muro contro muro

Per cominciare correttamente un post, di solito ci vuole una notizia o un dato che faccia colpo sul lettore e catturi la sua attenzione. Eccolo:

Anche se il paragone ha valore relativo e il secondo dato non è aggiornato.
Poi, iniziato, bisogna affrontare il discorso descrivendo il contesto: il 45% dei lavoratori agricoli messicani negli USA è illegale e da qualche parte deve pur venire. Ovvero da di là del muro. Stime suppongono che circa cinquecentomila clandestini cerchino di attraversare il Mexican wall ogni anno e stime, altrettanto ufficiose, presuppongono che ne muoiano almeno cinquecento ogni anno nel tentativo. Ai più fortunati tra gli sfortunati capita di essere catturati da una delle diciassettemila guardie del muro e di essere rimandati indietro. Le ragioni di questo travaso umano sono più che evidenti (1:10 è pressapoco il rapporto tra uno stipendio messicano e uno nordamericano) e, per capire meglio, basta studiarsi un po’ i termini del Nafta (1994). Che, non a caso, ha seguito di poco l’inizio della costruzione del muro.

Poi, dopo alcune informazioni, bisogna arrivare a un punto: il muro tra USA e Messico non è continuo, nelle località più presidiate è una barriera di cemento con torrette di guardia, altrove è una tripla fila di filo elettrificato e spinato, altrove ancora non è che una linea immaginaria sorvegliata da telecamere. Ovvio che il passaggio sia tentato in queste ultime zone, le meno presidiate. Le quali, però, e sempre non a caso, sono sì le meno presidiate ma anche le più inospitali, ossia in mezzo al deserto, dove capita piuttosto spesso ai clandestini di crepare di freddo o di caldo, di sete e fame, di annegare nel Rio Grande o di morire per una fucilata della Border Patrol.

Da questo, è poi necessario trarre qualche conclusione: a ogni miglio in più costruito del muro (parentesi: cinque milioni di dollari a miglio è il costo medio) corrisponde un aumento proporzionale dei morti messicani nel tentativo di sconfino: infatti, se nel 1990 i morti furono 9, nel 2005 furono 201 (ricordo sempre secondo le stime ufficiali, la realtà è peggiore, come sempre), poiché i valichi praticabili si sono spinti sempre più in là. Ciò nonostante, il numero delle persone che tenta la traversata non accenna a diminuire, per il semplicissimo fatto che (la storia lo dimostra e qualcuno non dovrebbe fare finta di non saperlo) le soluzioni di polizia non risolvono i problemi economici.
Per lo stesso motivo, la decisione di Obama di sospendere i finanziamenti per la costruzione del muro – in assenza di misure economiche valide – non cambierà lo stato delle cose: i messicani cercheranno di superare la frontiera, a rischio della vita. E allo stesso modo un sacco di gente continuerà a lucrare su tutta la faccenda.

A questo punto, le regole di scrittura del post imporrebbero una conclusione lapidaria, sarcastica nel caso di un post come questo o, meglio, una domanda retorica, dato che gli argomenti di cui sopra impongono un certo accordo su quanto detto: a me, però, non viene. Potrei dire che se il muro di Berlino è il simbolo della cattiveria sovietica, allora il muro americano è il simbolo della meraviglia del capitalismo, che attrae le mosche sull’ipotetico barattolo di miele, oppure potrei chiedermi come mai il muro di Berlino è ancora così presente nella nostra percezione e nella propaganda occidentale e, invece, il muro americano (o il muro israeliano, per esempio) no, rispondendomi forse che questi ultimi sono muri per tenere fuori, mentre quello era un muro per non far uscire da dentro, oppure qualcos’altro, che ne so. Però a me non viene.
Probabilmente perché i confini di un post sono molto, ma molto più piccolini dei confini reali, e se si sbaglia la fine di un post, chiaramente, non si muore.

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