
Guardo meglio ed, evidentemente, erano avanzate delle lettere dalla banca. Amico vicino farmacista, servono?

Ma certo, grazie. Ma farò i colori invertiti, nessuno se ne accorgerà mai.

Guardo meglio ed, evidentemente, erano avanzate delle lettere dalla banca. Amico vicino farmacista, servono?

Ma certo, grazie. Ma farò i colori invertiti, nessuno se ne accorgerà mai.
Una via a Bologna.

Ci sarebbe uno spazio, ‘Senza nome’, se fosse quello che io desideravo. L’odonomastica locale dice che è ancora un certo mistero, nessuna famiglia, forse via un ‘Sozzonome’ là dove ‘Soz’ starebbe per ‘soccio’, colui che prende il bestiame a ‘soccida’, un certo contratto agricolo dell’allevamento. Chissà all’anagrafe o sui documenti, bello.
È bastato poco tempo, lo sapevo, non è che ci volesse una cima per immaginarlo. La neoassessora lombarda Moratti ha avuto la sua prima idea e, altrettanto prevedibilmente, è una sonora cagata. Ops, pardon, avrei dovuto argomentare prima per poi, delicatamente, condurre il ragionamento alla medesima conclusione. D’accordo. L’assessora al welfare con delega alla salute propone, in perfetta linea con il sentire lombardo diffuso, di tenere conto del PIL prodotto nel calcolo del numero di dosi di vaccino da distribuire. Non solo, aggiunge altri tre parametri di cui tenere conto: mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus. Quindi: qual è la regione che produce più PIL di tutte? Qual è quella con la maggiore mobilità e densità abitativa? E, infine, qual è quella maggiormente colpita dal virus? E le risposte sono (in entusiastico coro, mi raccomando): «Lombardia, Lombardia, Lombardia!». Ergo: più vaccini alla Lombardia, niente al Kirghizistan. Il bello di una proposta è quando la prima parte significa «io» e quando la seconda, dopo una locuzione tipo «rispetto a», significa «tu», «voi» o «chiunquealtro, cosavuoichemenefreghi». Mezza Lombardia è già in visibilio, eh sì, era ora che qualcuno le cantasse belle chiare, finalmente qualcuno che si oppone all’odio antilombardo di questo governo. Non sto scherzando, se non vivete nella regione con la maggiore mobilità e densità abitativa di tutte, vi assicuro che qui i pensierini sono questi. E sono trasversali, da destra a sinistra senza bisogno di essere leghisti di via Bellerio. Ergo: Pago? Pretendo. Che, poi, sul pago ci sarebbe parecchio da intendersi, perché non è che siccome lo diceva il commendator Zampetti allora è vero. Direi, piuttosto, che siamo in zona sdrucciolevole, in quella zona per cui la lombarda era la sanità migliore del mondo e si è visto poi com’è andata (e sta andando, purtroppo). In quella zona in cui è più importante ripetere un assunto e farlo diventare verità invece che aprire la finestra e guardare davvero fuori come stanno le cose. Non vi dico in giunta: estasiati. Eccitati. Fontana, vicino a un cardiopalmo, spiega che la Moratti ha proposto «una serie di integrazioni che mi sembrano estremamente coerenti e logiche», qui bisogna parlarne con Arcuri immediatamente, questa Moratti è proprio un genio, come abbiamo fatto a non pensarci prima. Al contrario, non solo la Moratti dimostra di aver capito pochino del principio della salute pubblica – o se ne impippa, ovviamente -, non solo non ha pensato che se due criteri sono «la densità abitativa» e «le zone più colpite dal virus» allora bisognerebbe dirottare tutti i vaccini in India (anche per il PIL, forse), ma dimostra anche di aver capito nulla del funzionamento dei vaccini e della necessità di vaccinare tutti. Ma non solo: nelle ultime due settimane la tanto decantata Lombardia ha pure dato dimostrazione di non saper gestire le dosi di vaccino arrivate («il miglior modello organizzativo del mondo»), somministrandole con una lentezza e una disorganizzazione che sconsiglierebbero certo di inviarne di più. E il sistema di monitoraggio del numero dei contagiati è in tilt, per stessa ammissione dei sindaci, che non sanno più quanto malati ci siano nel proprio comune. Tutto ciò fa un argomento? Sì, no, boh, chi se ne frega, prima i lombardi, poi tireremo su i muri per non contagiarci. Il ministro Speranza twitta correttamente che: «Tutti hanno diritto al vaccino indipendentemente dalla ricchezza del territorio in cui vivono. In Italia la salute è un bene pubblico fondamentale garantito dalla Costituzione. Non un privilegio di chi ha di più», ha ragione, ma l’intento della Moratti era cominciare a conquistare consenso e così ha fatto. Che dire? Beh, Giulio: torna!

