la musica delle stagioni, autunno 2020

È finito l’autunno e, quindi, anche la mia compila musicale della stagione.
Eccola, bella pronta. Essendo autunno e mi aveva preso un che di riflessivo, questa è meno rocchettara e un po’ più sperimentale, almeno la prima metà, ci sono dei bei bassi e dei ritmi interessanti, secondo me andrebbe sentita in cuffia.
Durando tre mesi, cambiano nel tempo, le compile arrivano in un posto diverso da quello da cui sono partite e questo mi piace molto. Penso sia un bel giro di dieci ore, per chi ne ha voglia o, magari, un viaggio in Calabria.

Poi ci sono quelle passate, le undici stagioni precedenti, altro che serie tv.

Eccole, tutte: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (92 brani, 6 ore) | estate 2018 (81 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (130 brani, 9 ore) | primavera 2019 (50 brani, 3 ore) | estate 2019 (106 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (126 brani, 8 ore)| primavera 2020 (101 brani, 6 ore) | estate 2020 (98 brani, 6 ore).

L’indice delle compile

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: dicembre, sfoglia i colori del giorno, dieci anni di vaccinazioni, essere i migliori ogni tanto

Ed ecco il DPCM delle feste di natale e capodanno. Secondo la catalogazione in uso nelle regioni, saranno giorni gialli fino al 23, poi rossi 24, 25, 26 e 27, poi tre giorni arancioni, poi di nuovo rossi dal 31 al 3, poi un giorno solo arancione, il 4, poi due rossi fino all’epifania e poi chi vivrà vedrà. Sarà permesso ricevere a casa due persone non conviventi per natale e i ragazzi sotto i quattordici non fanno numero, ci si potrà spostare dal proprio comune a un comune confinante ma solo se entrambi sono sotto i cinquemila abit… ecco, a questo punto il mio spirito collaborativo è già andato a farsi friggere. Eh no, così non va, ancora una volta ci vorrebbero patti chiari così che sia chiaro a tutti cosa fare e cosa no. E invece gente che parte per destinazioni esotiche, gente che si riunisce a go-go, gente che si assembra nei centri commerciali e nelle vie dello shopping, gente che fa cene, che parte, che torna. Perché se il principio è quello del «teniamo i negozi aperti ma è meglio se non ci andate», allora lasciamo perdere. Il governo dichiara lo schieramento di forze ingenti a controllo di vie, stazioni, strade e luoghi di assembramento, facendo un po’ di terrorismo preventivo, ma se «dal 21 dicembre 2020 al 6 gennaio 2021 è vietato, nell’ambito del territorio nazionale, ogni spostamento in entrata e in uscita tra i territori di diverse regioni o province autonome» e «è comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione», significa che nella seconda casa nella stessa regione ci si può andare, idem a casa di amici, e tornare quando si vuole o quasi, escluse «le giornate del 25 e 26 dicembre 2020 e del 1°gennaio 2021». E quindi? A Londra e a Berlino, intendo i paesi per estensione, chiudono tutto, ma proprio tutto, non tralasciando di usare toni piuttosto catastrofici, poche norme molto restrittive, tutto è chiaro. E talvolta hanno dati di contagio e decessi migliori dei nostri. E, sacrilegio!, buona notte al natale. Ma ovvio, quelli son pagani, figuriamoci che senso del sacro hanno, quelle bestie, che quando noi s’ammazzava un Giuliocesare loro andavan vestiti di pellidipecora. O forse è solo a vederli da fuori ma temo di no.
Ricordo, con voluta vis polemica, che i musei sono ancora chiusi e che lo saranno per decreto almeno fino a metà gennaio. Anche quelli all’aperto. Quindi io il mio desiderio di cultura lo devo sfogare in un centro commerciale i giorni non festivi, benissimo. Grazie. Le biblioteche hanno riaperto da pochissimo (e durerà poco).

