la rivoluzione messa in scena

Romania, 1989: fu rivoluzione? Fu colpo di stato? Fu una grandiosa messa in scena?
Fu di certo uno degli avvenimenti più misteriosi di quell’anno sconvolgente.
Ed Vulliamy
è un giornalista del Guardian e ha scritto un ottimo articolo su quei giorni di fine 1989, tra Timisoara e Bucarest. Nonostante sia un poco lungo, lo riporto qui (nella traduzione di Internazionale) perché davvero interessante.
Per chi vuole.
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Dorin-Marian Cirlan, il “boia”, entra nel polveroso ufficio fin-de-siècle dell’Associazione 21 dicembre. L’organizzazione, che prende il nome dalla data dello scoppio della rivolta di Bucarest nel 1989, ha fatto causa al governo rumeno per chiedere la verità sulle circostanze ancora misteriose della rivoluzione che vent’anni fa rovesciava il comunismo in Romania. Come accade spesso quando è la gente comune a fare la storia, la figura di Cirlan emerge a poco a poco.

Cirlan è uno dei tre uomini che uccisero il dittatore Nicolae Ceausescu e la moglie Elena il giorno di Natale del 1989. Cirlan ha svuotato il caricatore del suo Kalashnikov Ak 47 sui corpi della coppia, sparando a bruciapelo, dopo che i coniugi erano stati catturati dai rivoluzionari. Gli attimi immediatamente successivi all’esecuzione furono trasmessi dalla tv in Romania e in tutto il mondo, e sono rimasti impressi nella coscienza collettiva come l’atto finale di un’epoca. La più turbolenta e violenta delle rivoluzioni che hanno rovesciato il comunismo nei paesi dell’est Europa aveva raggiunto il suo obiettivo.
Ma, forse, la rivoluzione rumena non è stata quello che sembrò allora: una rivolta del popolo e dell’esercito contro il dittatore. L’uomo che guidò la rivolta e prese il posto di Ceausescu, Ion Iliescu, è stato più volte accusato di aver organizzato un colpo di stato, e non una sommossa. La strana storia di Dorin-Marian Cirlan sembra confermare questa ipotesi.

Ho incontrato Cirlan per la prima volta a maggio. Indosava un bomber nero, una polo blu, pantaloni neri e scarpe lucide. Ha un’espressione un po’ fissa, un volto severo e determinato. “Mi sono seduto sul corpo di Ceausescu dopo averlo ucciso, perché sull’elicottero non c’era altro posto. Probabilmente era più comodo dei sedili”, mi ha detto. “Era ancora caldo, e il suo sangue finì dappertutto sui miei pantaloni militari. Le forze armate non mi hanno mai ripagato la lavanderia”.

È la ricostruzione di un cinico paracadutista professionista che ha semplicemente eseguito degli ordini? Sembrerebbe di no. “Sì, ho sentito di avere una parte nella storia. So tutto della Rivoluzione francese, della ghigliottina, e ho capito che stavo facendo qualcosa di simile. Ma non ero tranquillo. Il processo è durato un minuto e 44 secondi, l’esecuzione meno di dieci minuti. Sono stato addestrato a combattere per questo paese. Ceausescu era il mio comandante in capo, sono stato addestrato a rischiare la vita per proteggerlo, e invece l’ho ucciso”.

Una lunga notte
Cirlan scava a fondo nella sua memoria con la precisione di un militare professonista. Eppure la storia finisce con lui isolato da quella stessa società che lui ha contribuito a liberare uccidendo il dittatore.

Alla fine degli anni ottanta, Cirlan è stato per due anni in un commando speciale dei paracadutisti. Quella mattina di Natale chiesero alla sua unità se ci fossero volontari per una “missione speciale”, una missione “zero gradi”. “Significava che non si era sicuri di tornare”. Otto pattuglie furono trasportate con due elicotteri. “Viaggiavamo a 150 chilometri all’ora, ma a soli 15-30 metri da terra per evitare i radar, e andando a zig zag”. La meta era una striscia di terra vicino allo stadio di calcio Steaua di Bucarest.

