
Il fu senatore Miglio o Yoda dorato?
(Brutta storia gli amministratori leghisti… facculo).

Il fu senatore Miglio o Yoda dorato?
(Brutta storia gli amministratori leghisti… facculo).

EPA/JEAN-CHRISTOPHE BOTT/ANSA
Il dottor Jacques Duboche bello contento per aver appena vinto il Nobel per la chimica, insieme a Joachim Frank e Richard Henderson. Perché ha «sviluppato la microscopia crioelettronica per determinare in alta definizione le strutture delle biomolecole», credo siano cose molto piccole e molto fredde. Bravo.
È appena uscito, caldo caldo, il nuovo disco di Carla Bruni.

E già di per sé la notizia c’è, il fatto che la più grande cantante di sempre, “Carlabrunì” o “Carlà” che dir si voglia, abbia fatto un altro disco ha un che di epocale e sorprendente, ogni volta. Il fatto, stavolta, è che è un disco di cover.
Se non siete sobbalzati sulla sedia, forse non avete grande esperienza di uscite musicali: quando nella carriera di un artista – anche di una “Carlà” che lo fa per svago – arriva il momento del disco di cover, significa che la direzione presa dalla carriera è ben più che declinante, è quasi all’implosione finale.
Le svariate fasi del declino musicale, in ordine di gravità, possono essere sommariamente riassunte in:
“Carlà” è dunque alla fase cinque, serve un medico piuttosto robusto. Per aver conferma o smentita, si può andarla a sentire a dicembre a Vienna, Francoforte, Londra o Istanbul (ottime scelte, molto chic).
Ahah, dimenticavo una cosa abbastanza importante: tra le sofisticate scelte di “Carlà” per questo disco, alla sette brilla Highway to hell in una versione che ti cade la fettina di torta sul tappeto, lato crema. La scelta ovviamente suggerisce che lei ne capisce di musica e che, in fondo, è una ragazzaccia. Senz’altro, non me ne voglia se da una mezz’ora alterno stati d’animo tra riso, perplessità, sguardo perso nel vuoto, interrogativi senza risposta, tristezza, malinconia e ilarità nervosa. Dio che ridere.
Per chi volesse riprendersi, qui una Highway to hell come il manuale prescrive, con Bon Scott al comando (la sua ultima a Parigi, tra l’altro). I’m on my way to the promised land, whoo!
Circolano da domenica queste immagini di Roma: zona porta San Saba, gli operai incaricati della posa dei cavi della fibra – flessibili, per fortuna loro e nostra – invece di far rimuovere un’auto parcheggiata hanno ben pensato di girarci attorno.

Effettivamente la cosa è a dir poco indegna.
Ma a ben cercare si scopre che la ragione della cosa non è il malcostume degli operai: infatti, il Comune non ha rinnovato la convenzione per la rimozione dei mezzi e, quindi, non si sa chi chiamare in questi casi, per rimuovere – appunto – automobili parcheggiate dove non devono. Ecco perché. Ed è pure molto, molto peggio.
Bene, avanti così, continuiamo a farci del male.
Anche quest’anno Philippo Roth non porta a casa nulla ma, purtroppo, nemmeno lui.

Che Kazuo.
Oggi sono venticinque anni che è uscito “Automatic for the people“.

