
2018? Sicuri? Giusta osservazione: l’età media dei cantanti delle quattro band headliner è 57,8 anni, pare un festival del 1998 e a parte una anche del 1988.

2018? Sicuri? Giusta osservazione: l’età media dei cantanti delle quattro band headliner è 57,8 anni, pare un festival del 1998 e a parte una anche del 1988.
Sull’onda degli scandali relativi alle presunte – presunte perché non provate da alcun processo finora – molestie sessuali che stanno dilagando in ogni angolo di mondo, la Sony decide di far girare nuovamente a Ridley Scott le parti con Kevin Spacey del suo ultimo film, sul rapimento di Paul Getty III, con Christopher Plummer al suo posto.
I fatti interessanti della cosa sono: il film era stato chiuso, visto che è in uscita il 22 dicembre prossimo; l’interpretazione di Spacey del vecchio Getty era stata dichiarata “da oscar“, quindi pertinente al film; la riapertura del film comporterà un aumento del budget da 30 a 40 milioni di dollari, perché dovranno essere sottoscritti nuovi contratti con gli attori coinvolti, dovranno essere ricostruite le scenografie eccetera.
Ora: inutile essere sorpresi, penso che chiunque me compreso, avendo investito milioni e subodorando un problema, avrebbe preso in considerazione l’ipotesi di correre ai ripari per proteggere l’investimento, anche eventualmente rifacendo il girato. D’accordo.
HBO, invece, sta facendo una cosa diversa con Louis C.K., reo confesso di molestie a bassa intensità, visto che sta rimuovendo tutti gli streaming delle sue serie e, non paga, anche di quelle in cui risulta solo come produttore o ne è coinvolto marginalmente. Tutte cose concluse dalla quali non si aspetta certo altri introiti. L’ammissione è di due giorni fa, la cancellazione è in atto. La società di distribuzione The Orchard, invece, ha fatto sapere che non distribuirà più nei cinema il film di Louis C.K., I love you, daddy, in uscita a natale.
Sono solo due casi, ce ne sono altri. Weinstein, per esempio, è stato licenziato – da suo fratello! – dalla Weinstein/Miramax cinque minuti dopo l’uscita delle notizie delle sue molestie nei confronti di numerose attrici. L’avrà scoperto in quel momento, il fratello buono, che suo fratello era un molestatore seriale? Ci avrà pensato bene?
Poi, in Italia: prima girano voci, poi qualche ammissione, alla fine si fa un nome, almeno: Brizzi. Lui risponde e Asia Argento – ormai onnipresente sulla questione e paladina di tutte – twitta:

