dritte musicali: I hate my village

a) Sapere chi sono Bombino, Rokia Traoré e, naturalmente, Tinariwen; b) trarne piacere dall’ascolto; c) essere andati in tour con Bombino e Rokia Traoré, appunto; d) aver imparato a fare quel genere ritmico così particolare (mah, loro lo chiamano Rock Desert Blues Afro Alternative); e) suonare bene.
Gli unici che soddisfano tutti e cinque i punti sono gli I hate my village, gruppo più che interessante formato da – attenzione! – Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion e Fabio Rondanini dei Calibro 35 e Afterhours.

Ci si aggiunge, poi, tra produzione e voce Marco Fasolo dei Jennifer Gentle e Alberto Ferrari dei Verdena e il gioco è fatto: il primo disco. Si può sentire tutto qui, con il servizio prediletto. Concerti in giro, interessa? Ci vediamo lì.

io discendo, sono della famiglia

Listen, it don’t really matter to me baby, you believe what you want to believe / You see you don’t have to live like a refugee (falsetto: Don’t have to live like a refugee).
È l’attacco fulminante di ‘Refugee‘ di Tom Petty (e gli Heartbreakers).
Pezzo bellissimo e, visto che è stato inserito in una sigla notevole, vale la pena dargli un’occhiata e un’occhiata e un’occhiata.

È la sigla iniziale dei ‘Romanoffs‘, serie tv interessantina, ben scrittina e ben giratina ma non quanto la sigla. Gnam.

altro che sanremo

E ieri sera, poi, i Massive Attack in concerto.

Una prima volta per me, ciò nonostante mi sono sentito abbastanza a casa: tutti coetanei, tutti cresciuti con il videoregistratore – per cui ben si capiscono i filmati con le righe delle testine – e un disco, Mezzanine, che appartiene alla mia generazione.
Una performans artistica più che un concerto, la visione è piuttosto oscura di un mondo dominato dalle macchine, intramezzata qua e là da appelli alla fratellanza e alla cooperazione tra persone nello spirito di Banksy.
Suoni buoni, spettacolo senza pause e senza alcuna interazione col pubblico, band sempre al buio tranne quando Elizabeth Fraser ha cantato le parti vocali di Black Milk, Where Have All The Flowers Gone?, Teardrop e Group Four. Molte le cover – o la musica campionata, forse meglio – tra cui Velvet Underground, Cure, Bauhaus, Horace Andy, Pete Seeger, Ultravox e Avicii. Palazzetto pieno, il pubblico abbastanza immobile per gli standard cui sono abituato io, in definitiva è stata una bella incursione in un territorio per me inesplorato. Grazie alla signora F.

dopo sette anni, una ventata di ottimismo

A sette anni dall’ultimo disco, i Cake hanno pubblicato un nuovo singolo, Sinking ship:

Il senso del pezzo è nelle parole di Crea, cantante e compositore principale del gruppo: «It is a critical time for the world, and it is more important than ever to find leaders capable of putting country above self-interest. Real greatness comes from community, cooperation and ethical leadership». Stupefacente come dopo anni il suono sia identico, pare ieri, e l’impegno dei Cake sia ancora vivo.

 

non accettare caramelle da Anna Maria Franzoni

È autunno e, come da alcuni anni per fortuna accade, sono andato al concerto dei Nanowar. Pardon: Nanowar of steel.

(Io sono quello al centro, ben visibile, con la mano aperta).
A Milano, stavolta. Ottimo e abbondante, come sempre, chiaro che il nuovo disco l’ha fatta da padrone: Barbie MILF, Opelatole ecologico, Cthulhu e la mia preferita in assoluto: Uranus. Ma quest’ultima la capisce solo chi padroneggia l’inglese e ha la malizia nel cervello.
Un disco – la cosa non paia avventata – a parer mio fatto per il mercato estero, diciamo europeo: inglese, parecchio, suono abbastanza omogeneo sul power metal, senza le solite piacevoli canzoncine in altro stile e solo con richiami comprensibili per tutti (Bee Gees, per dirne uno), insomma un passo in avanti verso il meritato successo planetario. E ci tengo a dirlo: io il disco l’ho comprato. Non lo faccio nemmeno per Elton John o Britney Spears.
E ola facciamo che io sto lavolando. Glazie, NoS, anche stavolta.

laccanzone del giorno: Marta Ren & The Groovelvets, ‘2 Kinds Of Men’

«Well there’s only 2 kinds of men / The one you love / The one you wish for».
Ho già professato la mia devozione a Marta Ren e i suoi Groovelvets, espressione unica del soul americano suonato in Europa, presenza scenica potente, voce inconfondibile, ritmo e grinta da capobanda come è richiesto alle cantanti del genere: perfetta per iniziare un nuovo mese, magari migliore del precedente.
Qui sotto è alle prese con «2 Kinds Of Men», singolo realizzato per il Record kicks day del 2014 e suonato dal vivo due anni fa su Antena 3, emittente portoghese:

Anche il video ufficiale è accattivante, niente da dire, ma dal vivo è un’altra cosa.
Impossibile stare fermi, l’unica è avere il culo cementato alla sedia e, di conseguenza, una vita decisamente sedentaria.