Fu epocale, probabilmente fu quella la cassetta a rompersi nell’autoradio e a non uscire più dal buco. Ma andava bene così, talmente era bello.
I R.E.M. qui erano probabilmente al loro massimo della forma e della creatività, and these are the eyes that I want you to remember, cambiavano di continuo tanto che il disco successivo, Monster, fu tutt’altro. E anch’io, per molte cose, ero al mio massimo della forma. Uno dei dischi della mia giovinezza, altroché.
[Uscirà un’edizione celebrativa del disco, qui].
Il dispiacere per la morte di Tom Petty (Tompetti, il nostro amico) è ancora vivissimo ma, come bisogna fare, lo celebro e lo celebriamo nell’unico modo possibile e sicuramente nel modo migliore: ascoltando le sue canzoni.
Sono tantissime e ce ne sono molte davvero magnifiche, tocca scegliere. Eccone sette (ah, scegliere), rock da ascoltare ad alto volume e ricordando il grandissimo Tompetti.
Jammin’ me
Canzone del 1987, c’è tanto tanto Tompetti qua dentro, schitarrate, divertimento, ritmo, e quella cosa bellissima che Tompetti sapeva fare egregiamente: scrivere canzoni trascinanti.
Refugee
1979, come dice mr. L “quando entra l’Hammond è una goduria“. E questo basti.
Love is a long road
Forse il mio pezzo preferito tra i suoi, o almeno tra i primi. 1989, disco riuscitissimo (Full moon fever) e vena creativa irresistibile. Come resistere? Già a diciassette secondi mi aveva catturato, con quel cantato a labbra serrate che solo lui può. E poi: road – pausa – pum! Bellissimo.
Mary Jane’s last dance
Chiunque abbia più di quarant’anni si ricorda il video di questa canzone (è del 1993), con Tompetti che fa il medico legale e sottrae il corpo di Kim Basinger dall’obitorio, per amore. Come dire? Una canzone cui siamo affezionati, una generazione intera, quasi un rap talmente è serrato il testo.
Too much ain’t enough
Diobono l’inizio, ma senti l’attacco… e avanti, gran ritmo ed era il 1978: ancora, ancora, ancora. Non è abbastanza.
Even the losers
Puro Tompetti al cento per cento, con l’attacco di chitarra e il cantato che parte alto, l’inno agli ultimi e agli sconfitti e un ritornello che non puoi fare a meno di saltare su. Dal 1979, magnifica, il falso inizio è uno spasso.
I won’t back down
La mia preferita. Lo so, ma come si fa a decidere per una sola? E non posso resistere, dal 1989 ininterrottamente salto su sempre a sguazzagola e urlo: eeeeeeeeeeeeibebi derisnoisiueiaaaaut, eeeeeeeeeeeeeeeeibebibi. Meravigliosa.

Grazie, Tompetti.

(Tom Petty, una bellissima foto all’interno di ‘Hard Promises’, disco del 1981)
La nostra vicepresidente è una donna molto coraggiosa e, cosa che le fa ancor più merito in questa situazione, non scorda di vivere in un mondo di persone uguali.

Se prima ero un ammiratore di Julia Dreyfus, ora sono suo devoto. Forza.
E poi, ieri sera, se n’è andato anche Tom Petty, mantenendo fede fino in fondo alla sua dichiarazione musicale, gli Heartbreakers.

Era un amico, per me e i miei amici, Tom Petty: perché ogni tot arrivava il momento del suo disco, quello in cui era lui il solo, ascoltarlo era proprio imperativo. Magari se ne stava in disparte per un po’, magari un bel po’, poi però arrivava il momento e non tradiva mai: ma io devo sentirlo sempre, mi dicevo, perché Tompetti è proprio ma proprio bravo. The Wild One, Forever, American Girl, Listen to Her Heart, I Need to Know, Stop Draggin’ My Heart Around, Don’t Come Around Here No More, Free Fallin’, I Won’t Back Down, Too Much Ain’t Enough, Runnin’ Down a Dream, Into the Great Wide Open, Mary Jane’s Last Dance e chissà quante altre non mi ricordo ora. E i Mudcrutch? E Dreaming to fly? E Jammin’ me? Tantissime…
Grazie Tompetti, grazie. Mi piace ricordarlo con il cappellone da cappellaio matto, anche se lui non amava quel video perché – diceva – distraeva dalla musica, mi piace ricordarlo quando faceva il becchino che sottrae il cadavere di Mary Jane, mi piace ricordarlo in piedi sull’ala dell’aereo, mi piace ricordarlo sul palco che si vedeva che si divertiva e gli piaceva.
Grazie Tompetti, oggi bisognerebbe mollare tutto, prendere l’auto con gli amici e andare in giro a caso tutto il giorno, sentendo le tue canzoni, Tompetti.
Lo faremo, promesso, Tompetti: te lo dobbiamo. Grazie.
Gli Hoodoo Gurus sono, probabilmente, la band più sottovalutata del mondo.
Out That Door, What’s My Scene, I Want You Back, Come anytime, My girl, Death Defying sono solo alcuni tra i singoli estratti dal loro ricco cilindro che tanta gioia dà a una fettina di mondo. E, ovviamente, la bellissima Bittersweet dal grande riff, eccola:
Sì, è l’incisione originale, suona così così (qui meglio) ma averne, perdio. Perché chi, come me, è stato adolescente nel bel mezzo della new wave poi come minimo si commuove a certi ritmi…
Mi accorgo ora che, ultimamente, questa rubrichina staziona spesso in Australia (Cloher, Barnett, Jet e, appunto, Hoodoo Gurus) ma se sono bravi loro l’unica è dedicarcisi. I primi quattro dischi dei Gurus, Stoneage Romeos (1984), Mars needs Guitars (1985), Blow Your Cool! (1987) e Magnum cum louder (1989), sono pura manna musicale che casca dal cielo.

Dal 2003 gli Hoodoo sono tornati, con lo spirito di sempre.