Il Giulio della frase prima è Gallera, l’assessore precedente, zimbello e disastro fatto corridore. E oggi in Toscana è iniziata la somministrazione del vaccino sviluppato da Moderna. Perché? Mi sa che ha a che vedere con il fatto che sono stati più efficienti nell’esaurire le dosi precedenti. Per restare sempre in zona lombarda, mi scuso ma la mia visuale è ancora più ristretta del solito, l’Università cattolica (ripeto: l’Università cattolica, non Sendero luminoso o il Partito Comunista Cubano) ha reso noto che sospenderà tutti i propri studenti in infermieristica che si rifiutino di fare il vaccino. E io miseramente a bocca aperta. È giusto, è sacrosanto, perdio. Perché se studi nel settore sanitario e non vuoi fare il vaccino vuol dire che non hai capito una fava del lavoro che ti accingi a fare, dello spirito e del rigore deontologico che la professione richiede. Nessuno pone dei limiti ad andare a guidare i tram, per dire, o a fare l’assessore in Regione. Gli studenti della Cattolica alle prese con l’esame di paleografia latina non avranno lo stesso problema, potranno anche obiettare e morire solitari e orgogliosi di sé sotto un’epigrafe sperduta in val Camonica. Nel frattempo, mentre il paese è distratto dalla fiducia al governo in Parlamento e riemergono da dietro i sassi i centristi da uno per cento e i tatticisti amorali, la maggior parte delle regioni italiane è arancione, alcune rosse, alcune gialle con restrizioni, il che inibirebbe la maggior parte delle iniziative, sulla carta, ma se le Regioni stesse annunciano ricorsi contro la colorazione e per strada non c’è alcun controllo, il risultato è che la mattina in tangenziale a Milano c’è la coda dei tempi belli. Ed è chiaro che a questo punto la risposta del Ministero alla faq che chiede se sia possibile raggiungere le seconde case anche fuori regione assume rilevanza capitale. Perché è immediatamente Pinerolo, Campiglio, Ponza e sa dio dove. Perché i legalisti a parole, quelli del guarda-che-si-può, gli stessi peraltro del qui-non-si-può che raccontava Benni quarant’anni fa, sono dappertutto e hanno l’autocertificazione etica e morale sempre compilata. Ovvio, perché si tratta di sé stessi e cosa c’è di più alto, di più nobile, di più rilevante?
Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio | 15 gennaio | 19 gennaio |
Se fin dall’inizio mi fossi messo a raccogliere le previsioni sui tempi di vaccinazione in Italia sentite finora – non l’ho fatto consapevolmente, perché poi mi viene il sangue amarone – avrei raccolto un catalogo clamoroso di scemenze sparate a caso. «Entro giugno metà degli italiani sarà vaccinata» (Ricciardi), «entro la fine dell’estate offriremo il vaccino a tutti i residenti del nostro Paese» (Locatelli), «entro settembre 2021 tutti gli italiani potranno essere vaccinati» (Arcuri), «i primi 2 o 3 milioni di dosi potrebbero essere disponibili già prima della fine dell’anno» (Conte che parla ovviamente del 2020), «noi già dal 1 aprile potremmo avere 13 milioni di vaccinati e così avremmo già raggiunto la Fase Uno» (Speranza). Potrei andare avanti per molto ma il concetto è chiaro. A oggi, secondo il sito ufficiale, siamo a 927.099 vaccinati. Attenzione, primo giro, servirà il richiamo in qualche settimana. E al momento è relativamente facile, perché gli operatori sanitari e i governatori di regione sai dove trovarli, dopo sarà più complicato. Quindi, facendo un po’ di tara e calcolando che ciascuno dovrà ricevere due iniezioni, ai ritmi attuali ci dovremmo mettere sessanta mesi per vaccinare l’intera popolazione italiana, cioè cinque anni. Oh, magari non sto seduto accanto al campanello aspettando che mi chiamino.
E se ci mettessimo in mezzo una crisi di governo? Ci metteremmo meno o ci metteremmo di più? E se andassimo al voto? Beh, sarebbe stupendo, in un batter d’occhio ci potremmo mettere, sei, sette, dieci anni, sempre che, naturalmente, di crisi e di cambio di governo non se ne mettano in mezzo altre. Ma che vado a pensare? Chi sarebbe così scellerato e scimunito a causare una crisi di governo in questo momento? In mezzo a una pandemia? Maddai, impossibile. Irrealistico, per fortuna.
Che pensieri che mi vengono. Si fa più forte la spinta per la riapertura delle scuole superiori, genitori, studenti, docenti, e forse qualcosa accadrà, chissà. D’altronde tra i due estremi, sentiti di continuo – cioè: la scuola è un’enorme fonte di contagio; la scuola è sicura – ci può stare di tutto e nessuno sa, davvero, come stiano le cose. Ma vuoi mettere la commozione quando studentelli con occhi di cerbiatto dicono che «gli stanno rubando il futuro?». Mica si può restare insensibili. Se la pandemia fosse esplosa quand’ero adolescente io, ci saremmo contagiati alle cabine telefoniche per colpa del duplex a casa. Si fa forte anche la spinta dei ristoratori per la riapertura o per l’erogazione di altri sussidi (e i liberisti? E quelli che sostenevano il mercato sopra tutto contro l’intervento dello Stato? E voi baristi che li avete votati e li votate e voterete?) e, quindi, protestano oggi tenendo aperto. Sarà che tutto ’sto parlare di soldi del MES e del recovery fund sta facendo girare la testa e crescere il desiderio collettivo di accaparrarsene un po’.

