Probabilmente falliremmo il giorno dopo, ma vuoi mettere?
Autore: trivigante
ancora Bologna, ancora il due agosto
Trentadue. Stesso manifesto ogni anno, con un ‘uno’ in più e una frase diversa. Ma il concetto è sempre lo stesso, sembra di essere quei vecchietti rimbambiti che ciclicamente ripetono la stessa cosa, la strage, l’ingiustizia, il tempo, la bomba, le famiglie, i morti, i depistaggi, i fascisti, la pidue, gli americani, i palestinesi, Cossiga e così via, che poi uno li guarda, i vecchietti, gli fa pat pat sulla spalla e manco più li ascolta. Come passano gli anni.
ti sono piaciuto?
Riprendo da Siu (grazie!) che mi gira un articoletto di Paolo Rumiz su Il Piccolo dell’11 luglio scorso, con grande soddisfazione mia e vostra, se leggerete il seguito e se vi è mai capitato di subire l’arroganza:
Non c’è niente che faccia bene all’anima come l’arroganza punita. Sono eventi rarissimi, ma da qualche tempo un po’ meno rari di una volta, perché – con la crisi – la gente ha le scatole sempre più piene dei prepotenti. Ebbene, quest’anno, sulla Milano-Bergamo paralizzata da un ingorgo, ho assistito a un atto di punizione che oso definire liberatorio. Da allora non dico più che le autostrade sono dei non-luoghi. La scena. Sono le 18 circa, fa buio e c’è un po’ di nebbia. Tra i pendolari esausti in attesa cresce col passar dei minuti una disperata solidarietà. Si passeggia, ci si passa sigarette, si discute sui tagli del governo Monti. Una coppia di stranieri mette su musica e accenna a un tango sulla mezzeria. Dal finestrino un bresciano racconta della cena a base di polenta e camoscio che si perde a causa dell’ingorgo. Un camionista turco prepara del thè, una mamma porta il suo bambino a far pipì oltre il guard-rail. È in questo grumo di varia umanità compattamente incazzata che, lungo la corsia d’emergenza, entra un Suv nero come la notte, chiedendo strada col clacson. Non può passare per pochi centimetri, perché il camion del turco invade leggermente la corsia medesima, così l’arrogante blindato nell’auto dispiega le sue trombe. La gente lo manda a quel paese, qualcuno agita il pugno, ma nessuno passa a vie di fatto. Il tipo continua a suonare, la prepotenza acustica è diventata intollerabile. Sono a dieci metri di distanza, posso godermi la scena come in teatro. Tutti aspettano che accada qualcosa. E difatti accade. Da un camioncino di operai bergamaschi sulla mia sinistra esce un magnifico energumeno in tuta. È silenzioso, tranquillo. Lo vedo armeggiare nel portabagagli, estrarne un crick di quelli tosti di una volta. Lo prende come un bazooka e si avvicina al Suv. Fa due volte il giro della macchina per scegliere il punto migliore. Poi assesta uno, due, tre micidiali colpi sul cofano. Il clacson stona, poi muore. C’è una folla che guarda, in un tremendo silenzio. L’uomo in tuta contempla l’effetto dei colpi. È scuro in volto, non mostra nemmeno soddisfazione. Aspetta e basta. Aspetta che il prepotente esca. Ma il prepotente non esce, se la fa sotto. Allora Cipputi si avvicina al finestrino e guardando dentro scandisce con voce baritonale: “Ti sono piaciuto?”. È quello il vero colpo da maestro: lo capisco dall’onda di soddisfazione che si impossessa della barbara massa in attesa, si propaga di auto in auto verso Bergamo e verso Milano. È allora che arriva l’applauso. Lungo, euforico. Forte come una grandinata. E intanto l’arrogante vigliacco è costretto ad assistere al trionfo del giustiziere, che però si schermisce, vuole solo tornare a casa, è stanco dopo una giornata sui tubi Innocenti a Milano. Ma in molti vanno a dargli nome, cognome e numero di telefono come testimoni a suo favore, in caso l’imbecille gommato sporgesse denuncia. Per molti è quasi valsa la pena di vivere quella sosta infernale, solo per assistere a una scena simile. Ecco, non potrò mai dimenticare la felicità di quella massa prigioniera. Felicità perfetta, infantile, di un popolo che non vede mai l’arroganza punita. Ecco: penso che noi italiani saremmo migliori se non vivessimo gomito a gomito, ogni giorno, ogni ora, con prepotenti impuniti che ci guardano come fossimo imbecilli. E non fossimo costretti, talvolta, a farci giustizia da noi.
Esemplare, perfetto in ogni dettaglio scenico, probabilmente nemmeno a provarla prima sarebbe venuta così bene. Mi sei piaciuto, moltissimo.