“Ci raggiunse un convoglio composto da un carro armato e alcune auto in cui viaggiavano alti ufficiali e il generale Victor Stanculescu che – lo avevo scoperto dalla tv – era il viceministro della difesa rivoluzionario”. Poi, scortati da altri elicotteri, volarono fino a Tirgoviste. Infine atterrammo”. Cirlan continua a ricordare, i gomiti sulle ginocchia, le mani intrecciate l’una nell’altra. Oggi non ha più l’aspetto di un parà, ma si può ancora intuire che una volta doveva avere un fisico imponente.

“Il generale Stanculescu disse subito che aveva bisogno di quattro uomini da ogni elicottero, e che avremmo agito anonimamente. ‘Miei cari compagni’, disse, ‘ho sempre avuto fiducia nei paracadutisti, e oggi ho fiducia nel vostro sostegno alla rivoluzione’. Disse che sarebbe stato istituito un tribunale militare speciale per applicare la legge del Fronte di salvezza nazionale, per processare e condannare la coppia che aveva fatto tanto male al popolo rumeno”.’Andremo avanti insieme fino alla fine?’, chiese, e dentro di me pensai: ‘Quale fine?’”.

“Poi il generale continuò: ‘Se ci sarà una condanna a morte per Ceausescu e sua moglie, sarete pronti a metterla in atto?’. E noi tutti rispondemmo di sì, come un coro. Ma il generale non era soddisfatto, e disse che chi fosse davvero disposto a eseguire la condanna doveva fare un passo in avanti. Facemmo tutti un passo in avanti. Allora incaricò tre di noi, un capitano, me (che ero un ufficiale qualsiasi) e un sergente. Ci fu ordinato di sgomberare l’edificio da tutte le persone, di stare di guardia alla porta del tribunale uccidendo chiunque avesse provato a entrare. Mostrarono al capitano il luogo dell’esecuzione, nel caso in cui Ceausescu fosse stato condannato a morte, e ci fu detto di svuotare l’intero caricatore contro di lui”.

L’esecuzione
Ceausescu fu portato in tribunale in uno stato di panico, sostiene Cirlan: “Non sapeva chi fossimo. ‘Siete rumeni?’, ci chiese. ‘Siamo con il generale’, risposi. Dovevamo stare di guardia fuori del tribunale, ma potevamo sentire benissimo. Quando il giudice lesse la sentenza fu un momento terribile. ‘Appello in dieci giorni’, disse la voce, ‘la sentenza sarà eseguita immediatamente’. Stavo per uccidere il presidente, ma dicevo a me stesso di non pensarci, soprattuto di non pensare alle implicazioni giudiziarie. Il generale Stanculescu prese posizione, ci ordinò di legarli, di portarli al muro e di sparare prima a lui e poi a lei”.

Allora apparvero i coniugi Ceausescu. “Piangevano come bambini”, ricorda Cirlan. “’Non possiamo essere uccisi così!’, gridò lui guardando verso di noi, ‘Ci ucciderete come bestie!’. Fu il momento più duro per tutti noi. Poi lei disse: ‘Rispettate almeno il nostro amore; non fatemi guardare mentre lo uccidete, fatemi morire insieme a mio marito’. E il generale ordinò: ‘Metteli al muro’”.