A parte lo svarione grammaticale, prende una posizione chiara. Intervistata dal Fatto quotidiano sabato scorso dice testualmente: «non conosco Brizzi, non ci ho mai lavorato insieme» e anche qui è game-set-match in un colpo solo.
Ora, lungi da me difendere chicchessia, in particolare da accuse di molestie sessuali, sebbene io continui a credere in un principio di innocenza fino a una sentenza valida: se vale per O.J. Simpson che esce di casa con la pistola fumante, allora vale per tutti. Resto però molto sorpreso, e sconcertato, dalla velocità di reazione in questi recenti casi. È pur vero che in ballo ci sono parecchi soldi, in alcuni frangenti, ma in altri no e il meccanismo di fare terra bruciata attorno a un sospettato di molestia sessuale, arrivando addirittura a cancellarne le tracce pregresse (damnatio memoriae fatta male) è sbagliato per molti motivi: sia perché avviene in situazioni di colpevolezza supposta (sarà anche certa in molti casi, non discuto, ma non c’è ancora processo, ripeto); sia perché, data la rapidità, dimostra che ne erano tutti a conoscenza e che hanno aspettato solo l’evidenza per ristrarsi scandalizzati; sia perché avviene pure in modo retroattivo il che è davvero senza senso; sia perchè – infine ed è una delle cose che mi sta più a cuore – non presenta alcuna coerenza o verosimiglianza di giustizia. Per i preti pedofili – e dico la prima che mi viene in mente – lo scandalo non c’è stato e la reazione non è stata in alcun modo paragonabile. Anzi.
E quindi? Chi deve denunciare, denunci. Chi deve processare, processi. Chi deve stare zitto, sizzitti.
Danilo Di Luca, ciclista vincitore del Giro d’Italia 2007 e poi squalificato a vita per essersi bombato, nel suo libro «Bestie da vittoria» – libro inquietante talmente è cruda la realtà sportiva che racconta – spiega in una frase come si potrebbe facilmente chiudere la questione doping:
“La lotta all’antidoping [sic] sarebbe così facile da fare, si obbligano le case farmaceutiche a mettere un tracciante nei prodotti. Basta, finito tutto”.
Sì, gli è scappato il refusone (“La lotta all’antidoping“, alé) ma il concetto resta valido.
Come in chiusura di 2016, Chris the barker l’ha rifatto.
Ovvero, ha preso una certa nota copertina di disco e ci ha messo tutte le celebrità in ambito, diciamo, artistico decedute quest’anno.
Qui. Certo che se il 2016 è stato un’ecatombe anche il 2017 non scherza affatto.
Pure li orsetti…

Hildesheim, Germany (Julian Stratenschulte/dpa via AP)
Le piante al ciglio della strada dopo un uragano in Germania qualche settimana fa. Magari non arriva subito ma quando arriva è notevole.

Birds. Tulare, California, 2014 (Matt Black, Magnum Photos)
Una bella foto in bianco e nero di Matt Black – omen – che sembra la copertina di un disco di Brunori SAS se le copertine dei dischi gliele facessi io.
Che per sua fortuna così non è.
Quello a destra qui sotto è Edmund Kemper III, efferato serial killer americano. Quello a sinistra è Cameron Britton, un simpatico e gioviale attore che interpreta, appunto, Kemper.

Ma la somiglianza davvero inquietante è quando lo interpreta in movimento, l’assenza di affettività, la presenza dominante, insomma ottima resa e ottimo livello.
Per vedere Kemper-Britton bisogna vedere Mindhunter, nuova serie tv su un argomento trito e ritrito che però tira sempre: i serial killer. La differenza, stavolta, la fa l’ottimissima fattura del prodotto, ambientazione, scrittura, dialoghi, trama, gran recitazione, una seconda stagione già confermata eccetera, e la regia di Fincher, che è uno che basta dire: Seven, Fight club, Zodiac e un po’ di House of cards. Non male no.
Certo, deve piacere il genere e a me, modestamente, non lo piace. Ma questa sì, questa mi è piaciuta, nonostante parecchi abominii. E poi c’è lei: Dànamm.
(Qui una recensione più sensata della mia).
Cento anni dal colpo di cannone della Rivoluzione e l’indicatore della ‘spinta propulsiva‘ in plancia segna quasi zero. Si sarà mica esaurita? O il coso non va o non c’è mica tanto da celebrare.
Antonella Giuliani ha fatto delle belle foto a Polignano a Mare nei giorni scorsi, con un po’ di mareggiata.

Modugno avrebbe apprezzato e io pure.
Ho buttato un occhio veloce a «In arte Nino», biografia dei primi anni di Nino Manfredi girata dal figlio Luca, perché Manfredi è e resta uno dei miei preferiti (inarrivabile per sempre come Pasquino in «Nell’anno del Signore») e ho trovato Elio Germano, ancora una volta, pazzesco per bravura e somiglianza.

Non dico solo somiglianza, oserei dire – e qui sta la grandezza dell’attore – mimesi, quasi totale, non solo nell’aspetto fisico ma nelle movenze e nelle espressioni del viso. Impressionante, Germano si conferma di gran lunga il migliore della sua generazione.