Howard Bingham in dieci fotografie (nove sue e una no)

Il 15 dicembre scorso è morto Howard Bingham. C’è una foto, tra tutte, che spiega molte cose riguardo chi fosse.

Un autoscatto (non esattamente, ma insomma il concetto è quello) che risale a qualche giorno prima del combattimento tra Ali e Foreman nel Rumble in the jungle. In Zaire, quindi, e presumibilmente nell’ottobre del 1974.
Fotografo ma, soprattutto, amico di una vita di Muhammad Ali, era uno dei pochi dell’entourage di Ali a essergli legato per sole ragioni di amicizia (oltre che a mantenersi da solo, cosa rara nel circo che circondava il campione).
Bingham scattò decine, forse centinaia di migliaia di fotografie ad Ali tra il 1962, anno in cui si conobbero, e il 2016, anno che li ha visti scomparire entrambi. Eccone alcune:

Ali nel 1978, forse negli incontri contro Spinks

L’incontro Ali-Liston II nel 1965

A Louisville nel 1963

Sitting on a million dollar, 1963

Zaire, 1974

Ma non solo: Bingham fu fotografo per Life, Look, Time, Newsweek, Sports Illustrated, People e altri importanti magazines; fu uno dei primi fotografi neri della International Cinematographers Guild e, proprio per il fatto di essere afroamericano, ebbe anche accesso ad ambienti complicati, in quegli anni, quali per esempio le Pantere nere e le proteste del movimento.

Black panthers, 1968

Black panthers, gun control protest, 1968

Questa seconda foto si riferisce a una protesta relativa alle armi: se in una prima fase le Black panthers furono contrarie all’uso delle armi, in un’ottica di protesta nonviolenta, poi cominciarono a praticare il “patrolling“, ovvero seguire con le armi in bella vista le azioni della polizia, in modo da impedire abusi nei confronti dei fermati di volta in volta.

Bingham è stato un grande fotografo, ha documentato la società americana nell’arco di cinquant’anni con decisione, grazia, ironia e coscienza politica, è stato senza dubbio il migliore amico di Ali, di cui ha fotografato tutta la carriera standogli vicino e consigliandolo in ogni occasione, ed è stato senza dubbio una persona che ha reso il posto dove viviamo in qualche modo migliore.

Autoscatto, 2008

Sports illustrated, 1998

a 2146 parsec da noi

Prima, una nota importante: il Signore della Scienza abbia pietà di me per quanto dirò da qui in poi. Son profano.

Il 30 dicembre 1924, Edwin Hubble, astronomo e astrofisico, dopo due anni di osservazioni con il telescopio Hooker da 100 pollici, allora il più potente del mondo, nell’osservatorio di Mount Wilson a Pasadena, annunciò che la stella V1, nella Galassia di Andromeda, non apparteneva alla nostra galassia. Infatti, ne aveva determinato la distanza con sufficiente precisione per poter dire con certezza che le cosiddette nebulose a spirale erano molto più lontane di quanto si credesse. Più lontane di quanto credesse il suo nemico scientifico (scherzo) Harlow Shapley che sosteneva invece la tesi avversa.
Non paia una sciocchezza: questa osservazione spostava – e di molto – i limiti di osservabilità dell’universo e le sue dimensioni, aprendo – letteralmente – spazi sconfinati attorno a noi.

Cinque anni più tardi, Hubble notò che la frequenza della luce osservata da alcune stelle era più bassa rispetto a quando la luce era stata emessa dalle stelle stesse. Ciò tipicamente accade quando l’osservatore si allontana dalla sorgente di luce (il cosiddetto effetto redshift). Hubble comprese, inoltre, che esisteva una relazione lineare tra il redshift della luce emessa dalle galassie e la loro distanza: più il primo aumenta e più la distanza cresce. La conseguenza di questo? Una roba forte: le galassie si allontanano da noi. E noi da loro. E l’universo si espande. Bum!
Dopo lo sconcerto, ecco la Legge di Hubble. Ma era un Bum! davvero grosso, che apriva enormi, nuove sconvolgenti frontiere della cosmologia, della fisica e della filosofia. Due conseguenze derivanti dalle osservazioni di Hubble? Bum! uno: esse postulavano l’esistenza del Big Bang. Bum! Bum! doppio e appropriato. Bum! due: anche noi ci allontaniamo e, attenzione che scoppia la testa, non siamo affatto in una posizione privilegiata nel cosmo, siamo – anzi! – in una semi-sperduta periferia. La banlieue dello spazio.

Quando negli anni Settanta si fece largo l’idea di piazzare un telescopione nello spazio – ottima idea, per evitare inquinamenti vari anche di tipo luminoso – venne del tutto naturale intitolarlo a Edwin Hubble. L’HST, lanciato nel 1990 nell’orbita bassa dell’atmosfera a 560 km di altezza, è un cannolone di due metri e mezzo di diametro, tredici metri di lunghezza e undici tonnellate di tenerezza che galleggiano nello spazio, e in ventisei anni di onoratissima carriera ha scattato circa ottocentomila fotografie ad altissima risoluzione. Più o meno le foto che io ho scattato a New York l’ultima volta.
Grazie a Hubble, per dirne una, è stata fotografata la galassia più lontana attualmente conosciuta, la Z8 GND 5296, alla distanza ipercalifragisiderale di 13,1 miliardi di anni luce dalla Terra. Se conoscete qualche numero relativo al Big Bang, la distanza vi avrà fatto sobbalzare.

Ed eccomi, finalmente, allo scopo di questo post: la NASA pubblica con grande bravura e generosità molte delle fotografie scattate da Hubble, almeno le più comprensibili al grande pubblico-me. Eccole. La delizia è che sono ad alta risoluzione per davvero, nel senso che se desiderate una bella TIFF da stampare per appendere in salotto una bella composizione tre-metri-per-due, allora basta cliccare qui, per esempio (occhio che son 66 megabombi).
Tra le foto strepitose, una che mi colpisce molto – non sono il solo – è una guglia stellare nella nebulosa dell’Aquila, questo pippiulone qui sotto:

La Colonna V ripresa dall’Hubble

La foto è disponibile anche qui, un altro bel sito di immagini di Hubble. A settemila anni luce di distanza da noi, questa è la colonna V, soprannominata “la Guglia” (The Spire), che si trova a nordest rispetto ai cosiddetti “Pilastri della Creazione”: questi sono delle colonne di gas interstellare e polveri con una massa totale stimata pari a 200 masse solari, cioè quattrocento quintilioni di chilogrammi che-faccio-lascio?, che uno pensa subito ai bastioni di Orione e alle porte di Tannhäuser.
Una roba così.

Ora, siamo onesti: starsene a casa propria, seduti davanti al pc come voi ora e me prima, al caldino, e guardarsi le fotografie vere-vere che un occhione spaziale ha scattato e sta scattando per noi là fuori, nello spazio un po’ profondo, non è una tra le cose più emozionanti del nostro tempo? Io penso di sì. Galilei o Brahe avrebbero probabilmente ucciso per vedere anche solo una delle fotografie tra quelle che possiamo vedere noi, non appena gli avessimo spiegato cosa sia una fotografia.
Per cui, detto questo, fatte le somme e sottratti gli svantaggi, io sono contento di avere questa favolosa opportunità.

la morte, il funerale e la sepoltura di Fidel Castro in nove foto

La settimana dal 27 novembre, due giorni dopo la morte, al 4 dicembre, il giorno della sepoltura al cimitero di Santa Ifigenia.

La biblioteca nazionale cubana – L’Avana, Cuba, 27 novembre 2016 (AP Photo/Desmond Boylan)

L’Avana, Cuba, 27 novembre 2016 (PEDRO PARDO/AFP/Getty Images)

L’Avana, Cuba, 28 novembre 2016 (AP Photo/Dario Lopez-Mills)

Alexis Tsipras a Plaza de la Revolución – L’Avana, Cuba, 29 novembre 2016 (PEDRO PARDO/AFP/Getty Images)

Cuba, 30 novembre 2016

Santa Ifigenia, Santiago, 4 dicembre 2016 (Marcelino Vazquez Hernandez/Pool Photo via AP)

Santa Ifigenia, Santiago de Cuba, 4 dicembre 2016 (Chip Somodevilla/Getty Images)

Santa Ifigenia, Santiago de Cuba, 4 dicembre 2016 (YAMIL LAGE/AFP/Getty Images)

Santa Ifigenia, Santiago de Cuba, 4 dicembre 2016 (Chip Somodevilla/Getty Images)

december 22nd, 1967

december 22nd, 1967 at Olympia, London

Una bella seratina musicale tutti insieme. Ne sarebbe bastato anche uno solo, di nome, ma per esagerare tra gli ospiti non dichiarati in cartellone pare ci fossero i Traffic, giusto per aggiungere sostanza alla ciccia (eccoli qua, proprio quella sera).
Esiste una registrazione parziale della serata, qui, ma a me piace di più immaginarla.
E Syd, ormai porello, dava un po’ fuori di matto.

mi ricorda qualcosa…

Alcune città, specie nel nord Europa, si somigliano qua e là.


Difficile indovinare, suggerisco: Helsinki (Jätkäsaari), Stoccolma (Royal Seaport), Helsinki (Kalasatama), Londra (Kings Cross), Copenhagen (Nordhavnen), Amburgo (HafenCity), Stoccolma (Royal Seaport), Helsinki (Jätkäsaari), Copenhagen (Nordhavnen).
Rifacciamolo: e queste?


Ri-suggerisco: Helsinki (Jätkäsaari), Stoccolma (Royal Seaport), Malmö (Western Harbour), Amburgo (HafenCity), Helsinki (Kalasatama), Oslo (Fjord City), Stoccolma (Royal Seaport), Helsinki (Jätkäsaari), Hamburg (HafenCity).

Familiar è un bel progetto di Luca Picardi: «Ho trovato l’esperienza di girare per Jätkäsaari e Kalasatama, i nuovi quartieri di Helsinki, stranamente simile a quella che avevo passeggiando in alcune delle aree più recenti di Londra, come Nine Elms e Kings Cross». Infatti.

i tram di Milano

Quando uno dice Milano, inevitabile pensare ai suoi tram. E quando uno dice i tram di Milano, il pensiero va a un tipo particolare di tram, il cosiddetto Ventotto. Questo:

ottobre 2012 (Giorgio Stagni)

È IL tram. Per dirla precisa, il Ventotto è la serie 1500 dell’ATM, così soprannominata per l’anno di inizio produzione: nel febbraio 1928 vide la luce il secondo prototipo, il 1502 (il 1501 è dell’anno prima), e nei due anni seguenti furono prodotti 500 esemplari, da 1503 a 2002. Dal 1931, fu aggiunta una terza porta, per facilitare l’accesso al – tenetevi forte! – salottino fumatori in coda. Uoah, questo era viaggiare!

febbraio 2016 (AP Photo/Luca Bruno)

Arco della Pace, febbraio 2016 (AP Photo/Luca Bruno)

La prima colorazione (livrea) dei tram fu il verde: in alcuni casi, come questo qui sotto, fu ripristinata in tempi recenti. Infatti, la vettura 1818 fu venduta alla città di San Francisco ed è tutt’ora in uso sulla linea F, ridipinta nell’originale bi-verde nel 2007. A San Francisco si può salire su parecchi tram milanesi: 1507, 1515, 1556, 1588, 1793, 1795, 1814, 1818 appunto, 1834, 1859 e 1911, sebbene non tutte le numerazioni corrispondano.

San Francisco, novembre 2007 (Goodshoped35110s)

Dall’inizio degli anni Settanta, tutti i mezzi pubblici italiani diventarono arancioni, e così i tram di Milano. Ed è così che avrei risposto io, se mi avessero chiesto il colore dei tram di Milano: arancione. Vero, ma non più.

Deposito dei tram in via Messina a Milano, marzo 2004 (Matteo Bazzi – ANSA – KRZ)

Dal 2008, ATM ha sottoposto i tram a riverniciatura, riportando la primissima colorazione dei prototipi, ovvero la “livrea bitonale giallo-crema”.

gennaio 2009 (Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Nel 1943, il deposito dei tram di via Custodi a Milano fu pesantemente bombardato e furono distrutte parecchie vetture, come da foto qui sotto. In realtà, fu possibile recuperare le ossature di quasi tutti i veicoli (a parte il 1624) e ricostruire gli interni, rimettendoli in servizio in breve tempo.

Deposito dei tram di via Pietro Custodi, 1943 (FARABOLAFOTO)

Tutte le vetture furono costruite dalla rinomata ditta Carminati & Toselli, società specializzata nella produzione di materiali rotabili tramviari e ferroviari, fallita poi nel 1935 a causa del fascismo. La fabbrica era tra via Procaccini e via Messina a Milano, se qualcuno è mai stato al centro culturale contemporaneo “Fabbrica del vapore” del Comune, allora l’ha vista.

(Giorgio Stagni)

Che dire? I tram sono bellissimi. Talmente bellissimi, secondo me, che sono belli anche quando non ci sono.

dicembre 2005 (AP Photo/Antonio Calanni)