“Era terribile, fummo costretti a distogliere lo sguardo”, ricorda Cirlan. “Stavano lì, contro il muro. Sapevo bene chi fossero, ma improvvisamente vidi solo degli esseri umani – lui aveva un aspetto così spaesato. Poi lui mi guardò dritto negli occhi e gridò: ‘Lunga vita alla repubblica socialista rumena! La storia mi renderà giustizia!’, e cominciò a cantare l’Internazionale. Fu allora che arrivò l’ordine, e noi tre aprimmo il fuoco, di botto. Lo uccidemmo mentre stava cantando. Avevamo sparato da un metro di distanza, forse addirittura meno. Con solo la metà delle nostre munizioni già erano inchiodati al muro, morti. L’impatto delle pallottole sul corpo di lei fu talmente violento che finì così”, e Cirlan, fino ad allora seduto, si alza in piedi per mimare la posizione di Elena Ceausescu scagliata obliquamente contro il muro. Poi torna a sedersi sul divano in similpelle nera.

“Eravamo come dei robot”, dice. “Abbiamo fatto tutto in fretta. Dopo quel momento+ avrei solo voluto studiare filosofia e legge. Per capire quello che avevo fatto, anche da un punto di vista legale. Ero un semplice ufficiale che obbediva agli ordini del suo generale, e ho ucciso un uomo dopo un processo farsa. Ho ucciso Ceausescu il giorno di Natale, ma il decreto che istituiva il tribunale fu firmato solo il 27 dicembre, quando lui era già morto da due giorni. Aspettarono quella notte per mostrare i corpi in televisione. Nei documenti non c’è la minima traccia dei nostri movimenti di quel giorno. Ho ucciso il dittatore che tutti dicevano di odiare, ma da allora in poi mi hanno allontanato tutti, senza alcuna distinzione. A Iliescu non piacevo, la stampa mi accusava per la scorrettezza del processo, o per aver sparato tutte quelle munizioni. I politici non presero posizione e nel 1998 fui licenziato dal ministero della difesa”.

L’espressione fissa e assorta sul volto di Cirlan improvvisamente cambia. Si fa preoccupato, con un’aria rassegnata e sconfitta. “Ora sono un avvocato, ma vivo tagliato fuori dalla società, ai margini, una percora nera che dà consulenze legali. È già una fortuna che io sia ancora vivo per raccontare questa storia”. Con queste parole, l’ex “semplice” ufficiale Cirlan, il boia del tiranno, si alza in piedi, mi stringe la mano e lascia l’ufficio.

Al museo
Ho appuntamento con Cordruta Cruceanu fuori della Galleria nazionale d’arte di Bucarest, vent’anni dopo il nostro primo incontro. Nel 1989 era curatrice di un museo, quando gli scontri non risparmiarono neanche i quadri. Un giorno, mentre camminavamo per le gallerie, attraverso il buco sull’elegante parete lasciato dall’esplosione di una bomba, vedemmo nella piazza i carri armati che avanzavano sulle macerie carbonizzate, i giovani soldati – con i fiori sugli elmetti, messi lì dalla gente – sopravvissuti al fuoco dei cecchini e la folla che si radunava per assistere alla caduta del regime di Ceausescu. Sembrava la guerra di una volta, come in un vecchio cinegiornale in bianco e nero. Era passata una settimana dall’esecuzione di Ceausescu, ma ci vollero giorni perché si attenuasse la puzza di polvere da sparo, di granate esplose, e di edifici rasi al suolo.

Camminavamo sopra ai resti inceneriti delle opere del museo – i quadri crivellati di pallottole, le tele sparse a terra come cadaveri in un obitorio. “Come puoi vedere ci sono stati dei pesanti combattimenti qui, nella sala bizantina”, disse Cruceanu. “E abbiamo avuto un sacco di spari anche nella sala della pittura nazionale dell’ottocento, dove pensiamo che i nostri soldati esercito abbiano fatto irruzione. Ma gli uomini della Securitate (i servizi segreti di Ceausescu) devono essere passati dai corridoi segreti che collegano al palazzo, o dal lucernaio” – nel frattempo eravamo arrivati al terzo piano – “quindi la maggior parte degli scontri è avvenuta tra i dipinti europei, di cui sono la curatrice”.

