Il giorno dell’Indipendenza è una festa ad alto grado di patriottismo negli Stati Uniti e una cosa piuttosto seria. Si festeggia, eccome, ed è concesso un pochetto di spirito ma non troppo. O, almeno, non internamente ma solo verso gli altri paesi.
Ed è allora che il genio di qualcuno prende il largo, per fortuna.
Alcuni altri modi meno brillanti e molto americani per celebrare la ricorrenza, alcuni davvero ghei, diciamolo, e altri che condurranno a morte certa.
Nicki Bluhm, insieme ai Gramblers, è una musicista americana in giro da una decina d’anni a un certo livello: con una band di ottimi musicisti fa tour all’incirca da duecentocinquanta serate all’anno e se le merita tutte. Tutta sostanza, niente vaccate, tuning o campionamenti, solo tanta voglia di suonare e ottimo rock, in giro con gli amici, su e giù da un palco. Per intenderci, basta ascoltare Little Too Late, dal disco omonimo del 2013: qui nella versione pubblicata.
Ma non è su disco che danno il meglio, come dicevo: è dal vivo. Quindi, bisogna ascoltare dal vivo. Vualà, dal vivo nello studio.
Ma ancora non è abbastanza. Perché sì, suonano benone e Nicki guida il tutto ottimamente, ma ancora non sono al massimo. Perché il massimo lo danno tra una data e l’altra: viaggiando. Già, ma come si fa? Si piazza un telefono sul cruscotto e, guidando, si suona e si canta (in questo caso Hall and Oates), tanto la strada è dritta e non c’è un cacchio di nessuno.
Sì, sono le Van Sessions, e io l’ho amata fin dal primo secondo di assolo di kazoo. E via così, divertendosi per il gusto di farlo, quindi vanno benissimo Whitney Houston e George Michael, o le più serie (ahah) Stuck in the middle e Days like this. Quasi tutte le Van Sessions stanno qui e, finora, sono circa venticinque.
Da questa Van Sessions, poi, ne sono state tratte alcune performans più strutturate, all’interno di un grosso furgone, fermo, e la cosa è diventata una specie di marchio ricorrente per parecchie band in giro, le Jam in the van. Una cosa così.
Ma il meglio lo danno viaggiando per conto loro, tra uno stop e una serata, ed è così che è divertente ascoltarli, per me. In attesa di vederli il 6 ottobre a Venezia. Posto strano per la loro musica ma a me va benissimo, in attesa di andare a San Francisco, prima o poi. Easy.
E a volte non serve nemmeno una band o un cantante, basta un pezzo buono e un pubblico all’altezza.
E accidenti se lo sono, a Hyde Park. (Per chi ha bisogno di dettagli, il pubblico in attesa del concerto dei Green Day sentendo Bohemian Rhapsody dagli altoparlanti gli è andato dietro). Da brividi tutto e in particolare da 4:04.
Tanto mica è sua, no? Sarà di qualche amico che paga, perché in vacanza non si sta a guardare chi paga cosa. Godo.
Tra l’altro, trovo la spiegazione degli invasori («Anche i nostri figli hanno diritto a una vacanza») davvero ineccepibile.
Quando – ehm, finalmente – la sua mamma morì, von Humboldt si sentì libero di lasciare il posto di sovrintendente al Comune di Garbagnate e dare libero sfogo alla sua natura di esploratore, geografo e scienziato, comprandosi l’attrezzatura da scienziato sul campo e partendo per il sud America. Allo stesso tempo, Gauss, che possedeva una mente matematica la cui intensità era inversamente proporzionale alla sua capacità di frequentare piacevolmente gli altri esseri umani, era alle prese con una fastidiosa mancanza di mezzi e con un ancor più fastidiosa arretratezza dell’epoca in cui era nato: da questo la possibilità, puntualmente verificatasi, che un barbiere facente funzioni di dentista sbagliasse il dente da estrarre. Quasi una certezza, per l’epoca, più che una possibilità.
