crisi economica e suicidi: è allarme? (o del cinismo di molti)
Come tutti, scorro i giornali e non c’è giorno o quasi nel quale non si lanci l’allarme: in aumento i suicidi legati alla crisi economica. Più si fa feroce, più le persone soffrono e, alcune, giungono alla decisione di farla finita. Percorso logico plausibile e per questo propugnato con larghezza. Ma è vero? mi sono chiesto, da ultimo degli ignoranti. Sebbene l’argomento paia cinico, io penso non lo sia nella misura in cui si cerca di comprendere la realtà con onestà o – meglio – di stabilire quale sia la realtà, senza entrare per nulla nel merito delle decisioni individuali e finché si cerca di essere rispettosi della sofferenza altrui, individuale. Io vorrei capire, qui, se è in atto un fenomeno collettivo, con i miei pochi mezzi e con l’aiuto di chi queste cose le studia.
Il cinismo, come ho avuto modo di verificare, sta altrove.
Repubblica apre ieri con il titolo: “Altri tre suicidi per motivi economici” ed esordisce con “Altre tre vittime della crisi. Oggi si sono tolti la vita un imprenditore e due disoccupati. La macabra contabilità registra un suicidio in Lombardia e due in Campania” parlando di “strage silenziosa“. Il presidente della CGIA di Mestre invoca, addirittura, il presidente Napolitano perché intervenga per far fronte alla moria. Gli interventi si sprecano. Di Pietro, con la consueta grazia, sostiene che: “Quelle persone che si suicidano il presidente Monti le ha sulla coscienza” e qui ci vorrebbe un discorso a parte, un’altra volta magari. Vista la levata di voci si direbbe di essere nel pieno di un’ecatombe. E’ così?
francis il muro parlante: fatevi una vita
Scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono.
Indemoniati del venerdì sera, fatevi una vita. Una vita vera. Che è anche più divertente, anche se non lo immaginate. E il parlatore da muro fiorentino autore ben lo sa e, cosa di cui io gli sono grato, lo dice. Movidadores, sveglia!

59 secondi di… 25 aprile
Ippolito Nievo di Antonio (668), scampato al naufragio dell’Ercole, mi invia i suoi cinquantanove secondi, ripresi con mezzi di fortuna alla manifestazione di Milano per il venticinque aprile di quest’anno. Pare evidente come tutti gli anni in cui Berlusconi non è al governo la manifestazione sia decisamente più pacata e rivolta al senso di festa, più che all’invettiva verso il governoladro. Era così con Prodi, è così con Monti.
Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più libberatoria della zona occupata, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare.
Possibilmente con i mezzi più ridotti possibile.
25 aprile 2012: buona festa a chi ne è degno

Il 25 aprile è il mio natale, anzi meglio: è l’unica ricorrenza annuale in cui non mi tocca scendere in piazza per ricordare una strage o per protestare contro il pacchetto sicurezza (il 2 giugno è un po’ una sòla, una roba per sottosegretari), è una festa vera, che si è felici e si celebra una vittoria. Capito? Una VITTORIA!
l’integrazione tra i popoli, tra le patate e le carote
Siu, e la mia riconoscenza è imperitura, mi segnala il più grande genio del commercio mai vissuto:
Raccolgo ordini per la prossima volta che vado. Grazie a dio ci sono gli immigrati.
la liberazione non venne per tutti
Giovedì scorso mi sono unito a partigiani, parenti di combattenti, radical chic, democratici sinceri e di facciata, cinefili, innamorati di Gian Maria Volonté, chiacchieroni, comunisti, giovani presenzialisti e vecchi dediti alle lettere al direttore, appassionati vari, per vedere “I sette fratelli Cervi“ di Gianni Puccini (e non Giacomo Puccini, bestia d’un Mereghetti), film del 1968. Sommo Volonté nel ruolo di Aldo Cervi, oltre a un cast importante.
Il film, sembra una banalità dirlo ma non lo è, fu sottoposto a censura preventiva e tale rimase – ossia tagliato – fino a oggi, ristampato e restaurato grazie all’Istituto Alcide Cervi. Il film, per fortuna, è disponibile qui.
Gli è che i Cervi, in particolare Aldo, erano cattolici ma nei primi anni Quaranta, mentre maturavano l’idea della resistenza armata e aumentava la loro insofferenza verso le collusioni della Chiesa con il Fascismo, si avvicinarono a posizioni comuniste, pur restando autonomi dall’organizzazione politica. La cosa, ovviamente, non piacque ai censori che provvidero a tagliuzzare pesantemente la pellicola.
La stessa sorte la subì “I miei sette figli” di Alcide Cervi, resoconto pubblicato nel 1955 che raccoglie le memorie del vecchio padre dei sette fratelli. La seconda edizione, del 1971, fu barbaramente tranciata dai Catoncini dell’epoca, che non potevano sopportare le cose come stavano. Solo nel 2010, e di nuovo per fortuna, è uscita la versione integrale da Einaudi. Quarant’anni ci sono voluti e uno vorrebbe non crederci.
Come che sia, alla proiezione era presente il figlio di Aldo Cervi, Adelmo. Il 27 dicembre 1943 aveva quattro mesi, per cui non ricorda di certo il padre e gli zii, oltre che gli avvenimenti di quei mesi. Ricorda però benissimo cosa accadde dopo. I sette fratelli furono prontamente insigniti della medaglia d’argento al valor militare («La fede ardente che li ha uniti in vita ed in morte ed il sacrificio affrontato con eroica, suprema fierezza, fanno di essi il simbolo imperituro di quanto possano l’amore di Patria e lo spirito di sacrificio») e i simboli imperituri furono chiusi definitivamente negli armadi: una famiglia devastata nella quale erano sopravvissuti i vecchi genitori, quattro vedove e undici nipoti bambini venne lasciata a sé stessa. Un solo cugino, adulto, si trasferì da loro per lavorare i campi, unico sostentamento, nessuno dei ragazzini maschi potè frequentare la scuola perché necessari a casa, la loro abitazione nel 1944 fu bruciata dai fascisti, la Contessa Sailcavolo Viendalmare qualche anno dopo vendette la casa e i terreni che i Cervi avevano in affitto per non avere a che fare con loro. E fu la fame, perché le medaglie, come si sa, non fanno passare l’appetito, nemmeno se sono di cioccolata, e i simboli (o i loro figli) a volte hanno il vizio di mangiare.
La Liberazione, dunque, non venne per tutti. Tributare onori, creare ed esaltare i simboli, gloriarsene, dedicare le strade e poi girarsi dall’altra parte è senza dubbio comportamento degno dei fascisti. Delle cose e delle persone bisogna occuparsene.
59 secondi di… segnaletica stradale e umarèll
E’ notte a Roma, e gli instancabili ordinatori della segnaletica stradale agiscono indefessi, con attrezzatura e metodi all’avanguardia. Essi sono i garanti della nostra sopravvivenza stradale e vederli così all’opera dà una certa tranquillità.
Al trentesimo secondo, immancabile, sopraggiunge l’umarèll, l’anziano che sta di vedetta e non appena scorge un lavoro in corso accorre per osservare e commentare con sbuffi e schiarimenti di voce il fatto che eh-ma-non-si-fa-mica-così. L’umarèll è costante universale dal Manzanarre al Reno, ove c’è un lavoro in corso egli c’è.
Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più bituminosa del circondario, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare.
Possibilmente con i mezzi più ridotti possibile.