Ho riportato nei miei appunti una piccola lista dei quadri danneggiati: il Sansone che spezza le colonne del tempio di Boccaccini, la Madre con bambino di Gentileschi e Haman chiede il perdono di Esther di Rembrandt. Alla fine della galleria c’era un pianoforte, ricoperto da un sottile strato di neve, caduta dai buchi sul tetto fatti dalle bombe e dalla punta di un campanile che ci era crollata sopra. Cruceanu sollevò il coperchio della tastiera e suonò qualche nota, credo di Bach. “Funziona!”, esclamò. “Allora vedi, c’è speranza!”.

A maggio di quest’anno ho incontrato di nuovo Cruceanu, in una bella giornata primaverile. La curatrice, che ora ha 55 anni, mi ha detto che nel 2000 c’è stata una mostra dei quadri danneggiati, e parlando degli eventi del 1989 ha dichiarato: “Ancora non sappiamo cosa sia successo davvero, e forse non lo sapremo mai. Ci sono troppe persone ancora vive di cui si proteggono gli interessi, e non sapremo mai chi ha combattuto chi, e perché. Quello che sappiamo, però, è che è stato un grande teatro, una messa in scena”.

La rivoluzione rumena è stata la più drammatica tra le sollevazioni contro il comunismo che vent’anni fa hanno attraversato e unito l’Europa. È stata anche la più misteriosa, la più ambigua e la più controversa.

Allora il mondo vide una rivolta di massa contro il regime di Ceausescu: prima a Timisoara, poi durante il memorabile comizio di Ceausescu a Bucarest, quando la folla cominciò a fischiare e a protestare. Poco dopo, lui e la moglie Elena furono uccisi. Tuttavia ci volle del tempo prima che il rivale Iliescu riuscisse a sottomettere la Securitate, ancora fedele al dittatore. Fu un periodo incredibilmente violento, e il numero dei morti, nei giorni prima e dopo l’esecuzione, rimane tuttora incalcolabile. Nessuno mette in dubbio che ci sia stata una coraggiosa rivoluzione popolare, una rivolta di strada fatta dalla gente comune. Ma ancora non è chiaro chi abbia manipolato il popolo, e perché.

E cosa tramavano dietro le quinte Iliescu, la sua fazione nel partito comunista, e i suoi generali? Dopo due decenni, ancora rimane persistente l’impressione che lo scontro sia stato organizzato ad arte, e la rivoluzione solo una facciata.

“Tra le centinaia di dicorsi pronunciati da Iliescu”, ricorda Cordruta Cruceanu,“ce n’è uno che mi è sempre rimasto in testa, quando ha detto: ‘In un paese come la Romania era impossibile fare la rivoluzione, quindi abbiamo dovuto metterla in scena’. Iliescu non è mai arrivato così vicino all’ammettere quello che molti pensano – o sanno – essere la verità”.

Come a teatro
La caduta di Ceausescu fu annunciata in modo indimenticabile: Ion Caramitru, il più famoso attore rumeno, diede la notizia sulla tv nazionale, i cui uffici erano stati occupati dai democratici rivoluzionari. L’attore, insieme allo scrittore dissidente Mircea Dinescu – anche lui apparso sullo schermo – era uno degli esponenti di spicco del gruppo.

Ricordo giornate e nottate intere passate negli studi televisivi – che erano assediati dai nostalgici di Ceausescu – con Caramitru impegnato in interminabili riunioni aperte in cui si discuteva sul futuro del paese e su cosa era giusto trasmettere. L’atmosfera aveva qualcosa del sessantotto e qualcosa di sconosciuto, quasi spaventoso.

Da allora Caramitru è diventato una star televisva, e uno dei più grandi attori shakespeariani d’Europa – soprattutto nei panni di Amleto e di Re Lear – ma non ha mai abbandonato la politica: ha lasciato il Fronte di salvezza nazionale di Iliescu quando è diventato il partito di governo e, tra il 1996 e il 2000, è stato ministro della cultura nel governo di coalizione dello schieramento opposto.

