tornare ad avere vent’anni non avendoli più

Al Carroponte di Sesto San Giovanni, nei luoghi del lavoro che furono Falk e Pirelli, ho finalmente visto (sentito) gli Ska-P. Appropriato.

Da segnalare per il contesto, cinquanta gradi nella bolgia – perché lo ska si balla e ci si agita – e disorganizzazione sensibile dalla gestione degli spazi fino alla vendita della birra, ovvero un’ora di coda con lo spillatore che sgocciolava sudore direttamente nel bicchiere, facendo diventare la birra un adatto gatorade ricco di sali minerali.
Musicalmente, concerto notevole, movimentato ed elettrico, chiaramente incoerente tra musica, veloce e danzerina, e testi, politicamente impegnati e drammatici: è lo ska che è così, non gli Ska-P. Però balza sempre agli occhi.

La musica è un’arte curiosa: è l’unica che mi viene in mente che costringa l’artista a cantare a ogni concerto anche le canzoni che ha scritto quando aveva vent’anni ed era ribelle, incazzato e, magari, superficiale. Mostrando di condividere ancora il messaggio. La letteratura, per dirne una, non costringe lo scrittore a rileggere in pubblico ogni volta il successo dei suoi vent’anni, per fortuna (nostra e dello scrittore).
Cosa succede, quindi? Succede che gli Ska-P hanno cinquant’anni e cantano ancora le canzoni su Genova, sulla legalizzazione, sulla rivolta permanente. Niente di male, per carità, ma le parole e i concetti hanno trent’anni e sulla bocca, loro, e nelle orecchie, mie, non fanno un gran bell’effetto dopo così tanto tempo. Siamo cresciuti, dovremmo dire e fare cose più strutturate.

E così la comparsa sul palco dei NO TAV e della rappresentanza del popolo Mapuche che lotta contro lo sfruttamento di Benetton delle risorse della Patagonia risulta un filino anacronistica, a parer mio: signori, la lotta contro le multinazionali l’abbiamo persa, possiamo dirlo? Benetton non fa più i maglioni da vent’anni, ora investe globalmente e non manutiene i ponti, e l’Argentina è fallita un paio di volte nel frattempo. Ora dobbiamo lottare in modo differente contro nemici molto diversi da allora.

Detto questo, saltare tutti insieme è stato ed è sempre spassoso, non passa con l’età. Un’altra cosa che andava finalmente fatta, dopo tutti questi anni.

l’estate prossima vado in vacanza su Marte

L’anno prossimo la NASA invierà su Marte il rover Mars 2020, allo scopo di capire meglio le condizioni del pianeta e, soprattutto, stabilire con ragionevole approssimazione se abbia mai ospitato la vita.
L’aspetto curioso è che, in qualche maniera, sarà possibile partecipare alla missione: compilando questo form, si otterrà la carta di imbarco. Questa è la mia:

Tutti i nomi dei partecipanti verranno incisi su un chip di qualche metallo nobile, forse silicio, in formato nanometrico (75, un millesimo di un capello umano) e via, sul rover. Partenza: luglio o agosto 2020, tenersi liberi.
Al momento siamo più di sette milioni, pare ci sia posto fino al 30 settembre 2019. Ci vediamo all’imbarco, venite un paio d’ore prima.

Questo sarà il punto di atterraggio, il cratere Jezero:

Portate scarpe comode.

mobbing

Crudeltà. Non conosco altra parola per definire ciò che ho trovato questa mattina alla mia scrivania.

L’umarèl che sovrintende al mio lavoro e a tutto ciò che mi circonda, dicendo spesso: «Ah, voi lo fate così?», il mio fido compagno di lavoro, attento e scrupoloso, impiccato. Sì, impiccato.
Questo è mobbing diretto a me, mobbing del peggiore, vogliono costringermi a lasciare, Loro, perché sono scomodo, perché i poteri forti lo vogliono. Ma io non mollo. Nonononononono. Resto.

(Ah, l’ho salvato ora l’umarèl sta bene, fiuuu. Anche se non avrei dovuto salvarlo così).

manifesti, manifesti, manifesti parte 324

Un po’ di manifesti musicalini, genere che qui si apprezza parecchio.

