Mi alzo e, in quel momento in cui ricordo a malapena il mio nome e so fare solo un caffè, mi chiedo che cosa farò oggi. Dura un istante, un attimo, poi torna la consapevolezza e vedo le tacche sul muro, sei verticali e una diagonale a chiudere ogni settimana, sono quasi sette. Cosa farò oggi, mi chiedevo ingenuo… Beh, il solito, tanto è il giorno della marmotta. C’è il sole. Passano pochi minuti e non riesco a evitare che i dati sui contagi del giorno precedente arrivino in qualche maniera al mio cervello, senza però che li registri – chiedo scusa ma in effetti è così, mi instillano preoccupazione, non so che conclusioni trarne, mi sono invisi – e ne tenga traccia, mi basta capire dal tono della voce alla radio o del titolo che leggo se il dato sia buono o meno. È sempre il giorno della marmotta, uguale a sé stesso, ma ogni giorno c’è una piccola, impercettibile variazione che lo fa sembrare nuovo e diverso al primo acchito. Oggi, per esempio, per la prima volta la protezione civile ha comunicato i dati delle persone sottoposte a tampone. Può parer inverosimile ma finora conoscevamo solo il numero di tamponi somministrati, ma non eravamo al corrente se fosse in vigore la regola un-uomo=un-tampone o, invece, magari li abbiano fatti tutti a un pensionato di Monza e Brianza, un tampone ogni cinquanta secondi. Pare una variazione, dicevo, ma solo al primo sguardo: di fatto, i dati che erano già inattendibili così diventano del tutto inverosimili. Difficile dire su che cosa si stiano basando, il gruppo di consulenti del presidente Conte, per regolare e gestire la cosiddetta fase due, la riapertura graduale. Viene il dubbio che si faccia un tentativo, riaprendo (sì, dico per dire, per non scrivere «aprendo nominalmente» e ogni volta poi dover spiegare che tantissimi non hanno mai chiuso) le attività meno difficili da gestire e vedere l’effetto che fa. Vengo anch’io? Per forza. Poi sistemo qualcosa in casa e mi chiedo che giorno sia, se, magari, sia il giorno del grande appuntamento settimanale oppure no. Forse sì, se è giovedì è giorno di ritiro spazzatura. Lo è, lo è, urrah. Nemmeno la messa è rimasta a segnare un giorno preciso, nemmeno gli gnocchi il giovedì. Guardo la posta e come tutti i giorni sono principalmente newsletter e comunicazioni ripetute, con tutte queste videoconferenze, chat, messaggi e, più che altro nel mio caso, assenza di lavoro le mail sono scomparse. Sono le stesse mail di ieri e dell’altro ieri, anche inventarsi dei titoli per le notizie ogni giorno deve avere la sua bella difficoltà in questi periodi. Il giornale della marmotta. Gli unici articoli che leggo in questi giorni sono quelli dei corrispondenti dalla Cina che raccontano come funzionano là le cose. Ha senso, per me, per cercare di capire cosa ci aspetti dal punto di vista pratico. Per esempio, al ristorante si andrà con, ovviamente, mascherine e guanti, ci verrà provata la temperatura fuori e, se dovesse essere in atto qualche tipo di tracciamento, si dovrà mostrare l’app che dichiara che non abbiamo avuto contatti con contagiati negli ultimi tempi. Una volta dentro, i tavoli saranno uno sì e uno no, a seconda ci si potrà sedere da soli o in due se le misure lo consentiranno, l’ordine verrà fatto con la mascherina che potrà essere abbassata soltanto per infilare la forchetta in bocca. Forchetta che verrà sanificata lì, seduta stante, davanti a noi per rassicurarci. Qualora il locale sia piccolo, è possibile che vi siano delle barriere trasparenti tra un tavolo e l’altro o, nel caso estremo, a metà del tavolo, tra i due commensali. Più che una cena, un colloquio settimanale in carcere. Con tutt’e due dentro, però. «Come va, fuori?». Eh, scarsità di argomenti. Mmm, che voglia.

Poi suona il telefono: un’amica o amico con cui ci si scambiano informazioni sulle reciproche condizioni e stati d’animo, ci si informa sulle cerchie allargate, ci si scambia qualche notizia sperando con ottimismo che siano nuove per l’interlocutore, cosa che non avviene mai, «pare che non sarà possibile uscire dalla propria regione», il che, visto che nemmeno possiamo uscire di casa, mi pare un gran passo avanti, poi si azzarda qualche tipo di analisi un pelo al di sopra delle notizie, ma sempre meno devo dire, e alla fine ci si trasmette un po’ di vicinanza e affetto, che è un po’ il senso delle telefonate. Le telefonate della marmotta. Pranzo frugale, composto delle cose intelligenti da comprare al supermercato, durevoli, di poco volume, sane e nutrienti ma sempre quelle. L’altro giorno sono passato fortunosamente da una forneria con un angolino di gastronomia e ho preso qualche fettina di vitello tonnato: mi è parso di essere andato a cena dal duca di Urbino, mancava solo la scultura di ghiaccio al centro della tavola. E i nani, certo, i nani. Il pranzo della marmotta. Poi leggere, ed è qualche settimana che arranco sullo stesso libro perché lungo e metto via libri belli sui quali arrancare in futuro, poi scrivere, «il diario? Come il diario? Ancora?», fare delle chiacchiere alla giusta distanza, tutto bello per carità, mi va bene, ma andrebbero accompagnati da contorni di vita normale. Il diario della marmotta. Verso sera, magari, una doccia – orpo, già passato un mese? – e, che so?, lavaggio di qualcos’altro, magari piatti o verdure o bagno o vetri, poi la cena che per me oscilla tra le otto e le undici, a seconda di come mi viene, tanto il cameriere non c’è, e poi quello che capita, a volte un film – ho finalmente visto «Il fuggitivo» con un Harrison Ford in formissima e «La casa Russia», con una Michelle Pfeiffer altrettanto, film che avrei dovuto vedere venticinque anni fa – a volte una partitina con qualche amico online, a volte scrivo a volte leggo a volte ascolto musica nuova a volte invento a volte mi addormento. Tutto bene, va tutto bene. Il bene della marmotta.
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