«neanche si faceva di droga, si faceva di gente»

Il più folgorante (o uno dei) inizio di film che io abbia mai visto:

Non sto dicendo nulla di nuovo, chiaro. Un monologo folgorante, eccitante, rapido, bellissimo, un inizio che mi ha sempre fatto venir voglia di uscire e correre all’impazzata. E mi ha sempre, pure, fatto sentire un cretino. Come a tutti, immagino sia quella l’idea.

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«Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo, scegliete lavatrice, macchina, lettore cd e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici. Scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai-da-te e il chiedetevi chi siete la domenica mattina. Scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz, mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio, ridotti a motivo di imbarazzo di stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete il futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa cosí? Io ho scelto di non scegliere la vita. Ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?»
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Che per quanto riguarda me andrebbe letto così: «Scegliete la vita (fatto), scegliete un lavoro (eh, fatto, potessi…), scegliete una carriera (NON fatto), scegliete la famiglia (più o meno, diciamo), scegliete un maxitelevisore del cazzo (non fatto, grazie a dio), scegliete lavatrice (fatto, ma io non la so mica usare), macchina (non fatto, resisto), lettore cd (ihih, certo, fatto) e apriscatole elettrici (no, grazie a dio). Scegliete la buona salute (speròmm), il colesterolo basso (come no) e la polizza vita (no, grazie a dio); scegliete mutuo a interessi fissi (no, per fortuna, non ancora), scegliete una prima casa (fatto), scegliete gli amici (fatto). Scegliete una moda casual (ops!) e le valigie in tinta (ahah), scegliete un salotto di tre pezzi a rate (scampato, grazie a dio) e ricopritelo con una stoffa del cazzo (non mancherò), scegliete il fai-da-te (qui ci caschiamo quasi tutti) e il chiedetevi chi siete la domenica mattina (un grande classico da quando mancano le messe). Scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz (fattofattofatto ma non con i quiz), mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare (fattofattofattofattofatto). Alla fine scegliete di marcire (non vedo l’ora), di tirare le cuoia in uno squallido ospizio (mmm), ridotti a motivo di imbarazzo di stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi (bello anche questo). Scegliete il futuro (futuro? che è?), scegliete la vita (maccerto). Ma perché dovrei fare una cosa cosí? (non lo so, scelte tue) Io ho scelto di non scegliere la vita (bravo). Ho scelto qualcos’altro (idem). Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina? (certo, come no?)».

Ovvio che dal punto di vista di Mark Renton io sono un mezzo coglione. Come posso dargli torto? E ora uscirà a gennaio T2: Trainspotting, vedremo. Nel frattempo, Candice Drouet – che è un’appassionata di cinema e si diletta a trovare scene simili in film diversi – ha esplorato i due film e ha trovato almeno 17 scene simili: ovvio, Boyle cita Boyle.

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Un film generazionale, con tutte le intenzioni. E c’era persino un futuro Sherlock Holmes, uno spogliarellista di successo e – addirittura! – un maestro jedi.

il sound della giovane America

I Temptations, i Miracles, Stevie Wonder, Martha & the Vandellas e le Supremes tutti insieme? Sì, è stato possibile. E non erano nemmeno tutti. Si potrebbero aggiungere, per dire, The Jackson 5, Marvin Gaye, The Commodores, Tammi Terrell, Dusty Springfield, Gladys Knight & the Pips, The Isley Brothers, The Marvelettes. Un bel gruppone, isn’tit?

I Temptations, i Miracles, Stevie Wonder, Martha & the Vandellas e le Supremes alla EMI Records nel marzo 1965 per il lancio dell'etichetta Tamla-Motown in Gran Bretagna, nel libro Motown. Il sound della giovane America di Adam White e Barney Ales (Ippocampo)

I Temptations, i Miracles, Stevie Wonder, Martha & the Vandellas e le Supremes alla EMI Records nel marzo 1965

Il tutto ha un nome solo: Motown (o Motown records se volete fare la figura di quelli che la sanno lunga). E un posto solo: Detroit. C’è un sito fatto molto bene sulla Motown (quella classica, quella di Gordy, non la odierna), questo: la sezione ‘playlist‘ offre delle ottime listone di cose da sentire già belle pronte, bravissimi (di mezzo c’è Spotify che a me rompe moltissimo, ma qui non è il caso di parlarne oltre). È poi appena uscito un bel librone, Motown – Il sound della giovane America di Adam White & Barney Ales, quattrocento succulente paginone illustrate per i devoti del genere.

Gli artisti Motown negli anni Sessanta

Gli artisti Motown negli anni Sessanta

Poi c’era Gordy, sì, e le cose che non andavano. Vabbè, qui si celebra, un’altra volta.

don’t punish me / for who I can’t be

Un disco ampiamente sottovalutato, dico io, è The National Health dei Maxïmo Park.

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Uscito tre anni dopo l’ottimo Quicken the Heart (2009), non ha colpito più di tanto l’immaginario dei fans, me compreso: ascoltato e messo via. Poi, come a volte capita, mi è capitato di nuovo tra le mani e, fortuna!, l’ho capito. The National Health, The Undercurrents, Write This DownWolf Among Men, Until the Earth Would Open (sopra tutte) per dirne cinque, tutti ottimi pezzi. Non sarà il loro disco migliore ma io consiglio: recuperare. E consiglio di non dare ascolto a quei matti di OndaRock cui si deve essere inceppato il traduttore recensionedellaminchia-italiano:

«Post-punk al giulebbe per nuovi hipster dal ruolo poco chiaro: da una parte esercizi nuovi (la lezione retronuevo dei Pains Of Being Pure At Heart?) o reinventati (l’olografia degli Smiths) dall’altra impotenti episodi muscolari. Di fatto è un loffio concept politico, come lo reciterebbe Miss Universo, ma – è ovvio – importa di più notare verve e accelerazione, rimembranze del periodo d’oro, e un trasporto che appartiene alle sfumature crepuscolari di Paul Smith».

Eh? Ma perdavero? A OndaRock gli è rimasto acceso il Polygen

go vote (e poi guarda la serie)

Ma davvero c’è bisogno di un altro appello al voto? E suo, per di più?

Sì, ce n’è bisogno. Perché è uno degli appelli più sensati mai visti e perché lui, anche al di là di questo, è uno spasso. Non posso, infatti, non celebrarlo come uno degli interpreti di Parks and Recreation, forse la serie più divertente che io abbia mai visto, massimo massimo la seconda. Non la terza. Girata con la tecnica del falso documentario, racconta le vicende del dipartimento per la manutenzione dei parchi pubblici di Pawnee, microcittà immaginaria e ridicola degli Stati Uniti. Detta così sembra una cosa gnfngnf, è invece è spassosissima (per chi ama il genere e un certo tipo di comicità e io – modestamente – la amo). Consiglio.

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E poi c’è Tom Haverford, ovvero Aziz, e il suo meravigliosissimo amico Jean-Ralphio, con cui fonda la ‘Entertainment 7twenty’, fanno riunioni finanziarie parlando come Snoop Dogg e, alla fine, danno un party pazzesco per il cavallo nano di Pawnee, Li’l Sebastian. Devo rivederla tutta.

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Temo occorrerà guardare Master of None, la sua nuova serie.