Dopo qualche tornante, ci fermiamo al Bar Miravalle, sopra Sarche. Bel bar, di quelli che una volta erano dappertutto: collezione di fossili sparsa su ogni piano d’appoggio, oggettistica varia dalla tromba del bisnonno alle bottiglie di grappa dalla forma stramba, gli adesivi dei motociclisti, corri prima della demenza, una pelle di pitone, crocifissi intagliati nel legno, angioletti infantili, piccozze antidiluviane, ramponi di legno, adesivi e calamite di posti esotici, bottiglie di punt e mes vecchie di decenni e soprattutto l’immancabile: la luisona nella vetrinetta sul banco.

Poi, attratto da tutto, lo sguardo mi casca su un pannello lungo circa mezzo metro, stampa artistica di una composizione di un grafico amico di un amico, sempre in paese: il saluto a don Dino. Che, probabilmente, li ha lasciati per un’altra parrocchia, se non per il datore di lavoro. Beh, Dino è irresistibile: a quinti tra un cavaliere templare, un massone della loggia del leopardo, un capocosca di una ’ndrina calabrese, il principale sospettato di un delitto a sfondo carnale in una cattedrale abruzzese, un camionista serbo convertito alla fede in un oscuro monastero alle porte di ferro. Ovvio che me ne innamori immediatamente, fotografo senza farmi notare:

Le chiese volanti fanno il resto. Grazie, Don Dino. Grazie anche da me. Con un più laico ‘grazie di esistere’, a questo punto.