Come avevo preannunciato una settimana fa nell’ultimo minidiario, essendo possibile farlo, ho fatto la trottola – poco lavoro permettendo – tra luoghi non contigui: i colli Berici, l’appennino piacentino, il lodigiano, la pedemontana e la val d’Astico nel vicentino. Ho viaggiato in sicurezza, interagito poco o punto con gli indigeni, non ho comprato souvenirs, non ho alloggiato da altrui, ho mangiato qualcosa qua e là. Tutto lecito, forse un po’ deboline le motivazioni agli occhi dei custodi del fuoco della legge, in effetti. Tolta la voglia? Macché, anzi, torno sì contento ma le braci che ero riuscito a sopire sotto la cenere in questo mese e mezzo ora si fanno sentire, se mi proponessero un giro attorno al mondo al costo di cento frustate nella pubblica piazza del paese e la damnatio memoriae, giuro che ci penserei serissimamente.
Vaccinazioni. Pare che il 27 sarà la giornata europea della vaccinazione e si comincerà a vaccinare qualche operatore sanitario qua e là, si vocifera di un’infermiera veneta, chissà. Io partirei dalla persona più vecchia d’Europa, magari un contadino uralo residente nei Sudeti di centotrenta anni, immortale già di suo, con fanfare e squilli giornalistici, ma capisco che potrebbe essere scelta incauta. Il complesso organizzativo, poi, non è affatto banale: essendo che tutti i paesi in grado di pagare hanno stretto accordi con molte aziende produttrici di vaccini – dato che nessuna sarà in grado di coprire da sola il fabbisogno e la scommessa su una sola sarebbe stata cosa improvvida – ne arriveranno a rate, in formati e quantità diverse; si comincerà con gli operatori sanitari, i matusalemmi, coloro che hanno altre patologie toste, le persone essenziali al paese, per poi scendere nelle graduatorie; per complicare le cose, ciascuno dovrà fare un richiamo dopo tre settimane e sarebbe preferibile farlo con lo stesso vaccino della prima iniezione, immagino. Se queste sono le regole, vista l’importanza, io mi aspetto di essere vaccinato tra otto anni.
Una battuta? Non tanto, in realtà, per quel che ne so ora. Stando a una dichiarazione di ieri del direttore generale dell’Aifa saranno effettuate un milione e centomila iniezioni dal mese da gennaio. D’accordo, e così siamo a cinque anni per vaccinare tutto il paese. Ma se è necessario fare i richiami, a parte il primo mese dal secondo bisogna dimezzare le quantità e, quindi, si va a dieci anni di tempo, entro il 2030 saremo tutti adulti e vaccinati. Certo, ovvio che fatta la prima tornata di «operatori sanitari, matusalemmi, coloro con altre patologie toste, persone essenziali» saremo già a buon punto e la pandemia avrà tutt’altro corso ma, insomma, io dalla mia cameretta dell’Ignoranza pontifico che bisognerebbe farne di più ogni mese.
Che poi… i vaccini han senso se li si fa quasi tutti, no? E quel «tutti» va dal minimo di casa mia, il mio quartiere, la mia città, la mia regione al massimo del paese, del continente, no? Gli è però che i paesi con capacità di spesa si sono accaparrati il 53% delle dosi dei vaccini in produzione da ora a tutto il prossimo anno e questi stessi paesi ospitano, complessivamente, il 14% della popolazione mondiale. Tornano, i conti? Non molto. Tutti gli altri, quindi, si mettano dietro e aspettino, arriverà il loro momento quando noi saremo tutti vaccinati. Non andrò in Africa l’anno prossimo, pensa il presidente di Confindustria del Molise e si rimbocca tranquillo le coperte. Ma caro il mio pistola, lasciare che permangano ampie zone senza vaccinazione significa – oltre ai morti! – permettere al virus di prosperare e, soprattutto, mutare, così da poi mettere in crisi tutta la faccenda di ritorno. Anche in Molise. È il significato profondo che è insito nell’aggettivo «collettivo», non comprensibile a tutti nonostante riguardi tutti. Il problema è collettivo, va risolto collettivamente, dobbiamo curare anche il Molise se vogliamo essere tutti al sicuro. È la differenza tra farsi davvero carico di un problema e pensare di risolvere il proprio, di problema, avendo la testa miope. Per fortuna, i migliori tra noi hanno l’ammirevole abitudine di farsi carico dei problemi, collettivamente. Ma non possono mica essere sempre gli stessi i migliori, no? Toccherà un po’ anche agli altri o no? Un po’ a turno, a seconda?


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre |


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: dicembre, vaccinate il bardo, la fortuna di essere cacciatori, pandemia e lotterie

Vaccinazioni. Sono cominciate quelle contro il covid in Inghilterra, prima assoluta una signora novantenne, poi un giovane uomo ottantenne. Meglio essere galanti anche in questi casi e poi, comunque, l’età l’imponeva la precedenza. Tutti e due stanno bene e nessun ultraottantenne è stato maltrattato durante i vaccini. Il punto interessante, oltre alla vaccinazione in sé, è che il signore vaccinato risponde al nome di William Shakespeare. Già. Detto ‘Bill’. Ora: o in Gran Bretagna è pieno di William Shakespeare – il che potrebbe anche essere – oppure è un bel tiro del caso, che anche stavolta si diverte e io con lui. Qualcuno correttamente butta lì: si chiama William Shakespeare o, almeno, sostiene quello sia il suo nome dopo aver ricevuto il vaccino.
Leggo poche ore dopo alcuni post di negazionisti in rete, i quali ovviamente sostengono che la vaccinazione sia una recita ad arte e che la signora sia un’attrice, ancora, che impersona anagraficamente una novantenne ormai deceduta anni fa. Cari negazionelli svergognati, potrà anche essere, ma vogliamo allora parlare di quell’altro, che è deceduto addirittura nel 1616?
Dopo i primi vaccinati al mondo, alcune amenità, tutte schifosette o quasi. Da oggi in Lombardia una delibera del presidente della Regione, sempre lui una-più-di-Bertoldo, assicura ai pescatori sportivi la libera circolazione per la provincia e ai cacciatori per la regione. Bene, cioè no, ma quanti saranno sti accidenti di voti dei cacciatori? Io nel dubbio giro con un fucile a tracolla. Le persone civili e militari ma non pescatori nel frattempo non possono circolare al di fuori del comune di residenza. Da domenica, pare, anche la Lombardia diverrà regione gialla, così da uniformare quasi tutto il territorio italiano per lo stop delle feste, il 20. Ma se così fosse c’è un buco di una settimana, dal 13 al 20 ed essendo libera la circolazione tra regioni gialle io diverrò una pallina da flipper impazzita, lo dico fin d’ora. Arrestatemi prima. Poi succede che alcuni cattolici di poco spirito aprano il Libro delle Lamentazioni anche solo all’ipotesi di anticipare la messa di natale, perché di sicuro Gesù si adirerebbe all’evenienza, ed ecco prontamente che il papa, bel bastian contrario anche lui, annuncia che dirà la messa della vigilia alle 19:30. Tàac, prontamente smentiti anche loro. Non si hanno notizie di ire da parte di Gesù, al momento. Ancora, da giovedì scorso sono sospesi i collegamenti ferroviari fra Svizzera e Italia. Lo ripeto specificando: il traffico ferroviario tra San Nazzaro e Luino/Gallarate è sospeso. S-o-ss-ppp-es–oo. La ragione sarebbe che le ferrovie svizzere non sono in grado di far rientrare nelle mansioni dei propri controllori la misurazione della temperatura dei passeggeri. E quindi ciao, Svizzera verde. Poi, dopo che il governo ha messo delle robuste briglie ai giorni di festa dal 20 dicembre al 6 gennaio, proibendo ogni spostamento e giro al di fuori dei comuni, ieri ha fatto un mezzo passo indietro, dando libertà il 25, il 26 e il 31, una cosa così. Tanto per semplificare la comprensione popolare dei divieti. 27 e 29 sarà proibito pagare con banconote da cinquanta euro, ogni giorno tranne il terzo dall’ultima lunazione tutte le persone con il cappello dovranno tenere la sinistra sui marciapiedi. Il pandoro è proibito sempre, tranne in provincia del Verbano e Cusio. Ossola no, resta proibito.

