Dodici anni soli per avere il registro delle opposizioni per i cellulari, una favola. Quasi come una Trabant ai bei tempi. Vediamo quanto dura.
trivigantismi
minidiario scritto un po’ così di un paio di giorni in giro nei, ehm, dintorni di Roma: uno, treni del passato, mappozzoni di tufo, corsi principali, oleoteche
Il concetto di dintorno è da specificare, poi, promesso, provvedo. Mi chiamano per un paio di giornate di lavoro a Roma, però, dice, mi deve scusare ma non sarebbero consecutive, so che lei viene da fuori. Magari posso provare a… Oh, non scherziamo, non provi nulla, lasci tutto così che agli inframezzi ci penso io, incastrando qualche avventurella qua e là. Ma ci mancherebbe che mi comprime il lavoro e poi devo fare una tirata, peccarità. E allora, siccome Roma la mastico abbastanza avendoci vissuto, è l’ora di mettere in pratica un vecchio progettino: visitare qualche luogo a non più di un’ora di treno da una qualsiasi stazione romana. Il che, in tempi di alta velocità, vuol dire anche parecchio, in effetti. E la prima destinazione, con quel suo fascinoso montarozzo di tufo che ogni volta che lo vedo dal treno mi riprometto, è Orvieto.

Prendo un anacronistico intercity, manco pensavo esistessero più, che fa una tratta mirabolante: Roma-Trieste, fermando pure a Rovigo, Ferrara, Monselice, per dire, e in otto ore si vede un bel pezzo di Italia. Potrebbe essere un’altra idea. Orvieto sono tre quarti d’ora, destinazione valida. Il treno è proprio un intercity, l’involucro è intoccato da quando erano i treni principali, dentro un po’ riattato, con quegli scompartimenti da sei che si faceva conoscenza per forza. Ah, avessi una teglia di parmigiana, che bello sarebbe. E che bello un treno che non solo non va da un punto Roma a un punto Trieste a velocità supersonica fermando solo nei punti grossi ma un treno che va da un punto Roma a un punto Trieste facendo ventiquattro fermate in luoghi tutti ampiamente visitabili. Sul serio, ci si potrebbe costruire una signora vacanza, usando sempre la stessa linea, a multipli di ventiquattro ore.
Orvieto sta da parecchio su un panettone di tufo che è fortezza naturale su quattro lati, persino il più sprovveduto fondatore di città avrebbe puntato il dito e detto: qui. Attorno, tutta la piana, il fiume Paglia, affluente del Tevere, le colline sullo sfondo. Già fin dall’ottavo secolo, e dico avanti cristo, fu centro di scambi e commercio, la formula è ‘fiorente’, e in qualche modo lo è tuttora. Ma non è sempre andata liscia: in crisi dal quarto secolo, a causa dei dissidi tra classi sociali etrusche, nel 264 avanti cristo i nobili ben pensarono di chiamare in aiuto i romani i quali non sottomisero, non annetterono ma rasero al suolo, spostando la popolazione a Bolsena, Volsinii novi. Forse già intuirono che avrebbero avuto problemi da una tale roccaforte, chissà. Nel dubbio, si portarono via tutte le statue. Ci vollero secoli per ripopolare la zona, dalla caduta di Roma fu gota, bizantina, longobarda, poi libero comune, terreno di disputa tra guelfi e ghibellini, possesso del cardinalaccio Albornoz, che spadroneggiava da qui a Urbino e oltre, per poi diventare stabilmente possedimento della Chiesa. La città è formidabile, ci sono angoli in cui si potrebbe girare la biografia di Tommaso d’Aquino togliendo solo un paio di lampioni, altri in cui il Rinascimento esplode in gloria, luoghi stratificati per millenni, un duomo da pagina tre dei manuali di storia dell’arte, secondo solo a Siena e pochi altri, che a guardarlo tutto serve una vita, quella meraviglia del pozzo a doppia scala elicoidale di Sangallo per andarsi a prendere l’acqua cinquanta metri più sotto, resti di templi etruschi e il sepolcro di Braye di Arnolfo di Cambio, che detterà la regola per le nobili sepolture per secoli, una chiesa medievale con torre dodecagona che sta sopra una paleocristiana che sta sopra un tempio etrusco che sta sopra resti preistorici villanoviani e sì, mi dice la signora, ci hanno fatto anche il funerale di Anna Marchesini. Che brava che era, dice. Vero.