Grazie, o magnifico energumeno in tuta.
Attenzione, dicono: “Non affidateVi ciecamente alla prima impresa funebre, specialmente se Vi contatta “casualmente” dopo il decesso“.
Occhei, terrò gli occhi aperti.
Ustica: trentadue anni
europei: germania-grecia
Si gioca. Perché non mi fanno mai vedere le partite che vorrei?
Sempre i meravigliosi MP, io spesso sono grato al Caso di essere nato dopo di loro.
Magari andasse così davvero sul campo.
Oggi è estate. Ufficiale.
Se la saggezza popolare dice che “triste quell’estate che ha saggina e rape” noi qui si celebra l’estate con la C e la GBR maiuscole, quella bella calda e sugosa che rende divertente l’interno dei pantaloni.
E se arriva la stagione, arriva anche la pleilista, fatale come la nudità non richiesta, la parmigiana in treno e il trionfo dei polaretti.
Avanti, dunque, e complimenti a mr. A., il primo arrivato con le sue cinque canzoni dell’estate:
trofimov
The Shins – Bait and Switch
Ivan Graziani – Sabbia nel Deserto
Steel Pulse – Can’t Stand the Heat
Bruno Martino – Estate
Pink Floyd – San Tropez
trivigante
Metric – Synthetica
Kaiser Chiefs – Ruby
Maxïmo Park – The Undercurrents
The Coral – Dreaming Of You
The Dream Syndicate – The Side I’ll Never Show
L’estate risplende, | il sole riscalda, | le mucche depongono | torte sui prati e noi qui si fa festa, nonostante qualche crudeltà.
ciao, Luigi
Scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono.
L’ignota fanciulla autrice della scritta – la tradisce la grafia – è risentita con la categoria maschile dei bar-omani, forse perché le capita di passare spesso davanti a un bar di improvvidi commentatori delle femminee grazie, o forse ha un fidanzato-fratello-padre della categoria, o forse ce l’ha con loro e basta. Legittimo.
Essendo io un frequentatore anomalo di bar, nel senso che ci vado ma non interloquisco con i presenti e lo cambio spesso, non sono in grado di valutare l’effettiva espressione dell’invidia mascolina. Con molta approssimazione, sarei per pensare che sia in altro modo ma il parere va rispettato.
Lungi da me la provocazione ma il tema chiama, vienda raccontare le dodici regole del bar Margherita di via Saragozza (e la regola 10 sembrerebbe dare ragione all’autrice di cui sopra) raccolte, ai tempi, da Pupi Avati. Con un pensiero preliminare ai poveretti dell’alluvione del Polesine: ancora oggi, il nostro affetto (regola undici).
- Al bar non si portano mogli, madri, sorelle, figli, nipoti.
- Se vuoi essere considerato al Bar Margherita ci devi arrivare la sera tardi. Comunque sempre prima che chiuda.
- Se ti metti con una che non ti fa più venire al bar, si avvia l’organizzazione per fartela mollare.
- La squadra del Bar Margherita è il Bologna Football Club e tutti ci tengono a sentire le partite alla radio, quando vince e quando perde. La bandiera del Bologna è appesa ogni domenica a una colonna del portico.
- Quelli del Bar Margherita ci credono alla messa e al rosario ma non ci vanno o se ci vanno non si fanno vedere.
- Anche se piove forte nessuno va al Bar Margherita con l’ombrello.
- Nella classifica degli imbarcatori di donne quarti sono i finocchi, terzi i democristiani, secondi i comunisti, primi quelli che invece di parlare tanto cercano una che gliela dà.
- Le donne che la danno a quelli del bar sono tutte donne segrete, spesso sposate, che quelli del bar hanno conosciuto nelle balere e hanno solo il nome del quartiere dove abitano, quella di Casaralta, quella della Bolognina, quella della Dozza… Forse esistono, forse no.
- A quelli del bar è proibito andare in gita ai santuari sui pullman con il mangiare nelle sporte e la bottiglia dell’acqua e limone.
- Quelli del Bar Margherita quando stanno seduti ai tavolini e passa una donna la debbono guardare con desiderio e fare qualche «tirino». Sempre. Anche se è un gran cesso le debbono sussurrare: «Che fisico!» oppure «Sai cosa ti farei!». È una regola di quelli del Bar Margherita.
- L’uovo di Pasqua gigante lo si vince con un torneo di goriziana a squadre che si fa a novembre. Lo regala il commendator Maiorana. Essendo quello che non ha venduto e che è rimasto in vetrina per tutta l’estate fa schifo. Chi lo vince lo regala sempre agli alluvionati del Polesine che si sono rotti i maroni di riceverlo.