Due parole su alcune iniziative del governo in fine d’anno, nessun collegamento diretto con la pandemia. Sono state lanciate due iniziative, la lotteria degli scontrini e il cashback. La prima è una lotteria vera e propria, si vincono soldi se i numeri stampati sugli scontrini degli acquisti effettuati con carte vengono estratti. Il secondo è un processo per cui viene rimborsata una certa quota degli acquisti complessivi effettuati anch’essi con carte, con certi limiti. Le misure, è evidente, dovrebbero contrastare i pagamenti in contanti e gli incassi in nero, nelle intenzioni.
Essendo noi un paese avvezzo all’innovazione e incline all’elasticità, per le strade è pieno di persone stordite che chiedono rimborsi in contanti sugli acquisti di biglietti per la lotteria Italia o per la pesca, confondendo fichi, dadi e datteri. I commercianti sono inviperiti – capirai la novità – perché nessuno pare abbia pensato ad agevolare i costi della strumentazione per gli scontrini della lotteria e, come nel caso dei pagamenti con carte, delle commissioni delle banche sulle transazioni. A contorno, per un miglior sapore, l’app che dovrebbe permettere l’avvio del cashback non funziona, o funziona male, perché sorpresi dall’alto numero di richieste di registrazione e accesso. Incredibile visu. Chi l’avrebbe detto, in effetti?
Gli aspetti interessanti della faccenda, a parer mio, sono due. Il primo, rilevato da molti, è che l’app per il cashback, l’ormai famigerata ‘Io’, è stata installata da oltre sette milioni di persone, raggiungendo e superando in due settimane il numero complessivo di quelle che hanno installato ‘Immuni’ in sette mesi. Alla faccia della privacy, chiaramente, mentre là era essenziale, qui è accessoria, manco uno che abbia avanzato gli stessi dubbi di allora, temendo di fornire troppe informazioni su di sé. Centocinquanta euro è il costo della propria riservatezza? Avrebbe potuto essere anche meno? Sarebbe bello sapere quanto il gruppo degli immuniani abbia in comune o si sovrapponga con quello degli ioiani (egoiani?), non lo so dire, io faccio parte dei primi ma non dei secondi. Secondo me, poco. Il secondo aspetto, invece, che cerco di mettere a fuoco è perché la lotteria degli scontrini e il cashback non mi piacciano. Non sto sputando sui soldi, ci mancherebbe, è comunque molto difficile che io faccia qualcosa solo in nome di un guadagno. Più che altro, mi pare mi dia fastidio una forma di infantilismo nel meccanismo, da un lato quello di indurre a sfidare la sorte, pur sapendo delle percentuali del tutto sfavorevoli alla vincita, dall’altra incentivando un meccanismo di più-spendi-più-guadagni che va di certo bene nelle commedie con Richard Pryor con prova per acquisire il ricco lascito della zia stravagante ma ben poco bene per la vita reale. Indurre qualcuno a fare qualcosa – qualcosa che già dovrebbe fare, comunque, e che io come molti altri già facciamo – in nome di una promessa di remunerazione, un dolce, un regalino, è una cosa che reputo un filo infantile. Se c’è da fare, si fa, anche gratis. O no? Sbaglio?
Nel frattempo, «le spedizioni pre-natalizie saranno circa il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2019 con circa 70 milioni di pacchi in consegna nei 30 giorni prima del 25 dicembre» e i contatti con i call center di assistenza il 100% in più: arriverà in tempo? Entro natale? Dov’è il mio pacco? A ciascuno la propria ansia.