Come le città costruite su una rupe, per quanto piatta, ha una via principale che la attraversa per il lungo che ne è, ovviamente, il luogo più frequentato. Bergamo, per esempio. E se il turismo è oggi l’attività principale, va da sé che il corso è un’irresistibile sequenza di piattoni di ceramica, armature, oleoteche, delicatezze locali a base di cinghiale, persino la drogheria degli svizzeri, centrotavola di ceramica con i limoni, scudi, vini, elmi, tavoli a intarsio cosmatesco, limoncelli e liquori locali, umbrichelle, negozi di vestiti con lettere a caso, Alkimye, scarpe, olii al tartufo, gallerie d’arte, norcinate, mondi della pizza, cancelletti in ferro battuto, centrini ad uncinetto, mangiarini in ogni dove. Normale, è così ovunque tra Umbria e Toscana. Basta però, come sempre, svoltolare un angolo e tutto cambia, meravigliosi vicoli e vie coronate dal tufo giallo delle case. In A1, verso nord, tutti fermi, vi vedo. Sono tutti camion.
Le motivazioni che portano a scavare un pozzo di cinquantaquattro metri nel tufo possono essere varie e di certo importanti. Nel caso di Orvieto, papa Clemente VII, ritiratosi in città dopo il sacco di Roma, temeva un ulteriore assedio dei lanzichenecchi e garantirsi delle risorse d’acqua sicure divenne primario. Ma il mio pensiero, oggi di fronte a questo pozzo ma come di fronte agli acquedotti romani, non può che andare alla situazione attuale, alla crisi idrica che stiamo vivendo e che, presumibilmente, ci accompagnerà da qui in avanti, al fiume Paglia qui sotto che è un rivoletto e le campagne attorno gialle se non proprio attorno alle coltivazioni, alle piante che, ovunque, mostrano sete e fatica. La ricerca e la cura dell’acqua, la sua conservazione e trasmissione, fanno parte della nostra storia. Nessuno si è mai permesso di sprecarla, perché averla costava fatica, molta. Solo noi, oggi, ne consumiamo in modo abnorme, ne buttiamo ancor di più, la consideriamo una sostanza, nemmeno più un bene, qualcosa con cui far lavare l’auto e, peggio, in cui defecare. Dovremo tornare indietro, già scaviamo pozzi da cinquanta metri ma in pianura, figuriamoci, dovremo anche stavolta reimparare qualcosa che sapevamo già, dovremo spiegare con pazienza ai più lenti che serve attenzione e rispetto, che nulla è infinito e che ciascuno di noi, proprio perché tanti, conta poco in queste situazioni. Ancora.
Infine, ecco la storia dei dintorni. Appena ipotizzato Orvieto, tutti quei ficcanaso che poi ti propongono alberghi, ristoranti, attrattive, mi hanno suggerito anche il miglior dintorno della città. Eccolo:

Vabbè, bella forza, allora vale anche il reciproco. Miglior dintorno di Dalmine? Venezia. Capace anch’io.
la musica delle stagioni, primavera 2022
C’è stato il solquizzio, madonna, quindi è tempo di cadaunare la pleilista della stagione conclusa e iniziare quella entrante. Ed è già passato un po’. Va bene, con ordine: ecco la pleilista della primavera, oltre settanta brani per un viaggio in macchina da Biała Podlaska a Olsztyn, ma comodi.

Un sacco derobba nuova, ho cercato in giro. E ne sono abbastanza soddisfatto, pochi nomi noti e parecchia gente che ha voglia di fare, secondo me. Alcuni non dureranno oltre la stagione, ma altri eccome sì.
Eccole, tutte: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (92 brani, 6 ore) | estate 2018 (81 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (130 brani, 9 ore) | primavera 2019 (50 brani, 3 ore) | estate 2019 (106 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (126 brani, 8 ore)| primavera 2020 (101 brani, 6 ore) | estate 2020 (98 brani, 6 ore) | autunno 2020 (151 brani, 10 ore) | inverno 2020 (88 brani, 6 ore) | primavera 2021 (89 brani, 5,5 ore) | estate 2021 (55 brani, 3,25 ore) | autunno 2021 (91 brani, 5,8 ore) | inverno 2021 (64 brani, 3,5 ore) | primavera 2022 (73 brani, 4,46 ore).
Sfondato il muro delle cento ore complessivamente, ora è solo discesa. Ed ecco le copertine, per amor di completezza e, ovvio, di copertine.

















E son diciassette stagioni, CSI trivigante Maiemi, complimenti a me. Fa un po’ paura a moltiplicare per i mesi, già, ma pensando che sia musica allora passa. Butto lì un Arpeggio di Friska Viljor, Wild Flowers dei Warmduscher, My Weight di Lady Pills o Impossible dei Röyksopp, proprio per buttarle lì.
sembrerebbe il nevada ma non lo è
Da quando il 4 luglio del 1997 il rover Pathfinder mandò la prima fotografia da Marte, qui sotto, penso spesso a quell’immagine. Mi colpì moltissimo poter vedere Marte, Marte vero, proprio una fotografia. E poi, mi son detto innumerevoli volte, prova a immaginare se una fotografia del genere la vedesse, che so?, Copernico, Galileo. Non riuscirebbero a crederci, l’emozione li sopraffarebbe (ho incespicato nella coniugazione, lo ammetto), figuriamoci. Senza poi pensare al fatto che il coso è proprio là, su Marte, la cosa diverrebbe incommensurabile.

Domani, 12, la NASA pubblicherà la prima immagine scattata dal James Webb Space Telescope, per noi familiarmente JWST, e un po’ sento ancora l’emozione. Ma come quella prima, mai più.
solquizzio d’estate, tardivo oserei dire
Oggi è il solquizzio d’estate, quel momento in cui una stagione passa, la primavera, e comincia l’estate.

Come sempre, non è il caso di spiegare qui cose che sappiam tutti, la volta azimutale, la processione curvometrica e la derivazione orbitale del pianeta, tutte cose che fanno sì che la stagione muti. Meglio augurarsi una buona stagione entrante, ai meritevoli, e nulla agli insipienti.
Una domanda, solo: com’è che qui è luglio da più di un mese, già?
prendo tutto, anche il difficile
Facile scrivere quando si ha il cuor leggero. Facile, scherzare ed esser scanzonelli.
Certo, è difficile il contrario, mi son detto. Ma vale la pena farlo proprio perché è così.
Se no che gusto c’è? Andiamo.
ea menestra rescaldada no xé mai bona
Vorrei vedere Venezia con gli occhi di una persona che la vede per la prima volta.
il Zentralfriedhof Friedrichsfelde Lichtenberg, Luciano ha parlato
Il Zentralfriedhof Friedrichsfelde Lichtenberg è un cimitero di Berlino, piuttosto noto perché ospita il Memoriale dei Socialisti, il Gedenkstätte der Sozialisten, nel quale sono sepolti molti esponenti di spicco del movimento socialista, socialdemocratico e comunista tedesco, tra cui Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. È in questo cimitero che Mies van der Rohe eresse il memoriale per i caduti della rivoluzione spartachista, poi distrutto dai nazisti. Anche Käthe Kollwitz è sepolta qui. Insomma, per dire che merita una visita e, come vado dicendo, anch’io ci sono andato e sono contento di averlo fatto (anche nella mia guida vecchiotta di Berlino). Anche perché a poca distanza c’è quella che fu la sede della Stasi, il museo a essa dedicato e l’archivio dei documenti, ma questa è una storia tutta sua. Bisognerebbe cominciare guardando Le vite degli altri, film magnifico e terribile proprio su questo.
Ma tornando al Zentralfriedhof, impossibile non andarci dopo la recensione di Luciano, che infila due petizioni di principio, una concordanza sbilenca e insieme una valutazione politico-teologica, bontà sua, che da sole giustificano senz’altro la visita all’ameno cimitero.

Come tutti i cimiteri, Luciano lo sa. Socialista, riposa tranquilli.
una cosa cui non avevo mai pensato (righe bianche e nere uno)
Domenica a casa mia, in un quarto d’ora di buriana impressionante che lasciato un tappeto di foglie sminuzzate sul quale si sono adagiati dieci centimetri di palline da golf di ghiaccio, sul quale si è adagiato a sua volta un pino da venti metri, porello, tra le cose danneggiate dalla grandine c’è stata la mia auto. Eh, pazienza, che farci?
Lunedì quando il carrozziere mi ha detto che avrebbe fatto fotografie dei danni, mi sono chiesto come, visto che nelle foto che avevo fatto io non si vedeva nulla, se non i riflessi, nonostante i bozzi siano ben visibili a occhio nudo.
Poi l’ho scoperto e mi è piaciuto. È tornato con un tondo di cinquanta centrimetri di diametro fatto di stoffa tesa a righe bianche e nere. Appoggiandolo sulla carrozzeria e fotografandone il riflesso, là dove ci sono le ammaccature le righe si stortano, a seconda di larghezza e profondità.

E vualà, foto fatte, chiarissime. Complimenti, ingegnoso, davvero non male.
instamagnets (Ferragni, trema)
Da anni raccogliamo calamite da frigo, purché brutte. Ma brutte brutte.
Poi, una volta finito il frigo alcuni anni fa, siamo passati al livello superiore: il muro. Condivido il trucco: le monetine centesimine piacciono alle calamite, si attacca la monetina al muro e via, fatto.

Poi, con la costanza che ci contraddistingue e la dedizione ai viaggi, le calamille sono aumentate a dismisura, ora sono più di cinquecento, grazie anche ai produttivi scambi con amici affezionati altrettanto spostati (grazie G. e A.). Il che, in metri quadri, vuol dire l’intera parete della stanza del caffè nel santo uffizio. Il passo successivo, qualche giorno fa, a scopo di ampia e rigorosa documentazione e catalogazione, è stato aprire la pagina instagram.

Nonostante tra i social sia uno tra i più idioti, le cose vanno così di ’sti tempi, amen, comunque la prepotenza Ferragni ha le ore contate.