Pippo. Pippa. Pippone. Pappardella. Poppone. Popolopopo. Popoppopopopopooo.
Siamo in attesa del DPCM, ancora, che stabilirà come ce la passeremo nei prossimi due mesi o giù di lì. La ridda di ipotesi tiene banco sui giornali, i quali vergognosamente (il Corriere su tutti) le presentano come fatti e non come supposizioni, creando ulteriore confusione oltre a quella, non poca, che già c’è. Si potrà sciare? Si potrà andare a visitare gli amici in regione? Si potrà invitare a cena degli amici? Andare nelle seconde case? Che rottura di balle. A corollario, oggi saranno ripristinati i colori differenziati a seconda della regione, con la novità che sono state abbassate le soglie per cui sarà più facile essere rossi. Perché le cose non vanno mica tanto bene, i dati sono in crescita (chi l’avrebbe detto, dopo natale e capodanno?), l’occupazione ospedaliera anche, i morti continuano implacabili. E in Europa anche peggio, Inghilterra e Germania particolarmente male, forse un’anticipazione di dove stiamo andando anche noi. Tra i paesi UE ora è sufficiente un tampone rapido, non serve più nemmeno la quarantena. Immagino sia perché, ormai, il contagio è ovunque in maniera uniforme o quasi. Presumibilmente, la maggior parte delle regioni sarà arancione, una manciata rosse e poche poche gialle. È istituita anche una zona bianca, in cui si potrà fare di tutto e anche di più, ma resta incerta l’applicazione, al momento. Sarà assegnata ad Atlantide? A Eldorado? Al paese dei balocchi? A Fantasilandia? Alla montagna del sapone?
Fortuna che non abbiamo anche una crisi di governo tra i piedi.
Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio | 15 gennaio |
Anzi, del fiucia. Avviso: questo è un raccontino che implica cose dell’informatica, sebbene a basso livello. Quindi abbandonare subito se la cosa dà normalmente tedio.
Bene, per chi è rimasto. Uso la comoda funzione di gmail per posporre l’invio di una mail (scheduling), scegliendo di inviarla il prossimo 17 gennaio alle ore undici e qualcosa, operazione che ovviamente va fatta via web.
Poi scarico la posta con un client, thunderbird in questo caso ma varrebbe con qualsiasi programma di posta, e lui scarica anche questa mail, con la data del futuro, 17 gennaio, appunto. E non fa una piega, io però ho in elenco una mail del fiucia e un po’ di apprensione in effetti questo me la dà.
Per motivi miei, dopo, cambio la pianificazione della mail anticipando l’invio al 16, alle dodici. E thunderbird ne scarica un’altra, ovviamente con la stessa data ma sempre del futuro. Uh.

Ora io so due cose certe: la prima è mai invadere la Russia, la seconda è tocca niente nei viaggi nel tempo. Se, quindi, leggo le mail? Cosa succede? Creo una frattura insanabile nel tessuto spazio-tempo, apprendendo qualcosa dal futuro che non dovrei mai sapere? Chi sono io, John Titor? Sei me cioè io? Sono il leader della resistenza che ancora non è nato? E se stasera viene un saiborg a casa mia dal futuro per uccidermi?
La leggo. Per fortuna mia e della linea temporale che abitiamo, è uguale a quella che avevo scritto io nel passato. E ovviamente non resisto e rispondo. Perché voglio andare al livello successivo, fare Inception con le mail. Naturalmente la risposta parte ora ma nel passato rispetto alla mail cui rispondo, che è del futuro. Thunderbird non fa una piega, gmail invece crea una discussione con la mail originale e la risposta, entrambe piazzate tra le schedulate. Le invierà entrambe il 16? Non le posso più aprire né cambiare l’orario di invio, le vedo ma non le posso toccare. Thunderbird invece scarica un’altra risposta, uguale. Oddio, è davvero insepscion. Poi capisco, gmail ha copiato le due mail anche nelle inviate, trascinato dalla risposta, e quindi io ho scaricato quella. Ma le ha tenute anche nelle schedulate, facendo bordelletto.
Occhei, tanto il pasticcio già c’è, cerco di fare più confusione. Cambio la data del pc, metto il 25 gennaio prossimo venturo. Rispondo alla mail del futuro con una mail ancor più del futuro, il che ha una propria coerenza, se non altro. Non succede niente, purtroppo, i server di posta ora non si fanno più ingannare come una volta, quando bastava cambiare la data del computer per creare casini inenarrabili e paradossi insanabili. Uhm. Non riesco ad andare a un terzo livello di incepzione di tempo, perché una seconda risposta gmail la interpreta replicando il meccanismo di prima.
Mi hanno scritto dal futuro e questo già non è male. Vediamo se mi viene in mente altro, qualche modo per usare la falla appena scoperta.
Oggi è stato un pomeriggio davvero impegnativo.
Twitter sospende definitivamente l’account di Trump.