[Aggiornamento delle 7 del mattino: la Svizzera ha trovato un modo per misurare la temperatura dei passeggeri e i collegamenti ferroviari tra Italia e Svizzera sono stati ripristinati. Niente crisi del cioccolato, fiuuu].


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre |


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: dicembre, la settimana intelligente, dotti medici e sapienti, va’ sovrappensiero

Questo sarà un minidiario difficile, ad alto tasso di intelligenza, acume, perspicacia e io non so bene da dove cominciare. Perché gli ultimi giorni sono stati intelligenti, giorni intelligenti. Eeeeh. Anzi no, so da dove partire: quattro leoni dello zoo di Barcellona sono risultati positivi al covid. Chettiridi? È vero. Tre femmine e un maschio. Fortunatamente presentano sintomi lievi e le loro condizioni non destano preoccupazione. E, soprattutto, non c’è bisogno di isolarli perché, uhmmm, lo sono già. Già. Ma chi va a fargli l’iniezione di eparina e dargli la pillolona di cortisone? Ovviamente Mongo, il guardiano dello zoo, cui è stata promessa una vacanza premio se lo fa. Sempre Mongo fare.
E fin qui le cose esotiche, ora tocca passare al locale. Gallera o Fontana? Fontana o Gallera? Ho tirato i dadi ed è uscito Di Maio, che il giorno della sentenza su Patrick Zaki fa i post con i gattini davanti ai soldati. Fortuna che non è il ministro degli est… Occhei, Fontana.
Come già detto e come avrò modo di raccontare più in dettaglio nei prossimi giorni, in Lombardia mancano i vaccini antinfluenzali. Se a marzo avessi intervistato un produttore di calamite per frigoriferi in pensione durante una sbronza mi avrebbe saputo dire che serviva comprare tonnellate di vaccini antinfluenzali. Infatti. Dopo nove gare della Regione, ne ho detto, il risultato è questo: la mia amica A., nata alla metà del 1925, non è stata ancora vaccinata. Siccome è sveglia ed è sopravvissuta a fascisti, guerra e nazisti, se ne sta in casa guardinga, ma la cosa non è meno grave.
A Fontana qualcuno deve averlo detto, non della mia amica A. quanto che la cosa sia grave, escludo se ne sia reso conto da solo, e allora ha fatto una bella pensata: ha scritto una lettera ai magistrati per spiegare come stanno le cose. Ma: colpo di genio a) ha scritto ai magistrati che già lo indagano per la vicenda dei camici forniti dalla ditta del cognato, colpo di genio b) ha spiegato che per colpa loro i dirigenti di Aria, la centrale acquisti della Regione, hanno paura di fare le gare per timore di denunce legali. Quindi non le fanno, vorrebbero solo andare per trattative private. Ottimo.
I magistrati rispondono nell’unico modo in cui si può rispondere a una comunicazione simile: con una pernacchia, dicendo che a loro non interessa. Fontana allora spiega, con colpo di genio c), che la lettera non l’ha scritta lui ma l’ufficio legale della Regione – e, notoriamente, gli avvocati non capiscono una ceppa e scrivono peggio – e che comunque anche i magistrati stessi, loro, forse non hanno ben compreso il senso del messaggio. Quelli non san scrivere e questi non san leggere.
Ciò mi ricorda una sapida storiella che raccontavo anni fa.
Nel frattempo, mentre il capo è alle prese con «cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno», l’assessore alla sanità Gallera si distrae, facendo dello sport. Una mezza maratona, dice lui, che corre in un paio d’ore stringendo i denti e senza mollare mai (cit.). Estasiato poi dal proprio risultato – e come dice il Belotti, poeta misconosciuto, anche stavoltà vanità fu causa di caduta – non perde tempo e pubblica fotografie, durata, tempi di percorrenza e non bastasse tracciato gps del percorso sul proprio profilo social. E apriti cielo!

Invece di complimentarsi per la sua performans sportiva, tutti a dargli addosso. E perché ha superato i confini comunali fino a Vimodrone e questo, in una regione arancione, non è concesso, e perché si è ritrovato con gli amici e ha fatto accrocchio, e anche questo non è concesso in una regione colorata. Manco uno che gli ha fatto i complimenti per la media di dieci all’ora, circa.
E poi tocca discolparsi, pure, e allora spiega che gli amici li ha visti alla partenza e poi ognuno per la propria strada, alla propria velocità (cancellate i post, ora!), il che naturalmente non è vero perché il pistola ha pubblicato un’altra foto dopo, con gli stessi amici, e per il reato di valicamento: «Ero sovrappensiero, non ho visto il cartello del confine comunale». Ma è giusto, è giusto, alla fine se uno sta scalando l’Everest ed è in piena trance agonistica, cosa vuoi che ne sappia se a un certo punto in vista della vetta mette un piede sul versante cinese piuttosto che nepalese, e vivaddio!, mica se ne accorge. È sovrappensiero. Ma che quisquilie, che piccolezze!