- La santa protettrice del Bar Margherita è la Madonna di San Luca che viene giù dal suo santuario una volta all’anno e che anche gli atei del Bar Margherita la ammirano molto.
Io da sempre credo nella sei e nella nove.
(grazie a mr. A per la fruttuosa raccolta)
Leggo oggi che Willer Bordon s’è pigliato una sbandata per il movimento di Grillo, che definisce “l’unica scelta alternativa“, quindi molla tutto e scappa con i movimentisti. Il che sarebbe anche legittimo, il problema è che ci tiene a farcelo sapere. Potrebbe essere amore? Difficile dirlo, i movimenti del cuore son cosa complessa e insondabile e Susanna Tamaro non mi risponde al telefono per cui non ho la risposta.
E’ comunque infatuazione certa, e Bordon – che io ricordo per una splendida doppietta da Ministro e per la parte in “Mario, Maria e Mario” di Scola, imperdibile – darà grandi soddisfazioni al movimento, già onusto di menti brillanti.
Il fatto è che è stufo, stufo de “la più incredibile gerontocrazia nel mondo“, sostiene il ricambio con parole posate (“Una volta citavamo la Cina quando parlavamo di politici eterni, ultrasettantenni, ormai in Cina i dirigenti hanno 50/60 anni, c’è già il ricambio per il prossimo gruppo dirigente“) e mentre lo dice sottende che lui di anni ne ha sessantatre. Lo si faccia dirigere, presto.
Perché Willer l’esperienza ce l’ha: giovane sindaco del PCI s’inventò la bella pensata della doppia tessera, una del PCI e una dei radicali, per far capire che era del partito, sì, ma non organico, bensì una testa pensante e libera. Per tamponare la cosa della doppia tessera s’inventarono che avesse sì chiesto la tessera radicale ma non gli fosse mai arrivata, liquidando la cosa come intemperanza di una giovane testa calda.
E invece no, erano solo i prodromi di una brillante carriera all’insegna dell’oscillazione: eletto alla Camera nel 1987 per il PCI confluì poi diligentemente nel PDS, sempre attendendo la benedetta tessera radicale persa nei meandri delle poste, per poi scappare con Adornato (un altro buono) nell’Alleanza Democratica di Mario Segni, anno 1993. L’Alleanza non fu un gran successo e Willer ci mise poco a capirlo: fuitina immediata con l’Unione Democratica di Antonio Maccanico, altro movimento carneade di quegli anni bui. Questo però bastò per farne un sottosegretario ai Beni Culturali durante il Prodi I, Ministro dei Lavori Pubblici durante il D’Alema II e Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio durante l’Amato II.
Ma la novità era in arrivo e lui fu lesto: 1998, la fondazione di Italia dei Valori. E fu passione anche lì. Passione intensa ma breve: l’anno dopo era già con i Democratici di Prodi, quelli dell’asinello se qualcuno li ricorda, e poi con loro nella Margherita. E’ che in quegli anni in molti faticavano a trovare un cantuccio, in effetti, e toccava girare ogni monastero disponibile per trovar pace. La scelta non fu peregrina e fu eletto al Senato nel 2001, con rielezione cinque anni dopo.
Quando però la Margherita confluì nel PD confluì anche lui ma ci ripensò in breve, deconfluendo poco dopo nella sua nuova creatura, l’Unione Democratica, poi diventata Unione Democratica per i Consumatori: una splendida creatura capace di conquistare lo 0,25% dell’elettorato attivo. In Italia non c’è gusto a essere intelligenti. Infatti, gli piacevano i liberaldemocratici di Lamberto Dini, al tempo.
Nel 2008, il giorno del suo compleanno, si dimise dal Senato, ovvero il gesto “di chi sente il dovere di difendere le istituzioni dalla deriva di sfiducia che investe la politica“. E allora la deriva di sfiducia era niente rispetto a oggi. Più che altro, gli era che nell’estate del 2007 fu agganciato dai berlusconiani per far cadere Prodi e lui si fece beccare al telefono con Saccà mentre impetrava la prosecuzione di “Incantesimo” e nuovi lavori per la moglie, imperitura interprete della miniserie RAI “Cuccioli“. Ma tanto Mastella era già pronto. E Willer spiegava che “la coerenza deve essere nei contenuti“, mica importa dove uno si trova mentre è coerente nei contenuti.
Niente di strano, dunque, se oggi Willer aggancia i grillini, perché vuole essere coerente anche lì. Fossi nei grillini – dei quali penso tutto il male possibile, per inciso – comincerei a preoccuparmi: quando si manifesta l’effetto-calamita delle particelle della politica, probabilmente è già troppo tardi. Auguri.