Ora, per quanto niente possa contare, ci sono almeno due motivi per cui la cosa mi dà fastidio. Primo, perché è un rigore peloso, Trump ha violato le regole di twitter, della netiquette e della decenza mille e mille volte in questi quattro anni, ma evidentemente solo adesso che è in uscita dalla Casa Bianca può essere sanzionato. Perché prima non conveniva farlo. Secondo, perché oggi è Trump e allora va bene, tutti contenti o quasi, ma domani può essere chiunque, anche qualcuno che conduce una battaglia sacrosanta. Perché i social sono aziende e ragionano in termini di profitto e di convenienza, spesso ipocrita, per cui non bisognerebbe usarli per dibattiti pubblici o comunicazioni istituzionali o quasi. Ma questa cosa pare non capirla quasi nessuno. Vogliamo imporre delle regole (anche fiscali) a questi o continuiamo a farci del male?
Nel frattempo…

Il catalogo di Netflix offre, al momento, 2.490 film, 1.295 serie tv e 531 documentari. Quello di AmazonVideo consiste in 6.469 tra film e serie tv. Disney+ ha un catalogo approssimativamente di circa settemila episodi di serie tv e all’incirca cinquecento film. E questo per stare ai competitori più ingombranti dello streaming video, perché poi ci sono RaiPlay, Infinity, DAZN, Now TV, TIMVision, YouTube Premium, Chili, Apple TV+ e così via, solo per stare all’Italia. Una marea.
Certo, poi gira e rigira buona parte dei contenuti offerti è sempre quella, che spunta un po’ di qua e un po’ di là, e un’altra fetta non piccola è fatta di prodotti francamente scadenti, ciò nonostante tra produzioni originali e cataloghi acquisiti ciascun servizio di cui sopra offre un catalogo ampiamente superiore alla capacità di intrattenimento di una persona durante una vita di durata media. Considerando poi che un certo numero di famiglie ha Netflix per le serie, Disney+ per i bambini e per guerrestellari, Amazon perché ha Prime comprando le ciabatte, RaiPlay perché è gratis, l’offerta si allarga ancor più. Una bella scelta, no?
Sì, in teoria sì. Ma in pratica no, perché poi alla fine guardate quasi tutti le stesse cose. Lo so, sono passato al ‘voi’ chiamandomene fuori. Vero. Ma lo posso fare, credo, perché non ho nessuno di questi servizi, non pago abbonamenti per farmi intrattenere e, spesso, perdere tempo, a meno che non sia musica. Quello sì, la pago, ma non la considero intrattenimento allo stesso modo. Comunque, essendone fuori, mi capita di notare (e quasi chiunque abbia a che fare con le piattaforme me lo conferma di volta in volta) come alla fine le persone tendano a guardare ciò che le piattaforme stesse promuovono come novità o scelte adatte al cliente. Perché le dimensioni amplissime dell’offerta fanno sì che la scelta richieda molto tempo, ricerca e selezione, di fatto vanificando l’offerta stessa. Le compagnie lo sanno benissimo e, infatti, una bella fetta del catalogo è lì solo per far quantità, perché costa poco e per ingolosire gli abbonandi.
Quindi, tanta tanta scelta e molte piattaforme e, alla fine, sembra di stare ai tempi di Rai Uno. Infatti, nelle ultime settimane moltissimi utenti hanno visto ‘L’incredibile storia dell’Isola delle Rose’, ‘La regina degli scacchi’ e, negli ultimi giorni ‘Sanpa’. Le persone ne parlano durante la pausa caffè, i giornali ne discettano ampiamente, la tv in un qualche modo autoreferenziale pure, da fuori colpisce. E non è un caso che siano tutte proposte di Netflix che, in questo, ha preso abbastanza il posto di Rai Uno.
Perché non sono film o serie eccezionali, sono prodotti medi, ben costruiti per il pubblico con trama non troppo complessa ma nulla più, potrei citare seduta stante cinquanta serie tv migliori di queste, tutte a portata di telecomando. Eppure? Tutti a guardare le ultime novità proposte. Come ai bei tempi del monocanale o del monopolio televisivo. E poi mi chiedono: ehi, hai visto Sanpa? E io mi devo pure giustificare, ma che mi frega di San Patrignano? Oppure commentano la serie in rete o al bar dando per scontato l’universalità della visione. Ed è proprio così, nei fatti.