Vediamo un po’: oltre all’immancabile Barnett, tra l’altro in Italia a giugno, segnalo un interessante tùr che mesce i Cake con Ben Folds – la cosa era già riuscita qualche anno fa – e c’è da dire che i Cake saranno a Milano a ottobre (biglietti acquisiti, bene), i Calibro 35 che suonano sempre più spesso a Londra e a ragione, visto che sono i più vendibili di tutti tra gli italiani e che consiglio di andare a sentire tutte le volte possibile, e infine i Giuda, gruppo che ho scoperto da poco e che fanno un onestissimo e piacevole rock che mi piacerebbe sentire dal vivo, dove immagino renda di più. Ecco.

25 aprile: il giorno dopo

Molta gente, quest’anno, in manifestazione a Milano per il 25 aprile, come non se ne vedeva da un po’.

Molta gente anche la mattina, ai cimiteri, Monumentale, Musocco, per portare un fiore sulle tombe dei partigiani. Atto sacrosanto, che noi facciamo e invitiamo a fare da molto molto tempo.

C’è sempre più gente quando siamo (eh? diciamo) all’opposizione, durante i governi di centrosinistra il dissenso tende a canalizzarsi per altre vie.
A ogni modo, in corteo appare persino uno sparuto gruppetto di cinquestellati, ai quali vanno senz’altro le nostre felicitazioni per essere venuti in manifestazione – c’è di peggio e si vede tutti i giorni – e un cordiale vaffanculo per l’attività di governo (sono stato io, gli altri sono stati gentili).

Ma la manifestazione è cambiata, siamo cambiati noi, tutti. Niente slogan, niente canti a parte un paio di Bella ciao, niente vento che soffia e scarpe rotte eppure, niente Bandiera rossa, niente cori, tutti presenti e concentrati ma non è più un corteo politico, compatto e con le proprie regole, è una manifestazione di individui. Accomunati, certo, dall’idea della libertà e della Resistenza ma non più riuniti dalla politica, dai partiti e dalle idee.
Forse la spiegazione è che il 25 aprile è diventata, doverosamente, una festa istituzionale, una cosa diversa nella quale non c’è spazio per rivendicazioni politiche di attualità, può essere. Forse una parte della spiegazione è che c’è stato, ovviamente, un cambio generazionale. Così, almeno, si spiegherebbe l’assenza di canti della Resistenza e, piuttosto, le casse sui camion che sparano a tutto volume Erasure, Cindy Lauper, Abba, INXS. Nonostante sembri più un gay pride, la cosa non mi dispiace: è solo diverso da quanto visto finora.

Se ora sia meglio, io non lo so. Di sicuro, a un certo punto del corteo, ho avuto una certa sensazione di sconfitta.

Ma magari sono io.

vi giudicherò dalla copertina

Dischi in uscita in questi giorni che giudicherò dalla copertina.
Il signor Quelle Chris, che si occupa di hip hop, propone nel suo nuovo disco, Guns (appena appena didascalico), un messaggio che è difficile decifrare: piacciono o no le armi?

I Steaksauce Mustache, invece, propongono una bella copertina per Superwoke, il loro nuovo disco. Se vi fossero sfuggiti, i signori fanno della musica mathcore che, ancora, se vi fosse sfuggito, è un genere musicale che fonde hardcore punk, math rock e metalcore. Tutto chiaro?

Mi chiedo se il signor Kyle Dion, che presenta se stesso come crooner, ricavi le proprie doti vocali dall’estensione del collo: se così fosse, è di certo cintura nera di estensione vocale. Oltre che un bell’uomo, certo.

Ho barato, questo è un disco dell’anno scorso, ce l’avevo lì per occasioni migliori: eccola. Il signor Lloyd ha chiamato un amico o due ed è andato nel bosco per fare una splendida foto. Talmente bella che ha deciso che sarebbe stata senza dubbio la splendida copertina del suo nuovo disco. Bravo. Solo un consiglio: io una visita dall’andrologo la farei.

Infine, anche lei splendida nella posa e nel messaggio, M¥SS KETA che a me ricorda solo un bel film degli anni passati. Tutto molto bello.

La creatività non conosce crisi.