Nel giugno scorso, Caramitru – dopo una straordinaria interpretazione di Edoardo III al Teatro nazionale di Romania, di cui è direttore – mi ha invitato a bere un bicchiere di vino e a fare due chiacchiere nel suo ufficio pieno di libri. “Dopo aver passato due giorni nelle strade – il 22 e il 23 dicembre – cercai di parlare con l’ufficiale di un carro armato”, ricorda, “e gli chiesi se fosse lui il comandante. L’ufficiale rispose, in lacrime, che se Ceausescu era fuggito allora eravamo noi, il popolo, a comandare. ‘Tu sei il mio comandante ora’, disse. La cosa era surreale: ‘Bene’, risposi io, ‘allora prendi il tuo carro armato e portalo agli studi televisivi’. E lo facemmo, con la gente che marciava dietro in corteo. Organizzammo la trasmissione e poi fu il momento dell’annuncio: ‘Siete liberi, Ceausescu non c’è più’.
C’è stata una rivoluzione popolare, ma il popolo è stato ingannato”, dice.

“Noi eravamo romantici e ingenui, non avevamo nessuna relazione con la gente al potere. Nel giro di un anno fu chiaro che era stata semplicemente una fazione che ne aveva soppiantata un’altra, probabilmente con l’approvazione di Mosca, in quanto Gorbaciov si era accorto che il sistema di Ceausescu stava per implodere. Le istituzioni che avevano governato il paese rimasero intatte, cambiarono solo nome. In realtà, sono state uccise più persone dopo l’esecuzione di Ceausescu che prima. Se fossi nei panni di Iliescu, e se credessi in Dio, avrei paura del giudizio divino per tutti quei morti”.

Il risultato di questa rivoluzione a metà fu uno strano ibrido: un paese che abbracciava il mercato capitalistico, ma ancora governato dalla vecchia guardia. Un rapporto dell’Unione europea del 2008, mette in luce l’eredità di queste anomalie: la Romania è il secondo paese più corrotto dell’Ue, dopo la Bulgaria.

C’è stato un tentativo di eliminare la corruzione da parte del presidente Traian Basescu, ma il parlamento ha opposto una fortissima resistenza. Laura Stefanescu, una delle assistenti del ministro della giustizia di quel periodo, dichiara: “La nostra unica vittoria è che non siamo stati sconfitti, e che almeno l’immunità della classe politica non è aumentata. La Romania”, continua Stefanescu, “è come il sistema bancario internazionale, applicato a un’intera società: le regole esistono solo per le persone oneste; per chi è corrotto non c’è nessuna regola”.

La corruzione non dipende solo dalla “falsità” della rivoluzione, afferma Mattei Paulin, un banchiere cresciuto all’estero e tornato in patria dopo il 1989, ma anche dalla “complicità occidentale nelle privatizzazioni” che sono venute dopo. “Prima del 1989 c’erano diverse fazioni all’interno del sistema comunista”, spiega Paulin. “Ora, dopo quello che io chiamo un ‘regicidio’, piuttosto che un colpo di stato (lasciando proprio perdere la rivoluzione), queste stesse fazioni sopravvivono in quello che sembra un sistema capitalistico, ma in realtà è uno stato corrotto che ha svenduto le sue azioni della banca centrale, della compagnia petrolifera nazionale insieme e i diritti di estrazione a compagnie francesi, austriache o di altri paesi. E tutto solo per garantirsi la sopravvivenza politica. I poteri e le aziende occidentali sono stati al gioco volentieri”.

Un muro di silenzio
La bandiera simbolo del 1989, il tricolore blu-giallo-rosso con un buco al centro al posto del simbolo comunista, ancora sventola all’ingresso dell’Associazione 21 dicembre. Le vecchie pareti in legno sono coperte di foto del museo in fiamme, o di altri momenti memorabili di quei giorni, e di ritratti dei morti. L’associazione, diretta da Doru Maries, ha fatto causa al governo rumeno (ora attraverso la Corte di Strasburgo), per aver nascosto la verità dei fatti del 1989.