Alla fine, questa cosa di guardare tutti le stesse cose, evidentemente, piace. Perché se no non si spiega. Piace probabilmente il non dover decidere, il fatto che un servizio a pagamento proponga cosa vedere, il poterne parlare con chiunque il giorno dopo, avere la sensazione di non perdersi nulla di importante. Naturalmente non è così, là fuori è pieno di film, serie tv, documentari meravigliosi che, però, in buona parte vanno scovati. ‘La casa di carta’ è l’esempio eclatante: scadente, al limite della presa per il culo nella seconda stagione, vera fotocopia della prima (ah no, beh, certo, là era la Zecca qua la Banca di Spagna, diversissimo), tutto piuttosto copiato da ‘Inside man’ di Spike Lee di dieci anni prima. Eppure, un trionfo. E le persone che la consigliano, pure, sacrificando tempo ed energie proprie nella promozione di Netflix. Mah.
Vabbè, il mainstream e il conformismo non li scopro certo io oggi.
E no, Sanpa non lo guardo né lo guarderò. Di San Patrignano mi basta ricordare gli abusi e le violenze negli anni Ottanta, il ruolo tremendo di Muccioli, vero padre-padrone e santone, quasi che la legge non potesse entrare nella comunità, l’appoggio incondizionato della politica, la Moratti su tutti (eccola là, di nuovo), i suicidi, le botte, i soprusi e un sacco, ma davvero un sacco di soldi che finivano là. E il dolore delle famiglie, lo sfruttamento dello stesso, l’affare del recupero dei tossicodipendenti.
Tra le cose che Sanpa non dice, c’è il PART di Rimini: un polo museale sovradimensionato rispetto alla città che lo ospita e costituito da una ricchissima collezione di arte contemporanea. Che è la collezione di San Patrignano. Beecroft, Chia, Hirst, Isgrò, McCarthy, Paladino, Pistoletto, Schifano, Schnabel, Vezzoli, per dirne alcuni. La presidente della Fondazione San Patrignano, Letizia Moratti (ancora!), spiega che «abbiamo intrapreso la via della collezione di opere d’arte contemporanea come riserva patrimoniale». Alla faccia. E la collezione girerà, diventando mostra itinerante in molti altri musei d’Italia. Non male per una comunità di recupero di tossicodipendenti, no?
Buon anno nuovo. Sì? Alle otto e trenta ricevo il messaggio, Tiziocaio è positivo. Ah bene, ottimo. Ha appena fatto un tampone rapido, sta aspettando i risultati di quello completo. Io però l’ho visto poco, abbiamo mangiato insieme una fetta di pizza a pranzo in ufficio il 29 dicembre, venti minuti al massimo. Già. E quindi? Basta? No, non basta. Io avrei anche fatto un tampone il 22 dicembre, la cosa comincia a diventare ripetitiva. Trivigante, c’è poco da fare: altro tampone. Altrimenti, ti conosci, poi resti col pensiero e oggi devi portare le spese a casa delle persone, non si scappa. D’accordo, però: tampone rapido. Un po’ perché dovrebbe essere più che sufficiente, un po’ perché vorrei provare, un po’ perché domani è festa e ciao, poi. Rifletto, 8:37: cosa so, io, dei tamponi rapidi? 8:38: niente. Ho letto però che nelle regioni civilizzate – l’Emilia – li fanno gratuitamente nelle farmacie. Vado a chiedere nella farmacia sotto casa, suscitando peraltro un po’ di agitazione negli altri clienti, ma niente, non li fanno. E, mi dicono, forse c’è una farmacia in un comune limitrofo che li fa ma sa più di diceria e leggenda che di fatto dimostrato e, comunque, di sicuro in città no. 8:45: faccio una breve ricerca in rete, trovo un poliambulatorio, casualmente vicino a casa, che pare li faccia. Non prenoto, non telefono, vado. 8:51: passo all’isola ecologica, lo dovevo fare, sono uscito con i sacchi pieni di carta. Ore 9:02, entro nell’ambulatorio. Eeeeh, salve, lo so, non ho prenotato, vorrei fare un test rapidooo, ecco, mmm. Me lo fanno. Ma pizzicata-al-dito o tampone rapido, mi chiede la signora allo sportello? Non so, qual è il più affidabile e, insieme, il più piacevole? Tampone-dritto-nel-naso, va bene. 9:07: pago quaranta euro – Fontana, sappi che tengo i conti, ci vedremo alla fine – e non faccio in tempo a sedermi che vengo chiamato nella stanzetta. Ci credo, non c’è nessun altro. Mi siedo, solito stecchino ficcato nel cervello, due volte per simmetria, ore 9:09 sono in sala d’aspetto in attesa del responso. Ore 9:17: negativo.

