minidiario scritto un po’ così di un breve giro nederlandico: tre, quartieri nuovi

Quando si dice ‘Venezia del nord’ è piuttosto vero, almeno per quanto riguarda il centro: difficile svicolare tra Tussaud’s, musei delle torture, localini hot e fumerie d’accatto, ristoranti italiani da mangia-quel-che-puoi, negozi di souvenir in cui troneggiano più che altro peni colorati e oggetti con foglie di marijuana, negozietti di superalcolici da asporto, crocierette con mobili bar al centro della barca, insomma tutta la parata possibile di trappolone per turisti. Per il resto no, a differenza la città è grande, soprattutto abitata e vivace invero. Non c’è quell’aria malinconica da tinta per i capelli che cola sul viso.
In effetti, Amsterdam è un’invenzione piuttosto recente, festeggia ora i settecentocinquant’anni dalla fondazione. Perché una volta qui, ragazzo mio, era tutto mare. Poi alcuni intraprendenti strapparono la terra al mare chiudendo certi varchi sabbiosi a nord e grazie alla concomitante decadenza di Anversa prima e di Delft poi una modesta città delle province settentrionali divenne ricca e prosperosa. Il ‘dam’ del nome è appunto la diga. Poi periodi di grande successo, commerciale e artistico nel Seicento, coloniale e imprenditoriale poi, di nuovo artistico e architettonico tra Otto e Novecento. Certo, le Fiandre sono più fini, questo è certo. Qui è il posto dove Chet Baker muore poco in sé, ed era qui per lo stesso motivo di molti.

Dunque, può essere l’occasione per esplorare parti della città che non ho mai visto e che non si vedono mai. Per esempio, il Zuid, un’ampia parte residenziale senza troppi canali, verde e ben abitata, ricca di negozi e locali accattivanti, attraversata dall’Amstel. Eh sì, c’è un fiume in città e pure bello grosso che diventa indistinguibile a un certo punto dai canali del mare. È grazie a quello se ci sono certi pond coltivati a rettangoli regolari in questa parte della città, appena a nord dell’arena dedicata a Johan Cruijff in cui gioca l’Ajax. Oppure a est, arrivo fino a Flevopark, oltre Zeeburg. Qui la situazione è diversa, pur residenziale ma di case di meno pregio e abitate, mi par tutte, da immigrati. Oddio, non ho la consapevolezza per distinguere le generazioni di immigrati qui, quali di prima o più generazione, se da colonie o ex o invece da altri paesi. Di sicuro ci sono indiani e pachistani, molti negozi sono loro, alternati a qualche giovane nederlandico che propone bagels e felicità, il candido. Tutta la faccenda pare più abbordabile dal punto di vista economico anche se, a differenza di anni fa, ora il fatto che i nostri stipendi non si siano alzati in relazione all’inflazione si sente, eccome.

Se il Rijksmuseum è sempre un gran piacere, basterebbe la galleria centrale con i Vermeer a sinistra, gli Hals a destra e la Ronda in fondo, dritta, stavolta sono andato per la prima volta al Van Gogh museum, sempre sulla spianata dei musei. Non che abbia nulla in contrario, per carità, anzi ne apprezzo il tratto straordinario. Dico che però è uno che si capisce, cioè non serve uno sforzo sovrumano per cogliere gli aspetti principali della sua pittura, basta studiare e vedere qualcosa. Quindi non ho mai anelato l’approfondimento, sono sincero. Stavolta ho i biglietti per i motivi detti, ne ho ben cinque, vado una volta. Bella la struttura, belli anche molti dei dipinti, specie dei primi periodi, diciamo fino ad Arles. Difficile parlare di ‘primi periodi’ per uno che è vissuto trentasette anni, in effetti. Comunque, i più noti sono a Parigi, i girasoli vari, le notti stellate, i campi, qui ci sono quelli prima; che non sono niente male, per carità, descrittivi, tratto che comincia a diventare peculiare. Una volta ne vale la pena, senza troppo rapimento mistico, ecco.