Perché la vita non era facile per uno come Gauss, tra persone di gran lentezza e mezzi scarsissimi, e perché aver scritto il proprio capolavoro a vent’anni, le Disquisitiones Arithmeticae, poi non aiuta il seguito: «non si ricordava di nessuna ispirazione, di nessuna illuminazione. Solo del lavoro». Ma prima o poi dovrà incontrare l’altra grande testa del secolo, von Humboldt, non appena sarà tornato dalle Americhe e avrà finito di studiare qualsiasi cosa incontrata, dai cadaveri alle blatte alle confluenze dei fiumi fino ai crateri: sarà a Berlino nel 1828 ma, si poteva immaginare, non sarà un granché.
Un libro bellissimo, molto divertente e mai noioso, con alcune vette esilaranti come il pellegrinaggio per ricevere la benedizione di Kant, imbacuccato nell’oscurità e un filino, ehm, rincoglionito, un racconto lungo ricco di spunti tra humour, avventura, scienza e filosofia, che fa di Kehlmann un eccellente narratore e uno dei migliori nel campo della storia romanzata. Ma romanzata il giusto, senza inventare inutilmente e dando il giusto risalto alla realtà, che di per sé è più che abbastanza (si noti l’autoironia della frase di Kehlmann che fa da titolo a questo post, pronunciata da von Humboldt nel testo). Uno dei libri più belli che io abbia letto quest’anno e in assoluto, consiglio più che caldamente.
Impossibile per me non provare nostalgia, ora. Ma uno dei ruoli in cui apprezzo di più Villaggio è l’infido Thorz in Brancaleone alle crociate, che cerca di sopprimere il neonato figlio di re Boemondo.
[Brancaleone] Alemanno! Ma codesto fantino così ravvolto in ricchi panni, a chi è figlio? Eh? E tu? Non a chi tu sei figlio che ben potemo immaginare chi pote essere tua madre, ma di chi tu si ‘l scherano?
[Thorz] Sone mein name ist Thorz. E keinde Mondo. Und tuzzun fuzzun kunz!
Che poi Boemondo era Adolfo Celi, un improbabilissimo normanno che dialogava in un buffo siculo semi-incomprensibile: Nì tempesta, nì cicluni, ponnu stare a paraguni col tremuoto dellu cori di un regali genitori, che ritrova il suo picciottu che pensava fosse mottu! Bei tempi.
Stando a quello che si vede qui, altro che futuro…
Trovato l’errore? Un passato davvero retrivo e schifosello, ecco come è andata Fonderia Abruzzo, il laboratorio di idee e visioni per il futuro della Regione in Europa, con il ministro alla Coesione territoriale Claudio De Vincenti e il governatore della Regione, Luciano D’Alfonso. Complimenti vivissimi, retrogradi ritardati. C’è ancora tantissimo da fare. Ma tantotanto.
Filini e Fantozzi – si notino le iniziali sulle raffinatissime cravatte – all’inizio della serata al night club “L’ippopotamo”.
Zeppo di prostitute abilissime a dissanguare i clienti, il night era il “Capriccio” di via Liguria a Roma; la scena si concluderà con la memorabile chiamata di un numero impossibile di taxi, una media di due e tre quarti a testa, per riaccompagnare i due, il sordido Calboni e una prostituta pagata con gli ultimi soldi a casa Fantozzi. O, meglio, sullo zerbino.
Bellissimi, entrambi, di una loro propria poesia che, spesso, mi manca.
Con questi due ci sarebbe da andare sul sicuro, per la bellezza delle copertine.
Fatte di niente e per questo eccellenti (ma Bauman non lo leggo).
E, per gradire, una comparazione tra l’edizione italiana e quella americana della bibbia sulle balene: una balenottera, sapevamolo, ha il cervello piú grosso del mondo e un cuore che batte dieci volte in un minuto.
Ma, insomma, quest’ultima era facile. Bastava la balena.
Questa, invece, tanto per chiudere col botto, meno facile e meno elegante ma sicuramente azzeccatissima, è un colpo di genio di Matt Dorfman.
facciamo 'sta cosa
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