Bravo, trivigante. Crisi risolta a tempo di record, isolamento evitato e, non ultimo, bravo perché anche stavolta, pare, non ti sei contagiato. E hai pure buttato i rifiuti in scioltezza, poi dicono degli uomini. Che poi, mi avrebbe dato più fastidio ammalarmi da Tiziocaio, che francamente sopporto poco, piuttosto che pigliarlo in sé. Anzi, mi avrebbe proprio scocciato, preferirei, se proprio, prendere il virus da persona simpatica e civile, piuttosto che da uno che non so dove sia stato o cosa abbia fatto. Metti che ha fatto il mona a capodanno in una festa abusiva, in barba alle regole, se poi infetta me mi girerebbero parecchio le balle. Quella festa sul lago di Garda, per esempio, a ballar da stronzi e credersi migliori e più furbi, pubblicando poi foto e video in rete, nonostante sul tavolo ci fosse un bel foglio grande che invitava, appunto, a non farlo. Svegli, proprio. O, metti, al bar. Due giorni fa entro timidamente in un bar per acquistare un caffè da asporto, apro la porta di una vetrina tutta appannata e dietro un tavolino, che serve a far barriera per gli avventori, almeno dieci ultrasettantenni, tutti chiaramente senza mascherina, impegnati in: compilazione della schedina del superenalotto; grattamento di ‘turista per dieci anni’ non vincente; sorseggiamento di bianchino di modesta qualità; partitina alle macchinette truccate; mano di briscola; tempo lieto di belle battute da bar. Giurerei anche di aver visto in un angolo, là in fondo, la Morte ghignante con la falce ma potrebbe essere una suggestione, in effetti. Tanto, anche se vincete danaro è inutile.

La barista, giovane, non si rende conto che sì, così sta incassando qualche misero euro in un momento difficile ma che sta, anche, sterminando la propria clientela futura, condannando così il bar al fallimento sicuro. Ma non basta: il marito della barista, lo so per certo, lavora in una residenza per anziani. Magnifico, e così il cerchio si chiude. Game-set-match. Resta da vedere da che parte prenderà fuoco la miccia, in questo caso. Andrà dal bar all’RSA o viceversa? O si scontreranno a metà, a casa della barista e dell’operatore? Magari si scambieranno due varianti diverse, facendo così doppio contagio e bingo su tutta la linea? Basta restare sintonizzati.
Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio |
Ed è poi arrivato il 27 dicembre, il giorno europeo della vaccinazione. In Germania vaccinata una signora di centoun anni o giù di lì, in Spagna un altrettanto matusalemme, in Italia una giovane operatrice sanitaria. Son scelte. Non male la coreografia del furgoncino con le prime dosi del vaccino – poco meno di diecimila – che valica il Brennero innevato con la scorta dei carabinieri per arrivare allo Spallanzani di Roma. Da lì, poi, alla base militare di Pratica di mare e ai principali ospedali selezionati. Poi volano i numeri: un milione di vaccini al mese, no, quattrocentomila a settimana, no, tutti vaccinati per settembre, no, sì, boh. Ma i conti, si sa, vanno fatti con l’oste, che deve essere d’accordo: dopo tre giorni già si parla di ritardi, in Italia, l’UE poco fa annuncia che non darà l’autorizzazione al vaccino Oxford-Astrazeneca prima di febbraio, proprio mentre la Gran Bretagna annuncia di averlo fatto, vedi le coincidenze, e questo fa sballare i già precari conti. Domanda: su quale vaccino lo Stato italiano ha investito di più? Dai, non è difficile. Esatto, Oxford-Astrazeneca. Quindi, tocca rifare i conti, correre ai ripari, riformulare i piani con una certezza: ci saranno dei ritardi su quanto programmato. Impossibile prevedere.
Altri numeri. Per il giorno della Grande Vaccinazione, all’Italia vengono date 9.750 dosi, alla Germania 151.125. Eh? Ma è ovvio, spiega il commissario all’emergenza Domenico Arcuri, «le dosi sono in base alla popolazione» (e se metto il virgolettato vuol dire proprio quello, testuale). Che faccio? Mi felicito con i novecentotrentamilioni di tedeschi? Poi salta fuori pure che proprio la Germania ha acquistato privatamente, cioè al di fuori degli accordi presi dall’UE per tutti gli Stati membri, oltre trenta milioni di dosi. Il che non va per niente bene, perché o le cose si fanno insieme con accordi alla luce del sole, come l’Unione europea dovrebbe fare per statuto e regolamento, oppure ognun per sé. Così mica vale, stavolta male.
Nel frattempo il virus non sta fermo ma si ingegna per creare scompiglio: prima si scopre una variante inglese, vedi penultimo minidiario, poi ne salta fuori una sudafricana (neocolonialismo?), poi è una gara a chi ne ha di più e a chi le ha avute prima. Un medico di Brescia sostiene che la variante inglese invece derivi da una bresciana, nota fin da agosto. Ma certo. Quindi stronzi gli inglesi per non aver detto nulla per tre mesi della loro variante e noi no, bravi e ammirevoli perché quella originale è la nostra. D’accordo, capisco perfettamente.