Diciamo che Van Gogh rientra nelle categorie apprezzate nei nostri tempi, quelle dei genii irregolari ed eclettici, tutti genio appunto e sregolatezza per come ci piace descriverli e catalogarli oggi. Leonardo, Einstein, Caravaggio con i suoi contrasti, van Gogh e i suoi colori, il manicomio e l’orecchio. Ovviamente non è così, vedi il detto del novantacinque per cento del sudore nel cosiddetto genio, ma importa poco: è uno dei nomi che richiama folle e visitatori in ogni dove, al solo nominare. E di conseguenza, vengono ideate mostre farlocche dai titoli evocativi, per esempio: ‘Lo stupore da Nefertiti a Van Gogh’, che sottintendono quattro opere già in magazzino e il resto fuffa. Furfantelli.

Bene, anche stavolta il mio giro è finito, piglio su le mie cose e torno a casa, che a breve ne ho uno davvero bello, un bel progettino da tre giorni che non vedo l’ora di fare. Al parcheggio trovo l’auto segnata da un ignoto le cui capacità, evidentemente, non sono al livello tecnico del parcheggio, e ciao biglietto o altro. È un periodo in cui gli altri interferiscono pesantemente con me, spesso in forma anonima, non so che dire. Mi porto a casa e con me comunque la soddisfazione del giro. Grazie a chi ha seguito.


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minidiario scritto un po’ così di un breve giro nederlandico: due, cose che dovrei sapere

Il tipo del ristorante libanese assomiglia ad Antonio Catania da giovane. Oddio, ristorante: più che altro da asporto e consegne, ha tre tavolini in croce e un poster storto di Beirut. Si mangia molto bene, la cucina libanese ne batte parecchie. Lui, il gestore e cameriere, sa molte cose che io non so. A parte la differenza tra baba ganush e hummus, ovviamente. Parla arabo, francese, inglese, ovviamente olandese, anche italiano perché c’è stato. Ha vissuto in molti paesi e ne ha sperimentato la burocrazia e le leggi, ha affittato e disdetto, ha comprato e venduto licenze, ha cucinato per molti. Ha visto parecchio mondo per davvero. E a differenza mia sa una cosa fondamentale: che le cose cambiano. E in fretta, pure. Questa è la cosa del mondo e della vita che io non so, che mi sarebbe utile sapere. Per me, europeo, solo la morte e la malattia, un rovescio finanziario se si è imprudenti, cambiano le cose. Ci sono volute una crisi economica disastrosa – “non può fallire un paese”, dicevamo -, una pandemia – “non si può chiudere un paese”, sempre per non vedere l’evidenza – e ora una crisi climatica – ma il numero degli orsi polari non sta calando, si scrive – per intravedere qualcosa. E ovviamente non posso e non voglio contemplare la possibilità di una guerra, non rientra nei miei orizzonti. Che la facciano gli altri. Lui invece tutte queste cose le sa, che poi è solo una consapevolezza determinante: le cose cambiano. E come lo sa lui, lo sa la maggior parte del mondo là fuori, teniamoci strette le scarpe.

E sembra un sabato qualunque, un sabato italiano, il peggio sembra essere passato… Ah no, non italiano, olandese. Ecco come si compone un sabato utrechtiano o amsterdamiano: si noleggia un barcone, diciamo da dieci persone, lo si riempie di lattine di birra in un fattore almeno di cinque a uno con i presenti – lattine da mezzo, gente – e si percorrono in tondo i canali della città per ore, fino al termine del carico o finché qualcuno non cada in acqua. Attenzione, però: la cosa va fatta facendo distinzione assoluta tra maschi e femmine, non si mischiano mai. Il perché non lo so, visto che da fuori se non per estetica non si notano differenze. Sarà che si parla meglio, sarà che si fa più camerata. Sarà che così le coppie durano di più.

A Utrecht, dove sono passato di ritorno, le cose stanno come le ricordo: bella città ma non ci vivrei, molto turistica. I canali sono magnifici e hanno avuto la lungimiranza di tornare su decisioni prese, scoprendo vie d’acqua ricoperte d’asfalto decenni fa, in pieno fervore automobilistico. Quando passai di qui erano in vigore le norme di distanziamento con la polizia per strada e sotto erano tutti al bar a bere birra in allegria, città universitaria, che ci vuoi fare? Oggi uguale, per le rive dei canali si cammina a stento. Così, per divertimento la stessa foto di cinque anni fa.

