Quando finirà ’sta menata parto per un viaggio che durerà settimane. No, mesi. Anni, anni, santoddio, anni. E chi c’è visto s’è visto.
Ora tocca parlare della reclusione, perché in serata (occhio al bisticcio) c’è stata una doppia serrata: prima il governo con Conte che si è fatto attendere fino a mezzanotte per annunciare la chiusura di tutte le attività produttive non essenziali e poi subito a spron battente il governatore della Lombardia che ha inasprito le cose sulla libertà di spostamento. Non l’ho presa bene, lo ammetto.
In queste due settimane di reclusione sono passato da una media mensile di tre concerti, un viaggio lungo, due viaggi brevi, quattro camminate in collina, quattro giornate in campagna a far lavori, due o tre partite di basket, per restare alle cose da fare fuori casa, a qualche pomeriggio occasionale in giardino a zappettare. Mi sono messo di buzzo buono e ho cercato di organizzarmi, come tutti. Ho ripiegato, d’accordo, faccio la mia parte e placo il mio desiderio di vivere perennemente in giro e all’aperto. Ecco, poi la possibilità di andare in giardino – che non è adiacente a dove abito – viene stroncata dal decreto e dall’ordinanza, un uno-due da game-set-match. Per carità, capisco benissimo che serva, che è la situazione di molti, ci mancherebbe, non voglio farla lunga, dico solo che onestamente mi pesa. Non sono un passeggiatore o camminatore, io sono un lavoratore, ho bisogno di rimestare.
Perché il non poter stare, da solo, a fare qualche lavoro in giardino è solo una parte della faccenda che mi pesa, mi rendo conto. Una buona parte è il fattore costrizione, ossia l’impedimento forzato di poter fare qualcosa mi crea qualche problema, come immagino a molti. Il pensiero, a momenti, mi rode un po’, da qualche parte dentro di me c’è qualcosa che spinge alla ribellione solo per infrangere il divieto. Poi, ovvio, non lo faccio e sto buono, distraendomi come posso. Immagino che il sentimento sia alquanto condiviso. E poi c’è il terzo elemento che mi scoccia, e parecchio: il fatto che le regole siano così strette perché c’è una percentuale di persone, esigua o meno, che se ne è fregata finora. O non ha capito, non fa differenza. Ecco, questo non riesco a farmelo andare giù. Come a scuola, me ne rendo conto, con la classe punita per qualche demente. Il mio sentimento democratico e sociale – che già non è saldissimo, devo confessare – mi spinge a considerare anche le esigenze degli ultimi, certo, ci provo, ciò non toglie che quando l’onda di ritorno di questo atteggiamento va a toccare la mia libertà e il mio diritto individuale non solo vacillo ma mi vien pure da mordere. Tasse non pagate, regole comuni aggirate, disinteresse per il pubblico bene, menefreghismo, egoismo, cupidigia, tutte cose che mi danno un sostanzioso fastidio in questo senso, il tizio fuori con il cane di peluche non mi fa ridere – il genio è proprio un’altra cosa – lo omaggerei di una rispettosa sprangata. Che strano, son cose che piacciono a tutti, sono proprio fatto male.
Mi rendo conto di quanto questo discorso faccia acqua, ancor più ora che lo sto scrivendo di getto, rileggendo a malapena quanto scrivo (è una delle regole che mi sono dato per questo diario, lo dichiaro fin dal titolo) ma non per questo il mio disagio stasera è minore. Sono disponibile, e lo faccio, a lasciare spazio a chiunque finché serve ma, MA, con dei limiti: non se questo accade per malafede o disinteresse, questo no. Non lo accetto. Vabbè, me la devo sfangare in qualche maniera, un pezzo alla volta, con calma, come tutti. Ma il mal comune non mi ha mai dato alcuna soddisfazione, è un concetto così miserabile e sciocco.

Oggi giornata di scrittura e di mezzo lavoro, quei brandelli che ne restano, e in serata spesa su commissione. Perché per rendermi utile cerco di fare la spesa al supermercato e dal fruttarolo per un numero congruo di persone e nuclei familiari in modo da sostenere coloro che è meglio che non escano e ridurre al minimo le uscite e gli spostamenti, complessivamente. Gli orari sono stati leggermente ridotti, quindi vado prima delle otto e trovo una modesta coda, chissà se il fatto che sia sabato ha qualche tipo di ripercussione positiva o negativa sui flussi, chissà se il fatto che sia un giorno o l’altro ha ancora importanza, chissà. Faccio la spesa, esco, e vado a consegnare i sacchetti in due case, distanza complessiva circa dieci minuti di motorino (motoscurreggia). Nel tragitto, incontro non meno di dodici riders, bicicletta o motorino, in giro a consegnare pizze o altro cibo. Capisco che sia l’unico modo per alcuni posti per lavorare ma, sinceramente, mi chiedo se sia il caso. L’aspetto sgradevole è, penso, l’ulteriore disinteresse per le condizioni di lavoro degli addetti alle consegne, piove sul bagnato, e una perplessità in generale, poi, su un diffuso coprifuoco punteggiato da tizi in giro a consegnare cibo. Pizza stasera? O cinese? Ah no, quello no. Di questo ne riparleremo.
Ah, ma quando tutto questo finisce vado, eccome se vado. Ah sì, sì sì.
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