Nel frattempo, io ho fatto l’ennesimo tampone. Poiché ogni volta che si è parlato di ‘asintomatici’ io mi sono figurato me stesso, ho preso la decisione di fare un tampone ogni mese, mese e mezzo, così da avere un’idea ragionevole del mio stato di contagio o meno. Vezzo costoso, devo dire, e che presenta almeno un aspetto particolarmente curioso: il referto dell’esame viene comunicato solamente a me e non alle autorità sanitarie. Infatti, non risulta nel mio fascicolo sanitario regionale. Certo, io l’esame l’ho fatto privatamente, chiaro, ma non vedo un solo motivo utile per cui non ne sia reso pubblico, cioè comunicato all’ente pubblico, l’esito. D’accordo che si è rinunciato a qualsiasi velleità di tracciamento da mesi, purtroppo, trovo tuttavia che così sia davvero un po’ troppo: io avrei potuto essere positivo (parlo in teoria, eh, chiedo per un amico) e tenermi la cosa per me, procedendo con le mie cose esattamente come prima. Sarò l’unico ad averla pensata così? Mi parrebbe strano.
Ora devo tornare ai numeri. Purtroppo. Ogni giorno vengono comunicate valanghe di numeri, il Ministero stesso condivide ogni sera una tabella con i dati del giorno in molte colonne. Non è un problema di oggi, è un problema da quasi un anno, secondo me. Io vorrei sintesi e pareri autorevoli, intendo di una e una sola voce qualificata e non di virologi, governatori, chiacchieroni a caso, un commento chiaro e fermo sulla situazione e l’andamento del giorno. Così non accade, arrivano numeri e poi ogni statistico da pianerottolo è libero di dire la propria (eccomi). Tre tipologie di numeri sulle quali mi interrogo. La prima: il numero dei contagiati. È quasi sempre attorno ai quindicimila-ventimila al giorno e, se non erro di memoria, questi erano numeri che due mesi fa ci destavano grandissima preoccupazione. Ora no, molti commentano che la curva sta scendendo e che ci sia da ben sperare. Piuttosto, se c’è una curva che sta sicuramente scendendo è quella del numero dei tamponi, che sono sensibilmente meno che qualche tempo fa. Non so perché accada questo ma è un dato ormai percepito da chiunque, beh, certo, ma adesso ne fanno molti meno, sì, certo. Ma perché? Il terzo dato, e bisogna immediatamente andare oltre i numeri e pensare alla realtà, è che i morti sono tantissimi. Ieri 659, oggi 575. Ma la cosa non è messa in risalto in nessun modo, oso dire che è proprio messa da parte, non ne parla quasi nessuno. Eppure i cimiteri, le camere mortuarie, i forni crematori, i depositi sono pieni come e più di marzo e aprile, chi ha voglia di rendersi conto di quale sia la situazione lo può fare facilmente, eppure non se ne parla. Come se nella cosiddetta ‘seconda ondata’ i morti non ci fossero. Eppure, da febbraio al 31 agosto (sette mesi), i morti sono stati 35.491. Da settembre a natale (quattro mesi), 36.190. Ben di più.
Chi si è preso la briga di raccontare le cose, e sono pochi giornalisti, descrive situazioni al margine della sostenibilità, bare ammucchiate nei depositi o lasciate negli sgabuzzini, sepolture frettolose e ravvicinate, sepolture temporanee in attesa di tempi migliori. Dice il report Istat al riguardo: «In molte regioni del Nord l’eccesso di mortalità totale del mese di novembre supera quello del picco di marzo-aprile» ma non c’è preoccupazione, non c’è movimento, non c’è pausa, non c’è riflessione.