Ad Amsterdam fa freddo. Freddino, diciamo. I corridori della maratona hanno facce e gambe rosse, per lo sforzo e per il freddo. Sono talmente tanti che non c’è modo di attraversare, serve cercare ponti per scavalcarli.

Dopo anni di bagordi e di promozione dissennata della città, oggi Amsterdam sta cercando di superare l’immagine di luogo dove venire a sballarsi e a eccedere il più possibile per una clientela più posata e danarosa che crei meno problemi. Per carità, una parte centrale della città, aggrumata di turisti come forse solo Venezia e piena di locali per addii al celibato e bevute leggendarie di alcolici sottomarca, ancora esiste, si percepisce fin dall’aereo, con Barcellona – altro luogo che cerca di proporsi in modo diverso – è ancora uno dei tunnel del divertimento europeo. Un divertimento sottocosto, fatto di offerte discount e di spasso più da raccontare che da vivere. Il punto di una scelta di riqualificazione è trovare il modo giusto, che non sia sempre lo stesso: alzare i prezzi. E così è, qualcuno non se la può più permettere, tutti gli altri pagano, soprattutto i cittadini e le botteghine. Ed è qui che, per età e capacità di spesa, mi sento ancora chiamato in causa. Lo ero allora, per spendere poco e senza agio, lo sono oggi per sistemazioni comode e confortevoli, care per quanto acquistato.


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minidiario scritto un po’ così di un breve giro nederlandico: uno, ogni cosa è dove è sempre stata

Dovevamo essere cinque, sull’aereo salgo uno. La destinazione scelta doveva far piacere in particolare a due compagne di viaggio, alla scoperta di una capitale ancora ignota, ci vado io che ignota proprio non è: facendo mente locale, a occhio posso dire 2004, 2015, 2020 (due volte, una a ridosso del covid, l’altra a risarcimento), 2023, 2024, che mi par fin giusto metterci il 2025, quasi ormai un appuntamento annuale. È dunque un minidiario a bassa intensità, nessuna grande scoperta presumo, avventure ridotte ma mai dire mai, come diceva quello, che non si sa mai quello che al mondo ci può capitar, dicevano quegli altri. Organizzata come una visita classica da prima volta, ci sono alcuni appuntamenti inderogabili: due grandi musei prenotati, albergo preso. Quindi pochi giri fuori, va bene così, avevo già fatto una allegra ma inutile guida sul concatenamento Haarlem, Leida, Delft, ed ecco svelata la destinazione: Amsterdam. Ho sentito che possa andare peggio. Vediamo che riesco a organizzare nell’unico giorno libero da cose in città. Perché, dunque, farne un minidiario? Ma che ne so, devo sempre rispondere a tutto io? Vado, è bello, sto a zonzo, i giorni erano tenuti liberi apposta, qualcosa succederà. E se non, racconterò il non. Mica è sempre Caucaso, per fortuna. E poi poche sbruffonate, la città è talmente enorme che ne resta molta e inaspettata, basterebbe il Zuid. Comunque, l’avventura vera sarebbe stata la compagnia e il diletto dei miei compagni di viaggio, a loro dedico questo breve giro in attesa di recuperare quanto prima l’occasione ora sfuggita.

Sebbene spietatamente piatti e per buona parte appoggiati su fondamenta di sabbia, il paesaggio naturale è predominante nei Paesi bassi. Certo, educato e organizzato, il canale qui e il confine lì, il ponticello e la strada senza dimenticare una qualche grossa azienda sullo sfondo, ma ciò che si coglie di più è il verde di campi, prati e boschi, il marrone di piante, canali e mattoni, il riflesso del cielo nell’acqua, un certo silenzio generale che da noi esiste solo la mattina del primo dell’anno. Ora che cadono le foglie, gialle e di mille aranci, è una successione di cartoline di quiete e ordine aggraziato. Considerato che in un’ora al massimo di treno da Amsterdam si arriva ovunque nei Paesi, tutto viene facile. Per la gita fuori porta di oggi sono venuto ad Amersfoort, graziosa cittadina a est di Utrecht, che ebbe un certo ruolo durante la guerra, testimoniato dai resti di un campo di prigionia tedesco e da un esteso cimitero di guerra con una vasta parte sovietica. E città natale di Mondrian, en passant, per fare della cultura.

