In ricordo di Svampa, una sua bellissimissima copertina.
La mappa di Milano con i nomi/titoli delle vie/canzoni è notevole, l’unico difetto, veniale, è lo sgabello scontornato che resta come sedilino sospeso nel nulla. È pur vero che toglierlo avrebbe forse avuto ancora meno senso, visto che Svampa stesso sarebbe rimasto nel nulla, con quella posa innaturale.
Claire Denamur è una cantautrice e attrice franzosa e, come tale, bisogna stare attenti (essendo franzosa, intendo). Tra le cose che ha fatto c’è una cover dei Cold War Kids, Hang me up to dry appunto, che è uno di quei casi in cui la cover sopravanza lungamente l’originale: tanto è lenta, svogliata e priva di mordente la versione dei CWK, infatti, tanto la versione della signorina è azzeccata perché dà al pezzo – che è notevole – il giusto tono e la giusta velocità per colpire davvero.
I The Duke Spirit sono una band inglese in giro dal 2003 e al quinto disco, senza contare qualche progetto parallelo qua e là (Roman Remains, per esempio). Il tiro, come si dice negli studi della bassa, non è affatto male e, anzi, una delle loro caratteristiche interessanti è che cercano di non confinarsi troppo in un solo genere ma, al contrario, di provare a spaziare un po’ qua e là. C’è chi ci sente i Sonic Youth, chi PJ Harvey e qualcuno Patti Smith. Io no.
Dipende dai dischi, quindici anni di attività offrono prove molto diverse tra loro. Per esempio, a me piacciono anche This ship was built to last e il merito è quasi tutto della voce della cantante, Liela Moss, e My sunken treasure, un po’ per la stessa ragione. Un bel successone l’hanno raccolto anche con il brano Send a little love token, che deve avere avuto a che fare anche con i vampiri ma non sono sicuro di volerlo sapere. A seguire, hanno aperto per R.E.M. e Supergrass, per citare un paio di nomi succulenti che qui si apprezzano.
I Jet sono senz’altro la rock band più potente e interessante degli anni Duemila a parer mio. Get born, il loro disco di esordio, è fa-vo-lo-so e non scende mai dal mio coso che fa girare i dischi, e gli altri due loro dischi sono abbastanza all’altezza. Cold hard bitch è uno dei loro singoli più interessanti da sentire, in particolare dal vivo: qui è decisamente meglio che su disco, il pezzo ha una intro live davvero notevole che rimanda, dritta dritta, agli Who. Parliamo del 2007 e vualà.
I Jet, poi, nel 2012 si sono sciolti. E io mi sono maledetto per non averli mai sentiti dal vivo. Poi, dai e dai, pare che da questo inizio 2017 qualcosa si muova e che, forse, riappaiano sulla scena. C’è un pezzo nuovo, uscito in collaborazione con i Bloody Beetroots, decisamente dalle influenze AC/DC / Airbourne almeno dalle prime battute, eccolo qui. Stavolta non mancherò, Jet: sapevatelo.
I Silversun Pickups sono una band americana in giro da una decina d’anni con quattro album all’attivo. Dopo essere andati in tour con OK Go, Wolfmother e Snow Patrol, nomi belli, hanno fatto da gruppo di apertura per Foo Fighters e i grandissimi Kaiser Chiefs, che voglio dire. Dal loro primo album uno tra i loro singoli che preferisco, Lazy eye.
Poi, a differenza di tanti altri, non si sono persi per strada ma, anzi, hanno continuato a scrivere con qualità piuttosto alta, basti citare Substitution (bel video), Panic switch (ah, il ritornello), la notevole Kissing families e la bellabella Little lover’s so polite. Pian piano che si procede negli album, in senso cronologico, appaiono elementi di elettronica qua e là, il che non varia il mio giudizio: band molto molto interessante. Da seguire.
Una delle cose musicali più interessanti da fare in questi anni potrebbe essere: andare a sentire a New York il primo novembre prossimo Kurt il Vile, che è un sessantenne travestito da ventenne di grande qualità e spessore, come dimostra Pretty pimpin’, che suona con Courtney Barnett, della quale non so più come parlar meglio di quanto abbia già fatto.
Questo perché per provenienza e per musica il lato est del continente sarebbe quello più appropriato. A sud le Larkin Poe ma non è il caso di divagare. Comunque, un bel tour insieme – il merito è della Matador records, chiaro – tour che, direi, attualmente è una delle cose più significative nel mondo musicale suonato con, almeno, una chitarra. Speriamo si spostino a est.
L’ho già detto ma il pezzo, poi, ha preso il sopravvento, It doesn’t have to be like this, e ha occupato tutto lo spazio possibile nella mia scatola cranica.
E fin qui, tutto bene. Però nel disco c’è un sacco di altra ottima roba tra cui la strepitosa Just What I Needed/Not Just What I Needed, ripresa da un vecchio pezzo dei Cars, che ultimamente sta avanzando nei miei ascolti: per sentirla tocca o comprare il disco, eddai, o andare su quei servizi brutti che ti danno la musica senza darla veramente (qui, la cinque). Tra l’altro sono completamente d’accordo con lui, ci sarebbe davvero bisogno di porno fatto bene.
Comunque, CSH si conferma il disco dell’anno in quest’anno, cioè del 2016 che io ho davvero scoperto nel 2017. Bella scoperta.
Avere un telefono con le mappe, che fa il calcolo percorso, che trova, sceglie e prenota alberghi, che prenota e compra biglietti di aerei, navi, taxi, che noleggia cose e le restituisce, che ricarica le carte prepagate e che invia mail e messaggi, non serve a un cacchio, o quasi, quando uno è a casa.
Se uno è in viaggio, allora sì che la cosa è favolosa. A poterlo usare, vista la criminale imposizione del roaming (stronzoli).
Ma la vessazione, ora, è finita.
E, infatti, è stato bellissimo. Finalmente. Giuro, non pensavo che l’avrei visto da vivo.
Impossibile resistere alla Funky Style Brass, band matta di tolosani, il cui genere prediletto è definibile con una parola sola (muoviltuoculo). Il loro primo disco, del 2009, AquoGroovat, fu poi sottoposto a reedition, cioè risuonato e riarrangiato, e il risultato è questo:
Chi tra noi ascolta Radio Popolare la sera di domenica sera questa cosa già la sa, magari non ne conosce il titolo, esattamente come non conosce il volto di Francesca Carla, ma ce l’ha in testa. Per tutti gli altri, basta ascoltare il pezzo e seguire le proprie inclinazioni.
facciamo 'sta cosa
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