Su tutto questo, piove. Piove costante, regolare, non poco da alcuni giorni. Ha pure senso, visto che non pioveva da più di un mese, l’aria, la respirazione e le piante ringraziano. E questo tempo grigio e nuvoloso è alla fine meglio di un DPCM.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: dicembre, il dpcm, immuni, l’ordine dei vaccinandi

Quasi mille morti ieri, complessivamente ventiduemila in Lombardia dall’inizio della pandemia. E c’è qualcuno che vorrebbe andare a sciare, qualcuno che vorrebbe fare i veglioni, qualcuno che vorrebbe la Lombardia gialla e così tutta Italia, qualcuno che vorrebbe fare le crociere. Fontana, il disgraziato presidente della Regione Lombardia, lo dichiara pure, ieri: prima sicuro, «Lombardia in zona gialla dall’11 dicembre», poi nello stesso discorso, possibilista: «Dovremmo entrare in zona gialla l’11 dicembre» e poi amen, si perde via, tanto l’importante è parlare. Siccome il DPCM di ieri sera è di sostanziale chiusura, specie nei giorni di festa – e qui va reso merito: il governo Conte ha per fortuna tenuto la barra dritta – Fontana segnala che: «abbiamo ribadito come questa scelta crei situazioni di difficoltà per tanti cittadini, impossibilitati ad incontrare parenti, genitori anziani o nonni». Esatto, Fontana, l’idea è esattamente quella: impedirvi il più possibile di riunirvi con le persone anziane e così sterminarle, visto che non avete ancora capito il concetto e non riuscite a farlo da soli.
Il bello è che, stando al Censis, le misure restrittive al fine di contenere il contagio paiono incontrare il sostanziale favore della maggioranza degli italiani, nonostante vi sia una parte consistente dell’opinione pubblica (opposizione, presidenti di regione, giornali, siti, baristi, parrucchieri, opinionisti da strada) che preferisce, per ragioni non coincidenti, descrivere un paese diverso. E i risultati lo dimostrano, nel senso che dal momento della stretta i numeri dei contagi sono scesi sensibilmente, e la maggior parte delle persone si comporta responsabilmente. Chi non lo fa, e ci sono, per carità, non capirebbe il concetto nemmeno a spiegarglielo faccia a faccia, e mi vien da pensare che siano gli stessi che non pagano le tasse, lamentandosi poi delle buche sulle strade e dei tempi di attesa nei pronto soccorso.
Il tempo dei vaccini si avvicina e molte cose importanti andranno fatte. Comunicare nel modo giusto, per esempio. Ovvero, per dirne una come suggeriscono gli scienziati, non dire che con il vaccino si risolverà tutto. Cosa che Arcuri, commissario per l’emergenza, ovviamente ha fatto subito. Un’altra cosa, penso io, sarà rassicurare la popolazione sulle verifiche fatte sui vaccini, così da garantirne la sicurezza e l’affidabilità. Il governo inglese ha scelto altrimenti e ha aperto le vaccinazioni fin da ora, prima di chiunque altro, l’UE ha osservato che è troppo presto e che non sono state rispettati i tempi necessari alle verifiche. Il che appare in contrasto, comunque, anche con il nostro governo che annuncia l’inizio della grande campagna di vaccinazione a gennaio. Se non lo è, in contrasto dico, allora bisognerebbe ancor più comunicarlo con convinzione.
Due cose importanti che ho colto: perché l’operazione sia efficace, è necessario che almeno il settanta per cento della popolazione sia vaccinata; secondo, saranno necessari vari richiami del vaccino, nel corso dei mesi. Quindi, serviranno molte dosi, varie per ciascuno, infatti in questi giorni si parla di duecento milioni di vaccini per l’Italia. Prima i bambini e gli anziani, sconti alla cassa per le donne e i militari. No, mmm, non era così: prima gli operatori sanitari, gli ultra-centocinquantenni, le persone essenziali per il paese (io no). Poi a scendere, fino alle ottave file, ai figli indiletti, agli inessenziali. Capaci che mi vaccineranno persino dopo qualche no-vax redento. Se va come per gli antinfluenzali, manco ci sarà il vaccino per tutti.

E ora una questione: dato che il monitoraggio dei contagi è palesemente sfumato in nulla, per manifesta incapacità (al secondo giorno, tra l’altro, non dopo anni e grandi sovraccarichi), che faccio di Immuni, l’app per il tracciamento dei contatti? Disinstallo? La prova provata dell’inutilità di Immuni è stata quando il mio amico positivo mi ha avvertito, io mi sono messo in autoisolamento fiduciario, ho fatto il tampone, negativo, sono tornato alla vita, il mio amico è tornato alla vita dopo qualche settimana, con tampone negativo, è passato quasi un mese e mezzo e, indovina?, Immuni un beato nulla. Nada. Nichts. Disinstallare equivale ad abdicare al principio e, lo confesso, un po’ mi scoccia.