Tutto è confortevole, facile, sorrido con un cenno del capo all’uomo con il barattolo di pittura, faccio due chiacchiere con l’aviere in divisa che scatta la mia stessa foto del campanile sul canale, saluto la donna con la bambina piccola quando mi sorridono, osservo curioso l’enorme negozio di attrezzi per il giardinaggio, ho accettato di buon grado di pagare un euro in più per il doppio espresso da portar via in un contenitore riutilizzabile, così tornerò, cedo il passo alla coppia paonazza in volto che attraversa il ponte sul canale in bici. Le biciclette scorrono via silenziose, difficile venga in mente a qualcuno di mettere una carta tra i raggi per fare casino, qui. Tutto molto riposante, le tinte scelte per questo paesaggio nederlandico autunnale inducono a calma e serenità.

È tuttavia una facilità che costa, serve che il sistema non abbia troppe interferenze esterne perché regga, le risorse devono entrare e devono uscire prodotti se si vuole mantenere l’equilibrio. Vado a memoria, tre delle prime dieci aziende del mondo per fatturato sono olandesi, questa pace fatta di vacche, acqua, formaggio e casette stupende da qualche parte si deve alimentare.

Sarà che sto leggendo Our daily war di Andrei Kurkov, diario scritto dall’Ucraina assediata, sarà che ripenso ai miei viaggi recenti, alle pianure del centro Asia, al nordafrica, alle ex repubbliche sovietiche, non posso non notare quanto carburante, metaforico e non, serva per tenere in equilibrio un sistema come questo. Io sono uno di loro, europeo, vivo più o meno allo stesso modo, anche fisicamente gli assomiglio, per quello mi salutano. Sono cortesi e amichevoli, rispettosi e quieti come già più a sud non siamo ma, l’ho già detto in tutte le salse, tendiamo a scambiare indifferenza per tolleranza. Le relazioni tra estranei si fermano a un punto ben preciso. E non c’è niente di male, sia chiaro. Basta essere coscienti di vivere in un sistema abbastanza chiuso, permeabile alle merci ma meno alle persone. Facendo della facile retorica, il baretto fatto di quattro sedie, una bombolona di gas e l’ombra di un fico nel niente azerbaigiano, che appena ci si avvicina si anima, si alzano tutti, ti cedono una sedia e poi si brinda fino allo sfinimento con interminabili sorrisi e pacche sulle spalle senza che nessuno capisca un’acca di quel che si dice, beh, qui non c’è.

Niente di male, ripeto, è anzi pure più faticoso il baretto sociale, è solo che siamo un po’ tutti uguali e tutti un po’ spompati, qui. Con la nostra copertina sulle gambe, è iniziato il freschino, fuori dal caffè sul canale, chiacchieriamo piacevolmente scegliendo tra dolce e salato, ci godiamo il sole, il vento e il glicine rigoglioso sopra la testa, con una vaga e poco confortevole sensazione di fondo che le cose, nel frattempo, sotto sotto e piano piano, stiano un po’ sfuggendo al nostro controllo.


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59 seconds of: that flashing Barrowland Ballroom, Glasgow

Sala da ballo prima, poi da concerti, la Barrowland Ballroom o Barrowlands di Glasgow è un magnifico posto in cui andare a sentire concerti ballando – e io lo feci, per fortuna, con Alison Goldfrapp -, si guardi Waterfront dei Simple minds, il video, per conferma. Famosa l’insegna che, narra la leggenda, fu spenta durante la guerra perché usata come riferimento dai bombardieri tedeschi. Con quella ‘r’ lampeggiante così appropriata.

Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più compassionevole dello scendiletto, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Tutti gli altri 59 secondi | pleilista

la musica delle stagioni, estate 2025

Stavolta la pleilista l’ho fatta a metà su Spotify, poi abbandonato a metà luglio per le note vicende di armi, e Tidal e sarà un po’ per la nuova piattaforma e un po’, credo maggioritariamente, per aver viaggiato parecchio, è venuta corposa, novantacinque brani per più di sei ore. Proprio quel che serve, ascoltandola tre volte, per andare a piedi da Baku al Qobustan, a vedere i vulcani de fango.

