l’incompiutismo

Con grande arguzia, qualcuno ha notato che «il più importante stile architettonico in Italia dal secondo dopoguerra a oggi» è l’incompiutismo, ovvero le opere architettoniche non finite e lasciate lì.
Sono oltre 600 e, solitamente, belle grosse, le opere incompiute: Alterazioni e Fosbury Architecture ne hanno fatto un catalogo, INCOMPIUTO: La nascita di uno Stile, Humboldt, 2018, un viaggio attraverso quelle che loro chiamano – in modo appropriato – le «rovine contemporanee».
L’idea è buona, infatti ho acquistato prontamente e sono in attesa del postino, non vedendo l’ora di ricevere una serie di sonori cazzotti alla bocca dello stomaco.

Perché mica ci si crede, finché non si vede. Ne cadauno una io, tra le opere dell’incompiutismo che conosco: l’Asti-Cuneo, l’A33, gioiello suddiviso in più tronchi alcuni dei quali hanno l’aspetto qui sotto.

Tutti scappati? Rapiti? Disintegrati?

un dolore a livello del mare

Venezia, oggi, è proprio un posto curioso.

Fino a non troppi anni fa sarebbe stato il contrario, il traffico sarebbe stato sotto il ponte.

Alcuni giorni fa, nel sestiere Castello o lì vicino, un ladro introdottosi in un appartamento ha trovato un uomo, il padrone di casa, deceduto. Può capitare.
Il problema è che era deceduto da sette anni. Ecco, questo non dovrebbe capitare. A maggior ragione in una città come Venezia, la città del vicinato, delle reti (sociali) e delle relazioni per eccellenza.

I residenti ufficiali del centro storico, dato della fine del 2017, sono 53.976: pochini per una città che nel 1951 ne aveva 174.808. Cinquantamila persone è la soglia comunemente ritenuta del collasso, ovvero quel momento in cui la popolazione è talmente rarefatta che le strutture essenziali vengono meno.

Poste, carabinieri, medici di base, fornerie, ambulatori, notai e così via. Spariscono per popolazione troppo diradata. In Veneto la media è un posto letto in ospedale ogni 33 abitanti, a Venezia ce n’è uno ogni 96.
Allora le case, potrebbe dire qualcuno, costano poco, dato che sono vuote. No, anzi, oggi costano parecchio perché Airbnb è dappertutto: rendita facile, veloce, poche tasse o meglio nulle, nessun obbligo e nessuna ricaduta positiva sulla città, ma solo sulle tasche del singolo privato. Hai voglia a mettere i tornelli…

Il povero signore deceduto da sette anni non solo non aveva più vicini residenti ma se li aveva erano di volta in volta nipporientali, afrocaucasici, amerigoeuropei, venusiomarziani che più di una o due notti non si sono mai fermati. E poi che je frega? I contatori del gas parlano da soli con l’Azienda Municipalizzata, gli addebiti sono domiciliati e avvengono in autonomia, la pensione arriva da sola sul conto e via, uno resta secco sul divano e bon, saluti a tutti, a fra sette anni.

Bisognerebbe decidere che farne, di Venezia. Seriamente.

tra Washington e Limone

Il protagonista della serie Shooter, un cecchino superinfallibile, viene coinvolto – ingiustamente, ovvio – in un complotto per uccidere – sì, proprio lui – il presidente degli Stati Uniti.
Lui, il cecchino, che non è sciocco, per non farsi prendere si nasconde sulle montagne. Precisamente, come viene detto a metà della terza puntata della prima stagione, sul monte Baker, a “un’ora da Washington“. L’FBI decide di prenderlo e gli tende un’imboscata eccetera eccetera.
Naturalmente, per coordinare le forze in campo, il capo dell’operazione diffonde sui tablet di tutti i soldati la posizione su mappa del ricercato. Eccola.

A un’ora da Washington. Non riesco proprio a capire perché, eheh.
Grazie al signor E.