Infine, un suggerimento per il me medesimo del futuro a breve, quando leggerò queste notine: secondo parecchi eminenti studiosi, William Shakespeare scrisse, molto probabilmente, il Re Lear in quarantena, durante un picco di contagio di peste bubbonica. Non che tu debba scrivere il Re Lear, caro mio, non ne saresti certo in grado, ma almeno utilizza il tempo che questo strano tempo ti darà per fare qualcosa di creativo e, se possibile, con un qualche tipo di significato. Io, che sono il te del passato, te ne sarò riconoscente.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, arancioni per trattativa, le spese di natale, le zone dei no-vax, una modesta proposta

Alla fine ce l’abbiamo fatta: da ieri siamo regione arancione. E con noi lombardi i piemontesi, calabresi, restano rosse la Toscana, Valle d’Aosta, la provincia di Bolzano, Abruzzo e Campania. Sebbene la differenza tra una zona rossa senza controlli e una arancione sia davvero poca, lo scolorimento – o promozione, non so – è stato interpretato un po’ come un liberi tutti. Avanti, i negozi sono aperti, tutti fuori. L’impressione, almeno, pare quella. Beh, poi non scherziamo: c’è natale. Anzi, Natale.
Siccome siamo tutti certi che Natale sia un’occasione commerciale da non perdere per le aziende italiane, dai microbi ai giganti, e per gli esercenti, dai fruttaroli ai mangifici, non possiamo certo perderla. Ma se gli incassi sono così favolosi, serve ovviamente – per certe ovvie leggi economiche che non starò qui a enunciare – che qualcuno quei soldi li spenda. E che ne spenda tanti e con cuor leggero.
Ma chi è quel qualcuno? Io no di certo, i soldi per natale (e per Natale) non li ho mai spesi, a parte un modesto panettoncino di qualità e un bollicino di dubbia provenienza con retrogusto metanolato, tanto per non sentirmi escluso. E allora chi?
L’italiano-medio, quel famigerato? La casalinga di Voghera delle favole di un tempo? La piccola borghesia impiegatizia? I giovani blue collar? Io proprio non lo so. Come non so chi stia facendo la fortuna di Amazon in questo periodo di lockdown – la compagnia dichiara profitti vertiginosi ancor più vertiginosi dei già vertiginosi profitti normali -, immagino tutti in modo abbastanza trasversale. Vale anche per il Natale? Candele, abeti, tovaglie, cotechini, calze, maglioni, panettoni?
Di sicuro ci sono i collaterali e il dibattito ferve: e lo sci? E gli skipass? Magari solo per i residenti o chi ha casa o stanza in hotel? E quante persone posso invitare al cenone? Più di dodici? Conta il nonno rincoglionito in poltrona o fa arredamento e lo si conta come oggetto? E si può andare fuori regione? E la messa? Come si fa ad andare alla messa di mezzanotte e non infrangere il coprifuoco? Gesù si offende se si anticipa di un paio d’ore? E i marò? E Bibbiano? E allora il PD?

Il governo, va detto, anziché semplificare tende a incoraggiare questo distinguo continuo, per cui il DPCM dovrà dettagliare di fino per prevenire il doppio retropensiero militante. E ciò che non dirà sarà lecito, secondo la allenatissima capacità di cogliere i dettagli e tralasciare serenamente le raccomandazioni generali: ci sarà di certo un furbaccino che si inventerà una cena da cento persone distribuite nelle stanze dell’ampio appartamento accatastato però con diverse unità immobiliari, risultando così vincitore sulla Legge e lo Stato.
Prosegue lo scandalo dei vaccini antinfluenzali in Lombardia, ovvero non ci sono e non si trovano. Né col sistema sanitario né privatamente. Molti i medici di base che stanno rinviando gli appuntamenti con i pazienti a una data immaginaria «verso la metà di dicembre», come peraltro ha detto loro la Regione. Ma senza assicurare alcunché, perché nessuno è più in grado di dire nulla. E allora che succede? Che le persone, tra cui io e alcuni miei congiunti, vanno a cercarsi il vaccino e spesso lo trovano dall’altra parte della regione, muovendosì quindi contro le regole del buon senso. Qualcuno mi riferisce di essersi fatto furbo e aver cercato il vaccino dove potrebbe essere disponibile, ovvero nelle zone dove i no-vax sono di più. Pare che a Rimini sia così e che i vaccini siano disponibili persino nelle farmacie. Ha senso tutto ciò? Ovviamente no. Non parliamo del Prevenar 13, il vaccino contro la polmonite, quello manco si capisce dove cresca e come si possa assumere.
Che a tutto questo si accompagni, da domani, la «lotteria degli scontrini» è davvero una cosa meravigliosa. Secondo un calcolo bizantino tra euro spesi e codici lotteria legati allo scontrino elettronico, uno può vincere altri soldi messi in palio dallo Stato, con i quali soldi dello Stato poi potrebbe, forse, offrire grandi cifre per ottenere un vaccino che lo Stato stesso non offre. Forse i vaccini potrebbe metterli in palio, allora sì che la lotteria avrebbe davvero successo. Come primo premio, una vaccinazione eptavalente che vi coprirà davvero da ogni malattia, al secondo una esavalente (polmonite esclusa), al terzo una tetravalente (quattro coperture a scelta), e dal quarto al decimilionesimo una bustina di Fluimucil. Urrà.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, i bar con il dentro, fatiche, ospiti natalizi