Trentunesima stagione conclusa, secondo me questa pleilista è venuta meno peggio di altre, meno confusa e con una direzione più distinguibile, sempre che siano valori per una pleilista. Penso di sì. Ho scoperto ottima nuova musica, A shrine to failure, Amyl and the Sniffers, sono usciti ottimi dischi, Suede e Paul Weller, ne dico due, e c’è qualche recuperone di valore, House of Love ma soprattutto i Kino. A breve l’esplorazione della scena punk siberiana negli anni Ottanta.

Tutte le musiche delle stagioni, intendo i post:

estate 2020 | autunno 2020 | inverno 2020 | primavera 2021 | estate 2021 | autunno 2021 | inverno 2021 | primavera 2021 | estate 2021 | autunno 2021 | inverno 2021 | primavera 2022 | estate 2022 | autunno 2022 | inverno 2022 | primavera 2023 | estate 2023 | autunno 2023 | inverno 2023 | primavera 2024 | estate 2024 | autunno 2024 | inverno 2024 | primavera 2025 | estate 2025 | autunno 2025 | inverno 2025 | primavera 2026

Per orientamento, mi rendo conto di aver gradatamente abbandonato le vecchie passioni, l’hard rock, un certo indie, per essermi orientato verso suoni nuovi, alla ricerca di musiche nuove senza preclusioni sul genere, credo si senta nelle pleiliste. E poi in questi mesi, o ultimo anno, un ritorno ai suoni dell’est, prima con un po’ di rock jugoslavo, poi con quello sovietico, maledizione al cirillico per ricordarsi i nomi, poi verso l’elettronica degli anni Ottanta, sempre più a est che a ovest. Vediamo che ne esce questo autunno.

Le compile vere e proprie: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (92 brani, 6 ore) | estate 2018 (81 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (130 brani, 9 ore) | primavera 2019 (50 brani, 3 ore) | estate 2019 (106 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (126 brani, 8 ore)| primavera 2020 (101 brani, 6 ore) | estate 2020 (98 brani, 6 ore) | autunno 2020 (151 brani, 10 ore) | inverno 2020 (88 brani, 6 ore) | primavera 2021 (89 brani, 5,5 ore) | estate 2021 (55 brani, 3,25 ore) | autunno 2021 (91 brani, 5,8 ore) | inverno 2021 (64 brani, 3,5 ore) | primavera 2022 (73 brani, 4,46 ore) | estate 2022 (42 brani, 2,33 ore) | autunno 2022 (71 brani, 4,5 ore) | inverno 2022 (69 brani, 4,14 ore) | primavera 2023 (73 brani, 4,23 ore) | estate 2023 (51 brani, 3,31 ore) | autunno 2023 (89 brani, 6,9 ore) | inverno 2023 (76 brani, 4,5 ore) | primavera 2024 (60 brani, 3,4 ore) | estate 2024 (55 brani, 3,1 ore) | autunno 2024 (78 brani, 5 ore) | inverno 2024 (58 brani, 3,7 ore) | primavera 2025 (40 brani, 2,5 ore) | estate 2025 (95 brani, 6,2 ore) | autunno 2025 (56 brani, 3,8 ore) | inverno 2025 (59 brani, 3,75 ore) | primavera 2026 (81 brani, 5,25 ore).

La stagione dei concerti è stata poverella, ma almeno un Bloody Beetrots notturno sul Po a far balzelloni c’è stato, e poi due Arene a sentir la lirica, che male non fa. Più promettente l’autunno entrante, con i Boomtown Rats in celebrazione alla fine di ottobre, i Selton a gennaio e poi da costruire. Ma non c’è, comunque, soluzione migliore per recuperare buona musica di viaggiare, uno, e soprattutto di conoscere persone che ne capiscono con cui scambiare nomi e titoli. Per fortuna mi sono capitate entrambe le cose.

L’indice delle compile

misteri dell’arte: rettangoli, colori e mucche

Anche Mondrian dipinse mucche.

Scivolando, pian piano e giustamente, verso l’astratto.
Il Mondrian successivo, poi, quello che conosciamo tutti, ha trovato uno strano connubio, incolpevole perché postumo, tra i riquadri colorati e le vacche, va’ a sapere perché. Per esempio, la “Moondrian Cow” – ahah, ottimo nome – di Jon Eastman:

Replicata poi variamente anche a grandezza naturale, da pascolo:

Se è vero che all’interno del movimento De Stijl qualcun altro si occupò di vacche, come per esempio Theo van Doesburg in Study for Composition (The Cow) del 1917, il mistero resta tale.