Maries, un ex giocatore di calcio professionista, era tra quelli che occuparono il palazzo del Politburo subito dopo la fuga di Ceausescu. Maries era anche tra quelli che impugnavano una pistola al momento dell’occupazione dell’edificio, ma la ripose non appena si rese conto di cosa stava accadendo. “A un certo punto, un gruppo è stato mandato nelle cantine per battersi con i ‘terroristi’ della Securitate”, racconta. “Un altro gruppo ha ricevuto lo stesso ordine, ma è sceso da un’altra scala. Finì che si spararono tra di loro. Noi sosteniamo che non c’erano ‘terroristi’, che l’intera operazione è stata una montatura, e i morti non erano necessari”.

Maries tira fuori alcuni documenti presentati in tribunale, da cui si viene a conoscenza del fatto che Iliescu aveva chiesto al partito comunista di continuare a raccogliere iscrizioni, e ai suoi dirigenti di rimanere al loro posto. “Per vent’anni”, dice, “abbiamo avuto solo un muro di silenzio, e penso che lo avremo ancora”.

Quando il movimento democratico rumeno si rese conto che le cose non erano quello che sembravano, cominciò una serie di manifestazioni di piazza contro Iliescu. Tra il 1990 e il 1992 il movimento fu ripetutamente sottoposto ai cosidetti minierada, gli attacchi violenti dei minatori di carbone della Jiu Valley. Era stato il leader sindacalista Miron Cozma, un fedelissimo di Iliescu, a mobilitare i minatori contro i democratici. Una volta i minatori saccheggiarono le sedi dei partiti, un’altra, invece, pestarono gli studenti durante una manifestazione. Sulla figura di Cozma, è stato scritto molto, poco invece si sa dei minatori rumeni e del loro sentimento di orgoglio e di vergogna insieme. I minatori hanno sempre avuto un posto speciale nell’iconografia del partito comunista, eppure nei loro casermoni di appartamenti popolari il riscaldamento a carbone era vietato.

C’è stato un ultimo raid dei minatori nel 1999, questa volta scesi in strada in difesa dei loro posti di lavoro, quando le miniere cominciarono a chiudere. La chiusura delle miniere nella Jiu Valley ha avuto esiti catastrofici, che rientrano nel prezzo che la Romania ha dovuto pagare per la libertà, quando ha scambiato la produzione industriale comunista con la dipendenza dal mercato. Questo prezzo è forse molto più alto di quanto si potesse pensare.

Miron Cozma è stato in prigione per il suo ruolo nell’organizzazione della proteste contro la chiusura delle miniere, ma è stato poi perdonato da Iliescu – nuovamente eletto al potere – e rilasciato nel 2004. Oggi, suo fratello Tiberio è tra i dirigenti del sindacato dei minatori. “Dal 1997 in poi abbiamo assistito”, dice Tiberio, “alla distruzione dell’industria carbonifera rumena, distruzione voluta per ragioni politiche dal governo e dal Fondo monetario internazionale. Prima in queste miniere lavoravano 47mila uomini, ora sono meno di undicimila”.

Un paese in svendita
A Dallas, una regione del nord dove si trova la miniera Vulcan, le fogne sono a cielo aperto, i bambini giocano tra l’immondizia, famiglie di disoccupati passano le giornate al balcone in palazzi fatiscenti, dove gli ascensori sono stati bloccati per essere usati come ripostigli. Ion Nelu cerca in qualche modo di mantenere la moglie e i tre bambini. È senza lavoro dal 1997, da quando lo hanno licenziato dalla miniera, e da allora tira avanti – racconta – “rubando materiale di scarto o carbone rimasto nella vecchia miniera. O magari andando nel bosco in cerca di funghi da rivendere”.

Verso nord c’è Aninoasa, una città completamente morta da quando è stata chiusa la miniera. Mentre la attraversiamo in auto, un gruppo di uomini sta caricando su un camion materiali di scarto e vecchi sanitari saccheggiati dalla miniera e dalle case abbandonate. “Non si fermi”, mi dice una voce. “È molto pericoloso”. È Szebiges Lajos, un vecchio minatore che osserva la scena seduto su una panchina. “È sempre stata dura”, racconta. “Prima avevamo i servizi segreti costantemente alle calcagna, ma almeno avevamo un lavoro. Ora non c’è assolutamente niente. Per quale motivo qualcuno dovrebbe chiudere una miniera perfettamente funzionante?”. Ora il carbone arriva in Romania dalla Russia, dall’Ucraina e dal Sudafrica.

Dall’altra parte dei Carpazi la storia è simile. Nei pressi del porto di Galati, sul Danubio, si trova ancora quella che una volta era una grandiosa acciaieria. Nel 1989, la Sidex era la più grande d’Europa, con la più vasta produzione di acciaio speciale del continente. Gli impianti ora appartengono a Laskhmi Mittal, il più grande magnate dell’acciaio del mondo, e l’uomo più ricco della Gran Bretagna. Secondo i dirigenti di Solidarity, un nuovo sindacato indipendente dei minatori, Mittal “sta amputando la fabbrica, arto dopo arto”. Proprio a causa di questi “ridimensionamenti” a giugno scorso gli uffici di Mittal a Lussemburgo sono stati assediati dagli operai in rivolta.

“Nel suo momento di masssima espansione, la Sidex ha dato lavoro a 40mila persone”, afferma Ilinca Bianocu, la presidentessa di Solidarity. “Quando Mittal l’ha comprata, ce n’erano 27mila. Ora siamo a 12.500. Il governo l’ha venduta per una miseria e oggi i nuovi proprietari dicono che non è più competitiva, per cui non ci investiranno”, spiega Bianocu. “E non riesco a capire perché: la domanda di acciaio cresce, il suo prezzo pure, ma qui non c’è lavoro. Non c’è alcuna buona ragione per smantellare questa punta di diamante della Romania. A meno che non vogliano trasferire l’intera industria in India o in Cina”.

Di ritorno a Bucarest, sono di nuovo in compagnia di Cordruta Cruceanu, che dopo avermi mostrato le gallerie del museo completamente restaurate, mi porta in un caffé risalente al periodo tra le due guerre, quando la città viveva un fortunato periodo di affinità cultuale con Parigi. “Sono riusciti a ristrutturare questi vecchi caffé in modo incantevole”, osserva lei, ricordando quando passeggiava tra le rovine di questo quartiere, oggi alla moda.

Oggi, tuttavia, “lavoro diversamente”, racconta. “Cerco di criticare e contestare i valori di questo paese che, francamente, mi sembrano alla deriva. Sono impegnata con un progetto a Sofia, con il quale allontano i bambini dagli schermi dei computer e li porto in cttà, per vedere come si relazionano allo spazio urbano, se gli arriva il senso di quella che nel Rinascimento era la ‘piazza’, la vita cittadina, nella sua dimensione materiale, artistica e sociale”.

Secondo Cruceanu “ripensandoci oggi, la Romania era più vulnerabile di qualsiasi altro paese dell’area comunista al mito del paradiso materialista, alla cultura dei centri commerciali e alla valutazione del successo in base ai beni che possiedi. È stato un passaggio impressionante, forse perché è avvenuto all’improvviso e ha coinvolto anche le classi più colte. E questo ha rovinato la Romania e tutto l’occidente, lo vediamo ora dalla crisi: l’occidente ha finito col credere alle sue stesse illusioni, alle false promesse in cui noi, nel 1989, riponevamo le nostre speranze. Sembra una vita fa, eppure era solo ieri”.

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