Mi accodo a chiunque abbia un lavoro da fare fuori comune. O visite, consegne, interventi urgenti, qualsiasi cosa, tutto pur di fare un giro e cambiare aria. Lunedì mi sono accodato a un mio collega che doveva fare un intervento in sede a un cliente, la cosa era molto allettante per svariati motivi, mi sono accollato. Primo, la destinazione: in un’altra regione. Che ebbrezza. Secondo, il colore della regione: giallo, santoddio, giallo. Nemmeno arancio, ogni libertà è dunque concessa. Terzo, il cliente: persona nota nel mondo dello spettacolo. Che mi serve d’altro? Nulla. Partiamo per la campagna a sud-est di Padova. In autostrada, da destra, due file ininterrotte di TIR, quindi le merci viaggiano, a differenza degli uomini. Che destino, eh? Sulla terza corsia, sfanalatori immancabilmente con Audi e le persone normali, un treno unico di veicoli, vista da qui la pandemia pare non esistere.
A Padova realizziamo cosa significhi davvero la zona gialla: lì hanno i bar come noi ma ci si può sedere dentro. Distanziati, certo, lontani dal bancone, ma dentro. E si può pranzare al ristorante, giuro. Non bisogna portarsi via gli scartocci di alluminio o di plastica, per dire, e mangiarli in auto, in cantina o segretamente il più delle volte.
Qui sotto un’immagine della zona gialla, ovvero come vivono là fuori:

Vivono meglio. Non molto ma meglio, diciamo. Lontano dalla normalità anche loro ma meno distanti, invidio la loro normalità zoppa rispetto alla nostra, monca. Come ci si abitua anche quando non ci si diverte. Per la città nessun turista, nessun pellegrino a baciare la lingua del Santo, molti negozi comunque chiusi, il quadro è abbastanza desolante anche qui. Ma noi la viviamo come una vacanza, facciamo un giro per la città – è permesso andare a spasso liberamente -, non riusciamo a vedere l’interno del Palazzo della Ragione, purtroppo è pur sempre zona gialla. Prendiamo un caffè e un tè seduti ed è come godere di un lusso, di una carta fortunata, di un giro in più passando dal via. Ed è quello che poi mi pesa di più oggi, mi rendo conto che faccio più fatica, le restrizioni ora mi vanno più strette. Non concretamente ma dal punto di vista dello sforzo di testa per fare il bravo, rispettare le regole, seguire le indicazioni ancora per mesi, vivere ancora a lungo in una situazione di emergenza sanitaria.
A me frega ben poco del natale e delle cene, quindi per quanto mi riguarda si chiuda pure e si riapra alla befana. E poco capisco tutto il menino attorno ai veglioni e ai cenoni, più di sei, meno di quindici, ma congiunti? Mi auguro non sia il solito casino, con decisioni sempre frutto di compromessi al ribasso e contrattazioni separate, invidio anche stavolta la Germania, che tra i pregi che ha possiede senz’altro la chiarezza: chiusi pesantemente fino al 22, dal 23 all’1 ci si può vedere a cena in dieci persone al massimo, chiunque esse siano, e dall’anno nuovo si richiude. Piste da sci chiuse. Punto fine. Patti chiari, amicizie lunghe e persone con le idee chiare su cosa si possa fare e cosa no. Da noi mai, avanti con le deroghe per i parenti «strettissimi», quelli «stretti», quelli «necessari», quelli «rompicoglioni» ma «invitabili». Che spreco di energie utili.


Indice del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, forse un miglioramento, i vaccini, l’alfabeto calabro