Infatti, il connubio tra i rettangoli colorati di Mondrian e le mucche resta forte ed esplorato. Per esempio, ad Amsterdam un paio d’anni fa sono incappato in un artista che ai Mondrian sovrapponeva mucche, rimandando ad altro, Vermeer nel terzo da sinistra, per dire.

È vero, c’è anche un cavallo. Il mistero resta insoluto, le mucche di Mondrian hanno più di un secolo e l’arte del Novecento andrebbe riscritta alla luce di questo fatto che ho qui evidenziato. Attendo inviti a conferenze.
Ah, a margine: il palazzo di Booking dietro, in fondo alla piazza, l’hanno acquistato con i miei soldi che spendo per risolvere misteri dell’arte.

i giocondi visti di fronte (ancora)

Un paio di anni fa ho scritto qualcosa sull’argomento, riflettendo giocosamente su come si accalchi un’enorme folla per la Gioconda e volti allo stesso tempo le spalle alle Nozze di Cana di Veronese, un enorme quadro pregevolissimo. Come il primo sia piccolino e legittimamente in Francia, ma se ne richieda la restituzione ai francesi come l’avessero rubato, e come il secondo, questo sì rubato e illegittimamente là, invece sia sostanzialmente ignorato. Come il primo sia un magnifico quadro ma, insomma, d’occasione e senza spunti storici particolari e come il secondo abbia invece una storia poderosa e un’origine strepitosa, concepito apposta dall’artista per il refettorio palladiano di San Giorgio Maggiore a Venezia, in connubio spalla a spalla tra i due.

Non ho granché di nuovo da aggiungere ma ho un paio di foto migliori, ora (di bulfu): la vista lato-Gioconda, con fotografie che per carità lo zoom degli attuali smartphones ma siamo al limite del particolare, con calca paragonabile alla Fontana di Trevi.

E, molto più interessante, l’altro lato, direzione Veronese, con i volti dei giocondi, peraltro in buona parte sorridenti. L’immagine, lo notavo l’altra volta, è ancor più bella perché le persone paiono uscire direttamente dalle Nozze e rovesciarsi verso l’osservatore.

Sul fondo, mi pare ci sia uno girato verso Veronese, se colgo correttamente la chierica. Complimenti, signore.

laccanzone del giorno: Elastica, ‘Connection’

Questa canzone fu il singolo di punta di un album di debutto e venne sparata immediatamente alla numero uno della classifica inglese delle vendite, battendo un certo record degli Oasis. La band aveva ascendenze nobili, Frischmann e Welch avevano partecipato alla fondazione degli Suede, poi lasciati nel 1991, ed ebbe qualche anno formidabile come i loro pezzi: rapidi, sintetici, scarni.
L’album lo ascolto ancora oggi, magari senza consumarlo come allora, ma il rapimento emotivo per Frischmann perdura. Coetanei, stesso brodo di coltura. Il video ufficiale di ‘Connection’ faceva e fa veramente schifo ma quello è, roba da casa discografica.

Certo, poi c’era la faccenda che il riff era proprio quello di ‘Three Girl Rhumba’ dei Wire, abbassato appena appena, e che avrebbero dovuto menzionare la faccenda nei crediti, vabbè, ma noi siamo punk e giovani e ce ne impippiamo, era un omaggio e se lo sai lo sai. Poi, com’era ovvio, ci misero una vita a fare il secondo album, in cui la canzone più rilevante fu la cover di ‘Da da da’, poi litigarono per il terzo e bon, storia finita, lei a fare l’artista visuale in Colorado. Ma il primo album, quello omonimo, favoloso: avrei potuto mettere ‘Vaseline’, esemplificativa anche dello spirito, quando sei attaccato con la colla, vaselina, un minuto e venti, o ‘Stutter’ o ‘Car song’ o ‘Line up’, ma vabbè, meglio il singolone.

La comoda pleilista de leccanzoni del giorno esiste ancora e adesso è su Tidal, che son passato di là per le note vicende, Trostfar ne era stato l’ispiratore, grazie, ora l’aggiorno e sta qui, per chi desideri.