
Questo, al momento. Poi, come tante cose, sparirà del tutto.

Questo, al momento. Poi, come tante cose, sparirà del tutto.

Ieri sera, Lo chiamavano Jeeg Robot.
Divertente, ben costruito, tiene incollati allo schermo per due ore buone alternando sequenze stile manga giapponese a vicende che si intrecciano esplicitamente a Romanzo criminale e Gomorra. Tutto bene.
C’è una cosa però che non capisco: il film ha pochi riferimenti con il reale (o l’attualità, meglio), pochissimi con la politica (uno solo, mi pare), tutto si svolge in una Roma devastata dalle bombe ma tutto sommato di contorno, senza troppi accenni. Alla fine, però, il riferimento all’attentato dinamitardo allo stadio Olimpico è preciso, richiama esattamente quello di Cosa nostra del 1994, non riuscito per un difetto al telecomando. La stessa regia a un certo punto, cosa che non serve a nulla dal punto di vista della narrazione, inquadra due volta la bomba e la scritta in mezzo, Semtex. Anche questo è un richiamo diretto alle stragi di via D’Amelio e del rapido 904 e, in generale, di nuovo a Cosa nostra. Perché, mi chiedo? Non capisco cosa un riferimento così preciso voglia dire, a maggior ragione in un film che di riferimenti precisi non ne fa. O, almeno, io non ne ho colti.

Un’eccellente fotografia di un’azione:

George Best – durante un Manchester United-Arsenal del 1967 finito 1 a 0 con goal di Aston – salta tra Pat Crerand, Frank McLintock (A) e John Radford (A), quasi tutti in una sospensione irreale, come se i tre da destra non stessero nemmeno saltando.
E invece il salto c’è, eccome.
Bellissima. A chi interessasse, la sintesi video della partita.

William A. Rossi, The Sex Life of the Foot and Shoe, 1976, Saturday Review Press.
Spaziando dall’arte alla psicologia, dalla storia alla letteratura, William A. Rossi – un vero specialista nel settore – illustra le vicende dell’umano interesse per i piedi.
Un libro imperdibile, anche per l’elegante copertina.
Come detto qui sotto, la serie 11.22.63 (a chi fosse sfuggito, il titolo è la data dell’uccisione di JFKennedy) sta per andare in onda in Italia.

Ovviamente la data-titolo è scritta all’americana, mese-giorno-anno.
Ma la cosa bislaccona è che mandandola in onda in Italia hanno ben pensato di ordinare la data all’europea, cambiando dunque anche il titolo:

E a seguire il titolo del romanzo e così via. Si fa? No, secondo me non si fa.
Provinciali.
Che, traduco, significherà: le cose cominceranno a rompere i coglioni.
June, il superfantaforno che metti dentro le cose, lui le riconosce, le pesa e poi sceglie tempo e modo di cottura da solo. Bravo, molto bravo.
Ma non solo: non contento, gira un video in streaming della cottura, così che il cuoco possa, sul suo telefono, regolare cottura e spegnimento o, almeno, osservare l’andamento. Il forno, poi, scatta anche alcune foto se sollecitato, perché non vuoi condividere la socialcottura in tempo reale? E poi avvisa quando più o meno ci siamo col foodporn.

Ingredienti richiesti: un quad core Tegra K1, foto e video camera interna, modulo wireless, una connessione di rete veloce, app da installare su telefono, tablet e diosadove. Poi ci sono le cose da forno, tipo sei serpentine in carbonio. Qui il tutto. Alla modica cifra di 1.500 dollari occasione, perché poi costerà di più.
«Pronto? Chi parla? Ah, ciao forno, dimmi».
Ma sul giusto di più, perché l’ingiusto gli ruba l’ombrello.
Ci sono giorni, però, in cui vento e pioggia colpiscono e chi ne fa le spese poi non viene mai pianto abbastanza.

Varata la ‘Harmony of the Seas‘, uno sconocchione navale da 227 mila tonnellate e 362 metri di lunghezza. E settanta di altezza. Il settore tira.
Nonostante gli spiedini di frutta a volontà, lo sciambàgn-per-brindare-a-un-ingondro al tavolo del comandante e le sale da gioco, a me l’idea del lusso non arriva.
Mi resta fissa l’idea-condominio.

Un aereo che balzellon balzelloni si dirige all’atterraggio, di notte si vede più chiaramente quando il pilota spinge la cloche e vualà, la stradina luminosa.

Il tocco umano si nota eccome.

È come avere il gommone attaccato allo yacht. Per dire.
Questo tipo di 126 faceva da zero a cento in 39 secondi, mica paglia. Dopodiché presumibilmente prendeva fuoco perchè la velocità massima era 106 km/h, secondo la casa madre. Io, che come prima macchina ho guidato una 126, i cento all’ora non li ho mai visti. Per questo, credo, sono ancora vivo.