laccanzone del giorno: The Bloody Beetroots + Jet, ‘My name is thunder’

The Bloody Beetroots è un progetto musicale che adesso dirò delle inesattezze ma è italiano, porta la mascherella e fa musica pestazza spesso ignorante che a me piace perché sono spesso ignorante e pestazzo e l’hard rocche pestazza come spesso l’elettronica. Siccome il signor Bloody Beetroots è saggio ha deciso di unirsi ai Jet, uno dei miei gruppi dilettosi, per far su un pezzone pestazza che la batteria batte costante e si salta tutti insieme.
Raccomando, per carità, il volume adeguato così che da 00:48 il ritmo si senta dritto nel centro del cranio. Eccolo (ma è meglio sentirlo qui che pompa di più):

Buone notizie, dunque: i Jet sono per davvero di nuovo in giro e io non mancheròlli, Bloody Beetroots è in gran forma e ha appena smollato un disco truffa, per usar parole sue, in cui c’è anche la versione rock del pezzo di poco fa.
Insomma, tutto va bene.

la più bella del giorno (il disagio mentale)

Cito ma testuale testuale (I had a “punk phase” in the 90s):

Ivanka Trump: ‘Sono stata una punk, ho pianto quando è morto Kurt Cobain’

Oddio, muoio, da qualsiasi parte si guardi è impossibile senza morir dal ridere.
La perla è dall’autobiografia della madre Ivana, nelle migliori librerie.

L’irresistibile diffusione del (virgolette e corsivo enfatico) punk (chiuse virgolette e fine corsivo enfatico) nell’East side nei primi Novanta.

Io sono stato un dark e ho pianto alla morte di Freddy Mercury.

farò quello che devo fare. Canterò (un anno dopo)

Il 17 novembre, a un anno meno un giorno dalla sua scomparsa, la Daptone pubblicherà l’ultimo disco di Sharon Jones & the Dap-Kings, Soul of a woman.

Si tratta di un disco concluso a giugno 2016, registrato tra una serata e l’altra del tour, ed è un pezzo della discografia ufficiale di Sharon Jones & the Dap-Kings a tutti gli effetti: quando pensavo che non ci sarebbe stato più niente, ecco un regalo davvero inaspettato.
Niente potrà compensare il dispiacere per la perdita, niente mi toglierà quel sentimento triste che mi piglia ogni volta che ci penso, un altro disco potrà però portare altre idee, altre sensazioni, altri pensieri. Anche altri muovilculo, magari, dipende dal tipo di disco che sarà.
Il primo singolo estratto, lo riporto qui sotto, è «Matter of time» ed è completamente, totalmente, Sharon Jones, per fortuna. Con tutta la grazia di cui era capace, anche nei momenti, tragici, mi commuovo a vederla ridere e ballare, e mi dico che devo – ancora una volta – imparare. Son regali, regali veri.

Certo, bisogna superare la tristezza quando a 1:34 o a 2:20 si vede Sharon con Charles Bradley, scomparso pure lui di recente, ma in fondo è bello così: vederli sorridenti e felici di fare quello che amavano fare.
E dunque su: festa per il nuovo disco, già pre-comprato, e giù il cappello, ancora una volta, per la sublime Sharon Jones: l’unica che avrebbe potuto sedersi sulle nostre facce come e quando avesse voluto. Viva!

non c’è nessuno in città (nobadi’s in taun)

Dopo la morte di Tom Petty, il 7 ottobre i Florida Gators – squadra di football americano di Gainesville, città natale di Petty – gli hanno reso omaggio prima della partita, sparando a tutto volume la sua I won’t back down. Novantamila tifosi che cantano tutti insieme una gran canzone mi danno brividi di soddisfazione.

eeeeeeeeeeeeibebi derisnoisiueiaaaaut. Notevole.
Guardando il video (che è da molto in alto ma ne esistono da più vicino) si vede quello che si vede sempre negli stadi americani: uomini, donne, adolescenti, bambini, nonni in carriola, insomma la ben nota capacità americana di creare l’evento. E la cantatona di Petty con il testo su maxischermo è esattamente quella cosa lì.
E allora ho fatto due conti: i Florida Gators sono una squadra universitaria e giocano nella Southeastern Conference, quindi la serie locale dei college della Football Bowl Subdivision (FBS). L’NFL – la serie maggiore – è piuttosto lontana. Ora: lo stadio in cui giocano – il Ben Hill Griffin Stadium – ha, si vede nel video qui sopra, 88.548 posti. Se non avete ancora detto cazzo! ecco un termine di paragone: San Siro a Milano ha 80.018 posti ed è il più grande stadio italiano, credo.
Il punto non è chi ce l’ha più grosso, il punto è che Gainesville ha, dato del 2016, 131.591 abitanti: il che vuol dire che, lasciati a casa i cani, gli ergastolani e le zie morte, tutti gli altri vanno allo stadio il sabato o la domenica a fare festa. L’evento, appunto. E si divertono mica poco, i bastardelli.
Se fossimo a Milano e le cose andassero alla stessa maniera, assumendo come buona la cifra di 1.368.590 abitanti (2016 anche qui), lo stadio della città dovrebbe avere 919.692,48 posti. Un milione, quasi, megojoni.
E il bello è che sarebbe pure pieno.

this decision is mine, I lived a full life

Oggi sono venticinque anni che è uscito “Automatic for the people“.

Fu epocale, probabilmente fu quella la cassetta a rompersi nell’autoradio e a non uscire più dal buco. Ma andava bene così, talmente era bello.
I R.E.M. qui erano probabilmente al loro massimo della forma e della creatività, and these are the eyes that I want you to remember, cambiavano di continuo tanto che il disco successivo, Monster, fu tutt’altro. E anch’io, per molte cose, ero al mio massimo della forma. Uno dei dischi della mia giovinezza, altroché.
[Uscirà un’edizione celebrativa del disco, qui].

Tompetti in sette canzoni, come ringraziamento

Il dispiacere per la morte di Tom Petty (Tompetti, il nostro amico) è ancora vivissimo ma, come bisogna fare, lo celebro e lo celebriamo nell’unico modo possibile e sicuramente nel modo migliore: ascoltando le sue canzoni.
Sono tantissime e ce ne sono molte davvero magnifiche, tocca scegliere. Eccone sette (ah, scegliere), rock da ascoltare ad alto volume e ricordando il grandissimo Tompetti.

Jammin’ me
Canzone del 1987, c’è tanto tanto Tompetti qua dentro, schitarrate, divertimento, ritmo, e quella cosa bellissima che Tompetti sapeva fare egregiamente: scrivere canzoni trascinanti.

Refugee
1979, come dice mr. L “quando entra l’Hammond è una goduria“. E questo basti.

Love is a long road
Forse il mio pezzo preferito tra i suoi, o almeno tra i primi. 1989, disco riuscitissimo (Full moon fever) e vena creativa irresistibile. Come resistere? Già a diciassette secondi mi aveva catturato, con quel cantato a labbra serrate che solo lui può. E poi: road – pausa – pum! Bellissimo.

Mary Jane’s last dance
Chiunque abbia più di quarant’anni si ricorda il video di questa canzone (è del 1993), con Tompetti che fa il medico legale e sottrae il corpo di Kim Basinger dall’obitorio, per amore. Come dire? Una canzone cui siamo affezionati, una generazione intera, quasi un rap talmente è serrato il testo.

Too much ain’t enough
Diobono l’inizio, ma senti l’attacco… e avanti, gran ritmo ed era il 1978: ancora, ancora, ancora. Non è abbastanza.

Even the losers
Puro Tompetti al cento per cento, con l’attacco di chitarra e il cantato che parte alto, l’inno agli ultimi e agli sconfitti e un ritornello che non puoi fare a meno di saltare su. Dal 1979, magnifica, il falso inizio è uno spasso.

I won’t back down
La mia preferita. Lo so, ma come si fa a decidere per una sola? E non posso resistere, dal 1989 ininterrottamente salto su sempre a sguazzagola e urlo: eeeeeeeeeeeeibebi derisnoisiueiaaaaut, eeeeeeeeeeeeeeeeibebibi. Meravigliosa.

Grazie, Tompetti.

(Tom Petty, una bellissima foto all’interno di ‘Hard Promises’, disco del 1981)

laccanzone del giorno: Hoodoo Gurus, ‘Bittersweet’

Gli Hoodoo Gurus sono, probabilmente, la band più sottovalutata del mondo.
Out That Door, What’s My Scene, I Want You Back, Come anytime, My girl, Death Defying sono solo alcuni tra i singoli estratti dal loro ricco cilindro che tanta gioia dà a una fettina di mondo. E, ovviamente, la bellissima Bittersweet dal grande riff, eccola:

Sì, è l’incisione originale, suona così così (qui meglio) ma averne, perdio. Perché chi, come me, è stato adolescente nel bel mezzo della new wave poi come minimo si commuove a certi ritmi…
Mi accorgo ora che, ultimamente, questa rubrichina staziona spesso in Australia (Cloher, Barnett, Jet e, appunto, Hoodoo Gurus) ma se sono bravi loro l’unica è dedicarcisi. I primi quattro dischi dei Gurus, Stoneage Romeos (1984), Mars needs Guitars (1985), Blow Your Cool! (1987) e Magnum cum louder (1989), sono pura manna musicale che casca dal cielo.

Dal 2003 gli Hoodoo sono tornati, con lo spirito di sempre.