è una scoperta di oggi, è dalla metà degli anni Novanta che sento ripetere da chi è competente nel settore che le politiche di destra stavano distruggendo irreparabilmente il sistema. Questo, oggi, si tramuta in morti. Morti veri, non sulla carta. E, allora, si spiega ancor meglio il tentativo di Salvini e della Lega di tre giorni fa di far passare un salvacondotto per gli amministratori regionali.
Temo che, ancora una volta, questo non si tramuterà in nulla.

I giorni precedenti:
giorno 29 | giorno 28 | giorno 27 | giorno 26 | giorno 25 | giorno 24 | giorno 23 | giorno 21 | giorno 20 | giorno 19 | giorno 18 | giorno 17 | giorno 16 | giorno 15 | giorno 14 | giorno 13 | giorno 12 | giorno 11 | giorno 10 | giorno 9 | giorno 8 | giorno 7 | giorno 6