I morti sono morti e sono una questione personale, della famiglia, dei parenti, di coloro che sono segnati dalla perdita. Degli amministratori, che devono gestire la situazione, degli operatori funebri e di pochi altri. Sono un numero riportato quotidianamente come si riporta una temperatura, una larghezza, un fatturato, tutti numeri che hanno un rapporto abbastanza privo di conseguenze sulla realtà. Perché accade questo? Forse ci siamo stufati? Forse ci siamo, peggio, abituati?
Non siamo dei cattivoni insensibili, non credo, almeno non tutti. Di certo bisogna, collettivamente, sopravvivere, bisogna riprendere sprazzi di vita normale, senza dubbio, molti sono i fattori che di certo ci portano a ignorare la situazione attuale, non tutti forse deprecabili. La morte è un fatto che, culturalmente, in effetti tendiamo a ignorare da ben prima della pandemia e a ricordarcene quando riguarda qualcuno a noi vicino, spesso facendone una tragedia incommensurabile rispetto al diffuso disinteresse di prima. Però bisognerebbe ricordarsene, in generale, magari ancor più oggi per riuscire a valutare il pericolo reale e a dare il giusto peso ai rischi che corriamo durante il giorno, penso sarebbe necessario almeno in chiave utilitaristica. Anche se, non ultimo, bisognerebbe parlarne per condividere, per partecipare, per farsi carico almeno un poco del dolore che affligge migliaia di noi, ogni giorno, e per mantenere viva la nostra umanità di fronte ai nostri simili, così vicini e così uguali.
Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre |
La migliore che ho sentito al riguardo: «Questi inglesi sono extracomunitari da due giorni e già portano le malattie» [@MantovanAle]. Eh sì, perché il fatto di questi giorni è la scoperta della variante inglese del covid, scoperta a settembre, pare, e resa nota solo ora. Fatti rilevanti, per quanto ne sappiamo al momento, della variante inglese? Che è molto più contagiosa. Bene, benissimo. Nient’altro? Quindi, ricapitolando: gli inglesi scoprono che da loro il virus ha deciso di evolversi, tengono la cosa per sé per tre mesi – ottima scelta, grazie a nome di tutti – e, solo quando se ne sono accorti gli altri, abbozzano; a quel punto il mondo chiude le frontiere con la Gran Bretagna (inglesi, preparatevi, è solo l’anteprima dell’hard Brexit, godetevela) ma ormai i buoi sono fuori. La domanda principale, cui non abbiamo ancora risposta, è: i vaccini saranno efficaci anche contro questa variante? Ottima domanda. Il mondo scientifico, in assenza di dati, sostanzialmente tace. Quindi parla tutto il resto del mondo, a sproposito. Conclusione: da tutta la pandemia, l’unico a uscirne migliore sarà proprio il virus. Amen, urrà, allonsanfan.
Ma no, dai. Dice il virologo del mio bar: ogni virus muta in continuazione, quella inglese sarà la novantesima variante, stiamo a vedere. E ogni virus tende a evolvere verso stadi in cui è molto più contagioso ma molto meno grave. Questo perché le varianti peggiori uccidono i propri ospiti e non possono così evolversi. Sarà questo il caso? chiedo io dal flipper. Eeeh, beve il bianchino, saperlo… Speriamo sia una non notizia, tutta ’sta faccenda. E che tra tutti i vaccini nuovi di trinca che abbiamo ce ne sia almeno uno efficace, a esser sfortunati.

A ben guardare, il DPCM di natale è meno restrittivo di quanto potesse sembrare. I negozi saranno aperti fino al 24, nonostante i giorni rossi – vedi il calendario-regina qui sotto -, sarà possibile andare nella seconda casa se nella stessa regione, una volta sola ma è possibile, si potrà fare la tombolata. Noi abbiamo fatto la cena di natale ieri sera ed è stato curioso. Per rispettare il coprifuoco alle 22, ci siamo riuniti in modestissimo numero alle 18:30, abbiamo iniziato a mangiare alle sette, alle nove abbiamo tagliato il panettone con una certa urgenza, alle 21:40 ci siamo diretti ciascuno a casa propria. Alle 22:05 a casa ho fatto qualche scherzo telefonico, assunto droghe varie, cucinato un cappone, pulito il bagno, dipinto le pareti per far arrivare l’ora di andare a letto. E non era ancora mezzanotte.

Ma certe cose non cambiano, non basta una pandemia per evitare l’immancabile trasmissione di “Natale in casa Cupiello”, per carità in nuova versione con Castellitto (seee), la granitica immutabilità di certe cose è per molti la sicurezza che permette di vivere decentemente. Come “Tutti insieme appassionatamente” o “Una poltrona per due” il giorno di natale, quel che per me è ripetizione mortale è per parecchi una piacevole consuetudine. Senza voler protrarre luoghi comuni regionali ormai triti, vicino a dove lavoro c’è un bar-mercatino di prodotti napoletani e oggi fuori c’è una coda che non ve la immaginate. Ogni anno mi chiedo cosa debbano comprare che non si trovi negli altri negozi e non ho risposte. Le friselle? Le mozzarelle di bufala? Gli sciarraqquoni? I mostardelli? I cammanelli? Non capisco. Due anni fa, sotto natale, mentre bevevo lì un caffè, introvabile nei bar della mia città, una signora con accento napoletano entrò e disse con tono sinceramente preoccupato: «Devo comprare [non ricordo cosa], aiutatemi, è il mio primo natale al nord» e io mi sentii in un perenne film con Claudio Bisio, una commedia circolare senza fine. Avrei voluto tranquillizzarla, povera signora, non le avremmo rubato il senso del vero natale, noi bruti del nord.
Certe cose non cambiano, non possono cambiare, qui, nemmeno una pandemia e un numero spaventevole di morti può cambiare il natale italiano. La sua osservanza travalica l’emergenza ed è l’ancora di normalità più importante, il governo ha dovuto trattare sui cenoni, le visite, le vacanze, le spese, i regali, poco da fare. Ecco, io questo non l’avrei immaginato, non così. Ma è il mio angolo di osservazione a essere limitatissimo, a me non importa un fico secco del natale e, quindi, faccio supposizioni errate. Ma mi atterrò senz’altro al consiglio del dottor Signorelli, professore di Igiene e salute pubblica: «I canti di Natale vanno rimandati all’anno prossimo. Cantare è un’attività pericolosa». D’accordo, non canterò. Ma siete in debito con me.
Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre |