quando la Storia ha una faccia

Oggi è morto Mario Fiorentini, partigiano animatore del GAP di Roma. Fu lui a intuire la possibilità dell’attentato di via Rasella ai danni della colonna di SS, non vi partecipò perché aveva parenti che abitavano in zona ed essere riconosciuto avrebbe compromesso l’intera operazione.

Centotre anni, i conti son fatti: aveva ventiquattro anni, era tra i vecchi di quel gruppo di cui facevano parte anche, per dirne due, Carla Capponi e Rosario Bentivegna. Ora non resta più nessuno in vita, resta la memoria che un Feltri qualsiasi può tentare di insozzare se non stiamo accorti.
Per questo siamo qui, anche oggi.

ancora Bologna, ancora il due agosto (e son quarantadue)

Ancora.

Quest’anno, un’iniziativa commovente. Ottantacinque volontari, dalle 10:25 di stamane, sono partiti e stanno partendo per le destinazioni che le vittime della strage non raggiunsero mai: isole Tremiti, Arco di Trento, Ostra, Santa Cristina in Val Gardena e così via, un viaggio per ciascuno. Il viaggio che non poterono completare. Una valigia bianca ciascuno che consegneranno, una volta arrivati, a un passante, cui racconteranno la storia della persona che rappresentano.
Completare un viaggio è dare una conclusione e liberare energie per altro, per il prossimo, è necessario per lasciare libero lo spirito, per mettere un punto almeno su questo. Lasciarli liberi, almeno quello, di lasciare quell’accidenti di stazione e andarsene dove desideravano. La trovo un’idea meravigliosa, avrei partecipato con commozione, bravi Compagnia Teatro dell’Argine. Grazie.

minidiario scritto un po’ così di un paio di giorni in giro nei, ehm, dintorni di Roma: quattro, un luogo ameno da sempre, fontane a iosa, santuari idroelettrici, impiegati smarriti

Prosciutto e melone fa male? Pisolino quotidiano? A rischio infarto. Con la testa piena di questioni estive e prementi, parto per un altro dintorno. Non che le altre non lo fossero ma stavolta è una destinazione davvero da Grand Tour: Tivoli. Non è mica un caso se dalla Danimarca alla Bolivia i posti di ricreazione, bar, parchi gioco, giostre, ristoranti, li chiamano Tivoli quando vogliono far capire che il luogo è ameno. E non è, ovviamente, nemmeno un caso se di Tivoli parlano quasi tutti gli autori antichi e molti di essi ci si fecero costruire ville e ci vennero a scavallare l’estate. Perché Tivoli sta su una delle ultime colline verso Roma, poi è tutto piatto piattento, si vede lontanissimo, ed è anche alla fine della valle dell’Aniene, che lì fa uno svoltolone, un bel salto e poi scende giù e va verso la capitale. Insomma, verde, fresco e bella vista, gli ingredienti ci son tutti, basta evitare il melone col prosciutto, nel dubbio. Ah, Tivoli è pure più antica di Roma, si dice milleddue prima di cristo, immaginate gli sfottò nei bar. Secondo Dionigi di Alicarnasso fu fondata – eh, lo so, ho riso pure io ma non fa una piega – dagli aborigeni, cioè quelli che stavan lì fin dal principio, letteralmente. Noi li riteniamo Siculi, poi la storia andò come è facile supporre.

A Tivoli ci sono molte cose da vedere, io so già cosa non vedrò, perché merita una visita a sé con molta calma e il mio ricordo è ancora vivido: la sterminata villa di Adriano, ove l’imperatore si fece riprodurre il mondo conosciuto a suo diletto. Oggi, se tutto va bene, vedrò un paio di villone, una romana e una rinascimentale, un santuario usato per l’industria, un castellone costruito su un anfiteatro, un paio di templi, una cascatona e tante piccole cascatine, un paio di grotte, un’opera idraulica colossale, qualche belvedere, ovviamente il paese con le sue cose. Direi che è sufficiente. Insomma, vale il viaggio e varrebbe anche fermarcisi un paio di giorni, alla Goethe, per capire un po’ come funziona. Provo a raccontarlo anche se, lo so, di fronte alle cose entusiasmanti mi sfugge la brevità, ce provo.

Per restare a un tema di questo periodo e di questi miei giorni, l’acqua è un problema anche se ce n’è troppa, nel senso che entra in casa e ti porta via col letto compreso. L’Aniene è da sempre soggetto a piene torrenziali, è un fiume piuttosto grosso, e quello svoltolo nel centro del paese che la maggior parte del tempo è una delizia, talvolta diventa un problema. Plinio racconta la piena del 105 che si portò via mezzo paese. Per molto tempo si è cercata una soluzione finché nel 1832 l’ingegner Nonmiricordo propose a papa Gregorio XVI di scavare um tunnel nella montagna per far defluire il grosso delle acque al di fuori del paese, lasciando il vecchio corso, ormai placido e controllato, per le esigenze dei cittadini. Così si fece, si creò la grande Cascata, la seconda dopo quella delle Marmore in Italia, e l’opera idraulica diventò essa stessa motivo di visita a Tivoli, anche nel Gran Tour. Il vecchio salto del fiume, famoso per le sue ville, i templi, le grotte delle Sibille, nel dopoguerra venne utilizzato con saggezza come discarica. Ottimo. Oggi, grazie al FAI, la zona è recuperata e visitabile, e fate ’sta tessera, è la cosiddetta villa Gregoriana ed è una vera meraviglia, tra spelonche, resti romani, cascate, forre, templi e verzure. A un certo punto, col precipitare delle acque, ci sarebbe voluto persino un golfino, figuriamoci.

L’abbondanza di acqua è anche all’origine della scelta del cardinale Ippolito d’Este di farsi costruire una villa sontuosa proprio qui a Tivoli, forse sulle fondamenta di quella di Mecenate, che non sappiamo dove fosse. La particolarità di villa d’Este, che pure è meravigliosa e un esempio di Rinascimento insuperabile con un sacco di Zuccari, sono i giardini e soprattutto le fontane: si dice siano più di cinquecento, una da sola ha trecento cannelle, ce ne sono alcune gigantesche, altre minuscole, alcune hanno i pesci, una addirittura suona, c’è una scala tutta di marmo sul cui corrimano scorre l’acqua, insomma un trionfo di spruzzi, getti e schizzi. Il tutto in un parco ovviamente verdissimo. Il fragore degli scrosci è notevole, mi piacerebbe dormirci una volta, e il suono da solo basta a placare la sensazione di calura, come ben sapevano gli arabi. Io le giro tutte tutte e sono convinto di essere riuscito nel mio intento: mettere la testa in tutte e cinquecento.

Dopo tutta quella acqua, la realtà. Esco e il sole è azimutale e picchia con forza ma io devo vedere ancora una cosa almeno: il santuario di Ercole vincitore. Che è uno dei santuari, cioè tempione, criptoportico, aule eccetera, di epoca repubblicana più grandi della romanità. Bisogna scendere un po’ da una collina tutta brulla, un paio di volte ripenso a tutta quell’acqua così a portata di mano e mi chiedo se proseguire, poi noto poco avanti a me un uomo con zaino e sudore che sta evidentemente compiendo la mia stessa scellerata scelta, camminando di ombra in ombra. Alla prima curva attacco bottone, è Mirco (cappa?) e oltre a essere simpatico è pure archeologo, cosa meglio? Facciamo la visita insieme, che è sempre interessante. Del santuario resta pochino perché, oltre a essersi portati via i marmi come al solito, a un certo punto sul suo enorme basamento ritennero opportuno metterci prima una fabbrica di archibugi, “cose alla bresciana” le definisce il documento di fondazione e poi, vista l’acqua, una cartiera. Di quelle ottocentesche e pesanti. Quindi è una commistione di archeologia sia antica che industriale notevolissima ma dal punto di vista del santuario le cose son più complicate. Visto che già c’era l’acqua, causa cartiera, e le fondamenta, causa santuario, l’allora Enel vi installò una condotta forzata che ripigliava l’acqua in caduta da villa d’Este e delle belle turbine, che illuminarono sia Tivoli che, poi, Roma. Ancora bene ma ciao santuario. Poi la cartiera chiuse per conto suo, l’Enel mise un’enorme targa a celebrare la propria generosità nel chiudere la condotta nel 1993, che carini, e quel che rimane è questo enorme accrocchione di attività umane lungo duemila anni che viene visitato solo dai pazzi. Come pazzo sarà di certo diventato l’impiegato del museo dentro il santuario, dato che il museo, grande idea tipica di certi recuperi italiani, non è per nulla segnalato né si capisce che a un certo punto si possa entrare da qualche parte. Credo, dall’espressione, che potremmo essere le prime persone che vede da decenni, ormai fa parte dell’arredo come i pochi resti romani disposti nelle due stanze del museo. Facciamo due chiacchiere, gli consigliamo di non uscire e andiamo, in risalita. Ciao Mirco, grazie delle belle chiacchiere e delle spiegazioni sui tessuti murari, buona prosecuzione, lo saluto ed è buffo che vada a Caserta, al contrario del mio giro. Se per ventura ti dovessi leggere qui, perdona l’imprecisione del linguaggio archeologico.

Dopo tutta l’ubriacatura d’acqua di villa d’Este – il dato idraulico parla di ottocento metri cubi al secondo, moltiplicare per mille per avere i litri – è curioso che io cerchi un baretto per pigliare una bottiglietta d’acqua da mezzo litro e il ritorno a una realtà calda e piuttosto riarsa è difficile da mettere a fuoco. È uno degli aspetti tipici dell’acqua, esserci o meno, là dove c’è ce n’è molta, dove ovviamente non c’è non si scappa. Difficile si redistribuisca in modo uniforme, al di là del muro ce n’è da scoppiare, qua fuori sembra il Colorado. Il paese qui a fianco, Marcellina, non ha il fiume e di conseguenza ha da sempre un’economia e uno sviluppo del tutto diversi, meno floridi ovviamente. Di certo Orazio mica si sarebbe costruito la villa a Marcellina, con rispetto parlando. Son banalità, lo so, ma riflettere su ciò che si ha, o non, in modo piano serve anche a riconsiderare il valore di alcune cose e a non darle per scontate. L’acqua credo sia la più importante.

Eccomi qua, anche questo girolino è tutto sommato finito. Ci ho messo dentro qualche altro piccolo dintorno, Ponte Nomentano perché pur sempre di Aniene si parla, Sant’Agnese fuori le mura, luoghi che alla fine non son più nemmeno dintorni ma Roma stessa. Nonostante non avessi molti giorni disponibili, non si è trattato di un ripiego, tutt’altro, ho visto cose meravigliose e di grande qualità, persino con poco sforzo organizzativo e di movimento, e poi come si mangia in Italia, ah signora mia. Ho visto, come dicevo, pezzi di Grand Tour che i viaggiatori di un tempo sognavano una vita e potevano fare solo se ricchi e con del buon tempo, un’altra cosa fortunata della contemporaneità da non dare per scontata. Certo, ci sono anche le controindicazioni, per esempio stamane ho visitato il giardino di palazzo Colonna nel centro di Roma e l’ho trovato francamente piccoletto, una sola fontana miserina con una statuetta sghimbescia e uno spruzzino che nemmeno un rubinetto rotto. Eh già, villa d’Este mi ha rovinato i giardini di tutte le ville future e un po’ anche di quelle passate, retroattivamente, il confronto sarà quasi sempre impari. Vedi cosa succede ad andare in giro? Sto celiando, ovviamente, vedere il meglio è già di per sé una fortuna e per arrivarci bisogna vedere molto del resto, quindi tutto bene. Altrimenti non ce ne si accorge. L’idea per me, sempre di più, è fare viaggi sulla base di un progetto, anche minimo, e questo era i dintorni, diciamo, di Roma, a un’ora di distanza. È andata molto bene, non poteva che essere così, l’importante, credo, in questi casi sia fare il meglio che si può con ciò che si ha a disposizione. E quel che si ha, che si può avere se possibile, alla fine sono cuore e un po’ di entusiasmo. Il posto, la distanza o il dintorno non contano.


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minidiario scritto un po’ così di un paio di giorni in giro nei, ehm, dintorni di Roma: tre, i bacili, van wittel, usare la conoscenza per fare cose sagge e belle

Sempre per la questione discutibile dei dintorni, che lo diventano se raggiungibili in poco – per cui per fare un esempio su Roma, Napoli è più dintorno di Tivoli – vado a Caserta. Treno dritto per Lecce, un’ora secca. Niente male, considerando ciò che offre. La reggia, ovviamente. Che è pure, proprio proprio, sulla via Appia, son commosso. Qui la storia è complicata e implica il matrimonio di Elisabetta Farnese da Parma con il re Filippo dalla Spagna, la successione sfortunata di un certo numero di figliastri – di lui, che caso – fino ad arrivare al primogenito di lei, Carlo, che, grazie alla guerra di successione polacca, sì, polacca, acquisì tra le altre cose il regno di Napoli. Settecento, comunque. Poiché Napoli era troppo esposta al mare, e già gli inglesi avevano spadroneggiato non poco, e alle intemperie del Vesuvio, Carlo comprò dai Caetani il territorio di Caserta per farvi casa di vacanza. E così fu, grazie all’architetto di corte Vanvitelli, nella seconda parte del Settecento. Loro non lo sapevano ma erano un po’ al limite di un’epoca e la reggia sarebbe servita poco, come poco sarebbe durata la dinastia dei re napoletani e Carlo stesso. Prima Murat, poi la restaurazione, breve, e poi la caduta con l’Italia unita, cui seguì la scomparsa di buona parte delle monarchie europee. Pensavano di durare in eterno o, comunque, parecchio. L’avessero saputo, avrebbero speso i sette milioni di soldi in altro modo, immagino, invece che costruire la reggia più grande del mondo (poi abbassano la voce, quando uno dice Versailles?, e dicono per volume). Poi la storia continua che ci girano i film e ci vanno i turisti, cioè io.

Il violino, non oggi. Purtroppo.

C’è una buffa storia che ho raccontato tempo fa sulla reggia appena incamerata dai Savoia, e aveva a che fare con dei bacili a forma di chitarra di uso sconosciuto per quei buzzurri del nord. Ho il vago sospetto che, come tante altre storie, faccia parte di una propaganda filoborbonica ancora attuale, che mette l’accento su quanto il regno delle Due Sicilie fosse avanzato e fiorente rispetto a quello di Sardegna e Piemonte. La questione è ancora viva, si è visto nel centocinquantesimo dell’Italia unita, francamente però son partigianerie noiose e di poca importanza storica, buone per i convegnetti locali terreno di conquista di storici improvvisati. Di sicuro il regno era evoluto, sperimentava senz’altro commerci e progresso, la prima ferrovia italiana a doppio binario fu la Napoli-Portici, la zona era ricca fin da Ercolano e Pompei, le industrie c’erano. Come che sia, al di là delle polemiche, che ci siano i bidet è un fatto, bravi e netti.

La stazione è proprio di fronte all’enorme piazza della Reggia, il biglietto si compra online, francamente è difficile chiedere di più. Biglietto Reggia più parco, è ovvio, perché il giardinone, a forma di enorme violino, è altrettanto interessante. Lunghetto, parliamo di chilometri e centinaia di ettari, risparmiati per fortuna dalla voracità di Caserta nuova. Degli appartamenti e delle sale di rappresentanza, la cosa più impressionante è lo scalone con il vestibolo di raccordo sopra, foresta di colonne e archi colossali, ben lo sanno i registi che qui hanno ambientato scene persino di fantascienza. Io un pochetto più di oro e marmi in giro l’avrei messo, se devo essere sincero. Certo che se poi riempi ogni cosa di monogrammi, anche gli schienali imbottiti delle sedie, poi arriva Giuseppe Bonaparte che li cambia tutti e poi quando si torna tocca di nuovo scalpellare e scucire tutto. C’è pure un vasone di marmo dono del papa a ringraziamento dell’ospitalità a Gaeta, quando scappò dopo i fatti del ’49. Ah, se lo fossero tenuto, chissà come sarebbe andata. Io, lo ammetto, prediligo le sale colossali, al ventottesimo salottino vellutato con vedutisti partenopei e vasetti di porcellana di Capodimonte, ho qualche mancamento. Non male la stanza da letto di Ferdinando II il cui mobilio fu interamente bruciato nel 1859, alla sua morte per supposta malattia contagiosa. No, mi spiace, io non glielo porto il latte, nonono, poi metti che tocco il comodino per sbaglio.
Aggredisco il parco. Sono circa quattro chilometri in linea retta, di vasca in vasca, di fontana in fontana, con rampa finale alle cascate dell’acquedotto carolino. Affittano bici, bici elettriche, c’è un pullmino che fa la corsa fin su e per fortuna che col nuovo direttore, persona civile, hanno smesso di affittare i quad. Io vado a piedi, perché devo testare tutto, nonostante i settantanove gradi centigradi centosei percepiti. E poi bisogna pure tornare.

Ma è come fosse mio, come se fossi Ferdinando qualcosa che passeggia ragionando di Ragion di Stato, diffidando del real amministratore. Chissà chi è tutta ’sta gente nel mio giardino? Mah, voleranno teste prima o poi.
Voglio vedere ancora una cosa, qui, ma non ci arrivo a piedi. Contratto con un tassista una tariffa ragionevole e andiamo verso Maddaloni, nella valle, rispettando qualche luogo comune: niente cinture, riserva sparata, mezza strada con le ruote oltre la linea continua. Però è simpatico. Voglio vedere, e lo vedo, l’acquedotto carolino, un’oretta di gita. È talmente imponente che pare romano antico, circa sessanta metri d’altezza, ma è invece vanvitelliano, perché porta l’acqua alle vasche del parco reale. Che bravo, Vanvitelli, regge, giardini, idraulica, acquedotti colossali, decisamente versatile. Tre ordini di archi, cielo azzurro, manco un marciapiede per stare, tipo camoscio di notte sull’autostrada. Ma il punto, ancora, è: costruire un artefattone del genere per portare l’acqua e pare che poi uno la spreca? Ma per nulla, prima nelle vasche e poi nell’acquedotto cittadino e per i servizi della reggia. Troppa fatica e troppo costosa, l’acqua. È ancora così, dovrebbe, altro che piscinette d’acqua potabile al Brico.

Ci sarebbero a tiro santa Maria Capua a Vetere e Capua ma troppo per un giorno solo di gita fuori porta. Mantengo il segnalino sulla mappa, natavolta. Reintegro i liquidi consumati nell’impresa del parco della reggia con un bombolotto di ricotta e uvetta che pesa quanto un sampietrino, riesco a farlo scendere con un cappuccino rovente – il trucco è sempre lo stesso: scalda il tuo corpo più dell’ambiente esterno e avrai fresco – e mi dichiaro soddisfatto. Un saluto a Vanvitelli nel suo parchetto, per inciso il suo babbo dipingeva bene e suo figlio seguì con valore le orme paterne, e via di ritorno, con il comodo treno.


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minidiario scritto un po’ così di un paio di giorni in giro nei, ehm, dintorni di Roma: due, vivere a un’altra velocità?, non buttate la chiave, santarrosa

Cose rimaste da fare a Orvieto: il giro della rupe, un sentiero che ne costeggia la base sul perimetro; la visita alle necropoli etrusche. Prossima volta, sempre lasciarsi indietro qualcosa, è il mio equivalente della monetina nell’acqua. Prendo la funicolare perché la voglio provare. Appena costruita, l’aumento del peso della vettura a monte veniva generato con l’acqua, ora ovviamente la trazione è elettrica ma il resto, fino al bigliettaio, è lo stesso. Me ne torno a Roma, come da piano.

Un paio di giorni dopo, riparto. Viterbo, stavolta. Il bello è che è più vicina a Roma di Orvieto, son novanta chilometri dritti sulla Cassia, è pure ancora Lazio ma ci si mette un bel po’ di più, non essendo su linee veloci. E allora entro in un mondo locale, fatto di trasporti misti, treno e autobus, stazioni nel nulla, la lentezza fisica, sociale e umana di cui ci si riempie la bocca nelle città. Provate. Tra calanchi e campi di girasoli, la massicciata dell’alta velocità – non ci si crede quanto rumore faccia il treno lanciato a duecentocinquanta all’ora, micidiale – e cucuzzoli abitati da paesini minuscoli, mi trovo a far passare un’ora nella stazione di Attigliano. Stento a capire dove sia il paese, la stazione è una stanza non-luogo annessa al vero luogo, il bar. Alla cassa, una signora paga le bollette, ci sarà un ufficio postale?, un’altra commenta il titolo di Donna moderna, Tutte in tuta. Il nuovo chic metropolitano, ennò, la tuta no, eddai, il jackpot del superenalotto è oltre duecento milioni di euro, figuriamoci, chi ha preso la chiave del bagno? Arriva er Principe a bordo di una Regata 70s, peserà duecento chili, lo salutano tutti, alla radio Lemon tree dei Fool’s garden, le mani battono sui tavoli manco fosse l’hit dell’estate. Di questa estate. Nei dintorni, questi sì, si segnalano: la sedicesima sagra del cinghiale di Graffignano; la sagra degli arrosticini a Guardea; la festa della trebbiatura di Castiglione in Teverina; la festa della birra a Bassano in Teverina; il palio della colomba di Amelia; la ventottesima edizione del festival Il sole La luna di Giove (è un paese); la festa In bocca al luppolo di Baschi; la sagra del baccalà di Bomarzo; Porchettiamo a San Terenziano. Non male, ci si copre l’estate. Il pullman arriva con venticinque minuti di ritardo ma nessuno fa una piega e per percorrere i ventitré chilometri verso Viterbo fa un giro comico, mettendoci quasi un’ora. Volete la lentezza? Sicuri? Almeno i treni per Tozeur avevano il fascino dell’esotico. Su e giù per dossini e dossetti ricoperti di ulivi e villette di finta pietra, non mi stupirei di passare per Scatorchiano e vedere Brancaleone al ciglio della strada che ostia contro la sorte.

Né etrusca, preferivano il resto della Tuscia, né romana, c’era Ferento con il suo enorme teatro a otto chilometri, Viterbo ebbe il suo momento a fine milleddue, quasi millettré, quando a causa dei disordini a Roma la sede papale fu spostata qui. Fu ampliato il palazzo vescovile e per circa trent’anni i papi risiedettero a Viterbo. Ed è qui che avvenne la più complicata elezione papale della storia della Chiesa, dal 1268 al 1271, ben 1006 giorni di soglio vacante. Tra la debolezza intrinseca della Chiesa, le ingerenze della nobiltà locale e delle monarchie europee, il ferale 1270 in cui morirono i re di Francia, Inghilterra e Navarra, i cardinali non riuscivano a convergere su un nome. I viterbesi, esasperati, rinchiusero a chiave nella sala grande del palazzo i cardinali e li misero a pane e acqua. Era nato il conclave, clausi cum clave. Non tanto per tenerli prigionieri, quanto per evitare le ingerenze esterne. Anche ciò non bastò, allora il podestà di Viterbo fece levare il tetto, esponendo il concilio dei cardinali alle intemperie. Ne morirono un paio ma la ragion di stato viene con evidenza prima. Alla fine, nominarono una commissione ristretta che trovò accordo su Gregorio X, che non solo era in terra santa ma che andava pure ordinato sacerdote. Ma era figura di rilievo e, tra le altre cose, fece diventare il conclave una regola delle elezioni papali. La sala è ancora lì, il tetto c’è ed è piuttosto emozionante sapere quel ch’è stato. Qualche papa dopo, Giovanni XXI, che aveva approssimato la numerazione, considerando buoni un Giovanni antipapa e un Giovanni scismatico – oggi lo consideriamo diciannovesimo -, si fece costruire una bella stanzona con soffitto affrescato nel palazzo per farvi camera da letto e il soffitto stesso gli crollò addosso poco dopo, rendendo necessario un altro conclave. Erano anni complicati, quelli, nello stesso 1271 del disgraziato conclave nella chiesa di San Silvestro in città venne ucciso sull’altare Enrico di Cornovaglia, mica bazzeccole, figlio del re d’Inghilterra e nipote dell’imperatore, Dante lo ricorda. Oh sull’altare, proprio davanti alla piazzetta dove io sto mangiando pacifico la mia insalata, pensa te la Storia.

Dopo, Viterbo non ebbe più picchi paragonabili – se si esclude l’essere oggi il centro nazionale dell’Aviazione – anche se qualche papa in villeggiatura lo vide comunque, specie essendo i Farnese e i Chigi di zona. La via Francigena, in ogni caso, passava e passa di qua, nel bel mezzo della città, e attraversa un quartiere medievale di grande fascino, parzialmente scampato ai copiosi bombardamenti che hanno reso il resto di Viterbo un po’ incerto, irregolare, condominiale e assediato dalle auto. Molto cinema è stato girato qui e, in generale, nella Tuscia, da Fellini a Pasolini alla gloria locale, il maresciallo Rocca. A nord, nella fortezza Albornoz, ancora tu?, poi Farnese ingentilita da Bramante e Vignola, ha sede il museo nazionale etrusco che è, dico io, formidabile per quantità e qualità dei reperti. Perché non è la solita teoria di lucerne, seimila, e qualche scritta destrorsa, ma case, stanze, vasi, scudi, elmi, collane e monete, tutta roba grande e di qualità fina, persino una biga decorata in bronzo. Ecco, per dire, se pensate di avere un tetto moderno e ben fatto, vale la pena vedere questo.

Il promotore degli scavi, parliamo degli anni Sessanta e Settanta, ed è curioso, fu Gustavo Adolfo sesto re di Svezia che non solo finanziò ma partecipò in prima persona alle campagne archeologiche. Quindi, molto dobbiamo alla Svezia della nostra conoscenza degli etruschi, chi mai l’avrebbe detto. Noi avremo scavato i vichinghi? Eccolo bello contento proprio in mezzo, appoggiato sul braccio sinistro.

Mentre ascolto Radio Subbasio leggendo le notizie locali del Messaggero, Sgarbi in città per una conferenza in qualità di sindaco della vicina Sutri, il bollino rosso del caldo, l’entusiasmo romano per Dybala giunto fino a qui, assisto al montaggio dell’impalcatura per la macchina di santa Rosa, che è uno di quei campaniloni devozionali portati a braccia per la città con in cima la statua del santo, santa in questo caso. I numeri sono notevoli: trenta metri di candelabrone, cento portatori, cinque tonnellate il peso con un pro capite ponderoso, cinque tappe sul percorso, ogni anno una costruzione diversa, benedetta la vetroresina. La data è il 3 settembre, per chi intendesse, e rilevo che non c’è una strada una in piano.

La zona è ricca di meraviglie, ogni pochi chilometri qualcosa per cui fermarsi c’è, che sia una necropoli etrusca, un lago vulcanico, una villa rinascimentale in cui hanno girato the young pope, un paesello caratteristico, un castello farnesiano, un licenzino sotto una pergola. Certo, probabilmente è meglio avere un’auto, se non si hanno sei mesi liberi. Oppure, e questa sto cominciando ad accarezzarla, un motorino, che renderebbe la cosa anche più interessante.


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