Apparentemente, lo dico piano, in Lombardia i dati dei ricoveri e dei contagi paiono stabilizzarsi. Se proseguisse così per qualche giorno, potrebbe essere plausibile essere declassati da zona rossa ad arancione. Non cambierebbe granché dal punto di vista pratico, perché è pur vero che si potrebbe circolare liberamente nel proprio comune ma è pur vero che, almeno nel mio, lo si poteva di fatto fare lo stesso, non essendoci alcun controllo. Il punto, però, è un altro: se i dati migliorano, vuol dire che le limitazioni messe in atto finora qualche risultato lo danno e io, sinceramente, sono sollevato. Tutto sommato, a parte alcune restrizioni fastidiose, la cosa è complessivamente accettabile, temevo dovessimo ricorrere di nuovo al lockdown totale e la cosa, lo ammetto, mi rendeva piuttosto nervosetto. Tutto ciò continuo a dirlo piano e con i periodi ipotetici, perché è ancora tutto da vedere.
Anche perché, comunque, in settimana si è superata la soglia di ventimila morti in Lombardia per covid, ed è una cifra spaventosa. La Germania tutta, ottanta milioni di persone, ha avuto complessivamente tredicimila morti: né pochi i loro né i nostri ma la sproporzione è evidente. La faccenda, dunque, è ancora nel pieno dello sviluppo, niente facili entusiasmi, specie da parte dei fanatici del Natale.
Prosegue la saga dei vaccini o, più che altro, degli annunci: prima la Pfizer con un vaccino efficace al 90% e da conservare a ottanta gradi sotto zero, poi Moderna al 94,5% con vaccino da frigo, rilancia Pfizer col 95% sempre nei superfreezer, si inserisce ieri Oxford-AstraZeneca che spara altissimo, al 99% e robustissima risposta immunitaria da parte degli anziani. Adesso è dura fare meglio, davvero dura. La borsa gongola e gli investitori pure. E i pazienti?
I pazienti, noi, meno, perché è ancora tutto da vedere. È pur vero che la ricerca e lo sviluppo sono stati più veloci per vari fattori – finanziamenti a pioggia e copertura totale, oltre a preacquisti mostruosi e la sicurezza di avere già ogni spesa coperta; una cosa che non ho ben capito sull’RNA che, comunque ha velocizzato di molto la cosa; lo sforzo combinato e concentrato di buona parte del pianeta insieme, cosa mai vista prima – ma qualche dubbio sulla sperimentazione è ovvio che rimanga. Ha dato voce a questi dubbi Crisanti, l’ordinario dell’università di Padova che si era distinto in primavera per l’approccio alla gestione della pandemia ed è stato poi chiamato a Roma. Crisanti ha detto: «Normalmente ci vogliono dai 5 agli 8 anni per produrre un vaccino. Per questo, senza dati a disposizione, io non farei il primo vaccino che dovesse arrivare a gennaio». Apriti cielo. La comunità italiana scientifica e non si scaglia contro la dichiarazione, contestandone il contenuto, perché la vigilanza di Ema, Agenzia europea per i medicinali e FDA Food and Drug Administration pare essere ferrea, e il messaggio, cioè lanciato da una persona che non è specialista della materia e che potrebbe aumentare la sfiducia nei vaccini.
Ora, io non ne so niente: non so come si testino i vaccini, non so se la vigilanza dei vigilanti sia effettivamente ferrea, non so se saremo pronti davvero o sarà un azzardo. Ma quanto dice Crisanti è importante, secondo me, proprio perché è detto da una persona che non è competente in argomento. Perché ben riassume ciò che anch’io, persona favorevolissima ai vaccini, penso. Ossia, che forse lascerei andare avanti altri al primo giro, perché tutto mi pare effettuato in gran fretta, per quanto ho visto finora nel campo della ricerca scientifica nella mia vita. Cioè che serve tempo e provare provare provare. E se questa cosa la penso io – che, ripeto, sono un sostenitore dei vaccini – la pensano di certo molti altri, ben più scettici e negativi.
Se, dunque, si dovrà fare una campagna di vaccinazioni a tamburo battente, allora è bene pensare che servirà supportarla con un’altrettanto robusta campagna di comunicazione, fatta per tempo (cioè fin da ora), e con gli argomenti giusti. Non pupazzetti e testimonial ma rassicurazioni e informazioni corrette. Perché il fronte dei dubbiosi non sarà esiguo. Per cui, non basta smentire con forza Crisanti ora, bisogna considerare ciò che sta segnalando, un possibile vasto disagio di fronte alle mosse del mondo farmaceutico, che è notoriamente inquinato, e non da oggi, da motivazioni economiche, finanziarie, aziendali e non certo mosso da generosità e bontà universali. Non tutto, almeno.

Poi c’è il contorno. Il bar Feeling, nella zona di Ponte Galeria a Roma, attacca un cartello sulla porta e dietro il bancone: «Vietato parlare di Coronavirus» e «è sconsigliato formulare possibili scenari, veggenze su prossimi dpcm, virologia». Iddio vi benedica, se potessi a) uscire di casa, b) uscire dal mio comune, c) uscire dalla mia provincia, d) uscire dalla mia regione, e) entrare nella vostra regione, f) andare in un bar, sicuro che verrei da voi. Sai che sollievo.
Prosegue la saga-Calabria (altra saga!) in un precipizio di eventi, letteralmente. Oggi, Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Calabria, dichiara: «Emergency? Noi non siamo quarto mondo, siamo una delle Regioni italiane e non vogliamo essere trattati come un Paese in guerra». E fin qui vabbè, se ne potrebbe anche discutere, nonostante quanto visto negli ultimi giorni. Ma lo Spirlì rafforza il suo ragionamento e cala l’asso dell’orgoglio calabro: «Siamo la terza Regione italiana in ordine alfabetico». Oggesù, davvero? Eh sì, Abruzzo, Basilicata, Camp… no, Calabria, terza. È un fatto.
Sempre per restare in ambito idioti, lo stesso giorno in cui UTET Grandi Opere dichiarava fallimento, una ritardata istigata da certi canali televisivi pubblicava una canzone ispirata al suo tormentone negazionista e sdentato «Non ce n’è di Coviddi», mandando ancora più a fondo la mia gioia di convivere con una certa fetta di italiani. Però. Lei, la tizia balzata alla notorietà, fa quel che farebbero quasi tutti, ne approfitta. Più che colpevole, è da compatire. È chi ne approfitta, dandole gli strumenti per amplificare la propria scempiaggine – la canzone, le trasmissioni in cui cantarla, le interviste – che andrebbe impalato sulla pubblica piazza. E chi, non meno colpevole, guarda con avidità e rilancia in rete il messaggio, per quanto commentandone con divertimento la stupidità: impalamento uguale.
Ho una domanda, infine. Posso? In questi ormai nove mesi di covid e pandemia, avendo io ormai sentito l’opinione al riguardo di quasi tutti in questo paese, da Conte al mio fornaio, dai bagnanti di Mondello al capo dell’ISS, e più e più volte, visto che nessuno si è sentito esentato mai dal dover parlare a voce alta, la domanda è: ma i sindacati? Qualcuno li ha visti o sentiti? Qualche parolina sul lavoro e sulle casse integrazione? Sbaglio? Se sono molto presenti e son scappati solo a me, vi prego, avvisatemi. Ché da qui non sempre vedo bene.


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